Biancheria

Da adolescente, leggendo Ossessione di Stephen King, trovai un passaggio illuminante: il protagonista, nel suo delirio, mentre tiene in ostaggio la sua classe, ricorda di quando, tempo prima, avesse per un attimo visto le mutandine della prima della classe: erano bianche. Segno (diceva il testo) che era inequivocabilmente una brava ragazza.
In quel momento, decisi che non avrei mai più indossato slip bianchi, ma solo e sempre biancheria nera. Perché non ero – non volevo essere – quella che si definiva una “brava ragazza”.
E così feci. Il mio cassetto della biancheria è tuttora colmo solo di slip neri.

Mentre infilo quelle mutandine rosa, col bordino bordeaux e un decoro a cuore sul davanti, sento la faccia che mi si scalda, arrossendo.
Getto un’occhiata nello specchio ma quasi non vorrei.
Sono proprio rosa.
Abbasso la canotta (nera) e tiro su i jeans (neri). Cerco di non pensarci, eppure ho stampato in faccia un sorriso imbarazzato e colpevole, come se avessi appena rubato una cosa molto bella e buona. Mi vergogno come un ladro. Infilo gli anfibi e inizio a dimenticare. Sono solo degli slip. Basta non pensarci. No?
Ore dopo, mi chiede: “Allora, hai messo quelle mutandine rosa?”
Io avvampo e annuisco. Mi slaccio i jeans, li abbasso e le mutandine sono lì; e sono sempre terribilmente rosa.

Quando le sue dita mi toccano, spostando lo slip, giro la testa di lato e mi copro gli occhi con le mani per nascondermi, travolta dalla vergogna. Sono rovente.
E fradicia.

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Ematonil

“Può servire un master?”

Mi volto a guardarlo. “Mah, oddio, può sempre servire, non si sa mai!”, rido.
Solo il giorno dopo mi viene in mente che la frase di per sé contiene un assunto sbagliato: un master non serve, al massimo si fa servire. Ma non importa.

L’approccio non è dei migliori, forse, ma mi ha fatto ridere e in questo momento ci vuole proprio. Mi propone di giocare ma io non sono esattamente per la quale. Parliamo, propongo: conosciamoci. Mi racconta un po’ di sé, gli racconto un po’ di me; fuma una sigaretta, chiacchiera, sorride. Io rido, scherzo. Sembra simpatico, e ho addosso un mood strano.
Io, che di solito sono estremamente restia ad aprirmi, che valuto e soppeso, che attendo mesi di dialogo, conoscenza, messaggi, mail, che sono sempre sospettosa, impaurita, sto seriamente pensando di giocare con questo tipo, appena conosciuto ad un play party…?
Lo guardo. Mi stai dicendo la verità? Sarai davvero rispettoso dei miei limiti? Posso fidarmi?

Mentre mi inoltro con lui nella zona più buia mi chiedo se non sto facendo una cazzata, quali scappatoie ho, cosa fare se prova a fare qualcosa cui non ho acconsentito. Ma cionondimeno mi piego e mi faccio sculacciare.

Chi sta usando chi?
Si gioca sempre in due.

Mi dà una parola per chiamare basta; poi cala una mano estremamente pesante, che impatta alla perfezione esattamente dove mi piace di più: sul culo. Una chiappa, l’altra. Colpisce, mi risistema quando scivolo e scappo, colpisce ancora. La sua voce diventa più bassa, più morbida. Più minacciosa, anche. Entra in ruolo, ed io con lui.
Colpisce forte, urlo; dopo non so quanto chiamo la safeword per terminare il gioco, anche se so che ne potrei prendere ancora – ma ho timore di essere in subspace e di non saper valutare.
Si ferma. Posso fidarmi.
Fuma un’altra sigaretta. “Altre dieci, dai”, dico. Mi piega: “Facciamo quindici,” dice, “conta. Conta e ringrazia”.
Conto e ringrazio.

Quando mi rialzo ho la testa leggera e il culo dolente. Barcollo leggermente, stordita e sospesa, con un sorrisino che mi aleggia sulle labbra. “Adesso quando ti siedi mi pensi”, dice. Ne sono sicura.
Andiamo a bere una cosa e chiacchieriamo. Ho la gola riarsa dagli strilli e sono grata alla bevanda fredda.

