Se il mio desiderio è – come lo è – di affidarmi ad un Padrone affinché sia Lui ad assumersi la responsabilità di me, ed io possa finalmente abbandonarmi ad obbedire ed esistere in una dimensione protetta dal mondo, allora perché spesso e volentieri cerco di fare di testa mia, taccio dettagli e provo ad arrangiarmi a fare le cose, non mettendo il mio Padrone nelle condizioni di prendersi cura di me in modo ottimale?
Perché mi struggo per stare in un ruolo e quando ci sono mi sforzo di sfuggirvi?
L’unica cosa che posso dire è che lo faccio con ingenuità estrema, in totale buona fede; non so in realtà quanto sia duro il compito di prendersi in carico una slave. Così, non capisco subito quanto sia sciocco che la slave stessa cerchi di sollevare parte del carico dalle spalle del Padrone. Un carico che ha voluto e accettato, di cui si vede defraudato – senza che cali nemmeno di poco il senso di responsabilità che ne deriva.
Ad ognuno il suo ruolo; devo smettere di avere timore ed abbandonarmi totalmente. Solo allora non ci saranno inciampi, incomprensioni, equivoci. In questo percorso di crescita, sono felice di poter capire sempre più cose e migliorare – seppure attraverso errori e un po’ di (in)comprensibile incoerenza.
Categoria: vita
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Incoerenza
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Nessuno va sulla prima corsia
Viaggiando in autostrada si direbbe che gli automobilisti, in media, provino un forte senso di umiliazione o di degrado a viaggiare sulla prima corsia. Ciò si deduce dal fatto che la maggior parte evita il più possibile di farlo, col bel risultato che la prima corsia rimane pressoché vuota, salvo l’occasionale tir obbligato a restarci, mentre nella corsia mediana si forma una lunga coda di auto che tengono una velocità di crociera media; per sorpassare, quindi, tocca spostarsi sulla terza, rischiando di trovarsi alle spalle l’immancabile bolide col pepe al culo che sfanala come un pazzo.
Se le auto che viaggiano mediamente veloci stessero (come peraltro dovrebbero) sulla prima corsia, chi sorpassa potrebbe usare la seconda e il bolide potrebbe sfrecciare indisturbato verso dovunque desideri. Ma, no: troppo umiliante stare in prima corsia; quasi fosse un’ammissione di esser lento e quindi stupido.
Così, per dimostrare di essere o non essere qualcosa, si attua un comportamento stupido davvero, intasando la corsia mediana e aumentando la bile propria e di tutti gli altri.
In autostrada, io ho imparato a starmene in prima corsia, riconoscendo queste verità. Ma quante altre volte, invece, per un mal riposto senso di rivalsa, o un errato senso di umiliazione, faccio esattamente questo: agire un comportamento stupido, ottuso e arrogante per dimostrare agli altri o a me stessa la mia superiorissima intelligenza e furbizia, dando invece prova dell’esatto contrario?
Per quanto posso, nella mia vita cerco di far tesoro della prima corsia; di accogliere l’umiltà come un dono prezioso che mi ripaga in serenità. -
A/in regime
Ho passato mesi allo sbando; a mangiare in modo convulso, incontrollato (binge eating, lo chiamano), per non pensare, per riempire un vuoto che non sapevo e non ho mai saputo cos’è. Più ero pigra e ingorda, più aumentava il mio disagio, che cercavo di coprire perdendo tempo e mangiando. La sola idea di una dieta, di una routine di allenamento, di essere più attenta, mi dava il voltastomaco e mi pareva di una difficoltà inaffrontabile. Troppo profondo mi appariva il pozzo della mia ignavia per poter anche solo pensare di scalarlo per risalire.
Poi è arrivato il Padrone.
Comunque c’è voluto del tempo perché superasse le mie difese; la mia indolenza gli si è opposta come un enorme blob informe e inamovibile. Un grosso e grasso Jabba the Hutt accasciato nel suo autocompiacimento, adagiato mollemente su un trono che riteneva impossibile che gli venisse tolto.
Poi sono arrivati quei dieci giorni e lo spauracchio della punizione.
E la punizione, attualmente in corso.
Così ho ricordato. Ho ricordato quanto stia bene quando sono a regime. Quando sono inscritta in un regime. Quando vengo messa in un recinto e mi vengono dati dei paletti che mi tengono a fuoco, indirizzata e precisa. Quanto prenda velocità e forza da quei limiti, invece di disperdere energia a destra e a manca in deviazioni inutili.
