subservientspace

for this is what I feel

Categoria: session

  • Cooldown pt.3

    Quando arrivi vengo a prenderti (esci, entra, drink card…) e ceniamo in camper con gnocco fritto e prosciutto crudo che ti ha dato lei, strepitoso! Le sono grata per questo pensiero. Amo l’Emilia e tutto ciò che qui si trova.


    Rientriamo per la serata e per prima cosa vado a farmi una doccia perché mi sento ricoperta da una patina viscida di sudore, e invece voglio sentirmi bella e pulita.

    Giriamo e la gente è ancora in quella fase di trasferimento: gente con l’asciugamano in vita che cammina verso i bungalow, gente in dress nero e lucido che torna dai bungalow. Persone ancora sedute al tavolo della cena che finiscono il cibo e le chiacchiere, altre che si avvicinano alle strutture per decidere da dove iniziare. Mani che scorrono sui corpi, sguardi che corrono intorno. C’è l’aria di poco prima della festa: tutti sorridono, tutti sono emozionati, si sente l’elettricità nell’aria e qualcuno già gioca.

    Ti siedi sul trono che abbiamo occhieggiato ridacchiando per tutto il giorno e mi inginocchio accanto a te, sul comodo (sul serio! è imbottito) inginocchiatoio che c’è lì di fianco. Anche io sorrido, tu fumi, siamo tranquilli. Respiro l’aria serena e fresca della sera e mi godo il momento.

    Poi iniziamo.

    Mi chiudi nella gogna e cominci con le mani. È un contatto che mi porta immediatamente nel mio mondo.
    Sento l’impatto tagliente e ampio di quello che mi sembra un gatto a nove code. Una parte della mia mente passa in rassegna l’inventario dei tuoi strumenti per capire cos’è, ma ben presto viene zittita dall’impatto stesso. È pungente e lo stesso tempo pesante; strillo, mi agito e al contempo non voglio che smetti. Vieni a controllare come sto, me ne dai ancora, poi un altro po’, poi mi liberi.
    Barcollo. La mia testa galleggia in mezzo alle nuvole e mi sento un sorriso ebete stampato in faccia.

    Non capisco se per te abbiamo finito, ma io ho ancora accesa la fiamma e desidero di più. Magari sei stanco. Magari non vuoi. Un’altra volta non avrei mai chiesto; con altri non avrei mai osato. Ma mi hai cresciuta diversa. Mi appropinquo a te e ti indico la cavallina cicciona che c’è un po’ più in là e tu sogghigni e capisci e accogli la mia sfacciataggine e mi ci porti.
    Mi colpisci ancora con la Dragon che taglia e punge e sento che mi segna. Mi inarco e mi aggrappo e mi faccio trascinare via. Mi porti all’orgasmo e godo quando di nuovo mi colpisci con le mani.

    Decidi tu quando è ora di smettere, per fortuna, perché io non smetterei più.

    Mi porti in giro appesa ad un filo, mi sento un palloncino che aleggia a mezz’aria, non un pensiero mi tocca. Andiamo a prendere da bere e offro io, finalmente usando quella drink card che ho continuato a lasciare e riprendere all’ingresso.

    Ci sediamo e sorseggiamo il mojito e capisco che è il momento dei saluti, davvero stavolta. Parliamo un po’ di cose leggere, sospiriamo e ti riaccompagno ancora una volta alla tua auto. Ti guardo andare via e sono soverchiata dalle emozioni che provo, sia belle che struggenti. Sto ancora galleggiando.
    In queste poche ore è passato un altro intero giorno, o forse un mese.


    Sono ancora troppo su di giri per lasciare finire la serata; torno ancora dentro, per scoprire quanti giorni può durare una notte.

    [continua]

  • L’istante eterno dell’orgasmo

    Ti chiedo il permesso di venire e mi dici di no. Continuo a toccarmi ma soffro. Gemo, contraggo i muscoli e cerco di non venire. 

    Chiedo di nuovo. Supplico. Me lo neghi. Intanto guardo, in ginocchio accanto al letto, la gelosia che mi accende e mi eccita, il senso di appartenenza, l’umiliazione, tutto vortica dentro di me e mi fa colare tra le gambe. 

    Imploro. Sono la tua cagna. Mi concedi l’orgasmo. Ringrazio. 

    Mi contraggo dentro e quello che sento è devastante: dura pochissimo, eppure dura per sempre. Sento tutto. E’ una sensazione così effimera e sfuggente, eppure mentre mi sconquassa è assoluta, non c’è nient’altro: solo il momento presente, l’appartenenza al Padrone, l’umiliazione di essere in ginocchio a guardare lui con lei, lo sputo che mi cola in faccia, le gambe larghe, l’alba che filtra dalle finestre chiuse, la voce di lei che ansima e strilla. 

