Mi sono resa conto che patisco molto la castità forzata; nel mio caso specifico, il divieto assoluto di toccarmi. Non posso chiedere, né implorare di poterlo fare. Posso solo aspettare e sperare (di solito invano) che il mio Padrone mi conceda di farlo di Sua spontanea volontà.
Di solito non succede; passo settimane senza potermi masturbare, io che lo facevo tutte le sere, tutte. Vado su per i muri dalla voglia, mi tocchiccio, divento irritabile e scontrosa, mangio, saltello e mi cambio le mutande spesso.
Ieri, un Suo breve messaggio mi illumina.
“Masturbati, te lo meriti”
Quasi piango di felicità, e mi accorgo che non è tanto per l’agognato permesso. Ciò che mi riempie di gioia è sapere che Lui è felice di me; che l’ho meritato.
So di non aver agito per ottenere qualcosa, di non aver tenuto un certo comportamento per ricavarne un guadagno: l’ho fatto e basta. Sono certa che anche il mio Padrone lo sa, e mi ha voluta premiare. Questo per me ha un valore immenso.
Rannicchiata sulla sedia, una mano tra le gambe, godo, colma di orgoglio e gratitudine per il riconoscimento che mi ha dato.
Tag: orgoglio
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Ciò che si conquista con fatica
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Entrare negli ‘anta
Proprio in questo periodo che ho un certo blocco dello scrittore e latito, wordpress mi notifica che ho raggiunto i quaranta follower.
Che dire, sono senza parole.
Questo blog è nato anni fa come angolino nascosto, solo per me, su splinder. Un piccolo diario online di cui nessuno conosceva l’esistenza, dove raccontavo – molto di rado, solo quando l’urgenza dello scrivere diventava insopprimibile – i desideri che andavo scoprendo.
Poi splinder è morto male e sono approdata su wordpress. Intanto, sono uscita dai sogni e ho iniziato a vivere il bdsm. Ed ora sono qui. Consapevole che quaranta persone almeno mi leggono.
Può sembrare niente, può essere poco, può non voler dire nulla.
Eppure.
Eppure una piccola emozione questa consapevolezza me la regala.
Continuo a scrivere quasi solo per me stessa, ancora come fosse un diario nascosto sottochiave (nel web) cui confidare segreti e speranze, sensazioni e riflessioni. Sono io e mi rivelo per come sono. Ma ora, so che c’è chi mi legge.
Grazie, followers. -
Forza incatenata
Ecco, questa immagine (trovata su facebook nella pagina BDSM) ben rappresenta come vorrei essere, uno degli innumerevoli aspetti che vorrei avere.
Una donna muscolosa e potente; una schiava incatenata. Forte per poter lavorare per il Padrone, per essergli utile, per essere usata da Lui. La mia forza allora non sarebbe fine a se stessa, vuota; sarebbe legata a Lui. Trattenuta dalle Sue catene per essere rilasciata, dosata secondo il Suo desiderio, la Sua necessità, il Suo diletto. La Sua difesa. Orgogliosa di essere Sua.Cagna lo sono; ma non sono un chihuahua da portare in borsetta. Sono un rottweiler e sono al Suo fianco, ai Suoi piedi, pronta al Suo comando.
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Contrapposizione?
Ho letto spesso e volentieri racconti, saggi, aneddoti eccetera su persone dominanti nella vita quotidiana che amano poi essere sottomesse nel gioco.
Mi sono chiesta ieri sera: ma è davvero una contrapposizione? sono davvero due aspetti opposti che vanno a braccetto nella medesima persona?
Nella mia personale esperienza mi sono accorta che l’aver imparato a vivere la mia indole sottomessa all’interno di un rapporto Dom/sub mi ha permesso di pari passo di diventare molto più assertiva nella vita di tutti i giorni.
Sono entrata in contatto con i miei desideri più profondi e oscuri, e portarli alla luce mi ha resa molto più consapevole di me stessa. Questa consapevolezza aumentata mi ha portata anche a voler ottenere dagli altri riconoscimento per me stessa ed i miei desideri, le mie necessità; sono diventata più assertiva nel portare avanti i miei bisogni, invece di lasciarli calpestare. Perché, prima, non avendo modo di esprimere la mia sottomissione in un rapporto Sano, Sicuro, Consensuale, finivo per esplicarla nella quotidianità, lasciandomi maltrattare e facendomi mettere i piedi in testa – cosa verso la quale provavo sentimenti orribili di odio e disprezzo per me stessa. Avevo una bassissima opinione di me ed un’autostima inesistente; non ero in grado di alzare la testa e dire: “no, non voglio”, o “voglio questo”. Mi lasciavo schiacciare e pensavo inconsciamente non solo di meritarlo, ma che era anche proprio quello che volevo. Confondevo la sottomissione con lo zerbinaggio. Ma non sono affatto la stessa cosa.