Il giorno dopo ho il sedere rosso; alla sera, viola. Quando mi siedo lo sento. Il lunedì decido di andare in parafarmacia ad acquistare una crema per lenire i lividi, e ogni volta che la metto sorrido incredula: ho davvero giocato ad un play party con una persona conosciuta la sera stessa! Una parte di me insiste che dovrei sentirmi in colpa, o stare male; ma sono stata bene, e voglio che sia questo tutto ciò che conta.

Vacanze al mare

Cervia, settembre. Spiaggia, sole e vento forte.

Quando sono in spiaggia con il vento, di colpo sono di nuovo quella bambina di 12 anni in vacanza al mare coi genitori; quella che, nel torpore indotto dal sole, sotto la carezza del vento, immaginava situazioni e storie erotiche se non proprio pornografiche, con indizi di un bdsm che ancora non aveva un nome, e si bagnava fino ad avere il costumino fradicio.

La sensazione del vento che mi batte sulla pelle è come essere accarezzata con forza da grandi mani maschili. Mi sento toccata, afferrata e massaggiata tutta, tutta insieme.
Allora mi sorgono immagini, fantasie e ricordi, che mi fanno avere altri brividi, più profondi ed intimi, oltre a quelli del vento che mi increspa la pelle.

Sono sempre stata fisica, vogliosa, affamata; ma mi hanno insegnato che era sbagliato e sporco. Ed io di questa sensazione di sporco ho fatto ulteriore fisicità, diventando masochista e sottomessa, amante dell’umiliazione e della vergogna come viatico di eccitazione.

Amo il vento forte, il getto violento dell’acqua, l’impatto delle fruste, le carezze a mano piena che mi stringono la carne.
Amo il tocco deciso di chi si appropria di me.

Puntini di sospensione 

È sempre sulle braccia che mi segno. 

Il giorno dopo essere stata legata, trovo piccoli segni rossi subito sotto i deltoidi. Sono come puntini di sospensione – ed è un termine invero appropriato. Tratteggi curvi appoggiati sulle mie braccia, ricordo di un abbraccio ruvido, stretto, nel quale mi sono abbandonata a peso morto. 

Un tempo farmi legare non mi interessava granché. Ora invece mi coinvolge, mi fa spegnere la testa; chiudo gli occhi e non sono più lì – e ci sono ad un livello tale che non sono raggiungibile. Sento i suoni esterni ovattati, lontani; non mi riguardano. Ansimo, sospiro. Mi piace sentire la scomodità della posizione, il segare della juta, il tocco del rigger che mi sposta e mi avvolge in queste spire. 

Mi lascio appendere e semi-sospendere. Mi abbandono sicura di non cadere. Tiro per il puro piacere di sentire la rigidezza delle corde che grattano e mi si incidono nella carne. Il senso di costrizione mi fa sentire libera e protetta. 

Il giorno dopo mi guardo le braccia, accarezzo quei lievi tratteggi e sorrido. 

Io, loro… lui

Uno dei miei limiti è il giocare insieme ad altre sottomesse. Sono consapevole che, purtroppo, in una tale occasione mi partirebbe un incontrollabile embolo di competizione. Preferirei di gran lunga che non accadesse e ci sto lavorando, ma finché non è risolto è e resta un limite: perché rovinare il gioco a me, ai Padroni e pure ad una terza persona? Meglio evitare.
Per questo nei giorni scorsi mi ha colpita con grande stupore un pensiero vagante: e se fosse un lui?
Pensando di giocare con un altro sottomesso maschio non mi parte alcuna gelosia, né senso di competizione. Non so perché. Non ci avevo nemmeno mai pensato, ma nel momento stesso in cui quell’idea mi ha attraversato la mente ho iniziato a fantasticare (dannata immaginazione).

