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Tag: bagnarsi

  • Capovolta

    La legatura inizia come sempre, dal TK: mi prendi le braccia e me le porti dietro la schiena, fai scorrere la corda e mi immobilizzi. Hai le mani fredde e mi regali brividini. Mi appendi al bambù, senza sollevarmi, e inizi a stringere ancora più corde intorno al mio corpo. Mi blocchi le cosce, e poi i polpacci e i piedi; mi stringi una corda intorno al ventre.
    Sono totalmente costretta, in un equilibrio estremamente precario.

    Mi bendi gli occhi e mi abbandono del tutto alle tue corde. Mi fai girare su me stessa, appesa. Mi colpisci con le mani e col gatto a nove code, su tutto il corpo.

    Ansimo.

    In un momento preciso, sento il sesso che mi si contrae. Non l’avevo mai sentito così chiaramente. Ho sempre sentito l’eccitazione pervadermi come un calore diffuso e un bagnarmi fluido, continuo. Adesso invece sento la stretta dei muscoli che si contraggono, che desiderano: il sesso che si apre, che chiama. Apro gli occhi dietro la benda, per lo stupore e la sorpresa di quella contrazione improvvisa. E torno a chiuderli per restare immersa nelle sensazioni.

    Reclino la testa all’indietro per accogliere i colpi che mi doni sul seno. Perdo l’equilibrio e resto attaccata al bambù, giro, mi colpisci dovunque, non so dove sei. Mi metti una mano in bocca, la lecco.

    Dopo un tempo che non so definire mi sciogli e come tutte le volte mi dispiace: vorrei restare in quel luogo altro per sempre. Ma mi ritrovo stesa a terra, accompagnata dalle tue mani ora roventi, liberata, senza più la benda.

    Apro gli occhi lentamente e resto di stucco. Giro la testa: non sono dove pensavo di essere. Credevo di essere rivolta in un senso, mi ritrovo stesa nell’altro. Nella tua legatura, nelle sensazioni, ho perso l’orientamento; sono rimasta realmente alla tua mercé.

    Tu sorridi compiaciuto, io sorrido felice.

  • Onirica IX

    Non so come sono arrivata lì. Il sogno inizia in medias res, nel mezzo dell’azione già in corso.

    Sono nuda, in ginocchio; le braccia legate, stese, dietro la schiena, in uno strappado scomodo e doloroso; la corda è fissata in alto al bambù. Sono costretta a chinarmi in avanti, a offrirmi.

    Ti avvicini lentamente e ti metti davanti a me. Mi entri in bocca fino a che non appoggio le labbra sul tuo pube e mi trattieni lì tenendomi per i capelli. Ti sento fino in gola e spasimo per resistere. Tengo gli occhi chiusi e ansimo, sbavo, mi agito.
    Sono scomoda, dolorante, a disagio e bagnata fradicia. Ho una voglia terribile ma sono bloccata, non posso toccarmi e tu non mi fai niente, mi tieni solo quella mano sulla testa.

    Ho così tanta voglia che mi risveglio, ma ho anche ancora sonno. Mi riaddormento e sogno di ripensare a quel sogno, e sogno di masturbarmi pensandoci.
    Infine mi sveglio del tutto, senza avere goduto né in un sogno né nell’altro.

    Il resto della giornata scorre denso come il bagnato che mi resta tra le cosce.

  • Graticola

    Patisco sempre un po’ l’assenza, anche se mi riempio di cose da fare per non pensarci, per non dare retta alle voci che mi dicono che non sono abbastanza brava (perché dovrei essere più disponibile per te).

    Quando arrivo sono colma di aspettativa, anche se sono talmente colma da non rendermene conto: mi sento tranquilla, senza necessità. Ma in verità ho voglia.

    Passa una serata molto tranquilla. Poi, quando già è tardi, mi attivi: mi provochi, mi sculacci, mi spingi e mi fai salire a galla quella voglia che avevo, che trabocca e mi inonda. Mugolo e ti imploro con gli occhi.

    E tu ti neghi.

    Mi metti a quattro zampe sul divano, il culo per aria, e ti siedi ad osservarmi smaniare e scondinzolare, sperando in un orgasmo che non arriverà mai. Ridi godendo della mia smania, della voglia insoddisfatta che mi agita.

    Il giorno dopo, per tutto il giorno, seduta al tavolo del cliente, davanti al pc a lavorare, concentrata, continuo a sentirmi pulsare. E’ come essere seduta su una graticola; mi ci hai messa tu e continua a friggermi, qui sotto, tra le gambe. Una sensazione di sottofondo che reclama attenzione, che non riesco ad ignorare mai del tutto, che mi accompagna e mi ricorda a chi appartengo.

  • Il giorno dopo

    Il giorno dopo i pensieri mi attraversano nei momenti meno opportuni, a sorpresa, senza preavviso alcuno. Succede a caso, mentre sto installando un programma o preparando una query, mentre sono concentrata o mentre sono distratta, mentre sono seduta o in piedi. E’ come un brivido, una scossa. Un’immagine si forma nella mia mente e si impone alla mia attenzione. 