Divenendo realmente sottomessa ad un vero Padrone, sono diventata volitiva e forte. A volte persino troppo, tanto da chiedermi cosa mi fosse successo, dove fosse finita la mia indole docile.
Ma un cane può essere forte ed insieme docile. Dipende con chi si confronta.
Lavorare come segretaria richiede una notevole forza; è un lavoro in un ruolo sottomesso, sicuramente, un ruolo di servizio; ma non è e non può essere servile. Richiede una grande assunzione di responsabilità nel prendersi carico la gestione degli impegni del capo, la sua agenda, le sue scadenze. Lui è quello in carico, ma sta alla segretaria ricordargli le cose. Lei deve essere forte ed assertiva, perché il suo ruolo è di supporto, non di zerbino.*
Allo stesso modo credo che una slave consapevole di sé sia (e debba essere) a tutti gli effetti una persona molto forte. O lo diventi, alla fine.*So di aver strutturato la cosa come lui=capo lei=segretaria, che può sembrare sessista, ma è perché è ciò che vivo io; ed essendo prona al maledom – sottomissione femminile ad un dominante maschile, diversa rispetto al femdom – non posso che portare avanti la mia personale esperienza, nella consapevolezza che non è né può essere assoluta.
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Ancora nel bosco
Ripensando a quanto scritto.
E’ vero, sono cresciuta oltre quello che si aspettavano i miei; ho sviluppato il mio sottobosco di desideri, passioni, pulsioni, rifiutando di restare immobile nei filari previsti.
Ma è anche vero che continuo a cercare chi mi coltivi.
Forse è questo il modo in cui risalta più evidente il mio essere stata impostata in uno schema; o forse, col tempo ho cercato chi riuscisse a darmi uno schema diverso, uno che fosse mio, in cui mi riconoscessi. Chi mi aiutasse a coltivare il mio bosco, a sviluppare quelle qualità rigogliose e peculiari che mi appartengono, che prima venivano ricacciate col diserbante.
Quei fiori così colorati e grandi, dal profumo così intenso, così difficili da far fiorire, che mia madre continua a sperare non siano miei, stanno ora aprendo le corolle e si volgono ad accogliere il sole.
Quell’edera che mi avviluppa non cerca di soffocarmi, ma mi avvolge come una stola e mi porta in alto, in alto. -
Bosco
Se anche mi avete coltivata, io sono cresciuta rigogliosa.
Come questo pioppeto lasciato a se stesso, che ha sviluppato il proprio sottobosco, anche io sono stata impostata, all’inizio; mi hanno piantata in filari per coltivarmi, perché crescessi come volevano loro, per i loro scopi. Invece, ne sono cresciuta fuori, oltre; la mia natura ha prevalso – anche se è ancora possibile vedere lo schema, gli alberi in file ordinate, sì, ma coperte del vitale disordine della crescita spontanea. Sono e resto rigogliosa e forte oltre le aspettative di chi mi ha cresciuta, potente, ombrosa, mi innalzo al cielo forte delle mie radici che nessuno ora può divellere.
Non sono più un campo; sono un bosco.
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Il collare invisibile
Certo, sono affezionata al mio collare; sia quello vero che quello da tutti i giorni, che è in effetti una collana. La porto con gioia ed orgoglio e ne sono molto gelosa.
Mi fa sentire nuda non indossarlo e mi dispiace – come ora: caldo e sudore mi hanno provocato una fastidiosa irritazione al collo e la collana di acciaio peggiorava le cose. Il mio Padrone ha ritenuto saggio farmela togliere.
Ogni tanto mi tocco il collo, trasalendo nel non trovarla.Ma mi rendo conto che è solo un oggetto fisico, per quanto simbolico, e per quanto potenti siano i simboli.
Il vero collare è interiore; lo ho interiorizzato dentro di me, me lo sento al collo anche se non lo indosso fisicamente. Spesso, infatti, non mi rendo conto di non averlo; anzi mi tocco per sistemare la collana e mi stupisco nel non trovarla.