Attraverso la porta ed entro nel dungeon: il dubstep che fa da colonna sonora batte dalle casse, le luci sono soffuse, rosse, smorzate dal soffitto nero; i miei occhi ci mettono qualche attimo ad adattarsi, ma lo vedo subito. E’ in ginocchio al centro della stanza, ha addosso solo un paio di slip neri – esattamente come me. Tiene le mani dietro la schiena e la sua bocca si apre in un atto spontaneo di stupore quando mi vede, e lo stesso fa la mia. Mi blocco e ci osserviamo.
E’ moro, coi capelli corti, sbarbato e depilato; un corpo solido, né grasso né scolpito. E’ un bel ragazzo.
Lady Rheja, dietro di lui, sorride. Il Padrone mi passa dietro la schiena e va a sedersi sul trono: anche lui sorride, sornione. “Sorpresa”, dice, non so se a me o a lui – forse ad entrambi.
Il cuore mi batte nel petto, è strano che ci sia anche un altro sottomesso.
Ci portano alla struttura e ci mettono uno accanto all’altra. Lui è, naturalmente, più alto di me. Ci osserviamo di sguincio, non riusciamo a dirci nulla: siamo pur sempre in presenza dei Padroni e non ci è permesso chiacchierare, siamo in gioco.
Il Padrone lega me e Lady Rheja lui: ci legano alla stessa maniera, le corde che ci passano intorno al torace, i polsi uniti dietro la schiena e poi sollevati in alto, assicurati alla struttura: lo strappado ci forza a chinarci in avanti, esponendoci. Barcolliamo per gli strattoni alle corde, per la posizione, ed ogni volta che per caso ci tocchiamo o ci sfioriamo sobbalziamo, come avessimo fatto qualcosa di sconcio. Lo guardo e vedo che anche lui arrossisce come me. Sorrido, e lui mi sorride in risposta.
Uno schiaffone fortissimo mi cala improvviso sul culo e mi strappa un grido; grida anche lui, colpito all’unisono. Il Padrone e Lady Rheja ci passano davanti portandosi alla nostra vista. Ridacchiano: “Allora, avete già iniziato a fare comunella?”, dicono; “Fate poco i furbi, occhi bassi e non toccatevi; ora ci divertiamo”, e tornano alle nostre spalle. Io e lui tremoliamo e ci mordiamo le labbra; abbassiamo gli occhi a terra senza più osare guardarci.
Il gioco inizia sommesso per farsi via via più intenso; i Padroni ci girano attorno, ci colpiscono, ci toccano, ci strizzano, ci spingono una contro l’altro e ridono del nostro imbarazzo, dello sforzo spasmodico ed inane di non guardarci né toccarci, appesi come siamo e tempestati dai flogger, dalle mani, dai frustini, da strumenti che non capiamo cosa siano ma fanno male, male, e ci gettano le menti in un deliquio liquido e sbavante.
Infine i Padroni ci sciolgono e ci spostano, ci mettono in ginocchio sul tappeto con le mani dietro la schiena; ci abbassano gli slip e si prendono gioco della nostra rispettiva eccitazione. Non riesco ad impedirmi di girare gli occhi a guardarlo ed è lì, evidente, dritto, duro, lucido e umido. Alzo gli occhi e incrocio il suo sguardo che risale dal lungo filo traslucido che collega il mio sesso alle mutande.
“Cosa stai guardando, eh?”, esclama il Padrone.
“La stai guardando in mezzo alle gambe, vero?”, rincara Lady Rheja.
Sia io che lui saltiamo, colti in flagrante, e giriamo subito la testa dall’altra parte. I Padroni ridono. La vergogna mi fa avvampare, ma sono bloccata dove sono, in ginocchio in mezzo alla stanza, nuda, bagnata, la pelle che sfoga il calore dei colpi subiti. Ho il respiro pesante.
“Bè – dice Lady Rheja – sembra che tutti e due abbiano una voglia disperata di venire!”
“Dici? Non si capiva”, commenta con pesante sarcasmo il Padrone.
“Dai – intercede lei – sono stati bravi. Glie lo lasciamo fare?”
