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Tag: bdsm

  • Flashback: DeSade

    E’ ormai già metà febbraio ed è un pezzo che non vado a nessun evento e che non faccio BDSM. Forse addirittura dal Regina Nera di Natale. Sono concentrata su altro, ad allineare altri aspetti di me e della mia vita. Ma sono contenta di uscire, stasera, ritornare nell’ambiente.

    Per la serata decido all’ultimo momento di mettermi in tenuta da cane, con la maschera e le moppine che mi chiudono le mani.

    In questa tenuta, dal momento che indosso il cappuccio, che divento altro da me, che divento cane, mi sento invincibile.

    Non ho più paure, non ho più ansie; smetto di sentirmi grassa, o brutta, o inadeguata, o qualsiasi altra cosa negativa che possa essermi detta nei momenti più faticosi della mia vita quotidiana. Niente più responsabilità, niente più doveri: sono solo un cane. In questo ristretto orizzonte, dietro la mia maschera, in questo locale, non ho più nulla di cui preoccuparmi. Sono potente e bellissima.

    Succede di nuovo che le persone che conosco mi salutano perplesse, presentandosi come se non mi avessero mai vista, e rido. Mi diverte molto non essere riconosciuta, essere così tanto diversa. La maschera oblitera la mia identità ed è solo divertente, non c’è umiliazione, non c’è disumanizzazione: è un gioco. Sono felice e mi diverto. Quando mi rivelo tutti si divertono con me.

    Il locale è bello, ben attrezzato, i kinksters numerosi, gioiosi, amichevoli; è un luogo accogliente. C’è un ragazzo che ha anche lui una maschera da cane e ci salutiamo come se ci conscessimo.

    Giochiamo e l’impact è forte e avvolgente come solo il dolore donato sa essere. Mi tengo la maschera e resto nuda a ricevere i colpi. Il cappuccio di gomma ovatta i suoni, mi tiene dentro di me e al contempo mi fa uscire, espone quella parte di me che vive qui, in questo luogo segreto.

    Cammino a terra a quattro zampe per il locale e sono così orgogliosa di essere chi sono.

  • Nuovo anno

    Gennaio è arrivato ed è anche passato; anzi, tra poco sarà passato anche febbraio.

    Io sono cambiata, e forse il cambiamento più grande è che non mi sto più opponendo a questo cambiamento ma lo sto seguendo, incanalando, cercando di capirlo.

    Fare BDSM è sempre liberatorio e rilassante ed è incredibile come il mio corpo reagisca e si abbandoni alle pratiche come fosse un’immersione in un bagno caldo. La cosa differente è che adesso la sensazione che provo è che fare BDSM sia appunto un fare e non un sentire.

    Sento il dolore, certo, e il piacere. Ma un tempo quello che sentivo con più forza erano le emozioni, la liberazione emotiva, l’abbandono di me, del mio sé individuale. Emozioni che poi persistevano per giorni e mi lasciavano a galleggiare per un tempo che pareva infinito. Il BDSM era il mio rifugio in cui indulgere nei miei meccanismi disfunzionali in un modo sicuro, sano, consensuale.

    Eppure alla fine si è rivelato meno sano e meno sicuro di quanto pensassi.

    Così vivo il BDSM con meno ferocia, direi. Non è più ASSOLUTO e TOTALE per essere valido. Era un assoluto che mi annichiliva – ed ero felice di annichilirmi, ma era così difficile tornarne fuori, dopo.

    Il punto chiave è che so di non potermi più fidare dei miei desideri, che mi porterebbero a quell’annichilimento. Non posso fidarmi. Quindi non mi affido più.

    Vivo le pratiche con la gioia e il trasporto immediati della condivisione serena, senza sovrastrutture, senza legami. In tutto questo, spero di non essere io a ferire qualcun altro.

  • Joystick

    Il locale è ruvido e industriale; mi ricorda il Kindergarten. Ci sono le strutture, ci sono gli strumenti, ci sono i dress: tutti in nero (quasi tutti) con lampi di rosso. C’è un coniglietto e una coppia di ragazzi che si cambia tre volte nel corso della serata. C’è il bar, c’è la musica (ed è ottima), c’è il consenso sostenuto, promosso, entusiasta. Ci sono persino i dolci. C’è il gioco, tanto, costante, dappertutto, gioioso, condiviso, donato, fatto e ammirato.

