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for this is what I feel

Tag: impegno

  • Serena

    Come tre settimane fa ero sfinita, adesso mi sento rasserenata. Sempre stanca, ma in un certo senso ho accettato la fatica.

    Davvero non c’è nessuna prescrizione, nessuna necessità in senso filosofico; nessun giudice che decide del mio diritto ad esistere in una forma o in un’altra, nessuna Legge o Verità che mi obblighi ad essere in un determinato modo per poter essere degna.

    Posso vivermi quello che mi sento, e se non me lo sento posso sempre ripensarci.

    Certo ho ancora così tante cose da fare, così tanti pensieri; ma ho deciso di conviverci. Un po’ alla volta faccio, penso, risolvo; intanto vivo. Magari non sono ancora del tutto a mio agio, ma ho scoperto che sono più a mio agio se accetto il disagio che se cerco di evitarlo: ciò che rifuggo mi controlla, ciò che accetto mi accompagna.

    Il mio riposo non è più una fuga.

  • La mezza misura

    Sono abbastanza competente da sapere che non sono abbastanza competente.
    Conosco a sufficienza per sapere che non so tutto quello che dovrei sapere.
    Sono dimagrita ma i vestiti non mi stanno ancora come vorrei.
    Sono sufficientemente consapevole di me per comprendere che in alcuni aspetti mi manca ancora consapevolezza.

    E’ come quando cercavo di farmi crescere i capelli: la maledetta mezza misura. Finché li avevo a spazzola erano comodi e stavano a posto; ora che li ho lunghi posso legarli, acconciarli, in un modo o nell’altro stanno a posto. Ma mentre crescevano avevo ciuffi scomposti, troppo corti per legarli ma troppo lunghi perché stessero giù, e per quante forcine, cerchietti e gel comprassi e usassi non c’era verso di trovare loro un aspetto decente.

    Anche con la competenza, la consapevolezza e qualsiasi altra fase di passaggio è così: la mezza misura è la parte più difficile da gestire. Non è che non veda i progressi già fatti, ma paradossalmente mi fanno sembrare l’obiettivo ancora più distante da raggiungere. Nella mezza misura si tratta di resistere e passare oltre, sopportarla per attraversarla, senza cedere alla frustrazione (quante volte sono sbottata e mi sono tagliata di nuovo i capelli a spazzola perché non sopportavo più la mezza misura, e ho dovuto ricominciare dall’inizio?).

    Ad un certo punto si scollina, lo so: poi tutto è in discesa, almeno fino alla prossima salita. Si tratta di tenere duro in un momento in cui la fatica sembra inutile.

  • Pilates semenawa

    Il pilates per me non è semplice ginnastica: è terapia fisica per mantenere in asse la mia schiena, dove le mie vertebre tendono a fare un po’ di testa loro. Il lavoro di rafforzamento del core (muscoli addominali e lombari) mi serve da busto naturale, per evitarmi dolore e pratiche più invasive e pericolose.

    Ma non solo.

    E’ terapia fisica anche nel senso che mi aiuta a mantenermi in contatto con il mio corpo, con cui ho un rapporto diciamo conflittuale. Ma ho bisogno di sentire il mio corpo, di scendere dalla torre d’avorio che è la mia testa e calarmici, diventare percezione fisica.

    In qualche modo, il pilates attiva sensazioni simili a quelle che provo in sessione. Simili ma contrarie: nelle corde mi lascio andare, sul reformer devo mantenere il massimo controllo, stringere muscoli, fare attenzione alla posizione della schiena, del bacino, delle gambe, di tutto.

    Eppure allo stesso modo finalmente spengo il vociare dei miei pensieri e sento col corpo. Respiro, riposo nello sforzo, mi rilasso nella fatica fisica.

  • Un anno

    Senza che me ne accorgessi è passato un anno da che ho deciso di scrivere due post a settimana, tutti i lunedì e venerdì, qui sul blog. Avevo deciso e iniziato a gennaio 2021, qui. E ce l’ho fatta.

    All’inizio pubblicavo alle 20, poi con il lavoro nuovo è diventato troppo presto, e sono passata alle 21. Qualche volta ho fatto tardi e ho pubblicato dopo l’orario consueto. Qualche sera mi sono dimenticata ed ho recuperato il giorno dopo. Qualche giorno (ma pochi) ho saltato perché ero in ferie. Ma l’ho fatto. Ho mantenuto la parola che avevo dato a me stessa.

    E’ un altro, piccolo, lavoro. Un impegno che ho scelto, ma al quale non è stato banale essere fedele. Non è neanche un lavoro così piccolo, a pensarci bene, poiché parla di me, di cose mie, che mi coinvolgono e mi toccano da vicino. Mi chiede di metterci me stessa.

