Progressione

Non posso fare a meno di rendermi conto che il mio percorso di vita nel bdsm è stato una progressione. Non sono mai rimasta ferma nello stesso punto: sono cambiata, cresciuta, e con me è cambiata la mia concezione del bdsm, la consapevolezza del mio ruolo. E meno male, aggiungerei.

Quando ho iniziato, più di 10 anni fa, mi ci sono gettata a sperimentare; pensavo principalmente alle pratiche fisiche, a cose da fare. Anche se, rileggendo cose scritte allora, già sentivo oscuramente che desideravo qualcosa di mentale, di non solo fisico: qualcosa che si esprimesse col corpo ma sorgesse dal profondo.
Sapevo di essere sub, di voler stare sotto. Ma cosa significasse quel sotto, non mi era chiaro – lo posso dire ora, naturalmente, col senno di poi.

Poi in quel provare ho inciampato, ho sofferto, sono stata ferita.

Mi ha trovata il mio primo Padrone, Pietro, che mi ha raccolta e rimessa insieme. Ha smontato pezzo a pezzo tutto ciò che in me mi faceva male, e lo ha ricostruito, restaurato. Mi ha resa intera, insegnandomi che nella sottomissione ero importante per il mio Padrone: non ero una nullità per l’universo, non dovevo esserlo. Mi ha ascoltata e fatta sfogare e colpita per riallineare le mie sensazioni; sono diventata una persona che non sapevo di essere.
Mi sono immersa in me per imparare a non avere paura di chi sono. Ho nuotato subito sotto la superficie e ho visto la profondità del mare dentro di me, i coralli e le alghe e le acque calde.
È stata un’Appartenenza dolce.

Quando ho incontrato il mio secondo Padrone, SadicaMente, ero pronta per qualcosa di diverso, di più forte; non avevo più bisogno di ricostruirmi, ma di esplorarmi. La relazione è stata più impostata, più fisica, c’è stato più scambio di potere. Ho subito livelli di intensità che non avrei creduto di poter subire, ho superato limiti che credevo inviolabili. Sono stata accompagnata e spinta e siamo cresciuti.
Mi sono immersa più in profondità in me per vedere cosa c’era, e ho trovato acque più buie, correnti calde e fredde, cetacei e pesci e brulicare di vita. E ho visto che il mare si inabissava ancora.
È stata un’Appartenenza forte.

Adesso, sulla soglia di una nuova Appartenenza, inspiro ed espiro per superare la paura.

L’abisso del mio mare mi osserva ed io osservo lui; mi sono immersa e so nuotare, ma laggiù le acque sono nere e le creature che le popolano bianche; non sono mai stata così distante dalla luce, ma è un luogo di me che esiste, mi sciaborda dentro, ne sento la risacca profonda e la marea che mi chiama.
Non so cosa troverò, né quanta parte di me ancora non conosca; so che ci sono pensieri, fantasie, sensazioni e desideri che sono me ma che non ho mai avuto il coraggio nemmeno di dire ad alta voce. Che non sarei stata in grado di esplorare prima.

Non posso immergermi da sola o mi perderei nell’abisso di me.

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Blossom

L’autunno è la stagione nella quale fiorisco.

Il caldo soffocante se ne è andato, il sole a picco, il languore indolente dell’estate che mi rallenta e mi ottunde. Arriva il vento, freddo, che mi spazza l’anima e ripulisce il cuore; mi prepara ad un nuovo inizio, mi toglie le foglie secche che mi soffocano.
E’ il momento di lasciare andare. Dimenticare no, mai: ogni esperienza vissuta è preziosa in me e mi fa crescere; ma è passata.

La malinconia struggente delle giornate fredde e serene di settembre, l’aria cristallina che mi riempie i polmoni: è il cambiamento che mi colma, che mi chiama con una quiete assordante.
Chiudo gli occhi, inspiro e mi lascio trasportare.

Sono pronta a cambiare.

