La mia paura è sempre superficiale. Ovvero, si ferma all’aspetto esteriore delle cose.
Osservo la superficie ribollente della realtà e mormoro: è calda. La sfioro con le dita, la pelle si increspa nel suo vapore.
Mi prefiguro le ustioni, il dolore, la carne che si espone a brani, bruciata, viva, annerita, morta. Ci giro attorno, timorosa, sospettosa e desiderosa. Laggiù, oltre quel magma, dentro quella lava c’è la vita, quella vera: quella che ho sempre detto di voler assaporare.
Infine di slancio mi decido. Affondo le mani in quella pasta calda, la manipolo, la massaggio; mi lascio avvolgere dal suo calore, mi lascio avviluppare fino al gomito, fino alle spalle.
Scotta, brucia ma non uccide. Anzi: riscalda. Rincuora.
Mi tuffo a testa in giù, con coraggio – ed il coraggio non è essere senza paura, ma affrontarla e superarla – confidando che presto riemergerò dall’altro lato, capovolta, con un altro centro di gravità, scottata ma fiera.
Categoria: vita
-
Intensità – 02
-
Intensità – 01
Prima di iniziare, prendo un respiro profondo.
Per un lungo, lunghissimo, eterno istante ho paura. Una paura fottuta, un terrore primigenio mi soverchia completamente. Non esiste più nulla oltre l’orizzonte della paura.
In quel momento sono convita che sto per morire, che qualcosa di irreparabile stia per accadere, anzi, è già accaduto e precipito orribilmente verso il disastro.
Lo stomaco serrato, il cuore impazzito, la gola stretta da una morsa, osservo con occhi sbarrati il mio gesto incauto, sconsiderato. Perché l’ho fatto, mi chiedo in questo attimo espanso, perché? Voglio tornare indietro, ci ho ripensato, sono stata una stupida, stupida! Ed ora per l’avventatezza di un istante tutto è perduto, tutto. La mia libertà, il tempo, la serenità, non so, qualsiasi cosa. Perduta.
Riemergo dal gorgo della paura annaspando, ingoiando aria a boccate; ansimo, tremante.
Non è accaduto (ancora) nulla.
E’ solo la paura, la paura della scelta, il timore che sia irreparabile, scolpita nella pietra, una volta per tutte. E invece, continua. Ogni attimo non è che un prodromo all’attimo successivo, ogni scelta una strada intrapresa che porterà ad altre scelte, altre strade, altre vite. Ognuna degna di essere vissuta, purché lo sia con onestà e coerenza. E amore, diciamolo, chiamiamolo amore.
Il terrore di amare è il più radicale; è il terrore di perdere ciò che si ama. Ma se non si ama, che senso ha?Ed ho solo iniziato un lavoro nuovo.
-
Vivere per chi
A che scopo continuare a desiderare cose se poi non ho tempo per farle?
Sono sempre dilaniata dal desiderio di fare felici gli altri, di essere a loro disposizione, del sentirmi utile, del sentirmi dire ‘brava’. Vorrei sapere cosa fa stare bene me e farlo, invece di dibattermi nell’angoscia di non riuscire a fare felici tutti. Il tempo è sempre tiranno, non riesco mai a fare tutto quello che vorrei fare, o che penso che gli altri vorrebbero che facessi.
Se vado dall’uno non potrò andare dall’altro. Se perseguo una mia pulsione non sarò disponibile per soddisfare quelle altrui.
Mi piacerebbe andare da qualche parte e mi blocca il pensiero che invece, magari, in quel momento qualcun altro vorrebbe che io fossi da un’altra parte a fare un’altra cosa.
Vivo una vita in attesa sperando di ricevere indicazioni, ordini, richieste; quando arrivano e non mi aggradano mi sento sfruttata; quando non arrivano mi sento ignorata; quando arrivano tardi e mi sono già organizzata diversamente mi deprimo.
Eppure non vorrei più vivere sola e senza legami, libera da ogni tipo di vincolo: la mia vera realizzazione, lo so, è con gli altri. La solitudine è il mio rifugio nella paura. -
Empowerment
Mi lancio anima e corpo nel nuovo lavoro appena trovato. Mi scopro ambiziosa, competitiva, desiderosa di riuscire al meglio. Ancora le vecchie insicurezze mi mordicchiano le caviglie, mi fanno tremare il cuore: dubito di essere capace, di essere degna. Ma subito dopo mi dò di sprone e procedo, ottenendo risultati che mi portano conferme e sicurezza.
In tutto questo il mio desiderio di sottomissione, invece di calare, aumenta.
Il mio potere, la mia forza, la mia fierezza ed il mio orgoglio crescono. Per questo non desidero che poter posare lo scettro di me stessa e cederlo a Chi gradisce disporne.Solo attraverso la fatica si può provare vero riposo. Solo diventando la donna forte che sono posso veramente fare dono di me.
-
Conforme
Che cos’è che mi fa comportare in modo conforme?
La paura della punizione? Il desiderio di compiacere? La prospettiva di un premio, o almeno di un’approvazione (ché se si è fatto solo il proprio dovere non si ha diritto a premi)? Il piacere di avere fatto felice il Padrone, sapere di fare ciò che Lui ha richiesto e farlo il meglio possibile?
