subservientspace

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  • Io vado, ciao

    Questa volta, ho deciso di andarci. 

    La quirt mi aveva già fatto strillare, molto. Ti sei fermato, mi hai strizzato il culo dolorante e hai preso una pausa. Ho ascoltato il mio culo caldo e il bruciore dei colpi di frusta si è diffuso dentro di me. Quando hai ricominciato ho preso un profondo respiro, ho rilassato i muscoli e mi sono immersa nel subspace. 

    Le altre volte era solo successo, non so bene come. Ma stavolta mi sono sentita pronta, ho sentito che era lì, a portata di mano, ero sulla soglia e ho deciso di andare. Ho inspirato e mi sono lasciata riempire da quella sensazione. Ho accolto il dolore e le frustate e ci ho danzato insieme. Mi sono immersa a fondo, tranquilla, sicura. 

    Ho ricevuto i colpi in silenzio e ho ansimato con la mia voce gutturale a quelli più forti – la voce che risale quando sono nelle mie profondità. 

    Sarei rimasta là per sempre, cullata dalle acque torbide e calde del masochismo. 

  • Il mondo capovolto

    “Mettiti al tuo posto”
    Mi metto giù, a terra, a quattro zampe su gomiti e ginocchia, la testa china, davanti a te seduto sul divano. Allunghi le gambe e mi usi come poggiapiedi.
    In quel momento apro gli occhi e osservo il mondo capovolto. 

    Lo guardo con la testa rovesciata, gli occhi in linea con il pavimento: vedo le mie cosce aperte, i piedi reclinati sul dorso che si puntano sulle dita quando inizi a farmi altre cose. Vedo i tuoi piedi nudi che camminano dietro di me, che si avvicinano e si allontanano e danzano con il ritmo dei colpi. Ti vedo chinarti un attimo prima di vedere la tua mano che mi aggancia i moschettoni ai piercing che ho tra le gambe. Vederlo aumenta la sensazione di peso improvviso. 

    Osservo questo mondo capovolto con le lacrime agli occhi per la commozione, un sottosopra dove le cose sono più dirette, più intense, più vivide e in cui amo abbandonarmi. 

    In questo mondo capovolto anche il mio cuore è rovesciato, esposto, donato e aperto come il resto di me. 

  • In punta di piedi

    In punta di piedi

    La corda tira. 

    O meglio: tu tiri la corda, che è stretta attorno al mio corpo, ai miei capelli. Mi tiri su, verso l’alto, ma non tanto da sollevarmi da terra, no: la corda è appena abbastanza lunga per trattenermi in punta di piedi. 

    I polpacci urlano, insieme a tutto il resto. Il corpo compresso, le braccia serrate, le corda che taglia le braccia, il seno, il torace. Sento tutto e tutto si confonde in un indistinto dolore, una scomodità che diventa sofferenza. Non posso riposare nulla. 

    Tengo gli occhi chiusi e ascolto questa sofferenza, la assaporo; gemo e ansimo per la fatica e il dolore, ma non vuol dire che non sia esattamente dove sono felice di essere. 

    Sono qui, sono tutt’uno con il mio corpo, non ho pensieri, non ho ricordi. Sono nel presente, esattamente in questo istante in cui sento te, la corda, i muscoli, i capelli tirati e il mio sesso bagnato.

  • Per il tuo divertimento

    Rinchiusa nella gabbia, polsiere e cavigliere agganciate alle sbarre che mi bloccano, il gancio fissato che mi tiene col culo in alto, aperta, le mollette durissime che mi martoriano i capezzoli, le dita che annaspano nel vuoto: ansimo e gemo affannosamente, il dolore è tremendo e non accenna a calare, non posso sfuggirvi. 

    Con la coda dell’occhio ti vedo accomodarti sul divano con la tua sigaretta. 

    Ecco: sono qui dove mi hai messa per il tuo divertimento, per il tuo sguardo, per il tuo piacere. La mia sofferenza è per te. 