    In ginocchio, nuda, che ti supplico. 

    Spinta a terra, la lingua sui tuoi piedi. 

    La tua presa sui miei capelli. 

    Tu che mi entri dentro, dove vuoi, ruvido e veloce. Fino in fondo. 

    Gli schiaffi. Gli sputi. I colpi sul culo.

    Il mio sguardo si fa di colpo annebbiato; è come se fossi di nuovo lì, con te, ai tuoi piedi, aperta. Anelo ad esserci ancora. Ci sono appena stata e non mi basta: ancora, per favore. 

    Il cervello mi barcolla nella scatola cranica, fatico a rimettere a fuoco il lavoro, stringo le cosce e chiedo al collega di ripetere quello che mi ha appena detto, fingendo un’indifferenza che non ho.

    Il giorno dopo – i giorni successivi – il pensiero di te non mi abbandona mai.

  • Connessione

    Quando mi permetto di connettermi col mio corpo
    Quando cammino quattro ore sulle colline
    Quando respiro a fondo l’aria tersa e fredda dell’inverno
    Quando faccio fatica
    Quando sento i muscoli tendersi e li ascolto
    Quando chiudo gli occhi
    Quando si spegne il chiacchiericcio infinito della mia mente
    Quando sono legata, costretta, incatenata
    Quando finalmente sono connessa con il mio corpo
    Lo sento cantare, riempirsi, espandersi e sentire tutto
    Tutto ciò che è in me e fuori di me
    Le emozioni, le sensazioni, l’universo
    Entro in connessione con il tutto

    E inevitabilmente
    In questa fusione di sensazioni
    In questo flusso di percezione
    In questa espansione di consapevolezza corporea

    Mi bagno

  • Clic

    Cambia il tono della voce.
    Cambia il tema.

    Mette lì una frase.
    Mette lì una parola.

    Un gesto. Uno sguardo.

    Qualcosa dentro di me fa clic.

    L’interruttore è sempre lì, dentro di me: aspetta solo di essere premuto. E’ un’attesa attiva, attenta: non è inerte come sembra, come credo, come talvolta vorrei.

    A volte preferirei averne maggior controllo; lo tengo al sicuro, nascosto, magari dissimulo, ma non ho realmente il potere di non farlo accendere, o di spegnerlo. Anela ad essere premuto.
    A volte invece penso che si sia guastato, che non funzioni più. Quando sono molto giù, o molto in ansia, sembra inceppato. Eppure non smette mai di funzionare. Magari ci vuole più sforzo, o più bravura, ma può accendersi comunque.

    Quel clic mi fa passare da uno stato di quiete ad un’attivazione profonda: tutto in me si smuove, si rimescola. Il sesso inizia a pulsare, ad aprirsi, agito le gambe, mi inarco, chino un poco la testa, apro la bocca e giro lo sguardo. Arrossisco, forse; sento il sangue affluire alle guance, ai capezzoli, il respiro mi si fa più profondo.

    Basta così poco. Un gesto. Uno sguardo. Quel tono di voce, basso, quella vibrazione.

    Clic.

  • Serata

    Quando arrivo stai riposando; vengo da te a salutarti, bacio la mano che mi porgi e vado a preparare la cena. Sorrido mentre preparo: servirti mi dà un senso di pace, di ogni-cosa-al-suo-posto.

    Durante la cena e dopo, parliamo: parliamo di lavoro, di BDSM, di aneddoti, di tutto. Mi piace parlare con te, mi piace ascoltarti, ridere insieme sul divano.

    Si fa tardi e inizio ad essere davvero molto stanca; dopotutto, mi sono svegliata alle 6.30 e sono ormai le 23.30. Sento gli occhi che mi si chiudono. Eppure, quando mi tiri a te e mi fai stendere sulle tue ginocchia, d’improvviso la stanchezza non conta più nulla. Mi abbassi i leggings e gli slip e ridi; anche io rido, tra l’imbarazzo e il desiderio. Impiego un attimo a scendere e a cambiare registro.

    La prima sculacciata è rivelatoria: mi svela quanto incredibilmente la desideri. Non rido più, il respiro mi si fa affannoso. Non voglio che tu ti trattenga, né che iniziamo piano, né niente: non strillo (e lo sai che sono una che strilla) ma gemo. Sporgo il culo per ricevere le tue mani.

    Mi sculacci forte, rapido, nel punto dove la coscia si unisce al culo: un punto sensibile, tenero, più doloroso del gluteo. Mi piace da morire. Assaporo il dolore.

    Mi spogli con gesti bruschi e mi getti a terra a leccarti i piedi. Mi fai rotolare, mi calpesti e mi sputi; gli schiaffi mi prendono come sempre alla sprovvista, piego il viso per seguire la tua mano e chiudo gli occhi. Mi consegno a te.

