subservientspace

for this is what I feel

Categoria: vita

  • Lo penso ma non lo dico

    Ho un compito da eseguire, uno di molti, con una scadenza ravvicinata; un ordine del Padrone. Un compito che richiede tempo, impegno, concentrazione.
    Sono però anche molto presa col lavoro, restando in ufficio tutti i giorni oltre l’orario corretto, e sarò via tutto il weekend.
    Pensandoci, trovo un escamotage per completare il mio compito senza doverci impiegare troppo tempo. Lo so che è un trucco, e che probabilmente non è del tutto corretto rispetto all’intenzione del Padrone.
    Così, piuttosto che farla sporca e farlo e basta, chiedo il permesso al Padrone. Sperando che questa mia pretesa onestà mi ripaghi con un assenso ed un sollievo dal compito.
    E Lui mi risponde – ovviamente, prevedibilmente, conoscendolo – che vede il mio trucco e non lo considera valido. Se possibile, aggiunge carico al mio compito.

    In quel momento, mi vengono alla mente molte parole, molti titoli. Una parola con la S; una parola con la B. Parole che non superano la barriera delle mie labbra.
    In fondo, so quanto sia orgoglioso di essere tale.

    La mia rabbia in un attimo azzera tutte le belle parole, le forti intenzioni pronunciate sinora: sottomissione, accettare la Sua volontà, eccetera. Bla bla bla.
    Sono incazzata nera, anche perché so di essermi fregata da sola – perché sapevo che era un trucco, un escamotage, e sono andata a consegnarglielo di persona nelle Sue mani.
    Cosa speravo? Che facesse uno strappo? che mi concedesse di aggirare le Sue stesse disposizioni?
    Questa rabbia mi fa pestare i piedi, bambina capricciosa che strilla il suo antipatico UFFA. E’ una rabbia vuota e so che sbollirà, facendomi tornare a cuccia bastonata; ma finché dura, mille pensieri di ripicca, di offesa, di capriccio mi si accavallano in testa – senza che esca una sola parola.

    La prossima volta – forse – la farò sporca.
    Forse – perché dentro di me lo so che barare in questo modo annulla il senso profondo di tutto ciò che è importante in un rapporto come questo. Ed ogni volta che dico “solo per questa volta” spiano la strada alla volta successiva.
    Ancora fatico a chinare il capo e procedere; ma lo faccio, cercando di imparare.

  • Bianca

    Cammino come instupidita, anestetizzata. Galleggio dentro la mia testa, pilota inesperta del mio stesso corpo.
    Quando finalmente esco, alzo la testa nel sole e laggiù, dietro le case, gli alberi, brillano candide le montagne; di colpo inspiro, respiro di nuovo.
    Tutta la pioggia che è caduta ieri, quella pioggia fitta, insistente, gelida, triste, sotto la quale ho camminato senza aver voglia di sbrigarmi, tutta quella pioggia in montagna è divenuta neve. In un altro posto, nello stesso momento, quella tristezza era meraviglia.
    Ed ecco che capisco che anche se sto male non è senza scopo. Quella fatica, quel dolore, si mutano in qualcosa di bello.
    Voglio essere lì: in mezzo alla distesa candida della neve, al freddo. Perché quel freddo mi svegli, mi dia la forza di accettarlo e accoglierlo. Perché la sofferenza non è nulla davanti all’immensità della perenne gelida distesa dei monti innevati. Se anche soffro, vengo ripagata con le stesse lacrime di sangue del mio cuore; sanguino volentieri e con gioia perché allo stesso tempo percepisco il mio petto dilatarsi, espandersi e raggiungere nuove vette di consapevolezza.

    Ascolto dubstep a palla ed è quasi come essere con Lui. Annego i pensieri in quella musica così poco musicale, ma così forte da travolgermi e lasciarmi tramortita e felice.
    La tensione si sfoga, esplode da in mezzo alle mie gambe; resto placata per un po’ e poi torno a tendermi, non più storta ma diritta, affusolata. Mi inarco verso di Lui, per Lui, e spero che vorrà presto giocare ancora con le mie corde, far scattare quest’arco.

