subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Limiti

    Per me, nel bdsm, i limiti e il fatto che debbano essere rispettati sono due cose sacrosante. Ho imparato che ho dei limiti, e ho imparato a dichiararli e a pretendere che siano tenuti in considerazione, da me e da chi gioca con me.
    Ad esempio, gli sputi sono un limite per me; mi fanno senso.
    Poi, chiaro che so, accetto, desidero che i miei limiti possano essere spinti un po’ più in là; che possano essere messi in discussione. In una scena di umiliazione in cui fossi molto presa, potrei accettare uno sputo, anzi probabilmente mi piacerebbe… ma non in faccia o in bocca. I limiti possono essere spinti con cautela, non travolti.

    In un altro contesto, il Padrone mi suggerisce (ordina?): “Impara ad accettare i tuoi limiti!”
    Io penso: “Uffffffff sì certo, come no”, incapace come sono di ammettere di non farcela a far qualcosa (cfr post precedente).

    Allora: perché nel bdsm non ho (più) problemi o remore ad ammettere, accettare e difendere i miei limiti, e nella vita quotidiana io per prima me li calpesto, incapace persino di riconoscere di averne? 

  • Un sacco da fare

    Tantissime cose da fare e così poco tempo. O così pare.
    Rimango indietro con i miei doveri, con le cose che ho promesso di fare, con quelle che mi è stato ordinato di fare. In alcuni momenti ho un moto di stizza: non ho tempo, non ho tempo!! Come posso fare tutto, la giornata ha solo 24 ore!
    Poi, però, chino il capo. Di queste 24 ore che mi sono date… quante le butto a girare su facebook? Quante a spulciare hentai che mi fanno bruciare di voglia, senza nemmeno che possa soddisfarmi?
    Intorno a me ci sono persone comprensive che mi dicono: lo capisco, sai, hai molte cose da fare. E più me lo dicono, più impazzisco di rabbia. Perché non mi sento capace di riuscire a fare tutto.
    Non riesco ad ammettere di non farcela.
    E non riesco a smettere di perdere tempo.
    So che potrei fare tutto, e anche di più, se solo riuscissi ad organizzarmi come si deve, se solo non mi abbandonassi mai al dolce far niente, se solo riuscissi a dormire di meno. Più cose faccio, più me ne ritrovo da fare; più ottengo risultati, più piango di rabbia per non averne ottenuti di più. Mi tiro la croce addosso perché non sono mai abbastanza brava. Guardo le altre persone e mi pare che oro sì, riescano a fare tutto; tutti riescono a fare tutto, tranne me: a me resta sempre qualcosa fuori, qualcosa indietro.

    Nel mentre che mi struggo e mi dibatto nelle pastoie delle liste di cose da fare, i panni da stirare si accumulano e continuo imperterrita a dire sì a qualsiasi impegno che sopraggiunga.

  • La mamma è sempre la mamma

    Forse, alla fine dei conti, dovrei persino ringraziare mia madre. Dopotutto, volendo fare un po’ di psicologia da quattro soldi, è anche merito del rapporto disturbato che abbiamo sempre avuto se da grande sono diventata la persona masochista e sottomessa che sono. Se ora posso godermi certe emozioni ed esperienze così forti ed intense, è anche grazie a lei. Forse.

    In ogni caso, preferisco avere incontri SSC con un Padrone che mi umilia e mi frusta facendomi godere, piuttosto che andare a pranzo da lei a subire sensi di colpa e lamentele che non mi provocano alcun piacere.
    Masochista sì, scema no.
    Sono cresciuta, mamma; non sono più la tua bambina.

  • Fantasia vs realtà

    E’ bello lasciarsi trasportare dalla fantasia e immaginare le situazioni più incredibili ed eccitanti… Io personamente vi indulgo spesso.
    Poi, terrorizzata, cerco di nascondere le mie fantasie, anche se magari le ho messe per iscritto per qualcuno o ne ho tratto un racconto. Temo di avere esagerato, o di essere “troppo”. Troppo porca, troppo perversa, troppo. Troppo schifosa.
    La mia paura più grande è che le persone che ho attorno, soprattutto quelle più vicine a me, quelle cui voglio bene, si ritraggano da me con orrore. Che mi abbandonino perché ho certe fantasie, certi desideri. E vale anche per persone che so essere anch’esse kinksters, bdsmers.

    Anche perché, nel pur variegato mondo delle perversioni, c’è un oscuro e antipatico bigottismo di ritorno… si fanno distinguo tipo “io faccio questo ma non farei mai quest’altro”, come a giustificarsi a se stessi e agli altri, come a rivolere indietro una qualche innocenza.
    Questo credo sia l’effetto a lungo termine di un certo tipo di educazione/cultura basato ancora adesso su ipocrisia e senso di colpa.

    Adesso, sto imparando ad accogliere ogni lato di me; ad apprezzare le mie fantasie senza più vergognarmene… se non nella misura in cui la vergogna diventa un ulteriore gioco per aumentare l’eccitazione.