Lo sento che mi tiene, posso sentire il Padrone tendere un guinzaglio invisibile e tenermi, anche se è distante.
Perché l’appartenenza non è esteriorità, ma un sentire profondo. -
Gradassa
Non so perche abbia dentro di me questa impellente necessità di fare la gradassa.
Far finta di non avere bisogno di niente e di nessuno, che non m’importi se qualcosa accade o meno, se qualcuno mi considera o no. Ostentare un orgoglio vacuo.
Mi gonfio come un rospo e cerco di convincermi che sto bene sola; mi dico: non mi tange. Rispondo ad alta voce ad immaginarie domande che non mi sono mai state poste: “chiedimi se mi interessa”.
Nel farlo mi adombro. Divento cupa, triste. Arrabbiata. Corrucciata come una bambina che fa i capricci. No, non lo voglio il gelato, ecco.
Mi ritrovo la fronte quasi dolorante da quanto tengo contratte le sopracciglia in un’espressione scocciata; anche se apparentemente sono tranquilla, nella mia mente ho le braccia conserte e batto i piedi per terra con ostinazione.Eppure sono tanto più serena quando invece ammetto a me stessa che invece sì, mi importa, eccome. Ma a volte ammettere questo interesse mi fa sentire fragile, vulnerabile. Mi sembra di rivelare una debolezza di cui altri potranno approfittarsi.
Ebbene, se è destino soffrire perché altri si saranno approfittati di ciò che rivelo di me, così sia. Perché non voglio più fingere di essere fatta di ferro e di ghiaccio. Voglio poter dire che sì, mi dispiace che il Padrone sia distante e di sentirlo poco; sì, sento la sua mancanza; sì, ho bisogno di Lui. E sì, mi duole ammetterlo, ma alla fine è esattamente questo che volevo: appartenere. E appartenendo, non ha senso far finta che no, non sento di appartenergli. -
Capricci
Mi sono sempre considerata una persona estremamente remissiva.
Ricordo che un giorno il mio precedente Padrone disse a sua moglie, parlando di me: “È ribelle”; e lei rispose: “Lei?! Ribelle?!?”, con incredulità. Io (che ero lì) mi sentii avvampare.
Eppure, è proprio così. Se non sono ribelle, di certo sono terribilmente capricciosa.
Ero sinceramente convinta di non esserlo, giuro. Ma devo arrendermi all’evidenza.
Se non ottengo ciò che voglio, o nel modo che lo voglio, sbatto i piedi e metto il broncio come una bambina di 5 anni. Mi vengono alle labbra frecciatine acide e commenti sarcastici, nel miglior stile passivo-aggressivo che ho.
Devo risultare insopportabile.Da una parte, anelo alla punizione; ad essere redarguita, sgridata, raddrizzata e correttamente educata.
Dall’altra, detesto questa mia capricciosità e già mi mortifico e mi sento in colpa da sola; per questo temo tremendamente una punizione che mi farà stare ancora peggio… e poi, uffa! non me la merito, sono buona e brava! E pesto i piedi.
Inoltre, sono tentata dal tirare la corda col Padrone. Dal mettere alla prova la sua sopportazione, la sua capacità di tenermi. Tuttavia, non sono capace di farlo apposta, mi sento troppo stronza (ma col tempo sta prendendo forza questa bambina capricciosa che è in me, e forse un giorno lo farò); e poi, ho il terrore di scoprire che no, non mi punirebbe, lascerebbe correre, o, peggio, che non capisse che l’ho fregato, forzato a fare quello che voglio.Molto peggiore di un Padrone intransigente, non sopporterei un Padrone indulgente.
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Artefatto
Si chiama col nome “artefatto” un oggetto prezioso, o magari magico.
Se invece è una persona ad essere chiamata “artefatta”, significa che è falsa.Eppure ci sono cose che faccio in modo artefatto, creato, studiato; cose cui devo pensare, per le quali mi alleno perché non rientrano nella mia spontaneità. Queste cose mi sono richieste: dare del lei, chiamare con titoli, comportarmi in un certo modo, muovermi in un altro, seguire determinati rituali, eccetera.
Il livello di allenamento (di artefazione) poi diventa tale che si trasforma in una forma di spontaneità. Mi risulta strano o disagevole fare diversamente.Non si tratta di falsità, né d’ipocrisia.
Si tratta di venire forgiata ad essere un meraviglioso artefatto, perché chi mi possiede possa sfoggiarmi con orgoglio.


