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for this is what I feel

Categoria: vita

  • Limes

    Che rumore fa un limite che si infrange?
    È il suono della depressurizzazione della camera stagna del cuore, che perde quota e precipita nello stomaco.

    Ci sono limiti come matasse di filo spinato, che al solo tentare di passare ti straziano le carni.
    Ci sono poi limiti come fitti cespugli di rovi, attraverso i quali puoi riuscire a trovare, con fatica, un sentiero per passare; graffiandoti e scorticandoti, certo, ma spesso anche trovando succose more da gustare.
    E ci sono limiti come teche di vetro. Attraverso la superficie trasparente puoi vedere quale tesoro vi sia conservato, che anela ad essere recuperato, che ti tenta e ti implora da dentro la sua lucida soffocante prigione. Si può allora sicuramente trovare la chiave o il meccanismo per aprire la teca, con tempo e pazienza; ma si può anche talvolta dare retta al cartello che dice che in caso di emergenza – ovvero nell’occasione giusta – si può rompere il vetro. E quando l’occasione è giusta, è criminale e folle non coglierla per spezzare quel limite. Ecco, allora può essere che ti taglierai col vetro rotto, e che magari parta un allarme; ma avrai tra le mani ciò che era conservato nascosto in piena vista, dietro una barriera tanto dura quanto fragile.
    Potrai allora scoprire che era proprio quella la cosa che volevi, e che era stata messa sotto vetro solo per paura che si rovinasse, o per una falsa superstizione che potesse far male – e lì restava a prendere polvere: un desiderio inespresso, una voglia negata, un bisogno sedato.

  • Provocare

    Sempre ripensando al mio considerarmi una persona remissiva, mi sono tornati alla memoria ricordi delle scuole medie.
    All’epoca, adoravo provocare due mie compagne di classe. Non proprio un comportamento sottomesso, ripensandoci…
    Una delle due era mora e riccia, con un carattere molto forte; quando eravamo in banco insieme, non vista le pungevo il sedere col compasso. Ovviamente mi sfamava subito e mi saltava su, insultandomi e picchiandomi (in modo scherzoso, s’intende; era una specie di gioco). Penso che a lei piacesse maltrattarmi tanto quanto a me piaceva essere maltrattata.
    L’altra era rossa con gli occhi verdi, e ne ero davvero innamorata. Lei odiava gli omosessuali, li considerava malati; io ci provavo esplicitamente e la toccavo, e lei mi saltava su. Infine però smisi, perché il suo respingermi mi faceva male più che divertirmi.
    Anche la prima mi piaceva tanto, ma avevamo un rapporto più… Dom/sub. E la provocavo il più possibile.
    Adesso, invece, non mi salta in mente di provocare per farmi malmenare. Strano; sarò cambiata, o lo faccio ma in modo più sottile? Forse, mi pare ormai un modo troppo grezzo, grossolano, di ottenere ciò che desidero. Ora, so che posso concordare queste cose, senza usare trucchetti per far fare agli altri quello che voglio che mi facciano.

  • Stasi

    Guardo le lancette dell’orologio; fuori, le campane della chiesa vicina iniziano a suonare. In qualunque posto, in Italia, c’è una chiesa vicina. Guardo le lancette ma non le vedo, persa nei miei pensieri. Sento lo scampanio.
    Sono le sette. È presto. Ma in realtà ho poco tempo per prepararmi e uscire.
    Nei momenti di fretta, di ansia, di tensione, anche di intensa emozione, faccio così: mi fermo.
    La mia mente si congela, come attivando un campo di stasi, e resto sospesa tra sensazioni e pensieri mentre il tempo prosegue la sua lenta e costante corsa come un qualcosa di esterno a me, di estraneo.
    Mi ripeto che dovrei muovermi, sbrigarmi. Una voce preoccupata, nella mia testa, mi fa la lista delle cose che mi servono e mi incalza: hai preso questo? e questo? stiamo dimenticando qualcosa, lo so! La ascolto con un orecchio solo, come immersa nella gelatina.
    Metto a fuoco. Sono le sette e dieci. Quando sono passati dieci minuti? Dove sono andati? I muscoli mi tremano, smaniosi di correre, di andare; ma sono ancora ferma.
    Forse questa tensione immobile è simile a ciò che sente uno scattista ai blocchi di partenza. Sa che tra poco, anzi tra pochissimo, dovrà andare e dare il meglio di sé. Si è preparato e inspira per lo scatto. Ormai è lì, quello che poteva fare l’ha fatto, forse non tutto, forse non bene come avrebbe potuto; ci starà pensando o, come per me ora, ha in testa solo interferenze, come una vecchia tv sintonizzata male? Comunque ormai è lì: è il momento, anzi lo sarà tra poco.
    Le sette e venti. Mi alzo, e che questa corsa abbia inizio. Mi lascerò sferzare dal vento che creerò io stessa col mio movimento: siano tre giorni 24/7, si svuoti la mia mente di ogni altra cosa.