Adesso mi sento forte, definita. Il desiderio di mangiare fino a scoppiare è sopito. La pigrizia e la procrastinazione hanno mollato la loro presa su di me ed ora mi alzo ed avanzo.
Ogni tanto mi sorge l’istinto di tornare ai vecchi schemi – così noti da essere abitudine, e difficili da estirpare. Perché non mangiare un’altra fetta, un’altra costina, un’altra birra, un’altra porzione, un altro panino? Perché non aprire facebook, non leggere webcomics, non passare di sito in sito senza scopo? Sarebbe così facile. Nessuna difficoltà.
E invece è proprio quando cerco a tutti i costi di evitare la fatica che faccio più fatica. Perché rallento e mi ingolfo, perdo colpi e ripartire inizia a sembrarmi impossibile. Mi appesantisco mentalmente e fisicamente e inizio ad essere schiacciata dal mio disagio nei confronti di me stessa.
La punizione è pesante, ma preferisco portare questo peso che la mollezza della mia incostanza. -
Bestia verde
Ancora dentro di me si agita la bestia verde dell’invidia, ed ogni tanto alza la testa.
Così mi scopro a guardare la gente in giro e disprezzarla; a sentirmi superiore; a pensare di essere capace solo io a fare le cose. Come se solo distruggendo gli altri (nella mia mente, s’intende) potessi ricavarmi il mio posto nel mondo. Come se solo bruciando la terra attorno a me potessi crescere rigogliosa.
Ma distruggendo raramente si crea qualcosa: troppo compresa nell’opera di demolizione degli altri, perdo di vista la costruzione di me stessa.
In realtà so che quando mi concentro sul lento porre mattone su mattone della minuziosa opera di montare me stessa (e non il mio ego), allora ottengo pace interiore, serenità e completezza. Senza più sprecare energia preziosa ad odiare, divengo un flusso potente di linfa vitale. Nutro me stessa e gli altri attorno a me.Solo in questo focalizzarmi su di me riesco finalmente, sinceramente, a servire. Perché non sono più gesti vuoti e falsi inventati per compiacere, ma sinceri moti del mio animo predisposto alla sottomissione.
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In pausa
Ogni tanto mi pare che qualcuno mi prema un pulsante “pausa” che devo avere dentro da qualche parte. In quei momenti la mia libido in un certo senso si affloscia; se devo scegliere tra sesso o sonno, scelgo sonno.
Ma ci vuole davvero pochissimo a risvegliare quella voglia che mi alberga dentro: una frase, un’immagine, un pensiero, uno modo di stare seduta.
Credo che quei momenti non siano effettivamente di pausa: sono di rincorsa.
La mia voglia si fa indietro solo per prendere lo slancio, e attende il momento buono per gettarsi nuovamente in avanti, di petto, verso ciò che mi eccita, che mi solletica, che mi fa fremere e bruciare.
Lo sento: l’elastico è teso ora. Basta poco, basterà poco. -
Stramash
Sono sempre così controllata.
Sono sempre così maledettamente controllata.
E mi serve di trovarmi per caso al concerto di un gruppo ska-celtico, con la sua musica in levare e la cornamusa, e un po’ di birra in corpo, per lasciarmi andare e saltare e ballare ridendo come una pazza, scuotendo i capelli sciolti a destra e a sinistra in un headbanging forsennato, battendo le mani al ritmo di quelle gighe scozzesi.In tutto questo non trovo di meglio da fare che girarmi verso di te e dirti “scusa” quando vedo che mi guardi stupito sorridendo.
Sì, sono spesso rigida e passivo-aggressiva, ma dentro di me gioca a nascondino una bimba piccola che vuole correre, saltare, giocare. E me ne vergogno un po’.
Scusami se ogni tanto la lascio uscire a divertirsi.
O forse, scusami se per la maggior parte del tempo la chiudo in camera sua a mortificarsi. -
Edera
L’appartenenza al mio Padrone è cresciuta in me poco alla volta; come un’edera che lentamente avviluppa una pianta, essa si è fatta strada in me a legarmi il cuore.
All’inizio era una piccola piantina; la guardavo e dicevo: “Che carina!”, e come una bimba curiosa e cattiva dell’innocente crudeltà dei bambini provavo a strapparla. Ed essa in effetti si faceva strappare, ancora così piccina: i minuscoli tralci cedevano e mi abbandonavano. Allora terrorizzata lasciavo andare, e appoggiavo nuovamente quell’ederina alla pianta del mio animo perché tornasse ad abbracciarmi.
