Quando finalmente parto, sono tesa di aspettativa; pregusto cosa potrà accadere, come potrebbe accadere. Ansimo da sola, il sesso che si contrae, la pelle che si increspa sotto i jeans.
Quando arrivo la tensione svanisce nel nulla, come una nebbia che si alzi all’improvviso. Non sento più bisogno di mangiare, né sete, né nulla; spariscono la fame nervosa, l’aspettativa. Seguo i Padroni docilmente, attendo un’attesa pacata, serena, vuota.
Poi, se l’attesa si protrae, torno a sentire la tensione del desiderio, la speranza di giocare. Guardo il Padrone di nascosto e penso: la prego, mi metta le mani addosso. Tutto il mio essere si tende pregando per una carezza, un colpo, una stretta.
E’ incredibile quanto sottile sia la differenza tra prima e dopo. D’improvviso vengo bendata e posta contro il tavolo, la televisione ancora accesa, e tutto cambia. Un attimo seduta a terra a guardare qualche programma su sky, un attimo dopo pronta ad essere usata.
Sento cambiare la tensione in me; l’attesa è quasi terminata e questi istanti sono carichi di una potenza, di una paura che assaporo come un profumo prima del gusto.
Gli occhi chiusi dalla benda, sento i Padroni muoversi vicinissimi a me; fruscii, bisbigli, tintinnii. Si accende un ronzio che non conosco e vibro in risonanza. Non so cosa sia, non so cosa mi stia per accadere. Mi inarco; mi tendo senza rendermene conto; salto sotto il tocco del Padrone.
Poi, di colpo, smetto di avere paura.
Inspiro ed espiro, a fondo. La tensione nelle viscere si scioglie, il cuore mi si distende e mi affido. Farà male? sì. Sarà inaspettato? sì. Sarà intenso? sì. Ma non ho più paura. L’attesa è finita, ora vivo istante per istante; ricevo ciò che mi viene donato con gratitudine e strilli.
Mi faccia ciò che desidera, Padrone: sono sua.
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Variazioni di tensione
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Proiezione
Mattina prima della festa; mi viene dato incarico di visionare, scegliere e masterizzare dei video sm da proiettare nel corso della serata. Mi metto al pc e spulcio hard disk e dvd.
Naturalmente, non ho il permesso di toccarmi, ma mi sento forte; tanto, penso, i video sadomaso raramente mi eccitano. Mi sembrano sempre strani, stonati; anche se anche io faccio cose simili, vederle dall’esterno in qualche modo non mi torna.
Vedo questo filmato: una ragazza viene legata a gambe larghe su una sedia sadoginecologica; la frustano un po’, e vabbé; poi le spalmano sulla figa una pasta giallastra. Metto l’audio per capire cos’è, visto che la Mistress lo spiega, ma parlano americano stretto e non capisco nulla. Intuisco comunque che si tratta di qualcosa di estremamente irritante. La Mistress la spalma coi guanti.
Poi, per cinque lunghissimi minuti questa ragazza urla, si contrae e implora.
Non succede niente, all’apparenza. Ma è chiaro che le brucia da impazzire. Piange, grida e si scuote nei lacci. Ed io la guardo. La guardo e mi proietto in lei. Immagino, sento la sofferenza di essere immobilizzata e non poter fare nulla per impedire un dolore atroce che si ha addosso.
E mi bagno.
Infine la puliscono e le mettono del ghiaccio; il trucco le cola con le lacrime. Mi allontano dal monitor barcollando, un desiderio oscuro in mezzo alle gambe.
Penso al terrore che ho dei film dell’orrore tipo Saw, in cui i poveracci di turno vengono costretti in situazioni di tortura senza uscita; non li voglio vedere perché è la cosa che mi angoscia di più. Ed ora ho l’impressione di avere scavalcato quel terrore, ora che l’ho visto in versione non horror ma sadomaso. Ora che mi è stato mostrato nella sua versione sessuale. Ora l’angoscia si è trasformata in desiderio, l’irrazionale nodo allo stomaco mi si è spostato più in basso.E adesso è sera e non vedo l’ora di essere alla festa; l’oscuro desiderio che ho annidato tra le gambe è affamato e mi tira verso l’abisso.
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Rilascio
Dopo che l’elastico si è teso tanto che ho temuto si spezzasse – che mi sentivo così spenta da arrivare a credere che non avrei più avuto voglia – sono arrivata dal Padrone quasi in sospensione onirica, ed ho atteso.
Atteso di vedere se fossi davvero sulla cima di una collina pronta a rotolare giù, e se mi sarebbe stata data una spinta, o se non fossi invece su un prato piano e piatto, pieno di fiori e di noia.E tutta la tensione accumulata invece si è rilasciata in un colpo solo, in un pomeriggio che mi ha ridotta ad una polpetta cruda, ad un ammasso di macinato informe, manipolato e rattrapito che implorava pietà.