    In questo anno i follower e i lettori del blog sono cresciuti e il cuore mi si colma di gratitudine per ogni singola persona che mi legge. Non faccio grandi numeri ma sono contenta.

    Scrivere di me, delle mie cose, è anche metterle in ordine dentro di me. Dopotutto questo blog era nato come un diario online, privato ma pubblico, personale ma visibile.

    Sono contenta di esserci riuscita. E di continuare a riuscirci.

  • 31

    È il 31 dicembre, c’è la nebbia, ed è l’ultimo giorno dell’anno.

    Un anno così denso di cambiamenti che ci sono immersa come nella melassa e ancora non mi pare vero che sia finito, o che sia in qualche modo un passaggio. Così tanti passaggi attraversati, così importanti, così potenti, che il semplice andare dal 31 al 1 dell’anno successivo sembra quasi banale.

    Porto con me l’emozione e la fatica di un lavoro in cui sono cambiata e che mi sta cambiando profondamente, in cui sto affrontando lati di me che ho sempre evitato.

    Porto con me la felicità dell’appartenenza oltre la gelosia, le sfide, la distanza e attraverso il quckquean, i colpi, le sensazioni potenti e totali che mi sconquassano spaccano e rimontano.

    Porto con me tutto ciò che ho di più caro, e la rinnovata consapevolezza di cosa sia ciò che ho caro, che a volte anzi spesso non l’ho saputo, non ho saputo conoscere e dire i miei desideri, ed ora un po’ di più riesco a vederli, esprimerli, raggiungerli.

    In questo nuovo anno porto con me me stessa. Ed è un ottimo punto da cui iniziare un nuovo anno.

  • Lasciare che quel nodo si sciolga

    Io so di vivere la maggior parte del mio tempo in modo molto molto irrigidito. Tengo tutto a freno, tutto a bada: controllo, controllo. Ho una app per tenere traccia delle cose da fare, ho promemoria, ho appunti, ho google calendar, ho liste. DEVO tenere tutto sotto controllo, ricordarmi tutte le cose da fare e farle tutte senza fallo. Se invece di 100 faccio 99, non va bene: non è abbastanza. Dovrei fare almeno 100, meglio se 110. Ma non sento mai di avere fatto 110, figuriamoci 100. Tutte le 99 cose fatte spariscono dal mio orizzonte come dalla lista delle cose-da-fare della app (visto che sono fatte): nel mio cervello restano solo le cose ancora da fare, che mi ronzano attorno come falene ad una lampada, ricordandomi fino allo sfinimento che non ho fatto tutto.

    Così, finisco per essere estremamente sostenuta, tesa, proiettata verso gli infiniti obiettivi da raggiungere; per dirlo in veneto (che rende): mi insusto.

    Quando qualcosa interferisce, sia esso il traffico, la pioggia, o una persona, mi sale un nervoso spaventoso. Eppure lo so che il punto non è l’imprevisto, ma l’eccesso di rigidezza in partenza. Mi sento così chiusa, annodata su me stessa, sugli impegni, sul tu devi, ingabbiata in un vortice di impegni che non mi lascia scampo.

    Poi, qualche volta, riesco a mollare un po’. Per qualche istante rilasso le spalle, respiro a fondo, chiudo gli occhi e lascio che quel nodo che mi sento nel petto si sciolga.

    Ho fatto abbastanza; ho diritto ad essere stanca, a riposare, a guardare il tramonto e non il cellulare. Posso non completare anche questo compito, pensarci domani. Posso dire: non ce la faccio; e non condannarmi per questo.

    Davanti al sole che scende infuocato dietro le nuvole basse illuminandole di rosa e di azzurro; o respirando a fondo l’aria pulita che viene dal prato e dal fiume mentre mi perdo con gli occhi nella contemplazione della natura; o ascoltando il canto del corpo che fatica nello sforzo fisico, quando pedalo o cammino e vado distante; o mentre sono nelle tue corde e sotto i tuoi colpi, con la carne costretta e la mente libera.

    Almeno, per un poco, riposo.

  • Troppe cose da fare

    In alcuni momenti penso di non farcela, di non starci più dietro, di non riuscire più a seguire tutto. Mi sento affaticata, anzi: sono proprio stanca. Vorrei solo buttarmi in un angolo, magari con una coperta, chiudere gli occhi e riposare. Non sentire la pressione, la costante presenza sul fondo della testa che mi dice: c’è da fare questo e quello, sei in ritardo, hai dimenticato quella cosa. Riposare.

    Ma il mio riposo è quello del guerriero: solo al termine della lotta. Non conta quanto possa essere ferita o contusa o distrutta: se c’è ancora da fare, da combattere, allora non è ancora il momento di fermarmi.