Solo la paura non basta, lo so per esperienza.
Anche se al momento cruciale della punizione mi pento amaramente e vorrei non aver mai fallito, la paura della punizione da sola non basta a mantenermi in carreggiata.
La paura mi fa vivere male, nell’inquietudine, nel desiderio di rivalsa; mi fa covare vendetta, mi invoglia a cedere alla tentazione di disobbedire di nascosto. La paura mi riempie di rabbia perché la trovo ingiusta, a prescindere; la rabbia mi fa desiderare la ribellione.

“La paura è la strada per il lato oscuro. La paura porta alla rabbia. La rabbia all’odio. L’odio alla sofferenza”.Eppure non desidero altro che ricevere ordini, limitazioni, indicazioni della Giusta Via da seguire. Perché dunque il piacere di obbedire è così sfumato in me, ultimamente? Perché sono così insofferente?
In tutto questo, in questo mio dibattermi, mi arriva un messaggio. E la mia lealtà è ripristinata, le mie certezze rinsaldate. Il mio timore di non essere guidata svanisce, la rabbia lascia spazio alla docilità.
Accetterò la punizione, perché sarà giusta e prevista. Ma mi impegnerò con coraggio a combattere la paura, ad agire secondo le indicazioni ricevute; non con lo spauracchio, ma con l’obiettivo forte di evitare la punizione. Agire, non solo “provarci”. “Non provare. Fare, o non fare. Non c’è provare”
-
When life hits on you, enjoy the beating

http://www.gogetaroomie.com/index.php?id=620Traduzione:
Molliccio la lumaca / seduto su un albero / s-i a-u-t-o-p-e-n-e-t-r-a
Oh! I boxer vibrano!
[Quale per stasera? -xxx]
Ooh <3 Molliccio si è evoluto in Barzotto!
Quando la vita ti colpisce, goditi la ripassata.
O, come direbbe una saggia lumaca: "Abbi fiducia che la vita ti darà ciò di cui hai bisogno-"
"-nel momento in cui ne avrai più bisogno"Ho già citato il webcomic "Go get a Roomie". L'ultima strip uscita (qui sopra) mi ha colpita.
Richard è sub e masochista; nell'evoluzione della storia, di recente è divenuto il nuovo giardiniere (garden boy) di Woc, un'anziana e misteriosa matrona, cui gli altri si rivolgono per avere consigli. Nel giardino ha fatto "amicizia" con le lumache, che chiama "Squishy" ("Molliccio"). Nell'ultimo riquadro, incontra il precedente garden boy, un ragazzo schivo e taciturno – ma non è questo che mi ha colpito. Certo sono curiosa di scoprire cosa accadrà tra i due nella storia, ma lo vedrò.
Mi colpisce come Richard sia una figura sempre lieve, serena, sorridente; è irriverente e adorabile, sottomesso, masochista, linguacciuto e dolce.
Mi colpisce perché io, nel mio pormi nel vivere il bdsm, invece, sono sempre corrucciata. Mi prendo troppo sul serio. Ritengo di sover considerare le cose sempre in modo rigoroso, che non ci si possa scherzare su. E' uno stile di vita, non "un gioco".
E invece. Non potrei essere più tranquilla, più serena? Considerarlo in modo più giocoso, meno cupo e tremebondo? Invece di offendermi se tutto non è gestito e vissuto nel massimo rigore – rivoltandomici contro perché non mi pare "il modo giusto" – non potrei semplicemente accogliere ciò che viene, vivere le esperienze senza farmi tante seghe mentali?
Godermi il gioco, la sessione, il bdsm quando accade, quando lo vivo; ed il resto del tempo, bè, essere tranquillamente solo me stessa, che anche se non sono fissa in quel ruolo sono sempre io; non vivo da slave 24/7 e non dovrei sentirmi in colpa per questo. Basta che lo sia quando mi è richiesto – quando io ho voluto che mi fosse richiesto.
Perché è un po' quello il punto: lo faccio perché lo desidero. -
Farsi male
Ci sono quelle ragazze che si tagliano. Prendono qualcosa di tagliente, affilato, appuntito e se lo passano addosso, magari in qualche posto nascosto dai vestiti, e osservano il sangue affiorare. Il dolore fisico placa per un attimo quello emotivo.
Il mio autolesionismo è il cibo.
Ingoio cereali, pane, cracker, biscotti, tuttoquellochetrovo. L’atto stesso di avere la bocca piena mette per un poco a tacere il senso di insoddisfazione, di disagio, di inadeguatezza.
Il problema è che non funziona più. Crea invece un circolo vizioso. Già mentre inghiotto il cibo sento una voce che mi insulta per come sono debole, grassa, incapace di autocontrollo; che mi dice che quello che sto facendo è stupido, inutile, controproducente. Il fastidio fisico dell’abbuffata mi fa sentire ancora più gonfia di quanto non sia. Alimento – letteralmente – il mio disagio, il mio sentirmi brutta.
