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Tag: consapevolezza

  • Un mese, dieci giorni

    Dieci giorni senza pane, pasta, riso o altri cereali; senza dolci, birra, snack. Senza spuntini, senza merende. Solo tanta acqua e verdura, e un po’ di carne per non perdere muscolo.
    Non ho mai mangiato così poco per un periodo così lungo.
    Ma dieci giorni non sono bastati. Ce l’ho quasi fatta, ma in quel quasi c’è tutto.
    C’è il mio essere sconsiderata quando si tratta di essere precisa.
    C’è la mia eterna speranza di cavarmela, che per il mio bel faccino me la sarà fatta passare liscia; che le persone saranno comprensive quando sarò capricciosa, e che il mondo si accomoderà attorno a me.
    C’è la mia indulgenza verso me stessa; il cedere, il trovare scuse o giustificazioni; il “per stavolta”.

    Ho avuto paura; davanti alla prospettiva di un mese di punizione, sono rimasta atterrita. E in dieci giorni ho perso quasi quattro chili. Quasi.
    Avrei potuto farcela, se non avessi ripreso peso in vacanza; perché in vacanza mi è scattata l’autoindulgenza, il pensare che ce l’avrei comunque fatta, l’arroganza, la presunzione, il non pensarci e l’irresponsabilità nei confronti di me stessa. E mi sono rimasti solo dieci giorni. E non sono bastati.
    Giuro che non era mia intenzione metterlo alla prova. Stavolta sapevo che il rischio era alto. Avevo chiesto una seconda possibilità ed ho fallito. Di poco, ma ho fallito.

    Ora ho un mese davanti a me. La consapevolezza mi sale ad ondate.
    Rido e scherzo coi colleghi e mi faccio seria di colpo. Mi osservo il corpo allo specchio; corrugo la fronte e alzo i manubri. Pesto sui pedali della bici e bevo acqua, per riempire il vuoto allo stomaco. Calibro il cibo, anche ora.
    Non ho finito.
    Lui non ha finito con me.

    E glie ne sono grata.

  • Distanza

    Mi piace sentirmi potente; indipendente, sicura di me. Sbruffona, anche. Cammino a testa alta, nulla mi turba, non me ne frega di niente. Sto bene da sola, certo. Non ho bisogno di niente e di nessuno. Pfui.
    Appena sotto questa patina di unto, che mi spalmo addosso sperando di brillare, mi tormento il bordo dell’abito con le mani. Mi mordo le labbra e vorrei non comportarmi da riottosa. Vorrei essere più forte, sì, ma di quella forza vera che non richiede di essere messa in mostra, perché non è apparenza. Una forza che mi permettesse di far bene ciò che ci si aspetta di me, non di trovare scuse per non farlo.
    Il tempo a volte passa così lento, così vichioso.
    Adesso, mi impegno con tutte le mie forze per non prolungare una distanza che, di solito, faccio finta di non sentire, o di non considerare dopotutto così importante per me. Mi lascio cadere di dosso quella vuota dimostrazione di forza e cerco di caricarmi, invece, della mia debolezza, che è tanto più pesante. La porterò sulle spalle finché mi renderà veramente forte.
    Con la coda tra le gambe, ubbidisco.

  • Sartre – Le Mosche

    La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio.
    Bella principessa sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali; perché sei venuto a raccontare di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Sino a ieri avevo desideri modesti: quando servivo a tavola, con le palpebre socchiuse, guardavo tra le ciglia la coppia regale, la bella vecchia dal viso morto, e lui, grasso e pallido, con quella bocca molle e quella barba nera che gli corre da un’orecchia all’altra come un reggimento di ragni, e sognavo di vedere un giorno una fumata, simile a un fiato in un mattino freddo, salire dai loro vetri aperti.
    Per me il saggio non può desiderare sulla terra nient’altro che rendere un giorno il male che gli hanno fatto. Ma tu, sei venuto con gli occhi avidi nel dolce viso di ragazza, e mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori.
    La gente di qui l’hai vista: amano il male, hanno bisogno di una piaga familiare e la custodiscono segretamente grattandola con le unghie sporche. E’ con la violenza che bisogna guarirli perché non si può vincere il male se non con un altro male. Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni.