  • Una parola di troppo?

    Ci sono volte che vorresti rimangiarti quello che hai appena detto; parole scappate perché eri arrabbiato, o stanco, o triste.
    Altre volte invece ti penti di non aver detto qualcosa. Persa l’occasione, chissà se si ripresenterà mai la possibilità di dire quello che pensavi in quel momento.
    In entrambi in casi il rovello del detto/non detto ti mangia da dentro.

    Questo non dovrebbe mai capitare con la safeword.

    Da discussioni con altri ho visto che c’è poca chiarezza sul termine; per me è una parola (o un segnale) di sicurezza, che il Dom o il sub possono utilizzare per interrompere una scena o una sessione per qualsivoglia motivo, dal crampo al flashback emotivo al dolore troppo intenso. C’è chi ne ha di due livelli, una per interrompere momentaneamente e una per interrompere del tutto. Per me vale averne una sola, che interrompe sul momento, permettendo di parlarsi, spiegare che succede e vedere se proseguire o cosa fare a seconda del motivo per cui si è interrotto.

    Alcuni, invece, la considerano l’estremo baluardo da non raggiungere mai, perché farlo significa superare le colonne d’Ercole oltre le quali non vi può essere ritorno. Ovvero, si chiude baracca e burattini e non si gioca mai più.
    Altri ancora la reputano una sfida: picchiami ma non la dirò mai, costi quello che costi.

    Stante che c’è chi la considera così, diverse persone mi hanno detto di considerarla superflua, se non addirittura pericolosa: il Dom gioca fidandosi del fatto che il sub dirà la safeword in caso di bisogno, quest’ultimo invece tiene duro (per motivi suoi) all’infinito… e si arriva a provocare dei danni non auspicabili. La safeword diventa pericolosa perché è un mezzo di sicurezza che può non venire usato.
    Per me equivale a dire che un guard-rail è pericoloso perché può esserci chi ci va addosso apposta per vedere se tiene, e magari finisce nel dirupo. Ovvero, viene considerato pericoloso il mezzo e non il comportamento di chi lo usa (o lo dovrebbe usare). Togliere il guard-rail per me non è una soluzione, perché allora il dirupo è più facilmente accessibile anche a chi non vorrebbe avvicinarcisi troppo.

    Si dice: ma un bravo Dom capisce se il sub sta male, perché lo sente empaticamente e sa leggere i messaggi non verbali. Ora. Una cosa è l’empatia, un’altra la telepatia. Per quanto ami anch’io pensare al mio Padrone come a un essere soprannaturale che tutto può, non è così: è un essere umano tale e quale a me. Soggetto a sbagliare, anche nelle condizioni migliori possibili.
    Per questo c’è (ci dovrebbe essere) la safeword: per passare una parte di responsabilità al sub. Chiaro che la parte più consistente di responsabilità sul buon andamento della sessione rimane al Dom – che è quello con la frusta in mano, quello che non è né legato né imbavagliato e quello che ha il controllo della situazione. Dare la responsabilità della safeword al sub non significa deresponsabilizzare completamente il Dom che allora può pensare “gioco a cazzo di cane, ‘ndo cojo cojo, alla peggio mi dice la safeword”.

    Si gioca in due. Chi si affida ha il dovere (verso se stesso e verso l’altro) di affidarsi responsabilmente. Perché senza assunzione di responsabilità anche la consensualità comincia ad avere dei confini labili: posso consegnare consensualmente solo ciò su cui ho giurisdizione; se non sono responsabile di me, quale responsabilità sto donando al Dom?

  • Mal che si vuole…

    …non duole, dice la saggezza popolare.

    Io, però, quel dolore lo voglio proprio perché fa male.
    Se non facesse male in un modo che poi amo non lo vorrei, e non farebbe male.

    Che venga questo dolore amato, che mi segni la carne, che mi liberi la mente, che mi bagni la figa.

  • Scegliere chi servire

    Ormai da un mese lavoro gratis. Bene, mi sono rotta.
    E’ nel mio carattere essere molto disponibile, propensa a soddisfare e anche compiacere gli altri, dare tutto ciò che posso al meglio che posso. Sentirmi dire “brava” è una delle cose che amo di più.
    Ultimamente, però, mi sono accorta che tutto questo è splendido all’interno di un rapporto consensuale di dominazione e sottomissione, un po’ meno nella vita quotidiana e soprattutto lavorativa. Ovvero: queste caratteristiche del mio carattere mi danno gioia se le attivo in un ambito D/s, se invece me ne faccio prendere la mano nella quotidianità finisco per farmi manipolare.
    Il bdsm non è solo un bel gioco, per me. Mi riempie fino al colmo della mia anima, mi innesta forza fino al midollo. Ciò che ora vivo da slave mi soddisfa nelle mie esigenze di servire, e mi dona la consapevolezza necessaria a scansare gli sfruttatori. Quindi basta lavorare gratis.
    Servo solo chi SCELGO di servire.