Non mi interessa

Ogni volta che dico “Non mi interessa”, “Non me ne frega niente”, “Non m’importa”… ecco, quello è il segnale che invece di quella cosa mi importa, eccome.

Ma è una cosa che mi fa stare male, che mi manca, che non posso avere; una cosa che mi mette a disagio doverci pensare, perché è complicata, difficile, tocca un nervo scoperto o altro del genere (vi siete fatti un’idea).
Così perferisco dire “Non mi interessa”; preferisco mentire a me stessa, raccontarmi che sto bene anche senza, che alla fine non era così importante. Alla fine, sai che c’è: meglio così. Preferisco stare tranquilla, non pensarci – e se per caso vedo qualcosa che me lo ricorda, o magari riaffiora un ricordo non ben sepolto, scrollo le spalle, mi passo una mano sulla fronte, arriccio le labbra, sbuffo e dico: “Non mi interessa”.

Non sono per niente brava a mentire.

Migliorare

Ma io?
Io cosa ho fatto in questi mesi per migliorare?
Io cosa ho fatto per essere una versione migliore di me stessa, per meritare di essere scelta?
Io cosa ho fatto per dimostrare attenzione, attaccamento, interesse, cura?

Se fossi stata in prova, probabilmente l’avrei fallita.

Ho passato il mio tempo a lamentarmi, a invidiare e ad aspettare che qualcun altro si prendesse in carico la mia esistenza, che mi facesse crescere e cambiare. Ma non funziona così. Una sub deve avere in sé la volontà di mettersi in gioco, evolvere e impegnarsi per essere meritevole. Credevo di avere questa volontà, ma forse non è così; di certo non la sto applicando nel modo corretto.
Tocca a me il primo passo. E il secondo, e il terzo.
Per trovare chi voglia venirmi incontro, devo io per prima avanzare.

Sapere cosa si vuole

Forse quello che vorrei è solo sentirmi più desiderata. Più al centro dell’attenzione.
Oppure non lo so. In realtà non lo so bene, cosa vorrei davvero. E se non lo so, come faccio a chiederlo? Ma il fatto è che, anche quando so cosa voglio (raro), non so come chiederlo. Spero sempre che le persone sappiano leggermi nella mente, che capiscano cosa vorrei e che me lo spieghino (e che me lo diano).
Ovviamente non funziona.
Quello che dovrei fare è autoeducarmi ad essere più sincera, soprattutto con me stessa, e più comunicativa. So quanto è importante la comunicazione, il parlarsi… ma saperlo non mi aiuta ad applicarlo. Troppo spesso, senza volerlo razionalmente, taccio desideri, aspettative, pensieri. Preferisco omettere, per evitare confronti e difficoltà. Se lo capisci da solo, bene, se no farò finta di non averlo mai voluto.
In questo modo però la mia frustrazione cresce fino a diventare un blob incontrollabile di risentimento e malessere.
Ho letto chilometri di pagine che ripetono quanto sia fondamentale dirsi le cose, tra persone alla pari ma anche in un rapporto D/s. Prendersi dello spazio, un tempo definito, per confrontarsi apertamente. Ma come si fa a farlo davvero? Come faccio a dire che vorrei questo o quello, o di più di questo o di meno di quello, senza diventare top from the bottom? Senza dirigere coloro i quali dovrebbero essere quelli che dirigono?
Temo sempre ci sia qualcosa che non devo dire. Qualcosa che ferirà qualcuno, o che rischia di venire travisato, o che detto in un certo modo potrebbe forse andare bene, ma aspetta, forse è meglio non usare proprio questa parola ma un sinonimo, o forse meglio fare un giro di parole… anzi magari non lo dico. E poi invece sarebbe bastato dirlo.

Talvolta ho la sensazione di camminare su uova che vedo solo io.

Contrasti

Anche se non me ne sono mai andata del tutto, e probabilmente una parte di me non se ne andrà mai, è pur vero che in questo momento non sono collarata. E questo mi crea una confusione tale da non capire più nemmeno me stessa.