Piango calde lacrime di delusione per non riuscire ad essere migliore; per aver gettato al vento una dieta rigorosa ed i risultati conseguiti.
Mi sento un mostro e vorrei andarmene lontano, dove credo tutti vorrebbero relegarmi affinché non offenda loro la vista.
In un posto segreto nel mio cuore so che non è così, che la gente non mi odia né mi odierà mai tanto quanto mi odio io; e so anche che non dovrei odiarmi tanto; che finché mi odierò così sarà difficile se non impossibile stare bene o dimagrire, perché userò sempre il cibo come punizione, sia che me ne riempia sia che me ne privi.
Arranco un passo alla volta e spero che la direzione sia giusta. -
Papavero
Quando sono giù, il sole anche se splende non mi illumina.
Cammino come allucinata, gli occhi strizzati, quasi irritata che la giornata sia bella, il cielo sereno: quasi mi sbeffeggiassero nella mia malinconia.
Mi guardo intorno cercando consolazione, cercando un appiglio per risalire dalla mia tristezza, cercando di vedere ciò che di bello c’è intorno a me per risollevarmi il morale.
A lato del marciapiede c’è un piccolo fosso verde d’erba e colorato di fiori: i papaveri rossi, quei piccoli fiori gialli che fanno piccoli soffioni, ma che non sono tarassaco. Mi torna in mente che il tarassaco in inglese si chiama dandelion, che è un nome, un suono, una parola che mi piace così tanto; lo trovo musicale, sereno, come un’altalena in un prato estivo.
Quando sto per riprendere a sorridere, noto le immondizie trascinate in fondo al canale di scolo. Bottiglie, lattine, carta, plastica. C’è un qualcosa di orribile, di sporco che rovina queste piccole, belle cose. Così mi sento anch’io: c’è sempre qualcosa di schifoso in me che guasta l’insieme della mia vita – o così mi pare.
Allora mi chiedo: le cose brutte sono sufficienti a rovinare anche quelle belle, che pure ci sono e fioriscono? Oppure la bellezza anche delle piccole cose è sufficiente a far dimenticare le cose brutte, che si trovano sempre?
Il papavero ed il mozzicone: cosa vedo prima? di cosa mi resta il ricordo? -
Ciò che si conquista con fatica
Mi sono resa conto che patisco molto la castità forzata; nel mio caso specifico, il divieto assoluto di toccarmi. Non posso chiedere, né implorare di poterlo fare. Posso solo aspettare e sperare (di solito invano) che il mio Padrone mi conceda di farlo di Sua spontanea volontà.
Di solito non succede; passo settimane senza potermi masturbare, io che lo facevo tutte le sere, tutte. Vado su per i muri dalla voglia, mi tocchiccio, divento irritabile e scontrosa, mangio, saltello e mi cambio le mutande spesso.
Ieri, un Suo breve messaggio mi illumina.
“Masturbati, te lo meriti”
Quasi piango di felicità, e mi accorgo che non è tanto per l’agognato permesso. Ciò che mi riempie di gioia è sapere che Lui è felice di me; che l’ho meritato.
So di non aver agito per ottenere qualcosa, di non aver tenuto un certo comportamento per ricavarne un guadagno: l’ho fatto e basta. Sono certa che anche il mio Padrone lo sa, e mi ha voluta premiare. Questo per me ha un valore immenso.
Rannicchiata sulla sedia, una mano tra le gambe, godo, colma di orgoglio e gratitudine per il riconoscimento che mi ha dato. -
Play Party
All’inizio l’atmosfera è sempre sospesa.
Le persone si aggirano guardinghe lungo i muri, tirano sguardi timidi agli altri presenti; le mani nelle tasche o dietro la schiena, il passo dondolante, tutti sembrano in attesa di qualcosa.
Ci si aspetta forse l’arrivo di un qualche gran sacerdote, una figura autorevole, potente e immediatamente riconoscibile, che dia inizio ai giochi; che compia un rito, forse, che declami delle parole chiarificatrici: sì, la festa è iniziata, potete giocare.
Mi guardo anch’io intorno ma non appaiono né papi né alti prelati del BDSM; i dress sono sfavillanti, lucidi, ma nessuno è investito di una carica altisonante.
Ognuno è sacerdote di sé stesso e della festa.
Infine, in un angolino, qualcuno comincia ad attaccare mollette ad un seno, dall’altro lato della sala si ode lo schiocco deciso di un frustino; in silenzio, in sala clinical gli aghi vengono infilati nella carne ed il solo suono che si sente è quello, assordante, dell’emozione.
Pochi istanti dopo, il salone che appariva vuoto è pieno: tutti giocano, guardano, si eccitano; ognuno agisce la propria arte, il proprio desiderio. Sangue e cera colano su corpi vibranti; vi sono sguardi persi nel vuoto, respiri affannosi o profondi, chiacchiere, risate, mani, piedi, tacchi, cuoio e lattice.
Ancora pochi istanti dopo è l’alba, la notte è fuggita veloce, spazzata dal movimento delle fruste.
Mi siedo a terra, guardo il cielo che si rischiara e respiro l’aria fredda dell’aurora. Una festa meravigliosa.
