Nella mia vita di tutti i giorni compio le stesse faccende quotidiane e banali che fa chiunque altro: faccio la spesa, stendo le lavatrici, passo l’aspirapolvere, eccetera. Vado in giro tranquilla.
Quasi tranquilla.
Ogni tanto (spesso) mi scopro con una mano tra le gambe.
Mentre sono seduta, o in piedi; come quei bambini un po’ strani che si tirano il pistolino, che si tocchicciano un po’ mettendo in imbarazzo o divertendo gli adulti circostanti. Allungo una mano, infilo due dita nel solco delle cosce, mi accarezzo la piega chiusa delle labbra.
Come a verificare che sia ancora lì.
La forzata astinenza dalla masturbazione, la voglia costante che me ne deriva, anche se cerco di sedarla, di ignorarla, mi porta a toccarmi.
Non mi masturbo, ovviamente; ma mi sento. E’ uno sfiorarmi: una manifestazione fisica, automatica ed involontaria, del mio desiderio sommerso. Se sono sola, giocattolo un po’ col piercing, con le labbra. Lei risponde subito, drizza le orecchie, fa le fusa ed è ancora più straziante doverla lasciare lì da sola, senza coccole.
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Toccare con mano
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Tornare
Questo fortissimo senso di aspettativa che mi travolge, che mi ingloba tutta come una bolla densa e vischiosa, non ha un oggetto preciso; non mi aspetto un determinato avvenimento. E’ un’aspettativa generale, rivolta all’esterno, protesa a cogliere tutto quello che può arrivare. L’unica cosa che fa, è essere sicura che qualcosa sicuramente arriverà, e sarà grandioso.
Così, anche un’aspettativa senza oggetto può venire delusa, se non accade nulla.
Ma il destino non è forse nelle mie mani?
Quindi a fine serata (nottata) prendo la mia aspettativa con entrambe le mani, la affronto e le dico: d’accordo, poteva essere meglio; ma ora, basta lamentarci e andiamo a divertirci.
Perché nel mio essere proiettata verso gli altri, nella mia tensione di soddisfare sempre il prossimo, dimentico cosa piace fare a me. Anzi, forse non mi sono mai nemmeno posta la domanda, di cosa piacesse fare a me. Mi metto in coda e attendo un mio momento che non arriverà mai, a meno che io stessa non me lo crei.
Così, facendo una cosa che amo, tutte le volte mi stupisco di quanto mi piaccia farlo, e mi chiedo perché non lo faccia più spesso. Mi accade scrivendo. Mi accade ballando.
Ballo e tutto il mio corpo si libera di un’energia compressa, trattenuta troppo a lungo.
Il giorno dopo mi resta addosso una sensazione sorridente, una vaga malinconia, un po’ di amaro e la calda promessa che mi dona sapere che sto imparando, un poco alla volta, a comprendermi e a dare libero corso a ciò che mi scorre dentro. Alla vera me stessa. -
Pavlov
Una volta il Dubstep proprio non mi piaceva. Anzi, prima ancora di averlo mai ascoltato, lo conoscevo di fama attraverso i meme di internet come una musica per adolescenti che se la tiravano o una cosa del genere; ero quindi molto prevenuta.
La prima volta che ho sentito un pezzo di Skrillex ho pensato che fosse un po’ troppo pesante; tuttavia, Aphex Twin mi è invece sempre piaciuto, e non è che sia molto più leggero.
Adesso, in ogni caso, ho cambiato completamente punto di vista.
Essendo il Dubstep la musica preferita del mio Padrone, l’ho ascoltata mille volte da Lui. Così ora non solo mi piace, ma mi provoca una reazione pavloviana.
Quando la sento, mi immergo nella Sua presenza; mi eccito, mi emoziono e comincio a tremare. Lo vedo battere il tempo, inclinare la testa. Inizio a sognare, a sentire quasi le fruste che mi danzano sul corpo, che si abbattono e mi segnano. Sento addosso il Suo sguardo, il Suo tocco brusco, forte, potente. Mi lascio avvolgere da questi suoni bassi, martellanti, dalle sensazioni viscerali che mi scuotono dentro, di desiderio e sottomissione.
Alzo il volume, dischiudo le labbra e ansimo. -
Ghiro
Ci sono momenti, periodi nella mia vita, in cui mi ritirerei solo in letargo.