Mi tendo come una corda. Oso guardare di sottecchi in direzione del trono, dove sono seduti, lei sulle ginocchia di lui, nella speranza che sia vero, che lui acconsenta; di colpo divento pienamente consapevole di quanto il sesso mi bruci e scotti, di quanto sia gonfio di voglia. Oh, per favore, per favore, penso.
“Mmm – fa lui, lasciando che il silenzio addensi il nostro desiderio – in effetti sono stati bravini, hai ragione”.
La tensione si fa palpabile. Sento anche quella di lui, accanto a me; un altro fugace sguardo – è più forte di me – e lo vedo che salta e si contrae, già sull’orlo dell’orgasmo. Vederlo mi carica ulteriore voglia.
“Allora li lasciamo venire?”, chiede lei con intenzione. In quel momento lo vedo arrivare, e capisco che c’è sotto qualcosa, che lo hanno già concordato, che quello scambio di battute non è affatto spontaneo, ma costruito per farci salire un’aspettativa da distruggere con calcolato sadismo.
“Bè – chiosa il Padrone con un ghigno – ne lasciamo venire uno dei due“.
Ci cala addosso un macigno. Il mio sguardo e quello del ragazzo si calamitano l’uno all’altra e poi si inchiodano a terra. Gli sguardi dei Padroni sono taglienti come lame, riesco a percepire quasi fisicamente il piacere che stanno traendo dall’osservare la nostra lotta interiore, il desiderio che ci dilania, la tensione che ci rende naufraghi nella stessa barca.
I Padroni si alzano e vengono ad incombere sopra di noi.
“Come decidiamo?” chiede lei.
“Tiriamo a sorte – risponde lui – Lui è tuo, e lei è mia. Cosa scegli: testa o croce?”
“Testa!”
Sento il tintinnio della moneta che salta dalla mano del Padrone, ed un attimo dopo la vedo atterrare ai loro piedi, davanti a noi. Io ed il ragazzo tiriamo il collo per guardare.
“Cosa è uscito, kat?”, chiede il Padrone.
Apro la bocca per rispondere, ma la scopro impastata. Mugugno qualcosa, deglutisco e rispondo: “Testa”.
“Non ho sentito”, fa lui.
Inspiro, chiudo gli occhi, deglutisco ancora e dichiaro ad alta voce: “Testa, Padrone”.
Il cuore mi batte all’impazzata, non so se di rabbia, delusione, voglia, tristezza, invidia, umiliazione o cosa. Sento il ragazzo sorridere di gioia, impaziente di poter accedere a questo inaspettato privilegio. Maledetto, penso, ma non ce l’ho davvero con lui.
“Fico, ho vinto!”, esclama Lady Rheja battendo le mani.
“Brava – sorride il Padrone – allora decidi come fare”.
Lei ci guarda. “kat, stenditi”, ordina. Io eseguo, stendendomi a terra a pancia in su. Da questa posizione vedo Lady Rheja girare intorno al ragazzo, bendarlo e girarlo verso di me. “Ora masturbati – gli ordina – kat, guardalo”.
Apro la bocca come per protestare, ma la richiudo senza emettere un suono. Alzo gli occhi a guardarlo prendersi in mano il pene e toccarsi; è paonazzo di vergogna in volto, ma è duro e lo capisco: la voglia supera l’imbarazzo, e l’imbarazzo aumenta la voglia. Io stessa sento le guance rosse e calde, stringo le cosce senza accorgermene mentre lo osservo tremare e contrarsi.
Il Padrone spegne la musica da sessione e l’unico suono che riempie la stanza è lo sciaguattare umido e ritmico del ragazzo, che rallenta nell’udirsi così chiaramente nel silenzio, ma riprende con maggior foga sotto sollecitazione di Lady Rheja.
Lei lo ha rivolto proprio a mio favore, quindi lo vedo perfettamente bene, e sento il getto caldo sul seno e la pancia. Mi si contraggono i muscoli e quasi sento il mio sesso urlare per la voglia insoddisfatta e feroce che ha. Lui ansima. I Padroni applaudono.