  • La prima volta

    Il frustino si appoggia sulla chiappa destra; tap tap tap, piccoli deboli colpetti e poi, WHACK! un colpo forte. Soffoco un urlo.
    Si poggia sull’altra chiappa: tap tap tap, WHACK! Gemo, ma più piano di prima, perché ho capito il giochetto.
    Si poggia sull’esterno coscia destro; attendo: tap tap tap. WHACK – nell’interno coscia sinistro.
    Salto e strillo, uno strillo acuto che mi si strozza in gola.
    E per la prima volta, penso: bastardo.
    Non lo dico, oh certo che no, anche se sono tentata. Ma lo penso. Rimango stupita di averlo pensato. Non sono il genere di masochista che insulta, per niente.
    C’è una prima volta per tutto, immagino. Anche per dare del bastardo al proprio Padrone, sia pure solo pensandolo.

    Forse, ne sarebbe persino compiaciuto, a saperlo: come un complimento al suo sadismo.

  • Sartre – Le Mosche

    La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio.
    Bella principessa sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali; perché sei venuto a raccontare di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Sino a ieri avevo desideri modesti: quando servivo a tavola, con le palpebre socchiuse, guardavo tra le ciglia la coppia regale, la bella vecchia dal viso morto, e lui, grasso e pallido, con quella bocca molle e quella barba nera che gli corre da un’orecchia all’altra come un reggimento di ragni, e sognavo di vedere un giorno una fumata, simile a un fiato in un mattino freddo, salire dai loro vetri aperti.
    Per me il saggio non può desiderare sulla terra nient’altro che rendere un giorno il male che gli hanno fatto. Ma tu, sei venuto con gli occhi avidi nel dolce viso di ragazza, e mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori.
    La gente di qui l’hai vista: amano il male, hanno bisogno di una piaga familiare e la custodiscono segretamente grattandola con le unghie sporche. E’ con la violenza che bisogna guarirli perché non si può vincere il male se non con un altro male. Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni.

    Chi parla è Elettra, nell’adattamento della tragedia greca che fece Sartre nel 1943; si rivolge a suo fratello Oreste, senza sapere che è lui.
    Questo fu il testo che la regista con cui facevo teatro mi diede per un’improvvisazione. In quel momento della mia vita ero esattamente piena di odio e di risentimento, e avevo appena iniziato il mio percorso con il mio primo, vero, Padrone. Quindi, quel testo parlava di me. Anche se lo aveva scritto Sartre 36 anni prima che io nascessi. Non ho mai capito come abbia fatto la regista a sceglierlo così azzeccato, ma ci sapeva fare. Il mio Padrone la stimava; in un altro universo, lei stessa avrebbe potuto essere un’ottima Padrona – ma la vita l’ha portata al teatro e non al bdsm. In ogni caso, con gli esercizi terapeutici era brava, anche se non era il suo scopo principale. L’importante era riuscire a mettere qualcosa di sé, di vero, nel testo.
    Lo feci.
    Fu un’improvvisazione sofferta. Nessuno conosceva cosa mi muovesse, né cosa stessi vivendo in quel momento, ma tutti sentirono l’intensità delle emozioni che mi sostenevano.

    La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio. Ed era il mio odio a incutere paura a chi mi era vicino. E davvero ne ero rosa fino alle ossa.
    Bella principessa che sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali. Così mi sentivo, defraudata di ciò che mi spettava e ridotta a vivere nella merda.
    Sino a ieri avevo desideri modesti: li guardavo con odio feroce fingendo una sottomissione che non avevo, sperando di vederli bruciare.
    Per me, il saggio non può desiderare altro che rendere il male che gli hanno fatto; o che crede gli abbiano fatto. E quel saggio ero io.
    Ma tu mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori. Il mio Padrone è arrivato e mi ha parlato di una possibilità diversa; di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Mi ha presa e condotta, io mi sono affidata e ho visto l’inutilità di tutto quell’odio.
    Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni. Una parte di me non voleva abbandonare i suoi propositi di vendetta, l’odio, il rancore, che mi sembravano le uniche cose che mi tenessero ancora insieme. Perché credevo davvero che il male non si potesse guarire se non con un altro male.

