subservientspace

for this is what I feel

Categoria: session

  • Leccare

    Non credevo mai che avrei fatto certe cose con la mia lingua. Che mi sarebbe piaciuto.
    Piaciuto non rende il senso di quello che sento in quei momenti.

    Quando sento la tua saliva colarmi sulla lingua, quando la passo sui tuoi piedi, quando la infilo in altri anfratti e sento quel sapore umido e amaro, rabbrividisco e chiudo gli occhi e mi sento scossa fino nelle profondità delle viscere.

    La mia mente è travolta da un rumore bianco indistinguibile, non sono più in grado di pensare: sono animale, cagna, ridotta ad un grumo di carne da usare, tutta corpo, solo corpo, sensazione fisica, dolore, tensione, umiliazione. Travolta da una corrente impetuosa ed inarrestabile di emozioni fisiche, mi lascio trascinare via, grata di questo assoluto e completo abbandono, distrutta in tutto quello che sono di giorno, libera.

    Tiro fuori la lingua e mi annullo.

  • Immemore

    E’ incredibile a volte come mi dimentichi di quanto mi piaccia il dolore donato, di quanto ne abbia bisogno, di quanto velocemente mi ci immerga.

    Siamo sul divano a chiacchierare per un po’, poi mi fai spogliare per fare corde ed eccomi lì in piedi, nuda, sorridente, che aspetto che tu mi faccia qualcosa. Non sono particolarmente eccitata, né emozionata: sono contenta ma in attesa, ricettiva ma placida. Mi prendi per i capelli e di colpo mi attivo. Mi spingi a terra e mi colpisci sul culo con la matassa di corda, ed ecco che d’improvviso tutto mi torna. Mi arrivano l’impatto, la posizione, la mia nudità, la tua forza, il desiderio di ricevere di più, mi arriva tutto. Mi getto con tutta me stessa in queste sensazioni, stupendomi ancora una volta di quanto siano forti e belle ed intense e di quanto mi siano mancate, anche se magari non è passato poi così tanto tempo. Ma la quotidianità – con il lavoro, la spesa, le lavatrici e tutte quelle cose ripetute e continue – ogni volta mi resetta la memoria.

    Stringi la corda intorno al mio corpo, mi richiudi su me stessa e mi colpisci, mi stritoli i capezzoli, mi tiri i capelli, mi passi una mano sulla faccia e io la lecco. Tengo gli occhi chiusi e mugolo, assaporo ogni singolo colpo, ogni singolo tratto di corda; mi pare di strillare poco, temo di darti poco feedback, magari non ti dà soddisfazione come reagisco. Ma mi sta piacendo troppo e non riesco a non immergermi sempre di più, anche se mi sembra di essere egoista, di godermela solo io; tu continui a farmi cose e mi lasci a terra a gemere di dolore e scomodità e costrizione, lo sento che mi guardi ed anche il tuo sguardo è una cosa che mi fai, è denso e penetrante come tutto il resto.

    Quando mi sciogli mi lamento perché non voglio che finisca. A prescindere da quanto possa durare o essere intenso, vorrei che durasse ancora di più o per sempre, restare immemore di tutto il resto e rimanere immersa in questo sentire.

  • Scusate il ritardo

    Ero un po’ legata.

  • Graticola

    Patisco sempre un po’ l’assenza, anche se mi riempio di cose da fare per non pensarci, per non dare retta alle voci che mi dicono che non sono abbastanza brava (perché dovrei essere più disponibile per te).

    Quando arrivo sono colma di aspettativa, anche se sono talmente colma da non rendermene conto: mi sento tranquilla, senza necessità. Ma in verità ho voglia.

    Passa una serata molto tranquilla. Poi, quando già è tardi, mi attivi: mi provochi, mi sculacci, mi spingi e mi fai salire a galla quella voglia che avevo, che trabocca e mi inonda. Mugolo e ti imploro con gli occhi.

    E tu ti neghi.

    Mi metti a quattro zampe sul divano, il culo per aria, e ti siedi ad osservarmi smaniare e scondinzolare, sperando in un orgasmo che non arriverà mai. Ridi godendo della mia smania, della voglia insoddisfatta che mi agita.

