Ammettere di volere

Una schiava, si sa, non può dire “voglio”.

Si mette a disposizione, accoglie ciò che il Padrone le concede (o le impone), anela, supplica, ma non avanza richieste né esprime desideri. Una volta terminata la negoziazione e consegnato il proprio potere, all’interno dei limiti concordati, perde la possibilità di dichiarare la propria volontà. O meglio: smette di averne una. Deve smettere di averne una propria: la sua volontà diventa quella del Padrone.

Eppure.

Eppure, quando sono legata, per terra, nuda; mentre tremo e sbavo sul pavimento e attendo con trepidazione la prossima cosa che mi farai; e sono esattamente quella cosa molle e accogliente che anela e supplica e aspetta e non ha volontà se non quella del Padrone; in quel momento ti fermi e mi domandi “Cosa vuoi?”

Lo detesto, lo detesto con tutte le mie forze. Mi dibatto e spero che tu ci ripensi, che mi farai qualcos’altro e basta, che ti dimenticherai di avermi chiesto questa cosa inopportuna che mi inchioda ai miei desideri e mi umilia. E invece ripeti: “Cosa vuoi?”. Giro la testa, strizzo gli occhi, cerco di scomparire nel pavimento; ma è vero, è vero: voglio che tu mi faccia altre cose, ci sono cose che spero che mi farai. Ma detesto doverlo ammettere, dovermi fare carico di chiederlo, dover dire certe cose: mi vergogno, è umiliante; è tanto più comodo e deresponsabilizzante stare solo a subire senza dover lavorare, senza dovermi sforzare, senza dovermi esprimere se non a gemiti e strilli.

Nel suo senso più vero, mi sottometti: mi obblighi a fare una cosa che sono riluttante a fare, superi il mio limite e mi porti ad ammettere ciò che desidero, che sì, le voglio tutte quelle cose che faccio finta di non volere, che mi vergogno a chiedere. Mugolo e borbotto la mia risposta e puntualmente mi imponi di ripetere ad alta voce e io sprofondo sempre di più.

Nel dire “voglio” è il momento in cui mi sento più sottomessa.

 

Connessione

Quando mi permetto di connettermi col mio corpo
Quando cammino quattro ore sulle colline
Quando respiro a fondo l’aria tersa e fredda dell’inverno
Quando faccio fatica
Quando sento i muscoli tendersi e li ascolto
Quando chiudo gli occhi
Quando si spegne il chiacchiericcio infinito della mia mente
Quando sono legata, costretta, incatenata
Quando finalmente sono connessa con il mio corpo
Lo sento cantare, riempirsi, espandersi e sentire tutto
Tutto ciò che è in me e fuori di me
Le emozioni, le sensazioni, l’universo
Entro in connessione con il tutto

E inevitabilmente
In questa fusione di sensazioni
In questo flusso di percezione
In questa espansione di consapevolezza corporea

Mi bagno

Clic

Cambia il tono della voce.
Cambia il tema.

Mette lì una frase.
Mette lì una parola.

Un gesto. Uno sguardo.

Qualcosa dentro di me fa clic.

L’interruttore è sempre lì, dentro di me: aspetta solo di essere premuto. E’ un’attesa attiva, attenta: non è inerte come sembra, come credo, come talvolta vorrei.

A volte preferirei averne maggior controllo; lo tengo al sicuro, nascosto, magari dissimulo, ma non ho realmente il potere di non farlo accendere, o di spegnerlo. Anela ad essere premuto.
A volte invece penso che si sia guastato, che non funzioni più. Quando sono molto giù, o molto in ansia, sembra inceppato. Eppure non smette mai di funzionare. Magari ci vuole più sforzo, o più bravura, ma può accendersi comunque.

Quel clic mi fa passare da uno stato di quiete ad un’attivazione profonda: tutto in me si smuove, si rimescola. Il sesso inizia a pulsare, ad aprirsi, agito le gambe, mi inarco, chino un poco la testa, apro la bocca e giro lo sguardo. Arrossisco, forse; sento il sangue affluire alle guance, ai capezzoli, il respiro mi si fa più profondo.

Basta così poco. Un gesto. Uno sguardo. Quel tono di voce, basso, quella vibrazione.

Clic.

Godere del non godere

“Posso venire, Padrone?”
“No”

Ti fermi. Sposti la wand. Cambi movimento. Mi colpisci. Mi trattengo.
Una di queste cose, o prima l’una e poi l’altra. In un modo o nell’altro, interrompi la mia salita all’orgasmo. Cado, poi riprendo a salire, e poi di nuovo: bloccata in un persistente anelare senza potermi sfogare.

Così la sessione finisce, finisce la serata, l’incontro, il tempo insieme. E io non ho goduto.