    Ma soprattutto ci sono le persone. È dall’interazione con le persone che cresco, imparo, evolvo; con il confronto, le risate, la conoscenza. Sono le persone che fanno questa serata, al di là e al di sopra di qualsiasi altra cosa.

  • Randagia

    Finite le coccole e l’esibizione di corde, ho salutato e mi sono allontanata, cercando persone conosciute.

    Allora ho scoperto un gioco molto divertente: nessuna delle persone che mi conoscono mi riconosceva.
    Mi sono messa a salutare apposta le persone, per vedere il loro sguardo di smarrimento all’approccio di una persona-cane. Dal panico tipo “che vuole questa da me” alla perplessità del “ma chi cavolo sei?!”. Ho riso e mi sono (un po’) rilassata.

    E poi ho capito: cos’è un cane senza collare se non un randagio?

    Così è in questo modo che mi sono presentata poi. Mi è sembrato essere un status migliore rispetto alla solitudine, con una sua dignità solitaria che veicola un senso di autonomia e al contempo un desiderio, una nostalgia di appartenere.

    Lui lo conosco da tanto, ma senza averci mai parlato molto; un rocker, piccolo e nervoso, in senso letterale: asciutto, un fascio di nervi, un sorriso famelico dentro la barba grigia. Quante volte ci siamo incrociati al Project, ai peer rope, al Kinksters come stasera? Mai avuto occasione o pensiero di giocarci, pur con quella sensazione di affinità che sentivo.

    Quando lo incontro sono di nuovo in piedi: tentenno tra il presentarmi come sono di solito e l’essere presente solo come cane; gli dico che sono randagia e flirto, lo so che flirto, è un flirt da bottom a Top. Non ricordo cosa gli ho detto, ma subito dopo mi spinge a terra e affonda le dita nella mia carne.

    E’ così immediato, improvviso: mi toglie il fiato. E’ quello che voglio? E’ quello di cui sento il bisogno. Mi apro alle sue mani – piccole e crudeli come lui stesso mi fa notare: ho sempre avuto un fetish per le mani grandi, ma le sue sono dure e precise e infliggono un dolore secco, netto, potente.

    Quando subisco abbasso la testa. E’ un istinto innato. Chino il capo in un’espressione spontanea di sottomissione, che è anche un ritiro dentro me stessa ad ascoltare il dolore che mi viene dato; è un abbassarsi e un proteggermi, un darmi e un sentirmi.

    “Dammi i tuoi occhi”, ordina.

    Più delle dita che mi stritolano i seni, più dei palmi che mi impattano nella carne, è il doverlo guardare negli occhi che mi sconvolge. Alzo lo sguardo e il mio sguardo è perso. Che cosa vede, che cosa c’è nei miei occhi ora? E’ paura, è piacere, è sofferenza, è desiderio? O tutte queste cose mescolate in un vortice unico? Sono annichilita dallo sguardo diretto, mi spoglia di ogni mia protezione e mi espone più ancora della nudità.

    Passiamo la serata tra intermezzi di chiacchiere e sessioni di dolore e scambio di vortici.

  • Mood

    Non sempre sono nel mood giusto per fare BDSM. Anzi: non sempre sono nel mood giusto per pensarci.

    Qualche volta, se il pensiero mi attraversa mentre sono impegnata in tutt’altro, un po’ persino mi irrito. Ma che c’è, che vuoi?! non ho tempo ora di pensare a dress code, fruste, corde. Il nervosismo è certamente derivato dal mio desiderio inconscio di essere sempre perfetta in tutto, e dal costante senso di colpa per non esserlo, umanamente. Ovvero: per essere la schiava perfetta dovrei essere *sempre* nel mood, o entrarci al minimo input.

    Se supero quell’attimo di irritazione, però, scopro che davvero il mood bdsm è sempre alla mia portata. Resta sopito in attesa del suo momento, se non è il caso declina gentilmente, in alcune situazioni si attiva d’improvviso, in altre resta silente. Ma se mi rilasso, se lascio scorrere via la tensione e l’irritazione, se mi permetto di non essere nel mood, ecco che posso accedere a quel mood.