    Nel turbinare degli impegni la fatica annebbia quasi tutto. Sembra di osservare il mondo da dietro una coltre di fumo. Le sensazioni sono offuscate, le voglie ottenebrate: come faccio a volere qualcosa, quando non ho fiato nemmeno per respirare?! Con quali forze potrei seguire un qualsiasi desiderio? Risparmio energie e viaggio sul minimo.

    E poi ogni tanto, a caso, la stanchezza è tale che non riesco più nemmeno a tenere su i filtri per escludere ciò che non credo di poter sentire perché troppo stanca.

    E la voglia è sempre lì.

  • Non importa

    È quello che dico quando qualcosa mi ferisce, o quando desidero qualcosa che non posso avere, o quando qualcosa che mi aspettavo (da qualcun altro o da me stessa) non avviene.

    Non importa.

    Quando me lo dico, è un segnale che quella cosa, invece, importa. Spesso importa molto. Ma accettare la ferita è talmente doloroso che preferisco chiudere me stessa ad ogni sensazione, diventare di sasso, insensibile (credere di riuscirci) e sostenere che non importa, non era importante, anzi, non me ne è mai importato nulla fin dall’inizio, figuriamoci.

    Sono così abituata a lasciare da parte cose cui tengo fingendo indifferenza che è diventato un automatismo; fatico a ridestarmi da quel torpore. Di contro, mi attivo su cose che non hanno valore per me (magari perché lo hanno per qualcun altro) e la confusione che ne deriva mi lascia attonita e arrabbiata senza capirne la causa.

    Mi piacerebbe imparare a capire cosa davvero non importa. Cosa posso serenamente lasciare andare, su cosa posso non preoccuparmi, a cosa posso dire di no con un’alzata di spalle. Capire cosa è importante ha questa preziosa controparte: capire cosa non lo è.

    Mi piacerebbe imparare a dire: mi importa.

  • Da sola, ogni volta

    La fatica che faccio a chiedere aiuto, a chiedere supporto, a chiedere. Ogni volta il mio primo istinto è pensare di essere sola, di dovermerla cavare da sola, anche perché se non ce la faccio da sola vuol dire che sono incapace, indegna.

    A volte sono sola davvero.

    La sensazione allora è che tutto sia sulle mie spalle, l’intero peso del mondo, dalla cosa più piccola alla più grande. Mi sento schiacciare e vorrei solo fuggire, arrabbiata, con un senso tranciante di ingiustizia. È ingiusto che si pretenda questo da me: non sono in grado, non vedete?! lo fate apposta per deridermi, per vedermi fallire!

    Ma non c’è davvero nessuno a caricarmi di quel peso, sono solo sensazioni. Che con fatica imparo a scrollarmi di dosso, insieme a quel carico immaginario.
    Un poco lascio andare, un poco mi impegno e porto a termine. Se riesco da sola mi sento potente.

    Il punto allora è non lasciarmi trasportare dalle convinzioni della mia mente, dai suoi inganni: trovarmi da sola non è una conferma delle mie peggiori paure, è solo una circostanza; farcela non è la riprova della mia onnipotente autarchia, ma solo un effetto.

    Navigo a vista in queste acque profonde e imprevedibili che sono la mia mente; un poco alla volta cresco, sbaglio, imparo.

  • Cooldown pt.1

    Finito il Kinksters, sono finita anche io. Ho messo giorni a riprendermi, a tornare alla noiosa normalità, a recuperare un ritmo sonno-veglia adatto alla quotidianità. Incredibile come mi adatti immediatamente agli orari notturni e dilatati del party: è come un jet lag ma nella direzione giusta, o forse è solo merito dell’eccitazione, della gioia, del desiderio di stare bene e rilassarsi e divertirsi e staccare finalmente da questo distacco forzato dalla pandemia. Il jet lag di ritorno non è altrettanto agevole. Ma pazienza. Ripenso a tutto e tutto fluisce di nuovo attraverso di me. 


    Quando parto il venerdì sera dopo il lavoro sono tutta tesa per partire, nervosa per il ritardo e il caldo, preoccupata di dimenticare qualcosa. E con tutta la tensione dell’aspettativa e del “dover fare bene” che sempre mi si attiva in una situazione nuova: ci sarà anche lei (l’altra). Penso che tutto inizierà quando sarò là, che adesso è solo teso intermezzo, invece no: mi chiami mentre sto guidando e parliamo, e anche il viaggio diventa (com’è giusto) parte del percorso. Mi aiuti ad elucubrare nella giusta direzione e i miei pensieri prima sconnessi si allineano; ci saranno molte emozioni in ballo ma ci promettiamo di non essere bravi, di comunicare, invece di fare finta che va tutto bene per non rovinare la festa (cosa che poi è proprio quella che rovina la festa). 