Mi resta addosso una tensione irrisolta, feroce, un languore profondo nelle viscere; continuo ad ansimare, ad agitarmi, la bocca socchiusa, le mani che stringono il vuoto per non andare a toccarmi in mezzo alle gambe.

Desidero tantissimo godere, eppure sono soddisfatta: questa tensione, questo languore, mi riempiono come nient’altro. Mi cullo in questo mare in burrasca. Sono piena di te: dell’agitazione in cui mi lasci che mi sospinge a te e a te mi lega.

Serata

Quando arrivo stai riposando; vengo da te a salutarti, bacio la mano che mi porgi e vado a preparare la cena. Sorrido mentre preparo: servirti mi dà un senso di pace, di ogni-cosa-al-suo-posto.

Durante la cena e dopo, parliamo: parliamo di lavoro, di BDSM, di aneddoti, di tutto. Mi piace parlare con te, mi piace ascoltarti, ridere insieme sul divano.

Si fa tardi e inizio ad essere davvero molto stanca; dopotutto, mi sono svegliata alle 6.30 e sono ormai le 23.30. Sento gli occhi che mi si chiudono. Eppure, quando mi tiri a te e mi fai stendere sulle tue ginocchia, d’improvviso la stanchezza non conta più nulla. Mi abbassi i leggings e gli slip e ridi; anche io rido, tra l’imbarazzo e il desiderio. Impiego un attimo a scendere e a cambiare registro.

La prima sculacciata è rivelatoria: mi svela quanto incredibilmente la desideri. Non rido più, il respiro mi si fa affannoso. Non voglio che tu ti trattenga, né che iniziamo piano, né niente: non strillo (e lo sai che sono una che strilla) ma gemo. Sporgo il culo per ricevere le tue mani.

Mi sculacci forte, rapido, nel punto dove la coscia si unisce al culo: un punto sensibile, tenero, più doloroso del gluteo. Mi piace da morire. Assaporo il dolore.

Mi spogli con gesti bruschi e mi getti a terra a leccarti i piedi. Mi fai rotolare, mi calpesti e mi sputi; gli schiaffi mi prendono come sempre alla sprovvista, piego il viso per seguire la tua mano e chiudo gli occhi. Mi consegno a te.

Mentre ti lecco ancora i piedi, nuda, per terra, il viso sul pavimento e il sedere alto, smetto di ansimare, di gemere, di contorcermi: inaspettata mi riempie una calma profonda. Ecco, penso, qui sono abbastanza. Qui sono brava. Qui va tutto bene, davvero. Galleggio placida in questa sensazione, piena di stupore.

Quando mi penetri urlo. Con entrambi i pollici mi apri dietro. Mi vieti di venire. Con le mani annaspo ad afferrare il tappeto, il divano, o forse qualcosa di inafferrabile: la voglia, il dolore, il piacere, il divieto del piacere, il mio essere, l’emozione che provo: non so. Ansimo e grido e alla fine crollo, esausta, usata, felice.

Il denial al tempo del coronavirus

Che è un periodo strano, questo, qualcuno l’ha già detto? Tutte quelle frasi fatte (“se me l’avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto”…) le ho dette tutte. Non si può non dirle: sono vere. E’ davvero tutto strano.
In tutto questo, io sono in denial.

Ero contenta di esserlo: il controllo mi fa stare bene. Poi: il lockdown.
Ricordo soprattutto lo sconcerto, il rendersi conto che non è solo la mia ansia, non sono io paranoica o ipocondriaca, no no: è tutto vero. Il virus c’è, è pericoloso, è un casino, bisogna restare chiusi in casa. Distanti.

La prima reazione del mio corpo è stata andare in risparmio energetico.
Quando mi hanno impedito lo smart working che pure stavo già facendo e mi hanno messa in cassa integrazione, ancora di più: senza scopo, senza cose da fare, senza poter uscire.
Mi sono spenta, chiusa. Risparmio energetico. Ho iniziato a restare in tuta; a dormire moltissimo ma male, con incubi, senza riposo, quando mi svegliavo ero più stanca di prima. Soprattutto: non provavo desiderio.

Il denial è così diventato una condizione standard, era quasi (arrivo a dire) superfluo. L’ansia, la tensione, l’inedia: se non ho voglie, non ne soffro la mancanza. Ma se non soffro, che gusto c’è?

Per un po’ è andata così. Malinconicamente.
Ammetto: mi sono un po’ abbruttita. Ho avuto bisogno di toccare un qualche tipo di fondo, per poter risalire. Una mattina, ho deciso di mettermi i jeans, invece, e rimettermi il reggiseno.

Ho così scoperto che i jeans che mi stavano stretti ora mi stanno giusti. Pure un po’ larghi.