  • Un incontro

    La mente vuota.
    Il cuore che si tuffa nel dirupo al vibrare del telefono.
    Lo stomaco che si contrae se sotto il Suo nome appare la scritta “online”: un incontro a distanza, un convergere in uno stesso luogo virtuale. Sapere che Lui è anche se questo non esiste nel mondo fisico. Solo per questo, consolarmi della Sua presenza.

    Adesso non penso a niente, non ho fame.
    Sento solo la pelle che fatica a contenermi, ogni centimetro di epidermide teso, bruciante; sono dolorosamente cosciente della mia presenza qui, e che il mio qui si sta avvicinando al Suo qui.

    Cosa sarà non lo so, non so cosa aspettarmi; e probabilmente è giusto così, è così che deve essere. Nessuna aspettativa, solo l’attesa.
    Entro in una nube di nebbia calda che mi avvolge, che congela i miei pensieri vorticosi, placa il tumulto del mio cuore, ferma lo scorrere del tempo; esisto.

  • Ignore

    Ascolto il Suo silenzio e spero che mi riempia.
    Le emozioni salgono a ondate dentro di me: momenti di quiete, poi d’improvviso angoscia, paura, accettazione, rimorso, rassegnazione. Sentimenti di mancanza. Malinconia, nostalgia, tristezza. Euforie ingiustificate istantanee effimere.
    Silenzio.
    Solo silenzio.
    Vado a cercare segni del Suo passaggio online; ne seguo le tracce, guaendo come un cane sfuggito al guinzaglio incapace di ritrovare il suo Padrone.
    Cerco di alzare la mia percezione della punizione, smettere di autocommiserarmi ed accettare il peso che devo portare, nella consapevolezza del mio errore.
    Penso a Lui, al Suo sguardo quella sera; lascio che lo stomaco mi si contorca nel pensiero di avergli causato dolore e rabbia; di averlo deluso.
    Imploro e supplico davanti a un muro di silenzio. Cerco che quel silenzio mi colmi e riempia il vuoto dell’attesa.

    Ho ancora il Suo collare al collo, per ora: è qui. Lo sento.
    Anche il Suo silenzio è un Suo segno.
    Chiudo gli occhi; respiro; attendo.

  • Epic fail

    Sbagliare in maniera così eclatante da non rendermene nemmeno conto fino a che non sia troppo, troppo tardi.
    Comportarsi totalmente fuori un ruolo proprio in faccia al Padrone e procedere tranquilla come se nulla fosse, anzi dispiacendosi di non stare bene – il mio istinto sa meglio di me come sto e lo seguo troppo poco. Seguo invece la mia testa matta e il mio desiderio di compiacere chicchessia, anche l’ultimo degli stronzi, dimenticando per strada chi conta davvero.
    Non sono perfetta, proprio no.

    Ora attendo.

  • La percezione della punizione I

    Ci sono purtroppo quei giorni tremendi, incalzanti, in cui ti piove sempre sopra e tutto va storto, quando tutta una serie di circostanze, di impegni improvvisi, di idee balzane dei capi al lavoro, di qualsiasi cosa, ti fanno saltare i progetti che avevi.
    Quando quel progetto era passare il pomeriggio dai Padroni, la catena scende così veloce che brucia come la corda di una tapparella che sfugge di mano.
    Seduta da sola in macchina, in un paesino in mezzo al niente, con il completo intimo bello e gli stivali coi tacchi, rimugino.
    Mi pesa un peso sul cuore e mi viene da piangere un pianto di rabbia, di capriccio, di bambina che pesta i piedi e grida: non è giusto, non è giusto! Mi sento punita, beffata. Con tutta la fatica che faccio, l’impegno che ci metto, non solo non ottengo ricompensa ma mi viene tolto ciò che mi spetta – il mio tempo col Padrone. Percepisco di stare subendo una punizione ingiusta che mi brucia dentro come fuoco.
    Poi respiro, leggo il messaggio del Padrone, mangio qualcosa ché sono in calo di zuccheri da morire. Inspiro a fondo l’aria tiepida di questo autunno così mite e bello, un’aria di foglie secche e vento; le nubi un po’ si aprono e lasciano sfogare il sole.
    Non è una punizione. Nessuno mi sta punendo. E’ solo sfiga; capita. Ma nessuno ce l’ha con me. Non c’è nessuna ingiustizia.
    Rasserenata, riprendo il mio lavoro; mi rimbocco le maniche e attingo alla mia riserva di grinta, che ne ho bisogno.
    Domani, domani sarà un altro giorno, ed il mio Padrone so che mi attende.