Mi risveglio da questa fantasia con gli occhi sgranati, il respiro grosso, un mezzo sorriso che mi tira le labbra e un forte calore nel basso ventre. Mi rigiro la sensazione tra le labbra e penso che stasera chiederò un permesso per masturbarmi.

Ricevimento

In mezzo ad un ricevimento di matrimonio di amici, tra cibo che non finisce mai, chiacchiere noiose e sorrisi, mi trovo a guardare come le cameriere girano tra i tavoli portando piatti e pietanze; quasi senza accorgermene inizio a fantasticare di servire a tavola ad un grande ricevimento privato organizzato dai Padroni, con tante persone: loro, loro amiche ed amici, gente sconosciuta che invento: mere figure di sfondo, fittizie, solo perché più gente c’è più mi sento esibita – ed anche una Miss che stimo ed ammiro.
Immagino.
Essere la serva, nuda o quasi nuda, con i costrittivi ed i tacchi; servire a tavola in modo perfetto e preciso, con le signore che mi fanno i dispetti ed io che giro e brigo per servire tutti al meglio, sotto lo sguardo vigile e severo del Padrone e di Lady Rheja – tesa e concentrata per essere all’altezza, per far loro fare bella figura, perché tutti possano complimentarsi con loro per il mio operato.
Lui mi dà comandi gestuali che eseguo silenziosa. Lei mi sbriga avanti e indietro dalla cucina.
Quando passo accanto ai tavoli portando da bere e da mangiare le persone mi afferrano, mi pizzicano; mi attaccano mollette. I Padroni mi bloccano e mi piegano sul tavolo – oppongo una blanda resistenza, solo perché mi eccita di più – e mi inseriscono in vagina l’ovetto vibrante comandato a distanza. Mentre torno a girare per servire si divertono ad azionarlo a sorpresa e a ridere delle mie reazioni, dei salti, degli inciampi e dei gridolini che mi sfuggono, mentre sento la faccia che avvampa.
A fine cena quella Miss è molto compiaciuta ed ammirata, ed i Padroni di conseguenza. Lei gli chiede: posso farle del male?, con un sorriso cattivo che le illumina il viso. E’ bellissima ed io tremo di desiderio. Ed il Padrone sorride, scambia un’occhiata d’intesa con Lady Rheja e risponde: certo!, e mi guarda di sottecchi per spiare la mia reazione – ed io non vedo l’ora. Rabbrividisco non so se di paura o di gioia, o di entrambe, e mi avvicino ad un suo cenno.
Così mi mettono in mezzo e mi lasciano massacrare da lei, osservando, intervenendo, umiliandomi. Mi sento addosso gli sguardi di tutti, i colpi mi fanno girare la testa. Vedo i Padroni, abbracciati, applaudire allo spettacolo; la Miss mi gira intorno ed è una presenza densa che danza nella mia carne.

Torno malvolentieri alla realtà per il brindisi, ancora umida e morbida di questa fantasia inaspettata che mi ha reso lo sguardo languido e le gambe molli.

Porno

Apro tumblr e le gif rotolano nel loro brevissimo loop davanti ai miei occhi.
Scorro via veloce le immagini bdsm, tutte queste ragazze legate, piangenti, colanti; i seni colpiti, pieni di mollette e di cera; i sederi rossi, segnati, sanguinanti. Scorro via. Passo al porno, quello normale (“normale”…), quello dentro-fuori. Sorpasso le foto di sessioni, di umiliazione, di dolore inflitto e goduto.
Quasi non le voglio vedere. Non ci voglio pensare.
Cerco di non leggere i post scritti, quelli che parlano di rapporti D/s, sottomesse che cantano le lodi del loro Padrone, Padroni che sorridono condiscendenti alle loro cagne, carezze virtuali dopo i colpi.
Eppure l’occhio si ferma, inciampa. Mi ritrovo ad osservare quella carne che trema, quello sguardo di terrore così agognato. Mi entrano negli occhi parole di devozione, di soddisfazione.
Allora quell’esercizio fisico aerobico e coreografico del porno mi annoia. Guardo carne che entra ed esce e sbuffo. Guardo uomini appollaiati in posizioni oltremodo scomode per portare i genitali a favore di telecamera e mi chiedo come possa piacergli. Guardo sederi che rimbalzano e certo che mi eccito: ma fino lì.
Poi torno a osservare con bramosia i segni lasciati dalle mollette, i solchi del cane, il rossore diffuso delle sculacciate.
E mi manca. Anche se mi immergo nella quotidianità e non ci penso, se cerco di fare mille cose e non avere nemmeno un minuto libero, e se ce l’ho lo riempio con facebook o col cibo, alla fine dei conti, la sera, da sola davanti al pc, pur recalcitrante lo ammetto a me stessa. Sì, mi manca.
Mi manca il vortice di sensazioni, il lasciarmi andare, il dimenticare me stessa, il cervello che si svuota, la carne che urla, il cuore che si riempie per un Suo mezzo sorriso. La gioia di averLo reso soddisfatto del gioco. Di essere stata un buon giocattolo. E nell’esserlo, essermi lasciata travolgere senza più controllo.