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Tag: masochismo

  • Tris

    tris10
    In spiaggia coi Padroni; felice di starmene sulla stuoia accanto alla Sua sdraio, giocattolo coi sassi. Ne raccolgo uno sottile, appuntito: mi solletica un pensiero e lo mostro al Padrone. Lui lo saggia con un dito, poi si allunga e me lo passa sulla pancia di taglio. Mi inarco per andargli incontro. Il sasso graffia: piacevole.
    Tutto allegro il Padrone esclama: “Giochiamo a tris! Girati”
    In quel momento penso: ecco, potevo anche non farmi solleticare da quel pensiero. Comunque.
    Lady Rheja Lo raggiunge sulla sua sdraio battendo le mani mentre mi giro ed offro la schiena. Il Padrone mi affonda il sasso nella carne del culo, passandolo da sotto in su e da destra a sinistra, lasciando (immagino) degli evidenti segni rossi: due righe verticali e due orizzontali sulla chiappa destra. Sobbalzo e mi intima di stare ferma o non scrive bene. Cerco allora di restare immobile; soffoco gridolini in gola mentre mi incide col dannato sasso per disegnare la sua X nella casella. La mia Lady allora prende il sasso, incide e ricalca per fare il suo cerchietto. Ridacchiano.
    Posso sentire gli sguardi dei vicini di ombrellone: occhi sollevati dal libro rimasto aperto in mano, pupille sgranate dietro gli occhiali da sole, sorrisetti stupefatti. Mi si arrossano le guance mentre il Padrone mi arrossa il culo. Mi accorgo che la mia reazione è quasi istantanea: sono già bagnata. Affondo la faccia nelle braccia incrociate per la vergogna.
    Vince Lui, e Lady Rheja mi dà uno schiaffone sul sedere per lo smacco. Io salto.
    A sera torno a casa in treno: il bruciore mi accompagna per tutto il viaggio e, prima di andare a letto, mi guardo nello specchio i segni rossi rimasti. Sorrido.
    Non c’è niente come il relax in spiaggia per rigenerarti.

  • Onirica – VI

    Mi obbliga a masturbarmi davanti a Lui ed a Lady Rheja; mi vergogno, ma obbedisco. Il dito gira, sempre più veloce: ansimo; per nascondere il viso mi giro sulla pancia, cerco di non farmi guardare.
    “kat”
    La Sua voce, secca, profonda: dice tutto col solo chiamarmi per nome. Trasalgo e smetto all’istante.
    Sento le Sue mani sul culo e so che sta per farmi del male. I suoi denti mi affondano nella carne tra la spalla e il collo, il respiro mi si strozza in gola.
    In quel preciso momento, mentre chiudo gli occhi per sentire il dolore tanto a lungo agognato, mentre so di stare per divenire lo sfogo della Sua ferocia, mentre quasi piango di gioia ed aspettativa, suona la sveglia.
    Sobbalzo nel mio letto, mi riscuoto e spengo il trillo insistente. Il sogno sfuma, lasciandomi insoddisfatta e tremante.
    Non posso fare a meno di pensare che è perfetto: il sadismo estremo di interrompere un sogno in questo modo, in quel momento. Una vera bastardata da parte del mio inconscio. Il Padrone ne sarebbe orgoglioso.

  • Ghiaccio e cera

    La cera calda scivola ad avvolgermi come un abbraccio.
    Il piacere lambisce le propaggini del dolore.
    Freddo, caldo; ghiaccio, cera.
    Le sensazioni contrastanti mi riportano indietro col ricordo: ho già provato questo gioco di opposti, anni fa, in altri contesti, con altre persone, con molta meno esperienza. Sarà forse perché la mia soglia del dolore si è alzata, o perché questa candela ha un punto di fusione basso, ma il contrasto mi pare più lieve, ora; il gioco meno intenso.
    Ma è gioco, è sensazione di dolorepiacere, è sentirmi oggetto di attenzioni, è bello. Mi attanaglia una struggente sensazione di malinconia, di nostalgia. Come sempre quando passa del tempo, parecchio tempo tra una sessione e l’altra, riparto dal timore: non tanto del dolore, ma del non riuscire a goderne. E dalla voglia, imperiosa, furente, di volerne molto di più.
    Riapro gli occhi e sorrido al sorriso della mia Lady, al brillare dei suoi occhi mentre mi passa le unghie sulla pancia e mi cola cera sui capezzoli.