  • 24/7

    Quando vivo qualche giorno (ma anche qualche ora) dai Padroni, in ruolo in ogni momento, poi non vorrei mai tornare indietro. Vorrei vivere sempre in 24/7.
    Pensandoci, però, posso farlo. Anche senza farlo davvero.
    Nel mio rapporto con il Padrone, alla fine, io sono sempre in ruolo. Non è che se non sono in Sua presenza, ad esempio in settimana mentre sono a casa e lo sento via messaggi, io non sia la sua slave. Non è che gli mandi messaggi tipo “ué vecchio come butta?”. Nella mia appartenenza, nel mio rapporto con Lui (e con la Lady), sono sempre sottomessa.
    Ho degli ordini da seguire; degli obiettivi da mantenere; delle indicazioni di comportamento. Posso sentirmi in 24/7 nel vivere questi aspetti quotidiani, diciamo in un certo senso ridotti, del mio essere slave.
    Certo non vado in ufficio nuda col collare, né in pizzeria in dress.
    Ma nello scegliere il cibo da mangiare, nell’accomordarmi al collo la catena che è il mio collare quotidiano, nello scrivere a Lui, nel chiedergli un permesso, nell’addormentarmi senza potermi masturbare… io sono sempre in ruolo. E’ un sentire interiore. Più sottile del codice di comportamento che devo tenere in Sua presenza, ma non per questo meno forte.
    Certo, in Sua assenza ho momenti di debolezza. Patisco la distanza. Rimpiango di non essere là. Ma cerco di sentirmi là con l’anima.

  • Di più

    C’è sempre qualcos’altro.
    Qualcosa che non ho fatto, o che ho dimenticato, o cui non avevo pensato.
    Qualcosa che avrei potuto fare meglio, o di più, o prima.
    Sì, me l’hanno detto che non sono onniscente, né ubiqua, né onnipotente; ma non ci ho creduto. Invece, ho pensato che non faccio mai abbastanza; perché quell’abbastanza si sposta sempre un po’ più in là, fuori dalla mia portata. Perché c’è sempre qualcosa che manca, che non è perfetto.
    Anche se ho fatto del mio meglio, il mio meglio mi pare sempre poco.
    Anche se mi impegno, c’è sempre qualcun altro che fa di più.
    Anche se ho tirato a lucido la cucina, il bagno è ancora sporco.
    Quello che faccio viene sempre surclassato da quello che non ho fatto, o che non ho fatto ancora, o che non ho fatto bene. Nella mia testa, non ho speranze di poter dire: ecco. Ho finito. Sono stata brava.
    Per questo anelo disperatamente a sentirmi dire ‘brava’. Una parola che mi consoli per un po’, che mi levi questo peso dal petto. Un momento di pace, la mente sgombra, la voce che mi incalza finalmente messa a tacere.
    Accucciata ai Suoi piedi senza pensieri.

  • Il Padrone e la Lady

    A dicembre sarà un anno che appartengo al Padrone. E come a lui, a sua moglie, la mia Lady.

