Venire ridotta a non poter parlare; legata e immobilizzata in una posizione scomoda; posta in un angolo a giocare con ossi di gomma, una ciotola d’acqua a fianco. Ricevere bocconi di cibo dalla mano del Padrone.
La mia mente che non smette mai di elucubrare, immaginare, arrovellarsi, finalmente viene zittita. Cessa di pensare e inizia a sentire e basta. Inizio allora a vivere ad uno stadio molto elementare, senza più pensieri né preoccupazioni. Le mie emozioni sono amplificate; impazzisco di gioia per una carezza sulla testa.
Anche la scomodità dei lacci, anche l’umiliazione di essere trattata come un animale e non più come una persona, contribuiscono a donarmi uno stato di pace mentale che provo di rado.
Sono il Suo cane, e scodinzolo di felicità.
Categoria: sensazioni
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Bau
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Sindrome di Stendhal

Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice Visitando Galleria Borghese a Roma non posso impedirmi di restare estasiata a guardare le statue meravigliose al centro delle stanze; giro attorno alla meravigliosa Paolina Borghese del Canova e resto ammirata e affascinata.
Mi prende una strana specie di Sindrome di Stendhal: invece di sentirmi male, mi eccito.
Mi curvo e inclino la testa per osservare i dettagli; il marmo bianco pare carne viva, nelle pieghe voluttuose, nelle curve sinuose di questo corpo femminile seminudo.
Vorrei passarvi una mano, le labbra; vorrei carezzare questa donna, convinta quasi che la troverei calda, anche se so che è fredda pietra. Vorrei seguire con le dita quei solchi, infilarle sotto il drappo, scovare dettagli che non vedo.
Osservando quest’opera d’arte sento un brivido solcarmi la pelle, incresparmi i capezzoli, risvegliarmi il sesso.
Vorrei allungarmi ed adorarle quei piedini meravigliosi, baciarli e passarvi il viso. -
MTB
Lo spesso copertone dentato della mountain bike lascia un segno ondulato sull’asfalto gelato. Il crepitio del ghiaccio si unisce al sibilo del vento nelle mie orecchie; pesto sui pedali e premo con forza la figa sul sellino.
Ho voglia, una voglia terribile. Sento il mio clitoride turgido inciampare nella cucitura dei jeans mentre pedalo.
Sfreccio nell’aria gelida del mattino tra la bruma che si alza sopra gli alberi e la galaverna che imbianca i campi; il fiato mi si condensa in nuvole candide mentre ansimo per lo sforzo ma non solo, le mani quasi insensibili nei guanti, il sesso troppo sensibile nelle mutande.
Adoro l’inverno. Alzo gli occhi a guardare le montagne innevate che fanno capolino dalla foschia in lontananza e me ne riempio il cuore. Vorrei essere là, senza un pensiero, con solo il freddo e lo sforzo fisico a farmi da compagni.
Adoro avere voglia; forse più che averla soddisfatta. A patto di riuscire a trovare e restare in quel punto perfetto di equilibrio in cui mi cullo in un desiderio che mi scalda ma non mi brucia, in cui fremo ma non smanio, ho voglia ma non ho fame.
Un disagio delizioso, come questa fatica fredda in una mattina di sole di dicembre. -
Proiezione
Mattina prima della festa; mi viene dato incarico di visionare, scegliere e masterizzare dei video sm da proiettare nel corso della serata. Mi metto al pc e spulcio hard disk e dvd.
Naturalmente, non ho il permesso di toccarmi, ma mi sento forte; tanto, penso, i video sadomaso raramente mi eccitano. Mi sembrano sempre strani, stonati; anche se anche io faccio cose simili, vederle dall’esterno in qualche modo non mi torna.
Vedo questo filmato: una ragazza viene legata a gambe larghe su una sedia sadoginecologica; la frustano un po’, e vabbé; poi le spalmano sulla figa una pasta giallastra. Metto l’audio per capire cos’è, visto che la Mistress lo spiega, ma parlano americano stretto e non capisco nulla. Intuisco comunque che si tratta di qualcosa di estremamente irritante. La Mistress la spalma coi guanti.
Poi, per cinque lunghissimi minuti questa ragazza urla, si contrae e implora.
Non succede niente, all’apparenza. Ma è chiaro che le brucia da impazzire. Piange, grida e si scuote nei lacci. Ed io la guardo. La guardo e mi proietto in lei. Immagino, sento la sofferenza di essere immobilizzata e non poter fare nulla per impedire un dolore atroce che si ha addosso.
E mi bagno.
Infine la puliscono e le mettono del ghiaccio; il trucco le cola con le lacrime. Mi allontano dal monitor barcollando, un desiderio oscuro in mezzo alle gambe.