  • Soddisfacente insoddisfazione

    Sono stata così tanto insoddisfatta e così a lungo (senza quasi rendermi conto di cosa e quanto mi mancasse) che ora questa insoddisfazione fisica che provo, questa privazione che mi tiene costantemente tesa e vogliosa, mi riempie di una tale soddisfazione che correrei gridando di gioia sotto la pioggia battente in preda al mio desiderio bruciante, alla mia figa affamata e tenuta a stecchetto.
    Come quando sto a dieta mi aumenta la fame, così negata dell’orgasmo me ne aumenta la voglia; questo appetito persistente aumenta la sensibilità di tutti i miei sensi, donandomi un’esistenza sessualmente amplificata, in ogni singolo minuto della mia quotidianità. Percepisco con chiarezza in ogni momento la presenza del mio sesso perennemente umido.

    Deprivata, desidero di più.
    Desiderando di più mi concedo di desiderare, di accettare il mio essere così tanto vogliosa, finalmente.
    Quindi, mi godo ferocemente il piacere fino all’ultima goccia, fino al più piccolo brivido, fino a non poterne più. Cavalco ogni minima carezza, ogni sfioramento, ogni tocco delicato o ruvido; assaporo tutto il sesso che faccio e tutte le stimolazioni che mi vengono concesse.

    Accolgo la me stessa troia come il figliol prodigo da tempo scappato di casa, con feste e canti di giubilo.

  • Staccare

    E’ così difficile per me staccare. E insieme così facile.
    Difficile perché la mia mente continua e continua a tornare sugli impegni, le cose da fare, le telefonate, le mail, la programmazione settimanale, nonché tutte le questioni burocratiche annesse, e la frustrazione di lavorare non pagata, ancora senza contratto, mentre tutto sta sulle mie spalle, compresi i lavori di casa.
    Facile perché mi basta accedere a internet per distrarmi: la mia mente scappa, fugge dalle cose da fare contingenti, si rifugia nel cazzeggio, nei webcomic, nei forum, su facebook eccetera.
    Per questo mi è difficile staccare, e mi sento in colpa a riposarmi: perché non riesco a confinare il lavoro nei suoi limiti, in orari definiti, in un recinto preciso e chiaro. Così come il lavoro trabocca e inonda la mia mente, così la distrazione trabocca e sporca il lavoro.
    Ma questo lavoro è fatto così, senza orari, senza pace, sempre sulla corda, sempre sul pezzo. Mi dicono.
    Bene, non ci sto. Farò questo lavoro, che è ciò che ho scelto e che mi piace, ma mi concederò di farlo con le mie capacità, con le mie forze, senza pretendere da me l’impossibile. Avrò orari, avrò organizzazione.
    Avrò riposo.

  • Sgabuzzino

    So bene che è un errore vivere nell’aspettativa: un evento atteso che si verifica perde di forza; un evento atteso che non si verifica delude e riempie di frustrazione. Meglio attendere il vuoto, lasciarsi aperti a ciò che arriva: se arriva qualcosa, qualsiasi cosa, sarà bello; se non arriva, bene lo stesso, si gode ciò che c’è, o la serenità dell’assenza.

    Quando attendo con ansia un accadere che non giunge a compimento la delusione del momento è solo un piccolo frammento del dolore che mi provoco. Dopo, passato del tempo, torno con la mente a ciò che non è successo e mi arrovello: come sarebbe potuto andare? come sarebbe dovuto andare? soprattutto, perché non è andato?
    Allora trovo colpe inesistenti per accusarmi del mancato compiersi; non è accaduto perché il destino o chi per lui ha voluto punirmi. Punirmi di cosa? Chissà. Di aver desiderato, ovvero di esistere, concludo spesso, perché altre colpe non ne trovo.
    Così mi fustigo nella mia mente, mi rammarico e mi avvolgo nelle spine del sentirmi indegna.

    Ancora non riesco a porre termine all’istante a questo inutile esercizio di odio verso me stessa. Mi ci vuole ancora del tempo, durante il quale cerco di farmi del male o penso che dovrei farmi del male e in ogni caso sto decisamente male e non faccio che pensare pensieri bui per farmi stare ancora più male. Poi ne esco, alla luce del sole, e torno a sorridere di me stessa e di queste sciocchezze.
    Come una mosca che sbatte sul muro e infine trova lo spiraglio della finestra.
    A volte basta che esca fisicamente da dove mi trovo e respiri aria pulita; o che riordini tutta la casa da cima a fondo, riordinando così anche i pensieri; o che parli con qualcuno, magari chiedendo se il fatto che qualcosa non sia accaduto sia stato effettivamente una punizione voluta e cercata. La risposta è sempre no, è solo andata così; allora prendo fiato, ricomincio a vivere, e torno a cercare un modo più veloce per trovare lo spiraglio di uscita, invece di insistere a sbattere nei meandri bui dello sgabuzzino della mia mente.