subservientspace

for this is what I feel

Categoria: sensazioni

  • Divertimento

    “Tu sei un mio divertimento, kat”

    Nell’istante in cui mi dice queste parole, realizzo che è un’affermazione assolutamente vera e, per questo, intrinsecamente rassicurante.
    E’ profondamente vera perché è scritto nei nostri ruoli, è chi siamo l’Uno per l’altra. E in questa verità io appartengo e so chi sono.
    Ma è anche rassicurante perché se non mi considerasse sul serio un Suo divertimento, una Sua cosa da usare, allora non avrebbe a cuore il mio benessere: ignorerebbe la mia safeword e io sarei del tutto ininfluente. Per troppo tempo ho avuto il terrore che potesse essere così: che non contassi davvero nulla per Lui – nonostante tutte le prove del contrario.
    Sì: sono una cosa, ma una cosa Sua. In quanto tale, mi tiene con cura; mi usa con ferocia e mi ripone con attenzione. Per potermi usare ancora.

    Mi abbandono ad essere il Suo divertimento e ritrovo me stessa – quella me stessa sub che sono e che avevo perso di vista. Torno a consegnarmi in modo consapevole e consensuale nelle Sue mani perché faccia di me quello che più Gli aggrada. Perché mi rende felice essere il Suo divertimento.

  • Io/non io

    Mentre mi piego, mentre chiudo gli occhi, mentre la Sua mano mi colpisce, la mia mente è un turbine. Come aprire una finestra per errore durante una tempesta di vento.
    Fa male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Piango di dolore, di paura; faccio così fatica a entrare nel mood, a lasciar scorrere le endorfine: sono rigida, tesa, chiusa. Tutte le cose negative mi rimbombano dentro e non riesco a separarmene, mi sbattono intorno come uccelli impazziti, rinchiusi in uno spazio troppo stretto.
    Ci sono affezionata a tutte queste cose che mi fanno stare male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non devo essere io.
    Quest’ultimo pensiero mi travolge: ecco, lascia andare. Lascia andare e basta, smetti di pensare che “io” sono così o così e non così.
    Mi tira a sé; mi piego sulla Sua gamba e tutti i muscoli mi si rilassano all’unisono: finamente smetto di essere tesa, di avere paura di deluderLo.
    Smetto di essere ipocrita. Di essere falsa, disobbediente: accetto di nuovo di essere Sua, di obbedire, di seguire con coerenza il mio ruolo nei confronti del Suo, così come ho scelto, così come ho deciso.
    Mi sottometto.
    Dopo, quando vado in bagno a risistemarmi i capelli, mi guardo e penso: che buffa persona che c’è nello specchio. Sono io? Non sono io?
    Non devo essere un “io” specifico. Posso essere io. Posso essere tutti gli io che sono.
    Torno ad accoccolarmi ai Suoi piedi, avvolta nel calore della sottomissione.

  • Il senso di tutto

    “Ah, devo fermarmi a prendere le sigarette”
    “Ne ho un pacchetto io, Padrone”

    Vederlo con una sigaretta spenta tra le dita.
    Porgergli un accendino.

    “Prendimi la maionese in frigo”
    “Ce l’ho già messa, Padrone”

    In quei piccoli istanti si condensa il senso di tutto. Essere lì per Lui, essere pronta, avere imparato; anticipare i Suoi bisogni. Diventa una realtà amplificata, orientata al Suo benessere. La frustrazione più grande è non poter fare nulla per aiutarLo. Un obiettivo fondamentale da raggiungere è sapere come e quando stare fuori dai coglioni: se non si può essere d’aiuto, almeno non essere d’intralcio.
    Svegliarsi prima; preparare; inginocchiarsi nel proprio angolo.
    La sensazione di essere in equilibrio su una bilancia. Imparare a gestire la distribuzione del peso per portarGli perfetto ordine. Non essere troppo indipendente, ma non troppo dipendente; non presuntuosa, ma non annichilita; ricordarsi qual è il proprio posto.

  • Ogni lasciata è persa

    Ogni cosa che ho iniziato e abbandonato mi perseguita come un orribile incubo.
    Ripensare a tutte le cose che ho tentato di fare e che ho fallito, da cui mi sono allontanata cercando giustificazioni, motivi validi, scuse o semplicemente nascondendo la testa sotto la sabbia… ripensarci mi stringe lo stomaco in una morsa di angoscia. Vorrei allora fuggire lontano da me stessa, dalla consapevolezza di non essere riuscita, di essere stata inadeguata, incapace, debole o chissà cosa. Alcune cose penso che avrei potuto portarle a termine; altre so che erano oltre le mie capacità di quel momento, ma ciò non mi impedisce di colpevolizzarmi orribilmente.
    Mi sento vigliacca e stupida, ed è una sensazione che vorrei strapparmi di dosso.
    Vorrei dilaniarmi con le unghie fino a mettere a nudo muscoli e tendini ed ossa. Lasciarmi cadere a terra e calpestare fino ad espiare la colpa di non aver saputo restare con coraggio in prima linea, a combattere allo spasimo anche contro ogni minima speranza di vittoria.
    Fuggire è sempre una sconfitta, anche se mi garantisce la sopravvivenza.
    Sopravvivere fa schifo. Vorrei avere il coraggio di vivere, sempre, al massimo. Anche se è così dannatamente difficile e scomodo che alla fine, vigliaccamente, con la coda tra le gambe, cerco una scappatoia per svicolare, non vista, fuori scena.