Ora, lascio che il vento mi passi sulla pelle nuda, la testa reclinata sulla Sua coscia. E resterei qui per sempre, per sempre; ad assaporare la carezza forte delle Sue mani così grandi, delle Sue dita dietro l’orecchio, a scodinzolare mentre i segni virano dal rosso al rosa o dal rosso al nero, tanto colma di gratitudine da sentirmi traboccare.
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Ombre
Come un bambino che ha paura del buio e chiude gli occhi per non vedere il mostro che si nasconde e si svela tra le ombre, tengo le palpebre serrate. Sento con gli altri sensi, ascolto il tumulto del mio cuore e non voglio vedere niente; un’incomprensibile paura mi attanaglia. E con essa, fortissimo il desiderio di guardare.
Prendo coraggio e dischiudo gli occhi.
Sulla sua coscia vedo stagliarsi l’ombra del mio profilo, la bocca aperta, la lingua di fuori. Lo stomaco mi si contrae e rinserro le palpebre, solo per riaprirle ancora poco dopo, soverchiata dal desiderio di guardarlo.
Alzo timidamente lo sguardo e spero di non incontrare il suo.
Osservo briciole di realtà; rubo scampoli di visione. Gli occhi socchiusi, le pupille corrono a guardare vicino, vicino, lontano, vicino, sopra, vicino. Richiudo gli occhi e ascolto.
Mi sale dentro la marea e smetto di combatterla, di ricacciarla giù al grido di “è sbagliato”. Ormai quella voce non è più che un vecchio guardiano del faro, che sbraita contro gli scogli; ma il mare non lo ascolta più: mugghia il suo richiamo e si abbatte sulle scogliere, inondando la riva, sommergendo i dubbi, i forse, i sensi di colpa. Tutto rimane coperto da una schiuma bianca e dall’agitarsi convulso dei pesci.
Quando si placa la marea, rimango ansante e fradicia a contemplare la distesa infinita delle acque, le rocce lucide, spazzate dal vento. Allora sì, tengo gli occhi aperti e mi lascio riempire dal tramonto che filtra rosso tra le nubi. -
La prima volta
Il frustino si appoggia sulla chiappa destra; tap tap tap, piccoli deboli colpetti e poi, WHACK! un colpo forte. Soffoco un urlo.
Si poggia sull’altra chiappa: tap tap tap, WHACK! Gemo, ma più piano di prima, perché ho capito il giochetto.
Si poggia sull’esterno coscia destro; attendo: tap tap tap. WHACK – nell’interno coscia sinistro.
Salto e strillo, uno strillo acuto che mi si strozza in gola.
E per la prima volta, penso: bastardo.
Non lo dico, oh certo che no, anche se sono tentata. Ma lo penso. Rimango stupita di averlo pensato. Non sono il genere di masochista che insulta, per niente.
C’è una prima volta per tutto, immagino. Anche per dare del bastardo al proprio Padrone, sia pure solo pensandolo.Forse, ne sarebbe persino compiaciuto, a saperlo: come un complimento al suo sadismo.
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Vicinanza
Si siede sul tavolo, e mi fa cenno di avvicinarmi; quando sono a portata di braccio, mi pone una mano sulla nuca e mi tira sul proprio ginocchio, piegandomi, con un gesto deciso ma non violento.
Resto china, appoggiata su di Lui. Mi stringe a sé, tenendomi giù col braccio posato sulle mie scapole.
Dietro di me, iniziano i colpi, e salto e gemo. Ma respiro a fondo, assaporando il contatto col suo corpo; questo abbraccio che è una stretta, questa carezza che è una costrizione, mi riempie l’anima di calore e mi permette di accogliere il dolore con tanta più tolleranza che non se fossi semplicemente piegata sul tavolo.
E’ vestito, e io sono nuda. E’ caldo; sentirlo così vicino, così addosso, mi fa tremare di timore e fremere della gioia animale di un cane ai piedi del Padrone. E’ un calore che si espande e mi ingloba, dandomi i brividi.
Allunga una mano sotto di me per afferrarmi un capezzolo e stringerlo, e mi accomodo per porgerglielo più agevolmente. La mano che mi accarezza è la stessa che mi colpisce; la mano che mi tiene è la stessa che mi stringe.Mi lascio cullare in questo mare di sensazioni, nella dolce tenerezza della sua sadica dominazione. Il dolore che mi dona è un balsamo che lenisce le sue stesse ferite.
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Intensità
E poi c’è un momento in cui scavalco.
Non credevo ci sarebbe stato, né che avrebbe potuto esserci.