Penso al terrore che ho dei film dell’orrore tipo Saw, in cui i poveracci di turno vengono costretti in situazioni di tortura senza uscita; non li voglio vedere perché è la cosa che mi angoscia di più. Ed ora ho l’impressione di avere scavalcato quel terrore, ora che l’ho visto in versione non horror ma sadomaso. Ora che mi è stato mostrato nella sua versione sessuale. Ora l’angoscia si è trasformata in desiderio, l’irrazionale nodo allo stomaco mi si è spostato più in basso.E adesso è sera e non vedo l’ora di essere alla festa; l’oscuro desiderio che ho annidato tra le gambe è affamato e mi tira verso l’abisso.
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E poi ho pianto di gioia
Non so se se ne siano accorti. Ho tenuto la testa bassa e nascosto il viso tra le braccia. Non mi hanno detto nulla a riguardo.
Ma quando i primi colpi di flogger hanno iniziato la loro danza su di me, quando hanno iniziato ad avvolgermi in quelle forti carezze di cuoio, io ho pianto di gioia e sollievo.
Tutta la tensione di un mese si era coagulata in me; premeva e pesava sul mio cuore e cercavo di non farci caso. Ma quando sono arrivata dai Padroni, quel coagulo lo sentivo tutto. E poi si è sciolto ed è uscito da me in forma di lacrime.
Avevo di nuovo dimenticato quanto abbia bisogno di quei colpi; è stato come tornare a percorrere una strada che avevo già fatto, e che avevo scordato quanto fosse impervia e bella: mozzafiato. Una volta in vetta, ogni cosa è andata al suo posto; io sono andata a posto.
Ho lasciato che le mie viscere si contorcessero di piacere invece che di angoscia e ho goduto fino a non poterne più.
E ho pianto un pianto di gioia, sollievo e gratitudine. -
Fantasia vs realtà
E’ bello lasciarsi trasportare dalla fantasia e immaginare le situazioni più incredibili ed eccitanti… Io personamente vi indulgo spesso.
Poi, terrorizzata, cerco di nascondere le mie fantasie, anche se magari le ho messe per iscritto per qualcuno o ne ho tratto un racconto. Temo di avere esagerato, o di essere “troppo”. Troppo porca, troppo perversa, troppo. Troppo schifosa.
La mia paura più grande è che le persone che ho attorno, soprattutto quelle più vicine a me, quelle cui voglio bene, si ritraggano da me con orrore. Che mi abbandonino perché ho certe fantasie, certi desideri. E vale anche per persone che so essere anch’esse kinksters, bdsmers.Anche perché, nel pur variegato mondo delle perversioni, c’è un oscuro e antipatico bigottismo di ritorno… si fanno distinguo tipo “io faccio questo ma non farei mai quest’altro”, come a giustificarsi a se stessi e agli altri, come a rivolere indietro una qualche innocenza.
Questo credo sia l’effetto a lungo termine di un certo tipo di educazione/cultura basato ancora adesso su ipocrisia e senso di colpa.Adesso, sto imparando ad accogliere ogni lato di me; ad apprezzare le mie fantasie senza più vergognarmene… se non nella misura in cui la vergogna diventa un ulteriore gioco per aumentare l’eccitazione.
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Distaccata intimità
Ed ecco che, dopo tante chiacchiere, faccine, coccole, premure, inizo a sentire che il nostro rapporto sta cambiando. Non che mi passi la serenità di considerarla confidente… Ma mi viene da darle del lei. Glielo dico (perché il consensuale va mica solo dall’alto in basso; anche da sopra devono essere d’accordo su ciò che viene da sotto) e lei concorda.
Sorrido.
Un brivido mi increspa la pelle.
Ora siamo più distanti, io e Lei, ma allo stasso tempo più vicine. C’è in questa distanza che ci separa – io a terra, sul pavimento, in ginocchio, sottomessa, e Lei in alto, in piedi, in poltrona, dominante – un’unione più forte. La Sua scarpa che mi preme sulla guancia e mi fa girare il viso è una carezza più intima di qualsiasi altra. Questo muro invisibile che non posso superare, fatto di devozione, rispetto, silenzio e sottomissione, me la fa sentire più vicina che se mi stesse abbracciando. Questo accordo in cui suoniamo assieme ognuna la propria nota, per vivere ciascuna la propria pulsione che si riflette in quella dell’altra, ci unisce tanto più quanto ci mantiene separate.Fremo e mi lascio trasportare da questa nuova, distaccata intimità, attendendo con impazienza di incontrarla la prossima volta.