Mi avvolgo in un bozzolo di coperte – vere o solo mentali – e mi appisolo. Non voglio più saperne niente, di quel mondo freddo ed ostile là fuori. Voglio solo dormire, lasciare che l’inverno mi passi oltre senza doverne affrontare le asperità; alzarmi solo per l’urgenza ormai improrogabile di fare pipì e tornare ad abbozzolarmi al calduccio. Mangiare, bere, dormire; sognare. Aprire un occhio, guardare l’ora e voltarmi dall’altra parte. Masturbarmi, magari, e riavvolgermi in me stessa, farmi cullare dal dolce intontimento post-orgasmo; sentire solo tepore.
Invece.
Invece la vita mi richiama, mi trascina fuori dalla mia cuccia calda. Mi attira, mi lusinga; mi promette avventure. Mi alimenta desideri, voglie di altro che non sia solo l’indolenza. Voglia di far partire un movimento invece che resistere solo nell’inerzia.
Allora esco, respiro nell’aria fredda e guardo il vapore del mio fiato alzarsi verso il cielo; torno a imparare a guardare in alto, a guardare lontano; oltre le nubi grigie, oltre la nebbia, oltre il gelo. Lascio che il freddo mi scaldi, mi stimoli un calore che sia mio, interno, non qualcosa di avvolto attorno che mi impantana ma una fornace ardente che mi smuove.
E dopo aver bruciato, aver corso, aver affrontato questo ghiaccio, mi torna daccapo la stanchezza, il bisogno di ritirarmi in letargo.Un inverno così: dentro la grotta, fuori nel lago.
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Sindrome di Stendhal

Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice Visitando Galleria Borghese a Roma non posso impedirmi di restare estasiata a guardare le statue meravigliose al centro delle stanze; giro attorno alla meravigliosa Paolina Borghese del Canova e resto ammirata e affascinata.
Mi prende una strana specie di Sindrome di Stendhal: invece di sentirmi male, mi eccito.
Mi curvo e inclino la testa per osservare i dettagli; il marmo bianco pare carne viva, nelle pieghe voluttuose, nelle curve sinuose di questo corpo femminile seminudo.
Vorrei passarvi una mano, le labbra; vorrei carezzare questa donna, convinta quasi che la troverei calda, anche se so che è fredda pietra. Vorrei seguire con le dita quei solchi, infilarle sotto il drappo, scovare dettagli che non vedo.
Osservando quest’opera d’arte sento un brivido solcarmi la pelle, incresparmi i capezzoli, risvegliarmi il sesso.
Vorrei allungarmi ed adorarle quei piedini meravigliosi, baciarli e passarvi il viso. -
MTB
Lo spesso copertone dentato della mountain bike lascia un segno ondulato sull’asfalto gelato. Il crepitio del ghiaccio si unisce al sibilo del vento nelle mie orecchie; pesto sui pedali e premo con forza la figa sul sellino.
Ho voglia, una voglia terribile. Sento il mio clitoride turgido inciampare nella cucitura dei jeans mentre pedalo.
Sfreccio nell’aria gelida del mattino tra la bruma che si alza sopra gli alberi e la galaverna che imbianca i campi; il fiato mi si condensa in nuvole candide mentre ansimo per lo sforzo ma non solo, le mani quasi insensibili nei guanti, il sesso troppo sensibile nelle mutande.
Adoro l’inverno. Alzo gli occhi a guardare le montagne innevate che fanno capolino dalla foschia in lontananza e me ne riempio il cuore. Vorrei essere là, senza un pensiero, con solo il freddo e lo sforzo fisico a farmi da compagni.
Adoro avere voglia; forse più che averla soddisfatta. A patto di riuscire a trovare e restare in quel punto perfetto di equilibrio in cui mi cullo in un desiderio che mi scalda ma non mi brucia, in cui fremo ma non smanio, ho voglia ma non ho fame.
Un disagio delizioso, come questa fatica fredda in una mattina di sole di dicembre. -
Tensione
E’ una tensione spaventosa quella che sento, un desiderio bruciante che mi soverchia e mi rivolta come un calzino; mi pare di aprirmi in due fino a scoprire l’anima, sporgendomi e implorando in silenzio che mi metta una mano tra le gambe.
E poi quando accade mi blocco, ho paura, non so cosa mi prende. Come chi ha troppa fame e quando raggiunge il cibo vomita.
Ho paura delle mie stesse sensazioni, delle mie emozioni, dei miei desideri; della forza di questo spasimo che mi tira verso di Lui e mi fa bagnare e fremere.
Intanto questa tensione mi trabocca dentro e devia il corso del mio fiume verso il cibo. Confondo una fame per l’altra e resto sempre insoddisfatta. Peggio: mi abbuffo e sto male fisicamente, oltre che per la pesantezza della digestione per la sensazione orribile di pienezza, il disagio di essere fuori controllo, il disprezzo che provo per me stessa quando ingrasso.