    Se necessito della mia attenzione altrove (nel lavoro, alla guida, eccetera) lascio stare e rimando ad un momento più consono. Ma proseguo nella mia quotidianità con meno tensione. Mi rassicura il fatto di non essere bloccata, di non avere perso qualcosa: tutto ciò che sono, tutto ciò che dà forma alle mie voglie è sempre qui, dentro di me.

    Sono sempre io.

  • Funziona

    Si avvicina piano, dice: ciao. Come a dire: anche tu qui, che coincidenza. Come non fossimo appena arrivati in questa stanza insieme con intenti chiari e condivisi. Sorrido: è un modo di iniziare, di segnalare l’inizio di un nuovo tipo di interazione: finite le chiacchiere, si gioca.

    Ho sempre quel momento di timore: chissà se mi piacerà.

    Mi solleva l’abito sopra la testa e lo accompagno nel movimento per toglierlo; invece si ferma, me lo avvolge intorno al capo bloccandomi anche le braccia e mi tocca. Buio, chiusura: il respiro si fa più profondo. Sento la sua presenza, vicino. Mi colpisce sul sedere. Inizia così ed è perfetto, con così poco sono già nello stato d’animo giusto, divento ricettiva, aperta. Dopo un attimo finisce di sfilarmi il vestito e mi accompagna alla croce per legarmi. Accolgo i colpi di tutti gli strumenti e delle sue mani con gratitudine e calore.

    Allora funziona, penso.

    Funziona lo stesso, anche se non c’è un rapporto D/s verticale e distaccato, anche se non ci sono protocolli, anche se non c’è tutta la sovrastruttura mentale. Funziona anche da play partner, senza tutto il rigido impianto che credevo così indispensabile.

    Ora comanda il corpo con le sue sensazioni, donando le mie reazioni in risposta al dono delle sue azioni. Ascolto, accolgo, gemo, strillo, canto persino.

    Tengo gli occhi chiusi e lascio che funzioni.

  • Invece, eppure

    Leggo sui social post con descrizioni accorate ed emotive di esperienze di sessione che hanno cambiato l’anima di chi le ha vissute. Emozioni così forti da trasformare chi le ha ricevute, da rovesciare ogni cosa dentro di sé. È sempre la parte sottomessa che ne parla, che esprime quanto ciò che le è stato donato l’abbia toccata nel profondo al di là di ogni possibile immaginazione, e la riconoscenza che prova verso il Padrone.

    È un tipo di racconto che dovrebbe piacermi moltissimo.

    Invece non mi piace.

    Una volta queste narrazioni mi coinvolgevano moltissimo, mi emozionavano, mi facevano desiderare di vivere anche io quelle sensazioni. Anzi, poi io stessa ho scritto di quelle esperienze, quando le ho vissute, e ne ho scritto con gli stessi toni di profonda commozione.

    Adesso mi sale un senso di opposizione. Mi sembra tutto falso, una truffa. Peggio ancora, mi pare che la persona che ne racconta sia un’illusa.

    La verità è che sono arrabbiata: vorrei crederci ancora; credere in quelle emozioni così devastanti, nell’Appartenenza con la a maiuscola, nella capacità quasi onnisciente del Padrone di saper guidare e condurre in luoghi nascosti dell’anima, nella possibilità di vivere sensazioni così potenti da cambiare per sempre il modo di percepire il mondo e se stesse.

    Invece non ci credo più.

    Sono arrabbiata e sono invidiosa: invidiosa di chi ancora riesce a crederci, di chi ancora riesce a sentire quelle emozioni, di chi ancora è capace di chiudere gli occhi e affidarsi.

    Era così bello crederci. Era così bello essere illusa.

    Eppure, nonostante tutto dentro di me spero che tornerò a crederci ancora; forse in un modo diverso: senza quella cecità abbacinata, senza quella fiducia incondizionata, senza quell’abbandono totale. Ma, in qualche modo che ancora non conosco, crederci.

