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Tag: crescita

  • La percezione della punizione II

    Ho letto un articolo interessante sull’esistenza di un’esperienza che viene chiamata slavespace. Si tratta di una cosa molto diversa dal più noto subspace.
    Quando un sub va in subspace, è interamente concentrato su sé stesso. Io, infatti, mi perdo in una sensazione soffusa e allo stesso tempo dilatata, in cui sento moltissimo ed insieme ho una soglia del dolore molto più alta; fluttuo dentro me stessa ed attorno allo spazio circostante, assorbendo ogni stimolazione.
    Lo slavespace invece si impara a conoscere più facilmente durante una punizione, non durante il gioco, ed è una percezione amplificata ma proiettata verso fuori di sé, verso il Padrone. Inizia con lo smettere di lamentarsi della punizione e con l’accettare interamente, senza più riserve, il proprio ruolo. Poi, cresce a diventare una consapevolezza di sé, del ruolo, che si può presentare anche al di fuori della punizione.

    Scrive l’autrice dell’articolo: “Il subspace è un posto estremamente piacevole dove stare; lì, non considero affatto il mio Padrone, ma ogni mia energia è rivolta al mantenermi in quello stato alterato di percezione di piacere.
    Nello slavespace, al contrario, non sono affatto concentrata su me stessa, ma ogni attenzione è rivolta al Padrone. E’ un luogo dove posso obbedire e servire con un senso di soddisfazione mentale pari a quella fisica del subspace, ma senza l’egoismo del subspace”.

    Incorro in una cosa scritta dal mio Padrone: la mia punizione consiste nel privarmi del gioco; ma, nel punirmi, anche Lui si priva del gioco. Così, la mia punizione è doppia, perché devo portare il peso anche della Sua mancata soddisfazione.
    Rimango un attimo ferma a rileggere quelle righe. Ancora, lo slavespace è un luogo distante da me: non avevo pensato al fastidio del Padrone nel non giocare; ero rimasta compresa nel mio dispiacermi per me stessa per essere punita e a bocca asciutta. C’è un passo ulteriore che devo fare, che ancora non ho fatto, che vedo ma che non mi appartiene completamente.
    Abbandonare me stessa in Lui.

  • Contrapposizione?

    Ho letto spesso e volentieri racconti, saggi, aneddoti eccetera su persone dominanti nella vita quotidiana che amano poi essere sottomesse nel gioco.
    Mi sono chiesta ieri sera: ma è davvero una contrapposizione? sono davvero due aspetti opposti che vanno a braccetto nella medesima persona?
    Nella mia personale esperienza mi sono accorta che l’aver imparato a vivere la mia indole sottomessa all’interno di un rapporto Dom/sub mi ha permesso di pari passo di diventare molto più assertiva nella vita di tutti i giorni.
    Sono entrata in contatto con i miei desideri più profondi e oscuri, e portarli alla luce mi ha resa molto più consapevole di me stessa. Questa consapevolezza aumentata mi ha portata anche a voler ottenere dagli altri riconoscimento per me stessa ed i miei desideri, le mie necessità; sono diventata più assertiva nel portare avanti i miei bisogni, invece di lasciarli calpestare. Perché, prima, non avendo modo di esprimere la mia sottomissione in un rapporto Sano, Sicuro, Consensuale, finivo per esplicarla nella quotidianità, lasciandomi maltrattare e facendomi mettere i piedi in testa – cosa verso la quale provavo sentimenti orribili di odio e disprezzo per me stessa. Avevo una bassissima opinione di me ed un’autostima inesistente; non ero in grado di alzare la testa e dire: “no, non voglio”, o “voglio questo”. Mi lasciavo schiacciare e pensavo inconsciamente non solo di meritarlo, ma che era anche proprio quello che volevo. Confondevo la sottomissione con lo zerbinaggio. Ma non sono affatto la stessa cosa.
    Divenendo realmente sottomessa ad un vero Padrone, sono diventata volitiva e forte. A volte persino troppo, tanto da chiedermi cosa mi fosse successo, dove fosse finita la mia indole docile.
    Ma un cane può essere forte ed insieme docile. Dipende con chi si confronta.
    Lavorare come segretaria richiede una notevole forza; è un lavoro in un ruolo sottomesso, sicuramente, un ruolo di servizio; ma non è e non può essere servile. Richiede una grande assunzione di responsabilità nel prendersi carico la gestione degli impegni del capo, la sua agenda, le sue scadenze. Lui è quello in carico, ma sta alla segretaria ricordargli le cose. Lei deve essere forte ed assertiva, perché il suo ruolo è di supporto, non di zerbino.*
    Allo stesso modo credo che una slave consapevole di sé sia (e debba essere) a tutti gli effetti una persona molto forte. O lo diventi, alla fine.