    Su facebook a volte sorrido, vedendo pagine di sub americane che scrivono post con cuoricini e catene scrivendo “Due mesi insieme, Master!”. Due mesi?!… Certo, quando un rapporto è intenso anche un giorno dura una vita.
    E questo? Anche questo mi sembra duri da una vita, o due.
    Ripensando agli inizi, alcune cose erano diversissime, ed ora mi sembrano naturali. I miei limiti altissimi che piano piano si sono abbassati, all’alzarsi della fiducia nei Loro confronti. La diffidenza della mia Lady, che mi ha raccontato di aver pensato “Che vuole questa?!” quando la prima volta ho mandato un sms di buongiorno al Padrone; ed ora ogni giorno lo mando anche a Lei.
    Il Padrone rimane un mistero, per me. Chissà cosa pensa.
    Quando sono in sessione, con Lui, volo. Il resto del tempo, in Sua presenza o meno, sono su un ottovolante. Momenti intensissimi di consapevolezza, di desiderio; poi, ogni tanto mi sale la bile; lo sconforto. Vorrei fortissimo che Lui dicesse, facesse, che mi chiamasse, che… che… non lo so. Mi sembra di non ottenere quello che vorrei. Ma cosa vorrei, non saprei dirlo.
    Pensandoci, capisco: faccio resistenza.
    Resisto alla Sua educazione. Vorrei essere educata in un certo modo, per ottenere certi risultati, che però ho deciso io. Questo è il mio problema, ciò che mi fa dibattere nella sensazione che qualcosa strida. Perché invece di cedere, di lasciarmi andare, di accogliere il Suo desiderio, la Sua guida, di diventare ciò in cui Lui mi vuole plasmare, mi focalizzo su cose che ho letto, fantasticato, vissuto in precedenza. Mi convinco che Lui dovrebbe fare questo e questo, così e così; come se ci fosse un modo giusto e Lui vi si discostasse; e quello che non arriva, o arriva diverso, lo ritengo sbagliato. Così mi incazzo. Da sola, s’intende; faccio i capriccini (chissà se si percepisce via whatsapp). Pesto i piedi, trattengo il respiro, penso “ecco, se anche adesso lui fa quello che voglio io, io non lo voglio più, ecco, così impara!”. Credo di potergli bucare il pallone.
    Invece no. Mi frega sempre. E meno male.
    Perché poi si muove, verso di me o accanto a me, al Suo ritmo, secondo la Sua decisione. Ed io d’improvviso dimentico tutte le mie idiosincrasie, le mie stronzate, i miei capricci e mi rendo conto che non desidero che seguirlo.
    Ieri ho capito: cazzo, sono top from the bottom. Cerco di fargli fare quello che voglio. Io! Io che ho sempre pensato di essere docilissima, sottomessissima! Eppure.
    Solo che, comunque, non funziona.
    Finisco una sessione col dispiacere di non essere rimasta in subspace se non per bervi periodi e lo sento dire a Lei: “Certo, perché io la riportavo di qua”.
    Allora capisco che non fa nulla a caso.
    Quando sono in sessione divento una stronza egocentrica egoista accentratrice e voglio voglio voglio; m’incazzo che la stimolazione varii o non arrivi come avrei voluto io: per godere, per andare in subspace; e nella mia miopia dò la colpa a lui. In effetti è corretto, ma per il motivo sbagliato: penso che magari non sia capace, invece lo è troppo. Lo fa apposta.
    Quando poi cedo a sentire e basta, finalmente, divento molle, smetto di avere paura e il maledetto, amato controllo mi abbandona, o meglio lo lascio andare. Allora non desidero più il subspace, o quel colpo proprio là proprio così; accetto ciò che arriva perché arriva da Lui. Non distinguo più le percezioni: credo sia Lui a stringermi un capezzolo ed invece è Lei, con pari sadismo, di cui non la credevo capace.
    Allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni, mi dibatto in una voglia feroce e vischiosa che Lui mi dica quello che voglio sentirmi dire, quando voglio e come voglio e soffro, soffro che non accada. Invece, quando infine riesco a non restare tesa in un’attesa spasmodica, quando davvero attendo indicazioni, ricettiva, allora sono in pace. Non desidero cibo per riempire quello che mi sembra un vuoto, perché quel vuoto è già pieno dell’attesa di un ordine. E tutto ciò che arriva è un raggio di grazia.
    Così come per Lei, la mia Lady, con cui chiacchiero tanto apertamente, con tanta leggerezza, ed è una boccata d’aria fresca rispetto al rigore che avverto col Padrone. Finché non mi colpisce, con una parola od un’immagine, quando meno me l’aspetto: e rimango fremente, nell’angolo in cui mi viene ricordato che devo stare.
    In quei momenti, capisco che è esattamente così che desidero che sia: senza che lo desideri io, senza che mi sforzi per imporlo; che mi venga dato, imposto, inflitto, donato.