    E invece il mio Padrone di allora mi ha condotta fuori da tutto ciò; mi ha restituita alla vita.
    Nel ritrovare tra le mie carte questo scampolo di foglio con quel testo, recupero il ricordo del mio percorso e non posso smettere di provare per lui eterna gratitudine. Il mio percorso con lui è terminato, ma non lo è l’insegnamento che mi ha dato.

  • Gelosia

    E di tutte quelle sensazioni negative, mi resta addosso la gelosia. Ma perché? Di cosa sono gelosa?

    (Se c’è una cosa di cui mi faccio vanto, nella mia vita, è di essere sempre stata dedita all’autoanalisi, da quando per la prima volta a 9 anni ho varcato la soglia di uno psicoterapeuta. Quindi, mi indago)

    Mi è stato detto: la gelosia sorge quando ti viene tolto qualcosa. In realtà, credo sorga quando penso che mi stia venendo tolto qualcosa – ma non è affatto detto che sia davvero così.
    Infatti, tutti i miei ultimi accessi di gelosia non sono affatto giustificati. Nulla mi viene sottratto. Non calano le attenzioni nei miei confronti. Se non sapessi con certezza che c’è un’altra (cosa peraltro concordata e accettata, nulla viene fatto di nascosto) non avrei motivo di sospettarlo. Quindi?

    Questa gelosia mi sorge da una mala accettazione di me stessa, che riverso sugli altri.
    Nego a me stessa i miei propri desideri, nell’errata convinzione di non averne diritto, o di non meritarli; o anche, mi sento in colpa. Perché di nuovo salta fuori l’educazione ricevuta, che mi ha insegnato che desiderare certe cose è sbagliato, è sporco.
    Ma non ho mai smesso di desiderare; ho solo cercato di tenere nascosti questi desideri, vergognandomene… e odiando tutti coloro che invece li vivono apertamente.
    Gelosa, gelosa e invidiosa.

    Ma sapere dare un nome ai propri demoni è già togliere loro metà della loro forza. La consapevolezza di me, di questi miei meccanismi, fa sfumare i sentimenti negativi che ne conseguono in nuvole di fumo inconsistente.
    Persevero nel mio cammino, procedo imperterrita nella mia crescita interiore.

  • Festa

    24 ore di veglia e una festa dopo, sto crollando dalla stanchezza e scrivo. Sono accadute delle cose stasera (stanotte? stamattina?), alcune frivole, altre importanti: ancora non ho la lucidità per raccoglierle e comprenderle, ma già sono felice.
    Mi lascio andare tra le braccia di Morfeo con lo stesso abbandono con cui mi affido al mio Padrone; emozionata per le sensazioni che verranno, per i sogni, per la sua presenza. Non pretendo di capire ora. Lascio che tutto si sedimenti, che la confusione si plachi e ogni cosa vada al suo posto nel lento cadere del riposo. 
    Domani sarà un buon giorno. Anzi, è già oggi.

  • Sorellanza

    Educata dai miei a credere che gli “amici” sono solo dei rompicoglioni e degli approfittatori, e che non esiste attaccamento disinteressato, sono cresciuta refrattaria ai rapporti amicali. Così, se c’è una cosa che detesto è il chiamarsi “sorellina” e fare le smorfiose tra amiche. Sono sempre stata prevenuta su queste cose: le ho sempre ritenute false, ipocrite ed eccessivamente sdolcinate.
    Figuriamoci la mia disposizione d’animo nei confronti di una possibile altra slave del mio Padrone, qualora si ponga la cosa in termini di “sorellanza”.
    Per fortuna, ho imparato che non mi è richiesto né imposto di andare d’accordo con tutti/e; e soprattutto, che è molto meglio che non mi sforzi di fare la bambina puccettosa che fa tante moine alla sua sorellina, se non è nelle mie corde: divento falsa e questo guasta non solo me stessa, ma anche i miei rapporti col prossimo.