     

     

    *So di aver strutturato la cosa come lui=capo lei=segretaria, che può sembrare sessista, ma è perché è ciò che vivo io; ed essendo prona al maledom – sottomissione femminile ad un dominante maschile, diversa rispetto al femdom – non posso che portare avanti la mia personale esperienza, nella consapevolezza che non è né può essere assoluta.

  • Bosco

    bosco

    Se anche mi avete coltivata, io sono cresciuta rigogliosa.

    Come questo pioppeto lasciato a se stesso, che ha sviluppato il proprio sottobosco, anche io sono stata impostata, all’inizio; mi hanno piantata in filari per coltivarmi, perché crescessi come volevano loro, per i loro scopi. Invece, ne sono cresciuta fuori, oltre; la mia natura ha prevalso – anche se è ancora possibile vedere lo schema, gli alberi in file ordinate, sì, ma coperte del vitale disordine della crescita spontanea. Sono e resto rigogliosa e forte oltre le aspettative di chi mi ha cresciuta, potente, ombrosa, mi innalzo al cielo forte delle mie radici che nessuno ora può divellere.

    Non sono più un campo; sono un bosco.

  • Il momento in cui sono la feccia della terra

    Ogni tanto mi capita quel momento.
    Non è che mi senta: in quel momento SONO una merda. Non esiste altra verità, né nessun’altra possibilità.
    E’ un periodo di sconforto assoluto che può durare qualche minuto, più spesso qualche ora, di rado qualche giorno. In quel lasso di tempo nulla di quel che faccio, dico o sono merita nulla. Peggio: non è mai valso nulla e non varrà mai nulla. Questo momento di depressione mi si presenta come un momento di verità: ecco, questo è quello che realmente sei, lo hai sempre saputo ed ora ti rivelo che è vero. Tutto ciò che hai sempre temuto è reale ed è così che deve essere. Rassegnati.

    E invece non mi rassegno mai.
    Per quanto buio sia quel pozzo, dal fondo scorgo sempre la luna, alla fine. Non ci credo mai fino in fondo, a quella voce; mi concentro a fare una cosa piccola per volta e tutto torna piano piano a posto. Oppure, mi lascio andare, e mi confido e mi affido al Padrone, smettendo finalmente di credere che farlo confermi la mia debolezza; che farlo dia fastidio visto che sono tanto merda.
    Ritorno così capace, degna; buona. A posto e pronta ad affrontare ciò che verrà.

    Non sono (più) le grandi difficoltà o il confronto anche a muso duro con qualcuno a mandarmi in crisi; sono piuttosto questi momenti in cui devo fronteggiare me stessa. In cui mi sento sola.

  • Incoerenza

    Se il mio desiderio è – come lo è – di affidarmi ad un Padrone affinché sia Lui ad assumersi la responsabilità di me, ed io possa finalmente abbandonarmi ad obbedire ed esistere  in una dimensione protetta dal mondo, allora perché spesso e volentieri cerco di fare di testa mia, taccio dettagli e provo ad arrangiarmi a fare le cose, non mettendo il mio Padrone nelle condizioni di prendersi cura di me in modo ottimale?
    Perché mi struggo per stare in un ruolo e quando ci sono mi sforzo di sfuggirvi?
    L’unica cosa che posso dire è che lo faccio con ingenuità estrema, in totale buona fede; non so in realtà quanto sia duro il compito di prendersi in carico una slave. Così, non capisco subito quanto sia sciocco che la slave stessa cerchi di sollevare parte del carico dalle spalle del Padrone. Un carico che ha voluto e accettato, di cui si vede defraudato – senza che cali nemmeno di poco il senso di responsabilità che ne deriva.
    Ad ognuno il suo ruolo; devo smettere di avere timore ed abbandonarmi totalmente. Solo allora non ci saranno inciampi, incomprensioni, equivoci. In questo percorso di crescita, sono felice di poter capire sempre più cose e migliorare – seppure attraverso errori e un po’ di (in)comprensibile incoerenza.