    Il giorno dopo, per tutto il giorno, seduta al tavolo del cliente, davanti al pc a lavorare, concentrata, continuo a sentirmi pulsare. E’ come essere seduta su una graticola; mi ci hai messa tu e continua a friggermi, qui sotto, tra le gambe. Una sensazione di sottofondo che reclama attenzione, che non riesco ad ignorare mai del tutto, che mi accompagna e mi ricorda a chi appartengo.

  • Quando mi tratti così

    Mi piace che sei silenzioso in sessione, non parli molto. Mi dici poche parole, precise, taglienti, che mi trattengono nel mio mondo, dove riesci a mandarmi con il tono della voce tanto quanto con ciò che mi fai. A volte sussurri ad un volume talmente basso che non capisco esattamente cosa mi dici: sento solo un bisbiglio, con quel tono che riconosco, e non so mai se fingere di aver capito o se chiedere di ripetere, per favore.

    Mi chiami con epiteti. Mi ordini di fare cose. Mi chiedi di rispondere a domande che mi umiliano e mi imbarazzano.

    Ma quando mi tratti così – come la tua cagna, nuda a terra, sbavante e con gli occhi bassi – quando mi tratti così non c’è solo il mio sesso che si bagna, ma anche il mio cuore che si smuove, la mia anima che freme.

    Quando mi tratti così tremo, vibro, mi vergogno, vorrei forse nascondermi, corrugo la fronte, chiudo gli occhi, distolgo il viso, abbasso la testa, mi rannicchio, mi curvo, mi chino, mi mordo le labbra e faccio smorfie, mugolando la mia sofferenza.

    Quando mi tratti così, sono felice.

  • Odore

    Gli odori sono potentissimi attivatori di sensazioni. Non è possibile controllarli: entrano nel mio cervello e irrompono nella mia mente e accendono collegamenti, ricordi, emozioni.

    Chinata a terra, il viso schiacciato sui tuoi piedi: lecco, poiché è ciò che mi hai ordinato. Ma quello che faccio, anche, forse di nascosto o forse te ne sei già accorto, è annusare.

    Hai il kink della doccia, come dici tu, quindi a volte sono quasi delusa dal sentirti così profumato, così pulito. Il profumo della tua pelle, anche qui, è lieve, buono. Cerco più in basso, tra le dita, e quando mi torna un odore più intenso mi attraversa un brivido.

    Umiliazione, piacere, appartenenza. Annuso.

    Sono qui, sono tua, ai tuoi piedi. Ti prego, fammi sentire che sono proprio sotto i tuoi piedi.

    Questo odore così basso, così nascosto, mi fa sentire la portata della posizione in cui mi trovo.

  • Il giorno dopo

    Il giorno dopo i pensieri mi attraversano nei momenti meno opportuni, a sorpresa, senza preavviso alcuno. Succede a caso, mentre sto installando un programma o preparando una query, mentre sono concentrata o mentre sono distratta, mentre sono seduta o in piedi. E’ come un brivido, una scossa. Un’immagine si forma nella mia mente e si impone alla mia attenzione. 

    In ginocchio, nuda, che ti supplico. 

    Spinta a terra, la lingua sui tuoi piedi. 

    La tua presa sui miei capelli. 

    Tu che mi entri dentro, dove vuoi, ruvido e veloce. Fino in fondo. 

    Gli schiaffi. Gli sputi. I colpi sul culo.

    Il mio sguardo si fa di colpo annebbiato; è come se fossi di nuovo lì, con te, ai tuoi piedi, aperta. Anelo ad esserci ancora. Ci sono appena stata e non mi basta: ancora, per favore. 

    Il cervello mi barcolla nella scatola cranica, fatico a rimettere a fuoco il lavoro, stringo le cosce e chiedo al collega di ripetere quello che mi ha appena detto, fingendo un’indifferenza che non ho.

    Il giorno dopo – i giorni successivi – il pensiero di te non mi abbandona mai.

  • La voglia e l’attesa

    Dopo avermi tolto il cappuccio e il morso, dopo avere finito di frustarmi, dopo un tempo infinito e dilatato in cui la mia coscienza si è espansa e disciolta, mi fai stendere a terra. 