    Li sottovaluto.
    Contro la mia stessa volontà, mi accorgo di sottovalutarli. L’uno o l’altra soli od insieme. Me ne accorgo ogni volta che mi lasciano a bocca aperta, spesso boccheggiante, la pelle increspata, il sesso contratto. E non posso che ringraziare per la lezione costante che mi impartiscono.

  • Contrapposizione?

    Ho letto spesso e volentieri racconti, saggi, aneddoti eccetera su persone dominanti nella vita quotidiana che amano poi essere sottomesse nel gioco.
    Mi sono chiesta ieri sera: ma è davvero una contrapposizione? sono davvero due aspetti opposti che vanno a braccetto nella medesima persona?
    Nella mia personale esperienza mi sono accorta che l’aver imparato a vivere la mia indole sottomessa all’interno di un rapporto Dom/sub mi ha permesso di pari passo di diventare molto più assertiva nella vita di tutti i giorni.
    Sono entrata in contatto con i miei desideri più profondi e oscuri, e portarli alla luce mi ha resa molto più consapevole di me stessa. Questa consapevolezza aumentata mi ha portata anche a voler ottenere dagli altri riconoscimento per me stessa ed i miei desideri, le mie necessità; sono diventata più assertiva nel portare avanti i miei bisogni, invece di lasciarli calpestare. Perché, prima, non avendo modo di esprimere la mia sottomissione in un rapporto Sano, Sicuro, Consensuale, finivo per esplicarla nella quotidianità, lasciandomi maltrattare e facendomi mettere i piedi in testa – cosa verso la quale provavo sentimenti orribili di odio e disprezzo per me stessa. Avevo una bassissima opinione di me ed un’autostima inesistente; non ero in grado di alzare la testa e dire: “no, non voglio”, o “voglio questo”. Mi lasciavo schiacciare e pensavo inconsciamente non solo di meritarlo, ma che era anche proprio quello che volevo. Confondevo la sottomissione con lo zerbinaggio. Ma non sono affatto la stessa cosa.
    Divenendo realmente sottomessa ad un vero Padrone, sono diventata volitiva e forte. A volte persino troppo, tanto da chiedermi cosa mi fosse successo, dove fosse finita la mia indole docile.
    Ma un cane può essere forte ed insieme docile. Dipende con chi si confronta.
    Lavorare come segretaria richiede una notevole forza; è un lavoro in un ruolo sottomesso, sicuramente, un ruolo di servizio; ma non è e non può essere servile. Richiede una grande assunzione di responsabilità nel prendersi carico la gestione degli impegni del capo, la sua agenda, le sue scadenze. Lui è quello in carico, ma sta alla segretaria ricordargli le cose. Lei deve essere forte ed assertiva, perché il suo ruolo è di supporto, non di zerbino.*
    Allo stesso modo credo che una slave consapevole di sé sia (e debba essere) a tutti gli effetti una persona molto forte. O lo diventi, alla fine.

     

     

    *So di aver strutturato la cosa come lui=capo lei=segretaria, che può sembrare sessista, ma è perché è ciò che vivo io; ed essendo prona al maledom – sottomissione femminile ad un dominante maschile, diversa rispetto al femdom – non posso che portare avanti la mia personale esperienza, nella consapevolezza che non è né può essere assoluta.