    Chi parla è Elettra, nell’adattamento della tragedia greca che fece Sartre nel 1943; si rivolge a suo fratello Oreste, senza sapere che è lui.
    Questo fu il testo che la regista con cui facevo teatro mi diede per un’improvvisazione. In quel momento della mia vita ero esattamente piena di odio e di risentimento, e avevo appena iniziato il mio percorso con il mio primo, vero, Padrone. Quindi, quel testo parlava di me. Anche se lo aveva scritto Sartre 36 anni prima che io nascessi. Non ho mai capito come abbia fatto la regista a sceglierlo così azzeccato, ma ci sapeva fare. Il mio Padrone la stimava; in un altro universo, lei stessa avrebbe potuto essere un’ottima Padrona – ma la vita l’ha portata al teatro e non al bdsm. In ogni caso, con gli esercizi terapeutici era brava, anche se non era il suo scopo principale. L’importante era riuscire a mettere qualcosa di sé, di vero, nel testo.
    Lo feci.
    Fu un’improvvisazione sofferta. Nessuno conosceva cosa mi muovesse, né cosa stessi vivendo in quel momento, ma tutti sentirono l’intensità delle emozioni che mi sostenevano.

    La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio. Ed era il mio odio a incutere paura a chi mi era vicino. E davvero ne ero rosa fino alle ossa.
    Bella principessa che sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali. Così mi sentivo, defraudata di ciò che mi spettava e ridotta a vivere nella merda.
    Sino a ieri avevo desideri modesti: li guardavo con odio feroce fingendo una sottomissione che non avevo, sperando di vederli bruciare.
    Per me, il saggio non può desiderare altro che rendere il male che gli hanno fatto; o che crede gli abbiano fatto. E quel saggio ero io.
    Ma tu mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori. Il mio Padrone è arrivato e mi ha parlato di una possibilità diversa; di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Mi ha presa e condotta, io mi sono affidata e ho visto l’inutilità di tutto quell’odio.
    Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni. Una parte di me non voleva abbandonare i suoi propositi di vendetta, l’odio, il rancore, che mi sembravano le uniche cose che mi tenessero ancora insieme. Perché credevo davvero che il male non si potesse guarire se non con un altro male.

    E invece il mio Padrone di allora mi ha condotta fuori da tutto ciò; mi ha restituita alla vita.
    Nel ritrovare tra le mie carte questo scampolo di foglio con quel testo, recupero il ricordo del mio percorso e non posso smettere di provare per lui eterna gratitudine. Il mio percorso con lui è terminato, ma non lo è l’insegnamento che mi ha dato.

  • Pollici

    Da ragazzina lessi un romanzo stupendo, che consiglio caldamente: “Even cowgirls get the blues” – tradotto tristemente in “Cowgirls – il nuovo sesso” – di Tom Robbins. Sì, Gus Van Sant ne fece un film; no, il film non rende nemmeno lontanamente il romanzo (però c’è Uma Thurman coi pollicioni, e vale da sola il film).

    La storia racconta delle vicende di questa ragazza nata con dei pollici enormi, che sfrutterà per fare l’autostoppista.
    All’inizio del romanzo si racconta della sua preadolescenza, e del fatto che sua madre fosse terrorizzata che, a causa di questa strana malformazione, non avrebbe mai trovato marito; così, la madre la porta da una cartomante per farle predire il futuro, e trovare rassicurazione su un possibile matrimonio.
    Nel film l’episodio è falciato in due minuti; nel romanzo, invece, è uno snodo cruciale, che dà l’abbrivio alla visione del mondo della protagonista. E, per me, contiene un importante ricordo.
    La cartomante naturalmente è una persona senza poteri di preveggenza; ha solo un buon intuito, una grande capacità di leggere le persone che ha davanti, e ha studiato astromanzia ed altre cose utili a ricreare una capacità magica. Quando la ragazza le porge la mano per farsela leggere, la veggente ha un colpo, vedendo il pollice gigante, e pensa: “Di certo non posso cavarmela spacciando il solito ‘hai una forte volontà’ che rifilo a chi ha i pollici mediamente più grandi delle altre dita, come spiegato nei testi di chiromanzia”. Ciononostante, non potendo tentennare troppo a lungo, esordisce dicendole: “Hai una forte volontà”, per poi procedere in una disquisizione abbastanza filosofica di cui in realtà non ricordo molto; ciò che ricordo, è la raccomandazione che le dà: “Non fidarti mai di una persona che nasconde i pollici nel palmo delle mani”. Il concetto della chiromante era che una persona che nasconda i pollici ha una volontà debole, ed è quindi infida perché insicura.