    Mentre ti lecco ancora i piedi, nuda, per terra, il viso sul pavimento e il sedere alto, smetto di ansimare, di gemere, di contorcermi: inaspettata mi riempie una calma profonda. Ecco, penso, qui sono abbastanza. Qui sono brava. Qui va tutto bene, davvero. Galleggio placida in questa sensazione, piena di stupore.

    Quando mi penetri urlo. Con entrambi i pollici mi apri dietro. Mi vieti di venire. Con le mani annaspo ad afferrare il tappeto, il divano, o forse qualcosa di inafferrabile: la voglia, il dolore, il piacere, il divieto del piacere, il mio essere, l’emozione che provo: non so. Ansimo e grido e alla fine crollo, esausta, usata, felice.

  • Riconoscersi

    In piedi, con il cappuccio in testa che mi blocca dentro me stessa, le sensazioni che mi rimbalzano dentro senza che possa vedere, la pinza sulla lingua che mi fa sbavare dolorosamente, le mollette addosso che mi fanno gemere, le mani bloccate dietro la schiena, le caviglie legate insieme, nuda, con le mutande a mezza coscia, davanti a te.
    Ti sento, sento il suono di te che ti sposti, di te che mi guardi, in queste condizioni, davanti a te.

    Nel rumore bianco che sempre invade il mio cervello quando scendo nel modo migliore dentro me stessa attraverso il bdsm, un pensiero si forma: ecco, mi piace. Sono una persona a cui piace tutto questo: il dolore, l’umiliazione, essere legata e bendata alla mercé di un uomo che mi fa questo.

    E’, forse, un’epifania.

    E’ vero: mi piace. Lo cerco. Posso goderlo. Posso, davvero? Posso, Padrone? …Posso, davvero.

    Aggiungi una, due mollette tra le mie cosce: ho un singulto e sento il calore attraversarmi, sciogliermi e colare da dentro di me, tra le mie gambe. So che mi toccherai e troverai la prova che mi sta piacendo, che mi piace il dolore della carne pizzicata, mi piace l’umiliazione della bava che cola, mi piace la sensazione di essere inerme, bloccata, aperta, vulnerabile, a tua disposizione.

    Oggi non lo combatto: lo abbraccio.
    Oggi non penso che il modo giusto per goderlo sia viverlo attraverso un velo di sensi di colpa, di vergogna. Oggi lo riconosco, riconosco me stessa in questo, fino in fondo. Oggi lo dico, oggi lo grido. Oggi lo accetto. Anche la vergogna, certo. Sì, sono io.

  • Dopo una cena di lavoro

    Dopo una cena di lavoro, rientro in auto con alcuni colleghi, due uomini e una donna. E’ tardi, passata mezzanotte da poco.

    D’improvviso, penso: domani a quest’ora sarò in ginocchio per terra, coperta di sputo e di sperma, il trucco colato, la lingua di fuori e la bava che cola dalla bocca, le gambe aperte e il culo rovente.

    Un brivido profondo mi percorre tutta; mi agito sul sedile posteriore, accanto agli ignari colleghi. Muovo le gambe, per la sensazione pulsante che inizio a sentire in mezzo alle cosce.

    I colleghi chiacchierano, ridono, si raccontano aneddoti. Io vibro in silenzio.

    Come è possibile che sia qui, che sia la persona che è stata con loro in fiera, che lavora, che si confronta alla pari, ed allo stesso tempo essere schiava, esserlo profondamente, sentirlo come la propria natura più profonda, più vera? Osservo l’abitacolo, le case che scorrono fuori dal finestrino, sento le risate dei colleghi ma non ascolto. Quello che ascolto è ciò che sento dentro, questo scorrere fluido, denso, potente che mi porta a terra, sotto i Suoi piedi, a subire tutto ciò che Lo soddisfa. A godere del dolore, dell’umiliazione.

    Quando scendo dall’auto, inspiro l’aria della notte e sorrido.

  • Treno

    I pensieri scorrono insieme al paesaggio. Mi vengono incontro e scivolano via, veloci, colorati dei colori dell’autunno, luminosi; mi colpiscono con la loro intensità, oppure con la loro dolcezza.

    Tendo a non definirmi una persona emotiva; eppure mi hanno fatto notare che la mia emoitività è intensa, anche se magari non la riconosco. Piango poco, quasi mai. Eppure in questo periodo sento una pienezza del cuore e dei visceri che chiamo felicità.

    I pensieri e le fantasie ronzano nella mia testa di continuo, creando un piacevole suono di sottofondo. Quel ronzio della mente fa vibrare in risonanza anche la mia carne. Sento la vibrazione nella pancia, in mezzo alle gambe. La assaporo, me ne lascio avvolgere: lascio che il corpo senta, abbandonato, mentre la mente viaggia. Lascio che il corpo viaggi, trasportato dal treno, mentre la mente elucubra.