    Mi metti sotto i tuoi piedi, davanti al divano. E resto lì. 

    Non succede niente. 

    Sento la pressione dei tuoi piedi nudi sul mio corpo nudo, sul seno e sulla pancia che hai appena segnato con la quirt. Sento i tuoi movimenti, seduto lassù, fuori dal mio campo visivo. Sento la pelle fremere, il desiderio scorrere, le sensazioni che ho provato sciogliersi e riempirmi. 

    Non succede niente. 

    Sto solo lì, sotto i tuoi piedi. E inizio ad impazzire. 

    Mi agito, striscio a terra le braccia e i piedi, tremo e mi muovo come se stessi subendo la peggio tortura. Ed in un certo senso è così. Non riesco a star ferma. La pressione dei tuoi piedi aumenta. E anche la mia agitazione. 

    Non ne posso più. 

    “Padrone, posso toccarmi?”, oso. 

    “No”. Senza appello. 

    Resto ancora lì, a smaniare sotto di te, a terra, bruciante, a sentire la tua presenza, senza poter fare niente, a soffrire della sola immobilità, umiliata dalla mia stessa voglia disperata, aspettando e sperando e anelando per un tuo ordine.

  • Davanti

    Gettata sullo sgabello reclinato, strillo mentre mi batti con uno strumento che non capisco, duro, feroce. Non ti fermi, non mi dai respiro. Urlo e mi agito, cerco di prendere fiato, di inghiottire, di scavalcare il dolore per arrivare di là. Sento il sedere farsi rosso e bruciare, la testa avvolta nel cappuccio, gli occhi chiusi. 

    Poi, vado. 

    E’ un improvviso zoom indietro, discendo dentro di me. I muscoli si rilassano mentre i colpi diventano più sottili, taglienti, mi attraversano come lame di luce. Non emetto più un suono. 

    E poi mi dici di girarmi. 

    Non vorrei. Vorrei restare stesa così, bocconi, e che tu mi colpissi di più. Non mi va di spostarmi ed uscire dal subspace. Ma non intendo nemmeno disobbedire od oppormi. Così, lentamente, mi sollevo e mi giro, gli occhi semichiusi, ostinata a restare nella mia bolla. Mi fai stendere sulla schiena, reclinata all’indietro. Temo mi farà male la schiena ma sono nel mio mondo, nel tuo regno, mi fido e vado giù. 

    Mi colpisci davanti. 

    La quirt scende e mi spazza, danza sul mio ventre e sul seno, accarezzando e tagliando. Quasi non riesco a crederci. Sono anni che non vengo colpita davanti, e mi è mancato così tanto. 

    Non so bene se e quando esco dal subspace. Forse non ne esco, in realtà; torno a emettere singulti, ma non di dolore stavolta, o non del tutto: sono versi di quel luogo intermedio, segreto, sommerso, che sta tra il dolore e il piacere, un mondo di endorfine e sensazioni confuse e bellissime. 

    Mi fai alzare in piedi, le mani dietro la nuca, e mi frusti ancora e ancora e ancora. Barcollo; ad un certo punto quasi cado da tanto ho la testa leggera. Sto godendo con tutto il corpo, attraverso la ferocia della frusta e il vorticare tumultuoso delle sensazioni che mi percorrono, che mi stai donando. 

    Dopo, mi dirai che è stata la prima volta che colpivi sul davanti. Mi commuovo di gratitudine per questo onore immenso.

  • Fuoco!

    E’ già notte inoltrata, la temperatura è scesa e fa persino freddo, soprattutto con la micro tutina di ecopelle che ho addosso. Ci avviciniamo al tavolo del ragazzo che fa fire play, Gram. Sembriamo degli acquirenti timorosi davanti ad una bancarella di delizie. Siamo molto incuriositi e interessati, tutti, forse per motivi diversi, forse con aspettative diverse, ma tutti e tre attratti. 

    Lei lo conosce già, così attacchiamo bottone. 

    Ci guardiamo e ci chiedi: volete provare? sì? E noi: sì! 