Mi sono certo affezionata alla mia libertà, all’andare in giro, al non dover chiedere il permesso, e non so se adesso sarei capace di sottomettermi ed obbedire (sarebbe senz’altro una sfida). Non sto nemmeno cercando nessun altro, se è per questo.
Ho così tante cose in ballo: il lavoro, vari corsi di aggiornamento, il pensiero ancora futuro di un figlio, mia madre che rogna perché “non ci vediamo mai”; relazioni fugaci, relazioni stabili, amici, larp. E l’annosa lotta per il peso, la palestra, la fisioterapia.

Eppure.

Eppure non riesco a non desiderare anche di poter essere ancora, sempre, slave. Anche se so che non riesco, che non ho tempo, che non ci sto dietro – giorni e giorni che scorrono tra impegni, corse, clienti, serate a videogiocare per staccare il cervello e che me lo bolliscono ulteriormente. Vorrei riuscire a fare tutto ed essere dappertutto, e anche essere perfetta per tutti nel frattempo, ma so che è impossibile. Rinuncio, perché so di essere incasinata – e se non riesco a dare il massimo di presenza e devozione mi sento male, in colpa, mi sento una slave a metà, e sto peggio che non a restare senza collare (è una delle cose che mi ha fatto soffrire in passato, l’ho realizzato da poco). Intanto il tempo passa e non me ne rendo quasi conto.

Riconosco di avere la tendenza a rimandare le discussioni e le decisioni; e più passa il tempo più si fa complicato affrontarle, perché nel frattempo sono accadute altre cose, e soprattutto si sono fatti altri pensieri (e io ne faccio tantissimi… forse troppi). Così il discorso non è più quello originale, ma è rivestito di strati di altre cose, altre considerazioni, altre emozioni – sia che c’entrano con il discorso originale, sia collaterali, e magari anche cose che non c’entrano nulla ma si sono lo stesso sommate per mezzo di un’emotività che non si è potuta esprimere con calma, ma che è stata repressa e sommersa.
Il brutto accade quando questa sobbolle ed esplode. Allora tutto esce senza controllo, senza senso, e danneggia tutto e tutti intorno. Sapere dare uno sfogo, avere la lucidità per comprendere che è il momento di parlare e non di rimandare, non è cosa da poco. E non sempre sono capace di farlo.

Uno dei punti su cui lavoro da anni è quello della distinzione tra “accontentarsi” ed “essere contenti”. E’ giusto non volersi accontentare e puntare al miglioramento, e, nel mentre, è anche giusto e sano essere contenti e godere di ciò che si ha, o che si riesce ad avere nonostante tutte le circostanze, visto che la vita ha questa fastidiosa tendenza a complicare le cose.

Non ho una soluzione e non sto pianificando… vado avanti a braccio. Ma mi sono resa conto, dolorosamente, che andando a braccio divento incoerente.

Ogni tanto mi faccio viva

Ogni tanto trovo qualcosa su tumblr e lo rebloggo. Un’immagine che non sia (solo) porno, ma che sia per me evocativa di qualcosa che mi risuona dentro.
Questo è bloggare per me: pubblicare qualcosa che significhi qualcosa per me. Per questo mi è così faticoso pubblicare con costanza: perché non sempre trovo qualcosa di significativo da dire o da condividere. Oppure lo avrei: ma ho timore a renderlo esplicito, a dirlo ad alta voce; talvolta ho anche difficoltà a metterlo in parole.

E’ un periodo di ferma, questo; di sospensione (non nel senso del bondage). Ondeggio in un limbo lattiginoso, da cui ogni tanto emergo con un pensiero, un’immagine. Su tumblr è più facile perché più breve, più immediato, più visivo.
Qui, ancora, non riesco a mettere in fila i pensieri come vorrei; non ho molto da raccontare, e ciò che accade lo tengo per me.