    Questo non placa il dolore; anzi, forse lo rende più intenso, più significativo. Sento la pelle incresparsi sotto il tuo sguardo. Mi sento osservata e spero che ciò che osservi ti piaccia, che il mio dolore sia bello per te. Questa sensazione così forte che tu mi hai inflitto ora mi permea, ci galleggio dentro, vado sotto, riemergo, mi lascio trascinare dalla sua corrente, felice di esservi immersa e di sopportarla per te. 

    Sempre più forte sento di essere al mio posto. 

  • Cosa vedi?

    Quando ti fermi e mi guardi; quando mi sposti i capelli da davanti al viso; quando ti siedi e mi osservi dopo avermi messa in una posizione dolorosa: che cosa vedi? 

    Cosa vedi di me, dentro di me, esposto sulla mia pelle, nei miei occhi che tengo bassi? 

    Come mi vedi? 

    Cosa leggi nelle mie espressioni, nella lingua che esce dalla bocca aperta, nelle cosce che cercano di stringersi? 

    Mi sento così nuda sotto il tuo sguardo. Così nuda.

  • Tutto sotto controllo

    Le mie regole, non quelle comuni.

    Il mio controllo, non uno esterno.

    Abbiamo entrambi questo fetish del controllo.
    Ogni giorno, in ogni momento, rincorriamo questo controllo. Della vita, del lavoro, della gestione delle cose; so bene l’ansia che ho se non ho tutto ben organizzato, preciso, pianificato: tutto sotto controllo.

    Mi prendi in giro su questo. Ma anche tu lo fai.

    Ti piace avere il controllo; e a me, poi, piace che il controllo di me lo prenda tu.
    Quando è il momento, lascio andare questo controllo: lo poso nelle tue mani e lascio che le tue mani mi leghino, mi blocchino i movimenti, mi costringano in posizioni dolorose e scomode. In quel momento, dipendo da te. Faccio sempre fatica a lasciare andare; ma quando infine lo faccio, sospinta dal dolore, avvolta dalle corde, stretta dalle catene, isolata nel cappuccio, immobilizzata e vulnerabile, in quel momento respiro veramente libera.

  • L’interruzione del quotidiano

    Come tutti, anche io ho una vita quotidiana che veleggia più o meno pacificamente nel corso dei giorni: lavoro, spostamenti in auto, cucinare, pulire casa, leggere, guardare video, cose del genere. Più o meno noiosa, più o meno interessante.

    Come la maggior parte delle persone ho sempre con me il cellulare; quando sento suonare la suoneria personalizzata che ho impostato per il mio Padrone, mi attivo e corro a vedere. 

    Ed ecco che, in alcuni momenti, irrompe nella mia quotidianità una sensazione altra

    La routine si spezza ed entra un pensiero BDSM. Mi agito, mi emoziono: vengo mentalmente proiettata ai suoi piedi. 

    Basta una frase, un accenno, anche una battuta: di colpo sono distratta dal banale presente e gettata in uno stato mentale ricettivo, sottomesso. La sensazione è breve, fuggevole: la realtà presente pretende poi la mia attenzione. Ma mi lascia un rimescolio dei visceri, un languore diffuso e un lieve sorriso che mi accompagna.

  • Aftercare

    Mi dici: si chiama aftercare.
    Rispondo: non l’ho mai fatto.

    Farmi coccolare, abbracciare, mi mette a disagio. Quello che cerco è umiliazione, distacco. Come puoi farmi subire certe cose, pisciarmi e sputarmi, e poi stringermi tra le braccia?!
    Qualcosa nella mia testa non torna. Non si possono fare entrambe le cose. …Si possono?

    Il mio aftercare era venire stesa da qualche parte, con una coperta calda a coprirmi, e lasciata a tornare in me. Senza coccole, senza carezze; solo con la presenza del Padrone un po’ più in là. Oppure, preparare un caffè, e riordinare.