    Quando arrivo tu sei già lì; entriamo, facciamo un giro, incontriamo le prime persone, mangiamo del cibo, parliamo ancora, respiriamo il tramonto e poi usciamo perché tu vai a prendere lei. 

    In camper mi trascini a te; mi fai bagnare e mi chiudi i piercing che ho là sotto con un lucchetto, per farmi sentire l’attesa. 

    Nel tempo che passa preparo i letti nel camper: tre, uno per ciascuno di noi, per la massima equità. Poi rientro, faccio un giro, delle chiacchiere; quando è ora esco di nuovo per venirvi incontro al camper. 

    Per uscire lascio di nuovo la drink card e i ragazzi del locale iniziano a guardarmi perplessi. Diventerà una cosa comica, con me che esco e rientro mille volte in questi tre giorni, avanti e indietro, accompagno/vado a riprendere, lascia la drink card/recupera la drink card, fino a farmi chiamare “la tassista del Kinksters”, cosa che mi farà molto ridere. 

    Ci troviamo in camper e siamo tutti piuttosto tesi. Fa freddo, la pioggia dei giorni scorsi ha rinfrescato moltissimo e non me l’aspettavo, non ho niente da mettermi intorno. Lei mi offre il suo cardigan e dopo un attimo di tentennamento (devo essere brava, devo arrangiarmi) accetto con gratitudine. 

    Rientriamo. 

    E’ già l’una e mezza passata, venerdì sera, non ci sono moltissime persone ma l’aria è lo stesso magica: le luci soffuse, l’acqua, i bambù appesi, tu che ci guidi. 

    Andiamo da Gram a fare fire play ed è un’esperienza forte e insieme un momento stranissimo (che merita un post a parte). E’ bello essere lì insieme. Proviamo una cosa nuova per entrambe. Iniziamo davvero a rilassarci, ascoltando le sensazioni del corpo. Osservo le reazioni del suo ed empatizzo: mi affascina, mi calmo. Ci tieni la mano. Siamo ancora sul chi vive e valutiamo chi fa cosa (di più?), chi reagisce come (meglio? chi è più brava??), ma è come un sordo fastidioso rumorino di sottofondo che riusciamo ad ignorare. 

    Andate nella piscina calda e io vi aspetto fuori perché ho ancora i punti sulla gamba dove ho tolto un neo la settimana scorsa, non posso immergermi. Però mi piace essere a servizio: procuro i teli per asciugarvi quando uscirete. Quando torno vi vedo così vicini, così intimi: lo so ma è un tuffo al cuore. Ho paura di disturbare, di essere di troppo. Mi vedi e mi fai cenno di avvicinarmi e vengo ad accucciarmi lì. Ci tocchi, poi qualcosa per me suona una nota stonata e il cuore mi salta in gola. Non so cosa sia ma tu capisci e ci fermiamo. Vi porto gli asciugamani e andiamo a prendere una piadina al baracchino in fondo al prato. 

    In quel momento, contro la me stessa che mi strilla nella testa di essere brava, non dare problemi, fai la brava, comportati bene, sii contenta, sii una brava schiava, riesco invece ad esprimerti il mio malessere e c’è un lungo senso di sospensione: come quando la musica si ferma e poi ti rendi conto che non si è realmente fermata, che i bassi stanno ancora vibrando, sotto, ma sono una vibrazione che sostiene mentre tutti gli altri strumenti prendono fiato. Ecco: prendiamo fiato. 

    Mangiamo la piadina e le patatine, poi usciamo. Siamo stanchi morti, affaticati, tiriamo una tensione invisibile ma palpabile, di cui siamo consapevoli ma cui danziamo intorno cercando di scioglierla senza trovarne il capo. 

    Una volta in camper ci stendiamo tutti e tre insieme su un letto, stretti, abbracciati, in un calore che accolgo con gratitudine dopo il freddo umido dell’esterno. Ci rigiriamo. Io e lei forse cerchiamo di toccare solo te che sei in mezzo e non toccarci tra noi perché non sappiamo come fare, cosa fare, e nemmeno se lo vogliamo fare. 

    Poi, d’improvviso, spenta la luce, quella matassa di tensione che ci girava tra le mani si scioglie da sé: un groviglio che si dipana maneggiandolo, senza capire bene come abbiamo fatto. Restano dei nodi, ma è normale. Li accettiamo. La melodia fluisce. 

    Ci addormentiamo esausti alle 6.30 del mattino. 


    [continua]