  • Nessuno va sulla prima corsia

    Viaggiando in autostrada si direbbe che gli automobilisti, in media, provino un forte senso di umiliazione o di degrado a viaggiare sulla prima corsia. Ciò si deduce dal fatto che la maggior parte evita il più possibile di farlo, col bel risultato che la prima corsia rimane pressoché vuota, salvo l’occasionale tir obbligato a restarci, mentre nella corsia mediana si forma una lunga coda di auto che tengono una velocità di crociera media; per sorpassare, quindi, tocca spostarsi sulla terza, rischiando di trovarsi alle spalle l’immancabile bolide col pepe al culo che sfanala come un pazzo.
    Se le auto che viaggiano mediamente veloci stessero (come peraltro dovrebbero) sulla prima corsia, chi sorpassa potrebbe usare la seconda e il bolide potrebbe sfrecciare indisturbato verso dovunque desideri. Ma, no: troppo umiliante stare in prima corsia; quasi fosse un’ammissione di esser lento e quindi stupido.
    Così, per dimostrare di essere o non essere qualcosa, si attua un comportamento stupido davvero, intasando la corsia mediana e aumentando la bile propria e di tutti gli altri.
    In autostrada, io ho imparato a starmene in prima corsia, riconoscendo queste verità. Ma quante altre volte, invece, per un mal riposto senso di rivalsa, o un errato senso di umiliazione, faccio esattamente questo: agire un comportamento stupido, ottuso e arrogante per dimostrare agli altri o a me stessa la mia superiorissima intelligenza e furbizia, dando invece prova dell’esatto contrario?
    Per quanto posso, nella mia vita cerco di far tesoro della prima corsia; di accogliere l’umiltà come un dono prezioso che mi ripaga in serenità.

  • A/in regime

    Ho passato mesi allo sbando; a mangiare in modo convulso, incontrollato (binge eating, lo chiamano), per non pensare, per riempire un vuoto che non sapevo e non ho mai saputo cos’è. Più ero pigra e ingorda, più aumentava il mio disagio, che cercavo di coprire perdendo tempo e mangiando. La sola idea di una dieta, di una routine di allenamento, di essere più attenta, mi dava il voltastomaco e mi pareva di una difficoltà inaffrontabile. Troppo profondo mi appariva il pozzo della mia ignavia per poter anche solo pensare di scalarlo per risalire.
    Poi è arrivato il Padrone.
    Comunque c’è voluto del tempo perché superasse le mie difese; la mia indolenza gli si è opposta come un enorme blob informe e inamovibile. Un grosso e grasso Jabba the Hutt accasciato nel suo autocompiacimento, adagiato mollemente su un trono che riteneva impossibile che gli venisse tolto.
    Poi sono arrivati quei dieci giorni e lo spauracchio della punizione.
    E la punizione, attualmente in corso.
    Così ho ricordato. Ho ricordato quanto stia bene quando sono a regime. Quando sono inscritta in un regime. Quando vengo messa in un recinto e mi vengono dati dei paletti che mi tengono a fuoco, indirizzata e precisa. Quanto prenda velocità e forza da quei limiti, invece di disperdere energia a destra e a manca in deviazioni inutili.
    Adesso mi sento forte, definita. Il desiderio di mangiare fino a scoppiare è sopito. La pigrizia e la procrastinazione hanno mollato la loro presa su di me ed ora mi alzo ed avanzo.
    Ogni tanto mi sorge l’istinto di tornare ai vecchi schemi – così noti da essere abitudine, e difficili da estirpare. Perché non mangiare un’altra fetta, un’altra costina, un’altra birra, un’altra porzione, un altro panino? Perché non aprire facebook, non leggere webcomics, non passare di sito in sito senza scopo? Sarebbe così facile. Nessuna difficoltà.
    E invece è proprio quando cerco a tutti i costi di evitare la fatica che faccio più fatica. Perché rallento e mi ingolfo, perdo colpi e ripartire inizia a sembrarmi impossibile. Mi appesantisco mentalmente e fisicamente e inizio ad essere schiacciata dal mio disagio nei confronti di me stessa.
    La punizione è pesante, ma preferisco portare questo peso che la mollezza della mia incostanza.

  • Bestia verde

    Ancora dentro di me si agita la bestia verde dell’invidia, ed ogni tanto alza la testa.
    Così mi scopro a guardare la gente in giro e disprezzarla; a sentirmi superiore; a pensare di essere capace solo io a fare le cose. Come se solo distruggendo gli altri (nella mia mente, s’intende) potessi ricavarmi il mio posto nel mondo. Come se solo bruciando la terra attorno a me potessi crescere rigogliosa.
    Ma distruggendo raramente si crea qualcosa: troppo compresa nell’opera di demolizione degli altri, perdo di vista la costruzione di me stessa.
    In realtà so che quando mi concentro sul lento porre mattone su mattone della minuziosa opera di montare me stessa (e non il mio ego), allora ottengo pace interiore, serenità e completezza. Senza più sprecare energia preziosa ad odiare, divengo un flusso potente di linfa vitale. Nutro me stessa e gli altri attorno a me.