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Milano
Camminare per Milano di notte, in mezzo a palazzi di dieci piani e viali deserti, mi fa tornare bambina. Recupero la sensazione di immensità della città che avevo quando non avevo ancora né l’auto, né il motorino, né la bicicletta. L’obbligo di fruire gli spazi della metropoli lentamente, fisicamente, a piedi; oppure in sudditanza ad orari e percorsi decisi da altri, con i mezzi pubblici. Anche, le distanze dilatate: abituata a una piccola città che si attraversa da parte a parte in mezz’ora, Milano diviene immensa, enorme, amplificata. Per chilometri e chilometri i palazzi non diventano più bassi, le strade più strette: tutto rimane ampio, grande, alto. Una vertigine. Per raggiungere un posto ci vuole molto più tempo di quanto sia abituata a considerare.
Come si fa a vivere in una città come Milano?
Le persone sono diverse, lo vedo; sono abituate a questi viali, questi palazzi, questa gente. C’è tanta gente, tantissima, ovunque, di ogni tipo. C’è un respiro diverso. Un afflato nell’aria che modifica le percezioni.Me ne vado in giro col naso all’insù a guardare i palazzi, a cercare la luna tra le cimase; mi guardo attorno e ogni dettaglio è un piccolo mondo da scoprire, come osservare un quadro: il parco, il piccolo giardino con la fontana nel vialetto d’ingresso di un complesso abitativo, gli alberi che si protendono spogli, gli adesivi sulle ringhiere, le caviglie scoperte dei ragazzi fuori dai locali. Tutto mi parla una lingua sconosciuta, affascinante, anche brutta; non solo nella bellezza o in ciò che posso apprezzare vi è il fascino. Sorrido, mi illumino, rido con e rido di. Ma lascio il mio spirito aperto a farsi scorrere dentro questa città, queste sensazioni. Poesia.
Un luogo sconosciuto perché sconosciuto è il mio cuore in questo luogo. -
Ricordo della festa
Mi osservo minuziosamente le cosce e i seni. Terminato l’esame mi rassegno all’evidenza: i segni della festa di sabato scorso sono spariti. I feroci morsi del cane (la bacchetta, non l’animale), così taglienti quando mi si incidono nella carne, hanno cessato di decorarmi con i loro solchi rossi, dolce ricordo di una serata di gioco.
Così come sono scomparsi loro, mi accorgo di non averne scritto nemmeno una riga.Un’amica di facebook mi scrive: ho visto che durante la festa sei stata molto coccolata.
Sorrido: sì, coccolata con la frusta e la cera rovente. Blandita con il vibratore e accarezzata dalle mani del Padrone e della Lady: quattro mani su di me per un duetto al pianoforte, mi hanno fatta risuonare secondo la loro melodia. Spero che i miei gemiti e strilli siano risultati graditi all’orecchio, i miei spasmi piacevoli all’occhio.Passo ancora la mano sulla pelle liscia e intatta, la mente che torna alla festa.
Mi accorgo che i segni non sono semplicemente spariti: sono stati riassorbiti dal mio corpo, che li ha inglobati e accolti come sul momento ha accolto il dolore; ora sono dentro di me, trasformati in ricordi, in sensazioni, in tessere aggiunte al puzzle di me stessa.
Non scompariranno mai. -
Sesso ruvido bis: una soluzione
Forse ci sono (di certo non mi manca la voglia di capirmi: sto sempre ad arrovellarmi per scoprire le cause profonde delle mie idiosincrasie).
Ecco: mi fa specie vedere le espressioni di dolore in certe immagini porno perché per me stessa la penetrazione è dolorosa. Lo è da un po’ di tempo, non lo è sempre stata (e non lo è tutte le volte). Mi addolora molto ammetterlo perché mi fa sentire sbagliata, non abbastanza femmina, non so. Ma lo stesso lo dichiaro qui perché ciò che mi addolora lo fa solo finché me lo tengo per me e me lo rimesto; una volta tirato fuori, il male fa meno male.
Comunque, si chiama dispareunia (grazie, internet: sai sempre tutto).
La cosa più probabile è che mi succeda perché non mi rilasso, muscoli pelvici rigidi. Ma perché non mi rilasso? Cosa è cambiato nel tempo?
Ne ho ancora da arrovellarmi.Nel frattempo, mi viene in aiuto il masochismo.
Nonostante mi faccia male, se mi abbandono alla sensazione infine il dolore si muta in piacere; sia perché mi rilasso e mi apro a ciò che sento, sia perché comunque le stimolazioni dolorose mi portano ad eccitarmi e godere.L’unica cosa che devo fare è abbandonarmi e lasciar andare il controllo.
Ed è la cosa più difficile.Post scriptum (edit)
Mi accorgo di come, assurdamente, talvolta, mi blocchi o mi freni dall’eccitarmi.
Guardo immagini che trovo eccitanti e sento il mio corpo che reagisce, un brivido, una contrazione in mezzo alle gambe… e cerco di impedirmi di sentirlo, mi accomodo sulla sedia per non bagnarmi, soffoco le sensazioni che mi nascono dentro.
Ho paura di sentire o penso di non meritarlo? In ogni caso, mi auto-punisco per qualche colpa immaginaria.