  • Accettazione

    Quando ancora il dolore del primo colpo di cane sta salendo, arriva il secondo.
    Urlo e mi piego su me stessa, singhiozzando; forse piango, forse sto per piangere. Mastico la ball gag cercando di dire “giallo”. Allento le dita intorno alla pallina, penso di gettarla a terra e fermare, fermare.
    E Lo sento accanto a me.
    Solido, mi abbraccia, mi accarezza, mi placa.
    Il dolore è ancora lancinante; sento il cane picchiettarmi sulle cosce e scrollo la testa per dire no, no, La prego, basta, è troppo.
    Ma la Sua presenza è un viatico di forza. Mi tiene. Raddrizzo le gambe, inspiro, espiro, ansimo, sbavo. Stringo di nuovo le dita intorno al safe signal.
    Penso: va bene. Va bene. Per Lei. Se Lei lo vuole.
    Tremo, ascolto il cane saltellarmi sulle cosce, tra le gambe, ho il respiro pesante, attendo un colpo secco che non arriva.
    Lo so che non è solo bava quella che mi bagna qui sotto; che non è solo saliva colata dalla bocca al mento al petto alla pancia al pube fino a terra. Eppure il dolore è travolgente. Sono insieme terrorizzata e rassicurata.
    In questo corto circuito mentale e fisico mi appoggio a Lui, fisicamente e mentalmente.
    Accetto ciò che vorrà farmi, Padrone.

  • Percezione

    Uno spostamento d’aria, un fruscio.
    Mi arriva, impalpabile, un profumo d’incenso. Hanno acceso un incenso?
    Sento scattare un accendino: cick, cickk. Un espirare, sentore di fumo.
    Faccio girare nella mano sinistra la pallina ruvida che mi è stata data come safe-signal: se devi comunicare qualcosa, gettala a terra.
    Giro la testa a destra, a sinistra. Borbottii, suoni ovattati. Schioccare di fruste. Fruscii che mi passano addosso, ruvidi, morbidi, secchi, carezzevoli. Mani; unghie.

    Bendata, imbavagliata.
    Inspiro a fondo e lascio andare.

  • Tornanti

    Cominciano i tornanti.
    Il Padrone alza il volume a palla: il dubstep riempie l’abitacolo come un blob denso e pulsante, annichilendo ogni pensiero. Lui accelera e prende le curve veloce, stringendo il volante. Lady Rheja si aggrappa alla maniglia sopra la portiera, Lui sogghigna e fa fischiare le ruote.
    Io mi afferro al sedile ed alla portiera; lo stomaco mi si contrae in una morsa. Apro le labbra e boccheggio, senza controllo apro le gambe, puntellandomi coi piedi. Ho paura, ma più forte della paura è l’eccitazione. Non riesco ad impedirmi di eccitarmi, in questa dimostrazione di velocità, controllo e potenza.
    Lo so, l’ho già detto: va contro tutto ciò che solitamente apprezzo; di solito un comportamento di guida “sportiva” mi spaventa e mi indispone, e basta. Altro che eccitarmi.
    Ma qui, ora, sul sedile posteriore della Sua auto, con il Padrone alla guida, è più forte di me. Mi irrigidisco sul sedile e mi bagno, ansimando, felice che Lui debba guardare la strada e non veda, nello specchietto retrovisore, lo stato in cui mi trovo: la bocca aperta, le guance rosse, gli occhi sgranati ed ogni muscolo contratto.
    Scesi dalla collina rallenta, abbassa il volume e torna ad una normale velocità di crociera sul rettilineo. Io sono ancora in subbuglio, ma cerco di calmarmi in fretta. Prendo fiato.
    E’ in quel momento che Lui si guarda attorno, si tocca la guancia destra come se qualcosa Lo infastidisse; dice: “Non capisco, mi arriva caldo”. Per un lungo istante penso: ah?, del tutto ignara. Poi Lui si gira di scatto ed esclama: “kat! Chiudi le gambe!”
    D’istinto le chiudo di scatto; un millesimo di secondo dopo mi arriva, come un pugno nello stomaco, il senso di quello che ha detto ed avvampo; chino la testa e vorrei affondare nel sedile. L’umiliazione brucia come il fuoco.
    Potevo aspettarmelo? Forse dovevo, conoscendoLo. Ma non lo vedo mai arrivare.
    Anche questo è uno di quei piccoli gesti, quelle attenzioni che so di dover assaporare: un dono del Padrone. Un dono bruciante, sadico, crudele, per me.