    Da allora, mi accorgo di ogni volta che lo faccio, e mi accorgo di farlo sempre più spesso. E’ un gesto istintivo, inconscio, forse protettivo; più che nasconderli, mi aggrappo ai miei pollici col resto della mano. Mi sono resa conto che man mano che la mia volontà di persona indipendente si affina e si rafforza, procedendo nella mia vita, sempre di più avvolgo le mani attorno ai pollici.
    Soprattutto, lo faccio quando rimetto la mia volontà ai miei Padroni. Se non si ha una cosa, non la si può donare.

  • Gelosia

    E di tutte quelle sensazioni negative, mi resta addosso la gelosia. Ma perché? Di cosa sono gelosa?

    (Se c’è una cosa di cui mi faccio vanto, nella mia vita, è di essere sempre stata dedita all’autoanalisi, da quando per la prima volta a 9 anni ho varcato la soglia di uno psicoterapeuta. Quindi, mi indago)

    Mi è stato detto: la gelosia sorge quando ti viene tolto qualcosa. In realtà, credo sorga quando penso che mi stia venendo tolto qualcosa – ma non è affatto detto che sia davvero così.
    Infatti, tutti i miei ultimi accessi di gelosia non sono affatto giustificati. Nulla mi viene sottratto. Non calano le attenzioni nei miei confronti. Se non sapessi con certezza che c’è un’altra (cosa peraltro concordata e accettata, nulla viene fatto di nascosto) non avrei motivo di sospettarlo. Quindi?

    Questa gelosia mi sorge da una mala accettazione di me stessa, che riverso sugli altri.
    Nego a me stessa i miei propri desideri, nell’errata convinzione di non averne diritto, o di non meritarli; o anche, mi sento in colpa. Perché di nuovo salta fuori l’educazione ricevuta, che mi ha insegnato che desiderare certe cose è sbagliato, è sporco.
    Ma non ho mai smesso di desiderare; ho solo cercato di tenere nascosti questi desideri, vergognandomene… e odiando tutti coloro che invece li vivono apertamente.
    Gelosa, gelosa e invidiosa.

    Ma sapere dare un nome ai propri demoni è già togliere loro metà della loro forza. La consapevolezza di me, di questi miei meccanismi, fa sfumare i sentimenti negativi che ne conseguono in nuvole di fumo inconsistente.
    Persevero nel mio cammino, procedo imperterrita nella mia crescita interiore.

  • Il leone

    E posso certo dirti che dimenticherò il significato del verbo “volere” quando sono in ruolo. E’ un gioco che ci sta, un abbandono sereno a una volontà altra dalla mia. Sono qui per questo.

    Ma dentro di me, non lo dimenticherò mai.
    Ho faticato tanto per conquistarmelo, per guadagnare a me stessa il diritto di dire “io voglio”; ho pianto, urlato; ho creduto davvero di non avere diritto di volere nulla, che i miei desideri fossero merda, che il solo fatto di desiderare qualcosa per me stessa fosse un atto infame che rovinava la vita delle persone attorno a me. Ho sudato e gridato e sanguinato per riappropiarmi della consapevolezza che desiderare non è un male assoluto; che anche io ho diritto di volere qualcosa. E non sto parlando di capricci.
    Ed è anche grazie a questo se ora sono qui dove sono, ai tuoi piedi. Perché lo voglio.