    Mi tremano le gambe, le viscere ritorte, il sesso contratto fino quasi ad essere doloroso. 

    Sono felice di essere qui, a terra, a vivere questo con te, con lei. Non lo avrei creduto possibile. Ma il corpo ha la sua verità e in questo istante infinito è l’unica verità.

  • Emotional release through impact play

    A volte lo desidero così tanto che ne ho paura. Non è un semplice averne voglia ma un bisogno, una tensione interiore che cerca uno sfogo, quello sfogo: sentirmi al mio posto, subire tanto, tutto, ricevere, essere al centro, liberata dai pensieri, dagli impegni, dalle distrazioni. Tutta insieme, tutta intera, la coscienza diffusa in tutto il corpo, la carne permeata, la mente diluita, il sentire preponderante sul pensare. 

    E’ ciò che desidero e al contempo mi sento rigida. 
    Ho paura dei miei desideri? O timore che non vengano soddisfatti? Sono così forti che la paura della delusione mi fa ritrarre, chiudere: mi dico: non ne ho poi così voglia, posso fare senza. Dopotutto, è ancora acerba. 

    Poi ricevo e in quell’istante tutto è perfetto. Mi apro, mi lascio aprire, mi faccio aprire perché è questo ciò di cui ho bisogno: venire aperta, spalancata, esposta, nuda e spogliata, non solo un dono per te ma anche per me: come ti dono la mia sottomissione, così ricevo la tua dominazione come il più grande dei doni, che mi appaga e mi rilassa e mi spoglia del superfluo lasciandomi in una pozza di pace e completezza.

  • Godere del dolore

    Le vibrazioni della frusta mi avvolgono, mi portano su in un tornado di sensazioni. Il colpi arrivano uno dopo l’altro, mi risuonano sulla carne e nel corpo, mi entrano dentro e scendono in profondità. Strillo, credo, e ansimo e mi aggrappo alla superficie liscia del pavimento o del muro, la vista offuscata dai capelli sciolti e scompigliati e dalla potenza della percezione dolorosa.

    Dolorosa? Non saprei nemmeno se posso definirla tale. Certo il taglio della quirt è feroce, la botta dello slapper intensa, l’impatto delle mani perentorio; ma quella sensazione non posso più definirla solo dolore. E’ riduttivo. Mi scuote dalle fondamenta, mi penetra nelle viscere e muta in una forza che mi fa stringere il sesso.

    Mi sento portare in un altrove in cui la potenza di ciò che mi viene inflitto e donato si tramuta in un piacere totale, diffuso, profondo, vibrante; mi sento contrarre e mi lascio trascinare e godo con tutta me stessa, da dentro e da fuori, senza venire toccata tra le gambe: mi sento toccata ovunque, nel corpo nella mente e nell’anima ed è questo l’orgasmo più devastante e totale che provo.

  • Io vado, ciao

    Questa volta, ho deciso di andarci. 

    La quirt mi aveva già fatto strillare, molto. Ti sei fermato, mi hai strizzato il culo dolorante e hai preso una pausa. Ho ascoltato il mio culo caldo e il bruciore dei colpi di frusta si è diffuso dentro di me. Quando hai ricominciato ho preso un profondo respiro, ho rilassato i muscoli e mi sono immersa nel subspace. 

    Le altre volte era solo successo, non so bene come. Ma stavolta mi sono sentita pronta, ho sentito che era lì, a portata di mano, ero sulla soglia e ho deciso di andare. Ho inspirato e mi sono lasciata riempire da quella sensazione. Ho accolto il dolore e le frustate e ci ho danzato insieme. Mi sono immersa a fondo, tranquilla, sicura. 

    Ho ricevuto i colpi in silenzio e ho ansimato con la mia voce gutturale a quelli più forti – la voce che risale quando sono nelle mie profondità. 

    Sarei rimasta là per sempre, cullata dalle acque torbide e calde del masochismo. 

  • Il mondo capovolto

    “Mettiti al tuo posto”
    Mi metto giù, a terra, a quattro zampe su gomiti e ginocchia, la testa china, davanti a te seduto sul divano. Allunghi le gambe e mi usi come poggiapiedi.
    In quel momento apro gli occhi e osservo il mondo capovolto. 

    Lo guardo con la testa rovesciata, gli occhi in linea con il pavimento: vedo le mie cosce aperte, i piedi reclinati sul dorso che si puntano sulle dita quando inizi a farmi altre cose. Vedo i tuoi piedi nudi che camminano dietro di me, che si avvicinano e si allontanano e danzano con il ritmo dei colpi. Ti vedo chinarti un attimo prima di vedere la tua mano che mi aggancia i moschettoni ai piercing che ho tra le gambe. Vederlo aumenta la sensazione di peso improvviso. 