Ho fatto pace col mio corpo e ho scoperto che era ancora lì. Che era ancora tutto lì: subito sotto la superficie. Sotto la tuta, sotto i calzettoni, sotto la noia. Il desiderio, la voglia, il tendersi del corpo che anela al piacere e non lo può avere. C’era tutto. Anzi: non vedeva l’ora di riemergere.
Ho avuto bisogno di questo chiudermi; sono andata in lockdown anche io. Per risparmiare energie, forse, capire come volevo impiegarle. Come fare a reindirizzarle in questa distanza forzata dal mio Padrone.

E’ stato, forse, un lungo sub-drop.

E poi… leggendo alcuni particolari messaggi, ascoltando la tua voce, ricordando certi toni, e molte altre cose, ho ripreso ad avere voglia. Ho ripreso a soffrire il denial, il contrarsi della mia carne che vuole essere toccata e non può, il desiderio di un orgasmo negato.

E sono così grata a questa sofferenza, così grata. Così grata che me la infliggi. Perché di nuovo sento.

La schiava si usa

Ho sempre evitato di scopare con il Padrone; però l’ho sempre desiderato, sotto sotto, oscuramente.

Quello che per me era fondamentale era (è) sentire il Padrone.
Non volevo rischiare di trovare invece uno che voleva scoparmi. Così il sesso (l’uso sessuale) è stato un limite, in passato, per scremare i morti di figa… anche se, certo, il BDSM comunque rientra nella sfera della sessualità. Ma volevo prima di tutto il dolore, la sottomissione, il D/s, sentire la verticalità. Un’intimità troppo forte temevo avrebbe infranto quel distacco verticale che mi serve a sentire il Padrone.

Eppure, sentendo tanto il Padrone… ad un certo punto lo desidero. Fisicamente. Anche quando so che è vietato, che l’ho escluso io stessa, che non posso avanzare richieste né tantomeno pretese – proprio per questo mi sento attratta, legata.

Ma è Appartenenza, per me. Non voglio le coccole. Non voglio il moroso.
Un marito ce l’ho, lo amo, ci faccio l’amore ed è meraviglioso. E così come non riesco a prendere “le botte” da mio marito, non desidero ricevere “le coccole” dal mio Padrone.

Ed ora che l’ho sentito, l’ho provato, posso dire che confermo.
L’uso sessuale è USO. E’ piacere del Padrone. Lo apprezzo tanto più quanto più lo percepisco come uso; come abuso, anche. Quando inizia a piacermi come sesso… è strano. Non è brutto, ma è strano. Qualcosa si confonde in me. Ma la schiava si usa, in ogni caso: è a disposizione del Padrone. Anche per questo. L’intimità diventa un’altra parte di me che il Padrone si prende.

Dopo una cena di lavoro

Dopo una cena di lavoro, rientro in auto con alcuni colleghi, due uomini e una donna. E’ tardi, passata mezzanotte da poco.

D’improvviso, penso: domani a quest’ora sarò in ginocchio per terra, coperta di sputo e di sperma, il trucco colato, la lingua di fuori e la bava che cola dalla bocca, le gambe aperte e il culo rovente.

Un brivido profondo mi percorre tutta; mi agito sul sedile posteriore, accanto agli ignari colleghi. Muovo le gambe, per la sensazione pulsante che inizio a sentire in mezzo alle cosce.

I colleghi chiacchierano, ridono, si raccontano aneddoti. Io vibro in silenzio.

Come è possibile che sia qui, che sia la persona che è stata con loro in fiera, che lavora, che si confronta alla pari, ed allo stesso tempo essere schiava, esserlo profondamente, sentirlo come la propria natura più profonda, più vera? Osservo l’abitacolo, le case che scorrono fuori dal finestrino, sento le risate dei colleghi ma non ascolto. Quello che ascolto è ciò che sento dentro, questo scorrere fluido, denso, potente che mi porta a terra, sotto i Suoi piedi, a subire tutto ciò che Lo soddisfa. A godere del dolore, dell’umiliazione.

Quando scendo dall’auto, inspiro l’aria della notte e sorrido.

Della gelosia e dell’incomprensione dei desideri

E’ come un vuoto d’aria.
La pressione interna scende all’improvviso, lo stomaco si chiude, il cervello si ottenebra e si oscura come il cielo prima di un temporale. Sento tendersi i muscoli del collo e corrugo la fronte. Scende su di me di colpo, come un macigno, schiacciandomi a terra, cancellando ogni altra sensazione, suono, pensiero.

E’ la botta di gelosia.