    Solo in questo focalizzarmi su di me riesco finalmente, sinceramente, a servire. Perché non sono più gesti vuoti e falsi inventati per compiacere, ma sinceri moti del mio animo predisposto alla sottomissione.

  • Un mese, dieci giorni

    Dieci giorni senza pane, pasta, riso o altri cereali; senza dolci, birra, snack. Senza spuntini, senza merende. Solo tanta acqua e verdura, e un po’ di carne per non perdere muscolo.
    Non ho mai mangiato così poco per un periodo così lungo.
    Ma dieci giorni non sono bastati. Ce l’ho quasi fatta, ma in quel quasi c’è tutto.
    C’è il mio essere sconsiderata quando si tratta di essere precisa.
    C’è la mia eterna speranza di cavarmela, che per il mio bel faccino me la sarà fatta passare liscia; che le persone saranno comprensive quando sarò capricciosa, e che il mondo si accomoderà attorno a me.
    C’è la mia indulgenza verso me stessa; il cedere, il trovare scuse o giustificazioni; il “per stavolta”.

    Ho avuto paura; davanti alla prospettiva di un mese di punizione, sono rimasta atterrita. E in dieci giorni ho perso quasi quattro chili. Quasi.
    Avrei potuto farcela, se non avessi ripreso peso in vacanza; perché in vacanza mi è scattata l’autoindulgenza, il pensare che ce l’avrei comunque fatta, l’arroganza, la presunzione, il non pensarci e l’irresponsabilità nei confronti di me stessa. E mi sono rimasti solo dieci giorni. E non sono bastati.
    Giuro che non era mia intenzione metterlo alla prova. Stavolta sapevo che il rischio era alto. Avevo chiesto una seconda possibilità ed ho fallito. Di poco, ma ho fallito.

    Ora ho un mese davanti a me. La consapevolezza mi sale ad ondate.
    Rido e scherzo coi colleghi e mi faccio seria di colpo. Mi osservo il corpo allo specchio; corrugo la fronte e alzo i manubri. Pesto sui pedali della bici e bevo acqua, per riempire il vuoto allo stomaco. Calibro il cibo, anche ora.
    Non ho finito.
    Lui non ha finito con me.

    E glie ne sono grata.

  • Gelosia

    E di tutte quelle sensazioni negative, mi resta addosso la gelosia. Ma perché? Di cosa sono gelosa?

    (Se c’è una cosa di cui mi faccio vanto, nella mia vita, è di essere sempre stata dedita all’autoanalisi, da quando per la prima volta a 9 anni ho varcato la soglia di uno psicoterapeuta. Quindi, mi indago)

    Mi è stato detto: la gelosia sorge quando ti viene tolto qualcosa. In realtà, credo sorga quando penso che mi stia venendo tolto qualcosa – ma non è affatto detto che sia davvero così.
    Infatti, tutti i miei ultimi accessi di gelosia non sono affatto giustificati. Nulla mi viene sottratto. Non calano le attenzioni nei miei confronti. Se non sapessi con certezza che c’è un’altra (cosa peraltro concordata e accettata, nulla viene fatto di nascosto) non avrei motivo di sospettarlo. Quindi?

    Questa gelosia mi sorge da una mala accettazione di me stessa, che riverso sugli altri.
    Nego a me stessa i miei propri desideri, nell’errata convinzione di non averne diritto, o di non meritarli; o anche, mi sento in colpa. Perché di nuovo salta fuori l’educazione ricevuta, che mi ha insegnato che desiderare certe cose è sbagliato, è sporco.
    Ma non ho mai smesso di desiderare; ho solo cercato di tenere nascosti questi desideri, vergognandomene… e odiando tutti coloro che invece li vivono apertamente.
    Gelosa, gelosa e invidiosa.

    Ma sapere dare un nome ai propri demoni è già togliere loro metà della loro forza. La consapevolezza di me, di questi miei meccanismi, fa sfumare i sentimenti negativi che ne conseguono in nuvole di fumo inconsistente.
    Persevero nel mio cammino, procedo imperterrita nella mia crescita interiore.