  • Il COVID e il BDSM (o viceversa)

    Dopo tre giorni spettacolari di Kinksters e dopo tre anni di attesa ed essere finalmente andata a vedere il concerto dei Rammstein a Torino, venerdì 15 è arrivato anche per me il momento del covid. C’era da aspettarselo. E’ iniziata così una settimana decisamente pesante: febbre fino a 39, tosse, naso chiuso, testa completamente nel pallone, perdita di gusto e odorato. Una settimana di niente: energie zero per fare alcunché. Divano, Netflix e basta. Beh, e fumetti BDSM.

    In tutto questo infatti mi sono resa conto che non mi è passata la voglia di fare pratiche BDSM. Certo, con i brividi e la febbre a 39 la mia priorità era un’altra, ma anche nel rincoglionimento generale sentivo in me quel tipo di desiderio. Eppure è stato un desiderio che si era assopito a lungo, che era stato precedentemente azzerato dall’ansia per il covid, nei primi tempi della pandemia.

    Per dire: io sono una persona calorosa, ma durante il lockdown ho sempre tenuto addosso una giacca di pile. Il freddo che provavo non era tanto fisico, quanto mentale: era ansia, non spifferi. Allo stesso modo anche la voglia di sadomaso ha avuto un andamento ondivago, conseguente al mio stato di benessere psichico, più che fisico.

    Quando sto male, infatti, mi rifugio nell’anedonia: ogni mio desiderio si ritira in letargo, si chiude su sé stesso e mi lascia con una sensazione di vuoto, di mancanza. In quei momenti non ho voglia, non ho stimolo a masturbarmi o ad immaginare cose, né ad andare su FetLife o altro. Sono congelata. Mi piacerebbe provare desiderio, perché ricordo che è bello; ma non mi viene.

    Durante questa malattia non è stato così. Il malessere era fisico, non psichico: passato il febbrone, anche un po’ per consolazione, immaginavo, guardavo, mi toccavo. Ha senso. L’orgasmo è l’unica sensazione che può sovrastare anche il dolore fisico peggiore. Per me funziona, ma solo sul male fisico. Quello psichico mi impedisce non solo l’orgasmo, ma il desiderio di un orgasmo.

    Non auguro a nessuno questa malattia, soprattutto per la nebbia mentale: un annebbiamento totale, che ha richiesto sforzi notevoli per fare il minimo indispensabile. Mi consola non solo esserne fuori, ma soprattutto che non mi abbia fatto altro male che quello fisico; che l’annebbiamento non mi abbia fatto ritrarre, ma che, anzi, quella mia natura profonda sia rimasta a cullarmi e ad accompagnarmi fuori

  • Postumi

    Il giorno dopo sono ancora assonnata e sorridente. Non sarei mai voluta venire via.

    Ho i lividi sul seno e nell’interno coscia, i segni rossi e precisi della frusta sul sedere, un piacevole indolenzimento quando mi siedo o mi passo le mani addosso.

    Ma non è solo questo che mi porto a casa dal Kinksters.

    Mi porto il brillare negli occhi di chi ha giocato con me, e nei miei. I sorrisi e gli sbadigli, le chiacchiere in coda per il buffet, il caldo diurno e il freddo notturno, la colazione a bordo lago, lo stretching sotto i bambù; la conoscenza condivisa e l’unicità delle storie così simili di ognuno di noi. Il girare nudi e il mettersi in tiro per la sera, il caffè gratis, le performance, i gadget identitari sfoggiati con gratitudine e gioia.

    Il sentirmi accolta, riconosciuta, accettata: me stessa senza vincoli e senza filtri.

  • 3 giorni di Kinksters

    3 giorni di Kinksters

    Da oggi pomeriggio fino a tutta domenica sarò qui. All’evento estivo del gruppo più inclusivo, accogliente, sereno e sexy che abbia conosciuto nella mia vita nell’ambiente.

    Sono stata a tanti play party ed ognuno di essi mi ha dato un’esperienza speciale; ma il relax, la gioia, la spensieratezza che si sperimentano al Kinksters sono davvero qualcosa di unico.

    Tre giorni di workshop, piscina, amici, condivisione, pervertitudine, BDSM, libertà. Un posto dove viversi, conoscere, imparare, rilassarsi.