Ed essa è cresciuta, si è stretta attorno a me; se anche ora provassi a tirarla, non cederebbe. Le sue spire mi avvolgono, mi stringono in un abbraccio che non soffoca, ma protegge e sostiene.
Ogni giorno scopro che i suoi tralci si sono fatti strada in anfratti di me che non conoscevo.
Mi abbandono a questo abbraccio che mi decora l’anima. -
Distanza
Mi piace sentirmi potente; indipendente, sicura di me. Sbruffona, anche. Cammino a testa alta, nulla mi turba, non me ne frega di niente. Sto bene da sola, certo. Non ho bisogno di niente e di nessuno. Pfui.
Appena sotto questa patina di unto, che mi spalmo addosso sperando di brillare, mi tormento il bordo dell’abito con le mani. Mi mordo le labbra e vorrei non comportarmi da riottosa. Vorrei essere più forte, sì, ma di quella forza vera che non richiede di essere messa in mostra, perché non è apparenza. Una forza che mi permettesse di far bene ciò che ci si aspetta di me, non di trovare scuse per non farlo.
Il tempo a volte passa così lento, così vichioso.
Adesso, mi impegno con tutte le mie forze per non prolungare una distanza che, di solito, faccio finta di non sentire, o di non considerare dopotutto così importante per me. Mi lascio cadere di dosso quella vuota dimostrazione di forza e cerco di caricarmi, invece, della mia debolezza, che è tanto più pesante. La porterò sulle spalle finché mi renderà veramente forte.
Con la coda tra le gambe, ubbidisco. -
Preda
Sono preda delle mie sensazioni.
Quando accelera all’improvviso, facendo rombare il motore e schizzando lungo la strada sgombra; quando alza il volume di quei suoi pezzi dubstep, distorti e inascoltabili, fino a livelli da denuncia; quando si aggiusta in testa il cappello e inforca i suoi occhiali da sole fascianti…
…i capezzoli mi si induriscono e la figa mi si contrae, al passo col torcersi delle budella. Lo stomaco mi si strizza in una morsa, schiacciato contro il sedile dell’auto dall’accelerazione, dai bassi nelle casse, e non vorrei reagire così, dio se non vorrei.
Questi atteggiamenti che normalmente considero tamarri, nel sedile posteriore della sua auto mi soverchiano e non posso impedirmi di eccitarmi. Mi riduco ad uno stato animale, istintivo, in cui queste dimostrazioni moderne di forza hanno presa. E più mi dibatto cercando di oppormi, più la sua presenza alfa penetra in me, sfondando le mie difese, facendomi arrossire e abbassare il viso.Socchiudo le labbra, ansimo, e spero che non mi stia guardando nello specchietto.
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Bandierine
A volte diventa un gioco a fissare bandierine. Come in quei grandi tabelloni nei film di guerra, quelle specie di risiko. Territori da conquistare.
Mi spingo un poco oltre. Ci provo. Attendo, e la passo liscia. Fisso una bandierina.
Avanzo lateralmente, provo ad aggirare. Non accade nulla. Una bandierina.
Fisso bandierine sul Padrone; conquisto pezzi di lui, domino la sua volontà. Riesco a fargli fare quello che voglio, o a non fargli fare quello che non voglio. E’ un gioco di abilità, di ingenuità, di astuzia, di provarci e trattenere il fiato e riuscirci. Mi pare di vederlo con le bandierine addosso. Posso arrivare fino lì, posso spingermi fino là: fino alla bandierina. E le bandierine sono sempre un po’ più distanti.
E poi.
E poi in una mossa sola si gira e le mie bandierine volano via. Quando tocca a lui muovere, tira le fila di una strategia che rimane invisibile ai miei occhi e le mie bandierine vengono scalzate via, una alla volta, fino all’ultima.
Le guardo cadere a terra a bocca aperta, senza capire cos’è successo. So solo che ora torreggia su di me e tutti i miei sorrisini sotto i baffi, il mio credere di essermelo rigirato, non significano più niente.
Il tempo della conquista diventa il tempo della punizione, che mi pesa sulle spalle e mi fa chinare dolorosamente il capo; ora tutto è in salita.Tiro un sospiro di sollievo.