    Mi andava bene: era un prolungamento della sessione.

    Distacco, distanziamento, verticalità.
    Il Padrone non si confonde con la schiava, non le sta vicino: c’è sempre quella dovuta distanza.

    Quella distanza ha reso intensissime le pratiche che ho vissuto. Ma ha impedito altre cose. Contatto. Comunicazione. Empatia. Il limite imposto era il bello e anche il brutto. Ora lo vedo.

    Deprivazione.
    Depravazione.

    Mentre una parte di me ha ancora nostalgia di quella distanza, di quell’intensità, un’altra parte mi mette una mano sulla testa e mi dice: non è necessario; riposa, ora. E mi abbandono in quell’abbraccio, ancora a fatica, ma con gratitudine.

  • Tremare

    Mi prendi per l’anello del collare e mi porti di là; mi fai mettere in ginocchio, nella vasca. Cerco di mettermi in nadu, le ginocchia larghe; tengo lo sguardo basso.

    Tremo.

    Non c’è freddo. Ci sono 22 gradi in questa casa. Non ho freddo, credo. Ma tremo. Forse è il freddo della ceramica della vasca? Forse è altro. Vorrei non tremare. Ma tremo.

    Alzo un poco gli occhi e ti vedo. Ti guardo. A questa altezza. Guardo che ti apri i pantaloni e aspetto. Tremo. Il getto è caldo. Tremo ancora, più forte. Boccheggio.

    Mi dici di mettere le mani a coppa. Dirigi il getto sul mio petto, sulle mani, sulla pancia; la sento scorrere, calda, su tutto il corpo, tra le gambe. Tremo.

    Quando capisco che hai finito, sempre tremando apro la bocca, tiro fuori la lingua e mi allungo. Ne sento il sapore in fondo al palato. Sbavo. Mi prendi per i capelli.

    Mi tiri via. “Apri”. Il tuo sputo mi cola sulla lingua. Sempre tenendomi per i capelli mi spingi giù, nella vasca, in basso. In quel liquido giallo. Tremo.

    Apro gli occhi e mi vedo, ti vedo: specchiati nel tappo cromato e convesso della vasca. Il mio volto vicinissimo, distorto, il trucco colato, la bocca aperta, ansimante. Tu dietro, in alto, mi guardi, gli occhi due fessure. Mi spingi più giù. Nel piscio e nello sputo. Tremo.

    Armeggi con la cornetta della doccia, apri l’acqua, la saggi con la mano. Mi tiro un poco su. Penso: non lo farà; aspetterà che venga calda. Il getto ghiacciato mi investe all’improvviso. Urlo. L’acqua è gelida, mi sposti per pulirmi e me la fai passare su tutto il corpo. Tremo, tremo violentemente, è il freddo, certo, ma è anche altro.

    Molto altro.

    Tremo e strillo in singulti, l’acqua freddissima mi lava via tutto. Tutto.

    Poi, aspetti davvero che venga calda e mi sciacqui ancora. La chiudi, mi fai uscire e mi avvolgi nell’enorme accappatoio rosa che hai lì. Mi massaggi per asciugarmi. Sento la tua presenza, la tua cura. Mi riporti a letto e mi metti, nuda, sotto le coperte.

    Non tremo più.

     

  • Lamenti, non lamentele

    “Mi sembra che tu ti stia lamentando”.

    No, in verità no. Non sono lamentele quelle che senti, non sto protestando, non ho nulla da eccepire, non avanzo rimostranze.

    Quelli che senti sono i miei lamenti.

    Gemiti, singhiozzi, singulti, strilli, e anche “insomma” e “uffa” di vergogna. Suoni che emetto per esprimere il dolore, il colpo che arriva, l’umiliazione, la richiesta che mi imbarazza, la penetrazione improvvisa, il possesso che eserciti su di me.

    Sì, mi sto lamentando… ma no, non mi sto lamentando.