  • Intensità – 21

    E’ come un brivido sulla pelle.
    Mi increspo come esposta ad un vento fresco; è piacevole, ed aumenta le mie percezioni. Sento moltissimo, come se mi fosse stato sbucciato di dosso il primo strato di pelle e il mio sé più ineriore fosse a contatto diretto con l’esterno.
    Il brivido mi solca e mi penetra, si infila nei miei anfratti, mi fa inarcare la schiena e tendere i muscoli delle spalle. Involontarie contrazioni mi fanno sobbalzare.
    L’intensità di questo desiderio urlato dalla mia pelle è quasi intollerabile.
    La mia carne agogna l’impatto, la mano del Padrone, la frusta. E questa tensione aggiunge intensità alle mie giornate già così folli.

  • Ali per volare

    “Braccia in fuori”, mi dice.
    “Braccia in fuori”, ripeto a mezza voce, mentre il mio cervello, rallentato dall’intensità dalle sensazioni, elabora il senso di quelle semplici parole. Allargo lenta le braccia.
    Mi pizzica la carne sui lati del corpo, sotto le braccia: mi attacca mollette.
    Resa cieca dalla benda, mi trasfiguro. Non sono più io: il Padrone mi trasforma in un meraviglioso uccello, le braccia come ali, le mollette piume che mi adornano.
    Posso volare, lo sento.
    Volo.
    Il Padrone mi allarga di più le braccia, mi apre e spicco il volo. Le mollette appese ai seni, alla carne morbida del pube, alle braccia, ai fianchi non sono che piume meravigliose, che immagino colorate, superbe.
    Il Padrone tira le mollette ed il dolore mi porta in alto, in alto: un volo vertiginoso che non cessa quando queste piume mollette mi vengono strappate di dosso, anzi mi avvita in un’ascensione folle.
    Grida come stridii d’aquila mi salgono dalla gola mentre mi inarco in direzione opposta per facilitare lo strappo; vorrei che questo volo non finisse mai, anche se so che non potrei reggere per sempre una simile accelerazione.
    Plano infine nella copertina di pile, la pelle accesa, la mente obnubilata.

  • Algolagnia

    “Il masochista è un rivoluzionario dell’arrendevolezza: sotto la parvenza di agnello nasconde un lupo. La sua acquiescenza ha una natura ribelle e la sottomissione che esibisce è in realtà un modo di opporsi. Dietro la morbidezza c’è del duro, dietro l’ossequiosità si cela la ribellione”.
    – Th. Reik, citato in Sadomasochismo, di Estela V. Welldon, ed. CSE.

    Ecco, forse qui si svela l’inghippo della mia doppia natura di slave ribelle.
    Non mi spiegavo perché, io così sub nell’animo, avessi sviluppato una tale protervia negli ultimi tempi: perché i capricci, la rabbia, le risposte sarcastiche, la deriva verso la disobbedienza.
    Non sono solo sub. Sono maso.
    E come masochista desidero, mi dibatto, mi protendo verso la soddisfazione del mio bisogno di dolore. Verso la messa in atto del rituale sadomaso, verso la sessione, verso la frusta.
    Mentre la mia parte sottomessa frena, china il capo e si sente felice nella felicità del Padrone, nel Suo sorriso, nel “brava” bisbigliato, la mia parte masochista morde il freno, spinge, si dibatte, alza la testa e vuole, vuole: anela all’impatto.
    Come i classici angelo e diavolo sulle mie spalle, mi danno consigli, mi inducono in tentazione, mi tirano in direzioni opposte. L’una perora il silenzio, l’altra alimenta la ribellione.
    Sii quieta, attendi; sii obbediente; sii brava.
    Si fotta la quiete! Vai, fai, fregatene: senti, subisci!
    Divelta in due, non trovo più pace nella pacata sottomissione, eppure mi spaventa il feroce desiderio che diventa quasi necessità, droga di sensazioni. Non ho più una mia identità sicura.
    Cavalco il tumulto, simpatizzo per la rivolta, alzo lo sguardo dalla mia cuccia e non so più se questo suono che mi sale di gola è un fare le fusa od è un ringhio…

  • Cedere

    Quanto tempo sarà passato? Mezz’ora? Un’ora?
    Bendata, legata e frustata perdo il senso del tempo; nella costrizione fisica sono libera dalle pastoie temporali.
    So solo che le mollette che ho appese ai capezzoli sono lì da un tempo indicibile. Mi dolgono da impazzire, a stilettate che mi attraversano il costato; un dolore sordo, intenso, che mi arriva ad ondate. Mugolo e mi lamento sommessamente, increspando le labbra.
    I colpi di bull che mi strappano grida, che si impongono su ogni altra sensazione con la loro ferocia, sono quasi un sollievo da quel tormento.
    Pavento il momento – che infine arriva – in cui le Sue mani mi si appoggiano ai seni ed armeggiano per togliere le pinze. Il sangue ritrova spazio e si fa strada con cattiveria nella mia carne martoriata; ho un singulto, inghiotto aria ed annaspo. Tuttavia, passato il trauma, è un sollievo non sentire più quelle morse. Respiro a fondo per ritrovare equilibrio.
    In quel momento, sento il calore umido delle bocche del mio Padrone e della mia Lady avventarsi sui miei capezzoli. Mi addentano con ferocia e non posso che urlare, lacerata, mentre schiaffi secchi mi massacrano tra le gambe. Tiro le corde che mi bloccano aperta, appesa: non mi reggo più.
    Lascio che le mie gambe cedano, che la mia mente ceda; mi lascio cadere, restando appesa alla struttura, un pezzo di carne urlante senza più coscienza. Pura, profonda, soverchiante sensazione.