E’ sempre improvvisa e causata da qualcosa di banale, innocuo. Una parola, un gesto, un oggetto, una persona. Di colpo tutto si fa nero, venato di verde, la bocca mi si riempie di fiele, la mente di veleno. Sto malissimo e vorrei solo che smettesse.
Così il primo bersaglio è ciò che ha causato la botta. Vorrei che sparisse. Bruciare il mobile in cui ho inciampato col mignolino del piede. Ovviamente non è così semplice, e comunque non avrebbe senso, lo so. Saperlo non aiuta a stare meno male, ma permette di andare oltre e cercare una soluzione vera.

Parlare, confrontarsi, immergersi piano e con disgusto nella gelosia: tastare il terreno, sentire dove cede, un passo alla volta in questa palude fetida e limacciosa, che cerca di ingannarti: là dove sembra solido, invece cede all’improvviso. Schifo, dolore, fastidio, me ne voglio andare, basta, vi lascio tutti, mi ritiro in un eremo così da non vedere mai più nessuno, non soffrire più, fate quello che vi pare, stronzi maledetti.
Invece no. No: di nuovo, un passo alla volta, dentro la palude, con gli occhi chiusi. Sentire il terreno, comprendere perché è così fangoso. Cosa c’è che fa ristagnare il flusso delle emozioni? Cos’è che mi impedisce di fluire, di andare, di sentire tutto ciò che è bello e buono?

Quando sei immersa, trovi i sassi; i blocchi. Scavare con le mani, col ragionamento, con la comprensione; sciogliere i nodi, disfare le dighe. Accettare, affidarsi, abbandonarsi.

E poi dal fango, incastrato sotto di tutto, si trova proprio quella cosa che aveva scatenato la botta. Quella cosa che avevo detto che non volevo fare, che era un limite, che preferivo non provare, non vedere. Quella cosa che poi – giustamente – mi viene detto verrà fatta con qualcun altra.

Mi fermo a fissare questa cosa è mi chiedo: ma perché?
Forse che in realtà, sotto sotto, cercavo di evitarla perché invece oscuramente la desidero? Cosa credevo? di non meritarla? che avrebbe causato… qualcosa? Ma cosa? Credevo di non volerla e così l’ho nascosta ai miei stessi occhi, alla mia stessa consapevolezza, ma si è incastrata.

Resto lì in mezzo al fango che inizia a defluire, pensierosa, svuotata di tutto quel male che sembrava così insormontabile e che invece ora è sciolto e scorre via. La consapevolezza sciacqua via i ristagni, ripulisce il cuore e il cervello.

Marito

C’è afa. È luglio, dopotutto; torno a casa e mi tolgo subito di dosso questi vestiti appiccicosi, sudati, mi metto i tuoi pantaloncini corti, quelli del pigiama, che mi stanno enormi, e una canottiera con gli ananas. Mi spalmo sul divano, navigo su facebook e boccheggio alla calura estiva.

Torni a casa e sei caldo, sudato; ti togli subito di dosso quei vestiti appiccicosi, pesanti, da ufficio: via i jeans e la polo e torni in soggiorno anche tu in canottiera e pantaloni corti.

Allungo le mani verso di te e tu ti chini su di me. Sei caldo, sono calda, c’è afa. Ma ti tocco e mi piace toccarti. Seguo la linea del tuo tricipite, che mi piace così tanto: la pelle liscia, i peli iniziano sugli avambracci. Ti accarezzo, ti tiro a me. Affondo la faccia nella tua pancia, sei morbido e sodo, solido; ti mordo, piano, tu ridi, ti sposti.

La cunetta morbida dei tuoi capezzoli è dolce e mi attira, così perfettamente rotonda; allungo le labbra, succhio, sposto la canottiera con il naso, mi insinuo come una bestiolina, ti bacio e ti lecco. Ti sento sorridere, sornione, le tue mani mi scivolano sul seno, dentro la canotta.

Non sono sexy, non sei sexy, non ci siamo messi sexy. Eppure lo siamo, l’uno agli occhi dell’altra e viceversa, anche in canottiera e ciabatte ed è questo che mi piace: nella profondità del quotidiano ti guardo e mi batte il cuore, ti tocco e ti desidero.

“Andiamo di sopra”, mi dici, e io ti anticipo su per le scale perché desidero sentire le tue mani che si allungano a toccarmi il culo, le cosce, che si infilano in mezzo. Me lo aspetto sempre e sempre succede ed io – forse non lo vedi, o non lo sai, o non te ne accorgi – io sorrido sempre e questa cosa mi riempie di felicità. Mi fa sentire desiderata, amata, importante. Mi offro a te e spero di trasmetterti quanto anche io ti desidero, ti amo, quanto sei importante per me.

La camera ci accoglie con la sua penombra, due corpi accaldati e caldi, pieni di desiderio da riversare nell’altro.