    Sì, abbiamo voglia, siamo tese, è la prima volta che ci troviamo insieme in una situazione di gioco e abbiamo paura di sbagliare, o di stare male. Abbiamo bisogno di sentire, di abbandonare i pensieri e lasciare andare. 

    Facciamo un po’ di complimenti e lei va per prima; Gram ci spiega con cura le misure di sicurezza che dovremo seguire: togliere tutti i gioielli (anche il collare!) e tutti gli indumenti, ovvero tutto ciò che possa arroventarsi o incendiarsi; avvolgeremo i capelli in un asciugamano umido per scongiurare il rischio che si infiammino; e ci bagnerà d’acqua. Il suo approccio ci piace e ci rassicura, e ci spinge verso la via più sana: non entrare in competizione, non voler strafare, pensare alla sicurezza, a provare ma senza esagerare. 

    Lei si stende, nuda, Gram la spande d’acqua e lei strilla per il freddo. E poi, scende il fuoco. 

    La carezza con la bacchetta infuocata e le fiamme si appoggiano sulla sua pelle, indugiando per un istante, prima che lui le estingua passandoci una mano. Lei strilla, ride, parla, lancia singulti. I suoi capezzoli prendono fuoco e bruciano per un lunghissimo istante ed è una vista affascinante e incredibile. Gram controlla il fuoco con attenzione, e lo amministra con compiaciuto sadismo. Tu ti avvicini a lei e le tieni la mano, ti chini sul suo viso e vi bisbigliate qualcosa e la vostra intimità è così bella, mi commuove che ti prendi cura di lei con la vicinanza e il contatto, mentre un altro le passa addosso una cosa viva e pericolosa come il fuoco. Le fiamme le lambiscono la carne ed è un movimento così veloce ed al contempo così forte che non so immaginare che sensazione dia. Ma non devo aspettare a lungo per scoprirlo, perché poi tocca a me. 

    Mi stendo a pancia in giù, in pensiero che mi vengano i crampi per il freddo: il letto (tavolo) su cui mi stendo è bagnato dell’acqua sparsa prima su di lei, ed è un bene in termini di sicurezza. Bagna anche me con l’acqua gelida, fa freddo e tremo. E poi, scende il fuoco. 

    Sento il calore avvicinarsi e intensificarsi. Poi, brucia, scotta e scivola. La pelle avvampa per un attimo che pare eterno, il calore mi avvolge, mi mangia. Sento la fiamma fermarsi sulla pelle e l’emozione che suscita è potente e non è ancora paura: è stomaco che si chiude, sobbalzo del cuore ed è singulto subito prima della paura. 

    Il calore bruciante è così forte e intenso e breve e diffuso che scendo dentro di me: la sensazione mi avvolge e mi spinge giù, nel sentire, nel piacere del dolore. Mentre il fuoco avvampa sulla mia schiena ho quasi un orgasmo. 

    Mi giro, con la testa che gira, per provare anche sul davanti. Di nuovo l’acqua, il freddo: il contrasto di temperatura mi fa tornare su e tremare ancora. E poi di nuovo il fuoco. Adesso vi vedo, anche, accanto a me, a guardarmi. Sento la tua mano che stringe la mia e vedo lo sguardo di lei che, come il mio prima sul suo, osserva affascinata la danza delle fiamme sul mio corpo, il capezzolo che brucia, la pelle che si increspa. Oltre alla percezione che sento, assaporo anche il suo sguardo, poiché so cosa sta vedendo e come sia affascinante. 

    Come esseri umani, il fuoco ci attira e ci spaventa, e non possiamo smettere di osservare le fiamme danzare anche e soprattutto quando sono così vicine. 

    Quando scendo sono elettrizzata come appena scesa da una giostra. E’ stato un gioco forte eppure leggero: abbiamo riso e parlato tutto il tempo, non è stata un’esperienza di immersione e di silenzio, anzi; eppure lo stesso la potenza della percezione è stata enorme. 

    Gli occhi di tutti e tre brillano di gioia ed emozione; abbiamo rotto il ghiaccio, anzi, lo abbiamo sciolto.