    Osservo questo mondo capovolto con le lacrime agli occhi per la commozione, un sottosopra dove le cose sono più dirette, più intense, più vivide e in cui amo abbandonarmi. 

    In questo mondo capovolto anche il mio cuore è rovesciato, esposto, donato e aperto come il resto di me. 

  • In punta di piedi

    In punta di piedi

    La corda tira. 

    O meglio: tu tiri la corda, che è stretta attorno al mio corpo, ai miei capelli. Mi tiri su, verso l’alto, ma non tanto da sollevarmi da terra, no: la corda è appena abbastanza lunga per trattenermi in punta di piedi. 

    I polpacci urlano, insieme a tutto il resto. Il corpo compresso, le braccia serrate, le corda che taglia le braccia, il seno, il torace. Sento tutto e tutto si confonde in un indistinto dolore, una scomodità che diventa sofferenza. Non posso riposare nulla. 

    Tengo gli occhi chiusi e ascolto questa sofferenza, la assaporo; gemo e ansimo per la fatica e il dolore, ma non vuol dire che non sia esattamente dove sono felice di essere. 

    Sono qui, sono tutt’uno con il mio corpo, non ho pensieri, non ho ricordi. Sono nel presente, esattamente in questo istante in cui sento te, la corda, i muscoli, i capelli tirati e il mio sesso bagnato.

  • Per il tuo divertimento

    Rinchiusa nella gabbia, polsiere e cavigliere agganciate alle sbarre che mi bloccano, il gancio fissato che mi tiene col culo in alto, aperta, le mollette durissime che mi martoriano i capezzoli, le dita che annaspano nel vuoto: ansimo e gemo affannosamente, il dolore è tremendo e non accenna a calare, non posso sfuggirvi. 

    Con la coda dell’occhio ti vedo accomodarti sul divano con la tua sigaretta. 

    Ecco: sono qui dove mi hai messa per il tuo divertimento, per il tuo sguardo, per il tuo piacere. La mia sofferenza è per te. 

    Questo non placa il dolore; anzi, forse lo rende più intenso, più significativo. Sento la pelle incresparsi sotto il tuo sguardo. Mi sento osservata e spero che ciò che osservi ti piaccia, che il mio dolore sia bello per te. Questa sensazione così forte che tu mi hai inflitto ora mi permea, ci galleggio dentro, vado sotto, riemergo, mi lascio trascinare dalla sua corrente, felice di esservi immersa e di sopportarla per te. 

    Sempre più forte sento di essere al mio posto. 

  • Cosa vedi?

    Quando ti fermi e mi guardi; quando mi sposti i capelli da davanti al viso; quando ti siedi e mi osservi dopo avermi messa in una posizione dolorosa: che cosa vedi? 

    Cosa vedi di me, dentro di me, esposto sulla mia pelle, nei miei occhi che tengo bassi? 

    Come mi vedi? 

    Cosa leggi nelle mie espressioni, nella lingua che esce dalla bocca aperta, nelle cosce che cercano di stringersi? 

    Mi sento così nuda sotto il tuo sguardo. Così nuda.

  • Aftercare

    Mi dici: si chiama aftercare.
    Rispondo: non l’ho mai fatto.

    Farmi coccolare, abbracciare, mi mette a disagio. Quello che cerco è umiliazione, distacco. Come puoi farmi subire certe cose, pisciarmi e sputarmi, e poi stringermi tra le braccia?!
    Qualcosa nella mia testa non torna. Non si possono fare entrambe le cose. …Si possono?

    Il mio aftercare era venire stesa da qualche parte, con una coperta calda a coprirmi, e lasciata a tornare in me. Senza coccole, senza carezze; solo con la presenza del Padrone un po’ più in là. Oppure, preparare un caffè, e riordinare.

    Mi andava bene: era un prolungamento della sessione.

    Distacco, distanziamento, verticalità.
    Il Padrone non si confonde con la schiava, non le sta vicino: c’è sempre quella dovuta distanza.

    Quella distanza ha reso intensissime le pratiche che ho vissuto. Ma ha impedito altre cose. Contatto. Comunicazione. Empatia. Il limite imposto era il bello e anche il brutto. Ora lo vedo.

    Deprivazione.
    Depravazione.

    Mentre una parte di me ha ancora nostalgia di quella distanza, di quell’intensità, un’altra parte mi mette una mano sulla testa e mi dice: non è necessario; riposa, ora. E mi abbandono in quell’abbraccio, ancora a fatica, ma con gratitudine.