Mi sembra impossibile riuscire a placarmi, distendermi, trovare pace.
Non voglio una pace che sia un ottundimento dei sensi, no; desidero una pace che sia il lasciarmi scorrere dentro tutto ciò che deve, che vuole scorrere: percezioni, emozioni; lasciarmene pervadere ed assaporarne il flusso senza ostacolarlo, senza deviarlo.
Desidero essere inebriata, non sedata. -
Potere =/= Volere
Un tema cui ho già accennato, credo.
Se posso fare qualcosa, basta solo che lo voglia. Quando posso, spesso è solo che mi manca sufficiente volontà per raggiungere l’obiettivo desiderato.
Se posso fare qualcosa, non è detto che lo voglia fare. Lo trovo scritto su una maglietta in uno shop online di magliette umoristiche sul poliamore: “just because I can doesn’t mean I want to”. Mi fa sorridere, perché si intende che la persona che lo dice ha libera volontà; può rimbalzare chi ha di fronte. Il senso è: sì, potrei fare sesso con te (visto che vivo liberamente la mia sessualità) ma non voglio. Tié!
Io, invece, non ho una simile libera volontà. L’ho rimessa al mio Padrone.
Se posso, può voler dire che devo. Se mi viene detto che posso, può essere che sia un ordine. Può essere che questo ordine mi serva a comprendere che posso fare cose che credevo di non essere in grado di fare.Se voglio fare qualcosa, d’altra parte, non è detto che possa. Quando voglio, devo scontrarmi con tante variabili: fattibilità, accessibilità… soprattutto, permesso. Ho il permesso di fare ciò che voglio? Non sempre, non necessariamente.
Perché, ancora, la mia volontà non è libera ma guidata; gestita dal mio Padrone. Posso sempre chiedere il permesso di fare ciò che desidero, ma so che Lui non mi dirà sempre sì; anzi.In questo recinto nel quale mi muovo, talvolta mi sento in gabbia, talvolta mi sento rassicurata. La mia voglia mi porta a mal sopportare le pastoie del non potere; la mia paura mi porta a tremare alle soglie della possibilità.
Accolgo la frusta e le briglie con gratitudine, per essere addestrata a diventare la migliore me stessa possibile. -
Fenice
Anche io, come la fenice, dentro di me desidero bruciare.
Agogno gettarmi nel fuoco e farmene consumare, nella speranza di rinascere rinnovata, pulita, uguale a me stessa ma diversa, dalle ceneri della vecchia me stessa. Immolarmi alla pira sacrificale dei miei desideri.Spero, confido che il mio Padrone sia assennato e prudente; perché io, io faccio fatica ad esserlo.
Sicuramente mi arrabbierò con Lui perché non mi permetterà di fare tutto ciò che vorrei – o che credo di volere. Farò i capricci e mi offenderò di non poter provare, subire, toccare con mano quel ferro rovente e rosso che pare ai miei occhi così invitante e caldo. Ma so che sceglierà per il mio bene, un bene che io stessa spesso non vedo o non capisco, accecata dal brillare bruciante delle mie voglie.Anche se ho posto dei limiti; anche se sono timorosa e vergognosa; anche se in me vi sono blocchi su blocchi su blocchi. So che uno ad uno Lui saprà smontarmeli di dosso, muro dopo muro penetrerà le mie difese – come ha anche già fatto. Mi plasmerà a Suo piacere, perché diventi come Lui vuole.
Allora, gli lascerei fare qualsiasi cosa, lo so: qualsiasi cosa.
Per questo mi fido e mi affido: perché so che non me le farà; non subito, non tutte, non come penso. Non mi permetterà di bruciarmi e farmi consumare in questo mio rogo. -
Orribile
Mi torna di nuovo quella terribile, orribile sensazione di essere sbagliata; che ci sia in me qualcosa di connaturato, di intrinsecamente errato. Perché se vengo relegata in un angolo, ignorata così a lungo, incompresa, richiesta di continue spiegazioni che non riescono mai ad essere esaustive… allora devo essere io che non sono in grado di farmi capire, di essere accettata, accolta. Sono io che sono la feccia della terra e tale devo restare.
Mi abbruttisco in questi pensieri e scavo, scavo nella mia fossa di odio di me stessa per arrivare ad un fondo che forse non esiste.Poi, in un mattino coperto spazzato dal vento, le nubi si squarciano e lasciano vedere il sereno.
Bastano meno di 140 caratteri a far uscire di nuovo il sole; e il mio cuore torna a crogiolarsi al calore dei suoi raggi.