    Un tempo, davanti a persone pucciose, tutte bacini bacetti e squittii, mi sentivo in difetto a non allinearmi. Mi sembrava di essere stronza, o frigida, a non contraccambiare con altrettanta pucciosità. Mi sembrava di non essere in grado di dimostrare il mio affetto.
    Così mi sono impegnata molto, in passato, per fare le moine. E ho auto-avverato il mio pregiudizio, dimostrando che chi fa moine è falso.
    Non era mia intenzione essere falsa, sia chiaro. Cercavo di essere affettuosa. Ma invece che esserlo come era nelle mie corde, cercavo di farlo adottando metodi altrui, che non mi appartenevano. E ho finito per diventare falsa, sentendomi uno schifo perché ero falsa e perché non potevo essere vera nel modo in cui pensavo che gli altri avrebbero voluto che fossi.
    E’ stata una lotta liberarmi di questi atteggiamenti; la mia naturale predisposizione a compiacere era diventata una bestia incontrollabile che mi stava disintegrando, trasformandomi in una marionetta che imitava (male) gli altri.

    Infine, di tutte quelle sensazioni negative nei confronti delle altre, mi è rimasta addosso solo la gelosia. Vorrei non provarla, ma più cerco di negare che esista più prende forza. Accetto (a fatica) di riconoscerla per poterla sconfiggere.

  • Intensità

    E poi c’è un momento in cui scavalco.
    Non credevo ci sarebbe stato, né che avrebbe potuto esserci.
    Urlo e gemo, l’intensità del dolore a un livello tale che faccio fatica a sopportarlo. I capezzoli stritolati nella morsa delle mollette, tirati dai cordini, la cera che cola e il flogger che colpisce. Tutto insieme. Si aggiungono il vibratore grosso, e gli schiaffi sulle cosce, il mio punto più sensibile.
    Ho un singulto e scavalco.
    Sulla ripidissima china della soglia del mio dolore, mentre scivolo all’indietro lambita dalle fiamme, d’improvviso trovo un appiglio, o mi arriva una spinta, e vado oltre. Supero la cima della collina e volo giù per il dirupo, dall’altro lato; resto sospesa, come appesa a un paracadute.
    La sensazione è simile all’essere appena uscita da un concerto dopo essere stata accanto alle casse. Ho come un fischio nelle orecchie, tutto è ovattato e il mio cervello fluttua nella bambagia.
    Il dolore continua, ma mi pervade; non resta più sulla mia superficie. Dalla pelle affonda i suoi artigli nella carne, si espande come un liquido rovente e mi colma.
    Sto strillando? Sto piangendo? Un gemito acuto mi sale dalla gola. I miei occhi sono aperti ma non so cosa vedono. I miei muscoli tremano, stravolti dalla tensione.
    Da questa bolla sospesa, infine, esco esplodendo di nuovo in un grido di dolore. Stringo i denti e sto per dire la safeword, quando penso: ma mi piace. Già. Mi piace. Mi immergo ancora nella bolla: in apnea, sento talmente tanto che non penso più; tutto il mio essere è percorso da brividi, nel corpo e nell’anima.

    Pietosamente, il Padrone cala intensità e mi scioglie, facendomi riposare. Ansimo e tremo, raccogliendo i pezzi del mio sé, facendoli di nuovo scivolare insieme, come da bambina giocavo col mercurio dei termometri che si rompevano.

  • 34

    Quando sarò più vecchia (quando sarò grande?), potrò sempre essere piccola?
    Certo non crescerò mai di un altro centimetro oltre i miei 153.
    Ma io adoro sentirmi piccola; sentirmi bambina, ragazzina; sentirmi sovrastata da un Padrone più grande di me in ogni senso, anche anagrafico. Non mi piace fare la bambolina leziosa, se no cercherei una relazione Daddy/babygirl, ma che ami sentirmi piccina è indubbio.
    E quando di anni ne avrò molti di più? Avrò più rughe, più segni del tempo. Sarà difficile, allora, passare per piccola, anche ai miei occhi. Ma dubito che cambierò disposizione d’animo, dubito che mi passerà il desiderio che ho dentro di essere resa piccola e dominata.
    Non so se mi converrebbe magari curare moltissimo il mio aspetto, per arrivare ai 50 con un corpo da ragazza; non so, perché comunque il viso direbbe la verità. E inorridisco all’idea di rincorrere una giovinezza falsa, artificiosa, fatta di chirurgia estetica e botulini.

    Probabilmente la cosa migliore da fare sarà vivere e vivermi con sincerità ed onestà, adattandomi al mio avanzare di età, sperando che il mio animo possa sempre sopperire a quanto mi manca o mancherà in estetica.

    Intanto, festeggio un felice compleanno. :)