Urlo e gemo, l’intensità del dolore a un livello tale che faccio fatica a sopportarlo. I capezzoli stritolati nella morsa delle mollette, tirati dai cordini, la cera che cola e il flogger che colpisce. Tutto insieme. Si aggiungono il vibratore grosso, e gli schiaffi sulle cosce, il mio punto più sensibile.
Ho un singulto e scavalco.
Sulla ripidissima china della soglia del mio dolore, mentre scivolo all’indietro lambita dalle fiamme, d’improvviso trovo un appiglio, o mi arriva una spinta, e vado oltre. Supero la cima della collina e volo giù per il dirupo, dall’altro lato; resto sospesa, come appesa a un paracadute.
La sensazione è simile all’essere appena uscita da un concerto dopo essere stata accanto alle casse. Ho come un fischio nelle orecchie, tutto è ovattato e il mio cervello fluttua nella bambagia.
Il dolore continua, ma mi pervade; non resta più sulla mia superficie. Dalla pelle affonda i suoi artigli nella carne, si espande come un liquido rovente e mi colma.
Sto strillando? Sto piangendo? Un gemito acuto mi sale dalla gola. I miei occhi sono aperti ma non so cosa vedono. I miei muscoli tremano, stravolti dalla tensione.
Da questa bolla sospesa, infine, esco esplodendo di nuovo in un grido di dolore. Stringo i denti e sto per dire la safeword, quando penso: ma mi piace. Già. Mi piace. Mi immergo ancora nella bolla: in apnea, sento talmente tanto che non penso più; tutto il mio essere è percorso da brividi, nel corpo e nell’anima.Pietosamente, il Padrone cala intensità e mi scioglie, facendomi riposare. Ansimo e tremo, raccogliendo i pezzi del mio sé, facendoli di nuovo scivolare insieme, come da bambina giocavo col mercurio dei termometri che si rompevano.
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Aperta
Vengo tenuta aperta.
Seduta sul divano, le gambe larghe, il Suo braccio che mi pesa sul petto e mi tiene giù. Tengo gli occhi chiusi: forse, spero, se io non vedo loro, loro non vedranno me; non mi vedranno così esposta, così bagnata, così spaventosamente in balìa del piacere. So che è solo un’illusione, e anche da dietro le palpebre posso intuire i sorrisini che hanno in volto. Sorrisi compiaciuti, derisori.
Vorrei seppellirmi; vorrei scappare; vorrei nascondermi. Gemo e gorgoglio mentre mi masturbano.
Sento le unghie di Lei incidermi la carne, e il dito di Lui farsi strada in me. Strillo. Mugolo un “no” che non è un no. Godo e non riesco a impedirmi di godere.Dopo, il Padrone mi sfotte: “Te la stai godendo un bel po’, eh?”. Sghignazza.
Che stia godendo un bel po’ è indubbio. Ma che “me la” stia godendo, è tutto un altro discorso. Quasi quasi, preferirei prendere colpi di cane e di frusta, piuttosto che essere obbligata a venire così tanto; gli orgasmi che si susseguono sotto lo stimolo che mi viene imposto mi mettono di fronte all’evidenza della mia predisposizione al piacere, che non credevo tanto potente.
Una volta mi è stato detto: è bello che sei così responsiva. Mi era piaciuto il termine. Lo faceva suonare come una cosa dolce.
Adesso, sento il Padrone sibilare: “Troia”, ed è una stilettata nello stomaco, che si contrae in una morsa. Le guance mi avvampano e mi sento bagnare in mezzo alle gambe.
Questo piacere che sento così forte, cui vengo obbligata contro la mia volontà, mi umilia e mi trasforma in una bestia in calore. La vergogna che provo mi rimescola dentro. L’umiliazione mi riverbera addosso per giorni, fino a sentirla quasi costante.L’orgasmo mi viene inflitto come una frustata che mi colpisce l’anima.
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Adesso sono io
Adesso sono io la terza, l’altra. La secondaria. La slave.
So qual è il mio ruolo; so qual è il mio posto. Certo, come ogni animale ogni tanto alzo la testa, reagisco, mi ribello; ma solo per essere tenuta giù. A questo ambisco: ad essere tenuta giù.
Non voglio ferire nessuno. Non voglio provocare dolore inutile, dolore superfluo.
Sta a me. È compito mio, ora, la rassicurazione. È mio dovere stare buona e non provocare: gelosie, attriti, sofferenza, incomprensioni. Non pretendere nulla oltre ciò che mi viene concesso. Non pretendere nulla oltre ciò cui ho diritto.Posso dire: sono stata tentata. Mi sono trovata in quella stessa situazione. Dall’altra parte. Ma ho scelto diversamente. Certo ho avuto paura; paura di cedere. Perché sono umana e di carne.
Ma ho pensato: no, io non sedurrò il Padrone.Mi ha battuto il culo con forza per un’ora e ne sono uscita sbavante, tremante, ubriaca – ma con ancora le mutande addosso.