  • Tris

    tris10
    In spiaggia coi Padroni; felice di starmene sulla stuoia accanto alla Sua sdraio, giocattolo coi sassi. Ne raccolgo uno sottile, appuntito: mi solletica un pensiero e lo mostro al Padrone. Lui lo saggia con un dito, poi si allunga e me lo passa sulla pancia di taglio. Mi inarco per andargli incontro. Il sasso graffia: piacevole.
    Tutto allegro il Padrone esclama: “Giochiamo a tris! Girati”
    In quel momento penso: ecco, potevo anche non farmi solleticare da quel pensiero. Comunque.
    Lady Rheja Lo raggiunge sulla sua sdraio battendo le mani mentre mi giro ed offro la schiena. Il Padrone mi affonda il sasso nella carne del culo, passandolo da sotto in su e da destra a sinistra, lasciando (immagino) degli evidenti segni rossi: due righe verticali e due orizzontali sulla chiappa destra. Sobbalzo e mi intima di stare ferma o non scrive bene. Cerco allora di restare immobile; soffoco gridolini in gola mentre mi incide col dannato sasso per disegnare la sua X nella casella. La mia Lady allora prende il sasso, incide e ricalca per fare il suo cerchietto. Ridacchiano.
    Posso sentire gli sguardi dei vicini di ombrellone: occhi sollevati dal libro rimasto aperto in mano, pupille sgranate dietro gli occhiali da sole, sorrisetti stupefatti. Mi si arrossano le guance mentre il Padrone mi arrossa il culo. Mi accorgo che la mia reazione è quasi istantanea: sono già bagnata. Affondo la faccia nelle braccia incrociate per la vergogna.
    Vince Lui, e Lady Rheja mi dà uno schiaffone sul sedere per lo smacco. Io salto.
    A sera torno a casa in treno: il bruciore mi accompagna per tutto il viaggio e, prima di andare a letto, mi guardo nello specchio i segni rossi rimasti. Sorrido.
    Non c’è niente come il relax in spiaggia per rigenerarti.

  • Onirica – VI

    Mi obbliga a masturbarmi davanti a Lui ed a Lady Rheja; mi vergogno, ma obbedisco. Il dito gira, sempre più veloce: ansimo; per nascondere il viso mi giro sulla pancia, cerco di non farmi guardare.
    “kat”
    La Sua voce, secca, profonda: dice tutto col solo chiamarmi per nome. Trasalgo e smetto all’istante.
    Sento le Sue mani sul culo e so che sta per farmi del male. I suoi denti mi affondano nella carne tra la spalla e il collo, il respiro mi si strozza in gola.
    In quel preciso momento, mentre chiudo gli occhi per sentire il dolore tanto a lungo agognato, mentre so di stare per divenire lo sfogo della Sua ferocia, mentre quasi piango di gioia ed aspettativa, suona la sveglia.
    Sobbalzo nel mio letto, mi riscuoto e spengo il trillo insistente. Il sogno sfuma, lasciandomi insoddisfatta e tremante.
    Non posso fare a meno di pensare che è perfetto: il sadismo estremo di interrompere un sogno in questo modo, in quel momento. Una vera bastardata da parte del mio inconscio. Il Padrone ne sarebbe orgoglioso.

  • Desiderio

    Come si fa a non desiderare ciò che si desidera di più? A non tendere verso ciò cui si agogna?
    Impossibile. Non smetterò mai di desiderare.
    Forse, ciò che posso fare però è raggiungere una nuova consapevolezza: che desiderio è diverso da bisogno.
    Il bisogno è pressante, imperativo, presuntuoso; cerca di imporsi, batte i piedi, fa di tutto per essere soddisfatto. Anche ciò che non dovrebbe, anche ciò che sa essere sbagliato.
    Il desiderio, invece, è placido; o dovrebbe esserlo. Tranquillo, mellifluo, indolente: si insinua, è voluttuoso e caldo. Non pretende, ma accoglie con trasporto.
    Un desiderio può diventare prepotente quando viene stravolto, quando si traveste da bisogno, quando si crede che senza che sia soddisfatto nulla possa andare bene. Quando si mette davanti a tutto il resto.
    Quindi, non è desiderare che è sbagliato; lo è cercare di imporre il proprio desiderio come se fosse un bisogno. E’ il confondere le priorità, i ruoli; i doveri con le voglie.
    Un desiderio feroce, sfigurato in bisogno, può travolgere e lacerare: non lascia spazio a null’altro. Oblitera e distrugge, spiana tutto il resto della vita della persona in sua funzione.
    Non va bene: diventa ossessione, pericolo.
    Ora il mio compito è addomesticare il mio desiderio; farlo tornare a cuccia, caldo e pronto a destarsi, ma sereno. Addolcirlo perché non si guasti nell’aspro del bisogno e farlo attendere placido. Quando sarà soddisfatto, allora, sarà davvero un piacere: mi avvolgerà e me ne lascerò avvolgere, e spanderà il suo calore d’attorno perché tutti ne possano trarre godimento. Non mi stritolerà più come ora che si crede un bisogno; non mi strozzerà più la gola facendomi piangere.