  • Tell me something beautiful

    Sento partire questo pezzo dallo stereo; gli occhi bendati, sono già persa nel vortice dei colpi, delle sensazioni violente e laceranti. Senza deciderlo sillabo il testo della canzone, lasciandomi trasportare più lontano. A 2.55 l’atmosfera si sospende, la voce angelica sospira il suo canto – e certo che me lo aspetto, ma l’impatto della musica e delle mani del Padrone che mi calano addosso mi travolgono ugualmente. Di colpo, affondo in subspace. La potenza dell’impatto mi urta fuori dal mio stesso corpo.
    Lo so che al Padrone non piace molto che stia in subspace – lo privo di una parte delle mie reazioni, avvolta come sono nel mio bozzolo. Ma non lo faccio apposta ad andarci, anche se certo non me ne andrei mai.
    Il Padrone mi sculaccia ancora un poco: mugolo, canticchio e ridacchio tra me. Poi si ferma, ed il tempo è come sospeso; mi cullo in subspace e mi dondolo a cavalcioni della cavallina in questa strana quiete. Una parte lontana della mia coscienza si accorge – e si stupisce – che in quel momento, nuda, esposta e con la pelle bruciante, mi sto addormentando.
    Tale è il mio abbandono.

  • Bolla

    Il tempo, durante una sessione, si dilata. Scorre più lento ed insieme più veloce; passano ore senza che me ne renda conto, eppure ogni istante è pregno e vischioso. Non si calcola più in minuti, ma in colpi.
    Il tempo diventa allora un’immensa bolla di liquido denso che si ingrossa e mi ingloba; fluttuo al suo interno, lasciandomi trasportare dalle correnti, dagli spostamenti dati dalle sculacciate, dalle frustate; ogni colpo mi scuote, mi rovescia. Mi sento capovolta, perdo sensibilità alle estremità.
    Entro in subspace e nemmeno me ne rendo conto.
    Mi lascio portare, sbattere, spingere, galleggiare. Lui mi afferra e mi sposta a Suo piacere, riportandomi a galla per prendere fiato e rigettandomi nell’abisso. Divinità di questo mare nero in cui desidero affogare.
    Infine mi trascina sulla battigia della mia coscienza, tramortita, semincosciente, scossa e felice. Collasso sul bagnasciuga, inconsapevole di dove mi trovi, solo grata per essere stata in balia dell’oceano ed essere stata riportata a riva, naufraga di me stessa.

  • Il sapore dolce del dolore

    Per un brevissimo istante eterno, credo che stia per baciarmi. Ne sono quasi sconvolta. Ma non lo fa.
    Si sporge verso di me: la sua barba mi sfiora le labbra, le guance. Io in piedi, nuda, decorata di mollette di legno, che mi contorco di dolore; lui vestito, pacato, bisbiglia al mio orecchio: “Tutto bene?”
    Ed io d’improvviso smetto di ansimare, di tremare, di avere paura; smetto di soffrire, le endorfine mi riempiono le vene, mutando il dolore in desiderio. Sgrano gli occhi e inalo la Sua presenza, me ne inebrio; annuisco: sì, va tutto bene, ora.
    Con studiata lentezza mi appende addosso ancora mollette; gemo. Le strappa a grappoli, di colpo. Urlo, barcollo; mi afferra al volo, mi tiene e mi riporta in piedi. Il dolore allora non è più una sofferenza ma un dono che Gli faccio, che Lui fa a me.
    Mi salgono le lacrime agli occhi ma sono lacrime di gioia, di meraviglia per sentirLo così vicino, per le Sue mani che mi passano sul corpo prima e dopo i colpi, che mi strizzano e mi coccolano; è gratitudine per le carezze sulla testa, per gli abbracci che mi tengono al mio posto.
    Non alzo lo sguardo; non ricambio gli abbracci; non mi sporgo per andarGli incontro. Premo solo il viso contro di Lui quando mi stringe; non oso muovermi, ma sono Sua.
    Mi lascio fendere dal Suo tocco, solcare dalla Sua volontà. Sono un mare in burrasca, tumultuoso in superficie, tagliato dalla Sua prua, e placido nell’immensa profondità che mi dona.