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Tag: slave

  • Fatica vs privilegio

    Essere slave significa anche avere dentro la capacità di eseguire i compiti che vengono affidati con un senso di privilegio, piuttosto che di fatica.
    Se il Padrone ordina di pulire, stirare, o fare un qualsiasi altro lavoro antipatico, la cosa complessa è non sbuffare di noia o cercare di scansare il lavoro per pigrizia, ma scavalcare nella propria testa la percezione della mera esecuzione del lavoro e approdare alla comprensione della verità – molto alla Matrix, lo so – e la verità è che si sta servendo il Padrone.
    Servire è un privilegio.

    Non è sempre facile passare a questa percezione altra. Se il compito affidato è noioso, noioso rimane, purtroppo. Il trucco è duplice: concentrarsi nel dettaglio e amplificare l’attenzione. Prestare attenzione all’esecuzione materiale specifica e allargare la propria coscienza a percepire la presenza del Padrone attorno a sé. SentirLo passare alle proprie spalle, sperare nel Suo sguardo, in un Suo tocco.
    Allora il compito da eseguire non diventa più leggero, ma si riveste di un significato diverso – che è quello che conta. Non è più un gesto vuoto, una cosa da fare perché tocca farla; ha uno scopo. E quello scopo è rendere contento il Padrone. Diventa il privilegio di poterlo eseguire per Lui.

  • Incoerenza

    Se il mio desiderio è – come lo è – di affidarmi ad un Padrone affinché sia Lui ad assumersi la responsabilità di me, ed io possa finalmente abbandonarmi ad obbedire ed esistere  in una dimensione protetta dal mondo, allora perché spesso e volentieri cerco di fare di testa mia, taccio dettagli e provo ad arrangiarmi a fare le cose, non mettendo il mio Padrone nelle condizioni di prendersi cura di me in modo ottimale?
    Perché mi struggo per stare in un ruolo e quando ci sono mi sforzo di sfuggirvi?
    L’unica cosa che posso dire è che lo faccio con ingenuità estrema, in totale buona fede; non so in realtà quanto sia duro il compito di prendersi in carico una slave. Così, non capisco subito quanto sia sciocco che la slave stessa cerchi di sollevare parte del carico dalle spalle del Padrone. Un carico che ha voluto e accettato, di cui si vede defraudato – senza che cali nemmeno di poco il senso di responsabilità che ne deriva.
    Ad ognuno il suo ruolo; devo smettere di avere timore ed abbandonarmi totalmente. Solo allora non ci saranno inciampi, incomprensioni, equivoci. In questo percorso di crescita, sono felice di poter capire sempre più cose e migliorare – seppure attraverso errori e un po’ di (in)comprensibile incoerenza.

  • Il collare invisibile

    Certo, sono affezionata al mio collare; sia quello vero che quello da tutti i giorni, che è in effetti una collana. La porto con gioia ed orgoglio e ne sono molto gelosa.
    Mi fa sentire nuda non indossarlo e mi dispiace – come ora: caldo e sudore mi hanno provocato una fastidiosa irritazione al collo e la collana di acciaio peggiorava le cose. Il mio Padrone ha ritenuto saggio farmela togliere.
    Ogni tanto mi tocco il collo, trasalendo nel non trovarla.

    Ma mi rendo conto che è solo un oggetto fisico, per quanto simbolico, e per quanto potenti siano i simboli.
    Il vero collare è interiore; lo ho interiorizzato dentro di me, me lo sento al collo anche se non lo indosso fisicamente. Spesso, infatti, non mi rendo conto di non averlo; anzi mi tocco per sistemare la collana e mi stupisco nel non trovarla.
    Lo sento che mi tiene, posso sentire il Padrone tendere un guinzaglio invisibile e tenermi, anche se è distante.
    Perché l’appartenenza non è esteriorità, ma un sentire profondo.

  • Gradassa

    Non so perche abbia dentro di me questa impellente necessità di fare la gradassa.
    Far finta di non avere bisogno di niente e di nessuno, che non m’importi se qualcosa accade o meno, se qualcuno mi considera o no. Ostentare un orgoglio vacuo.
    Mi gonfio come un rospo e cerco di convincermi che sto bene sola; mi dico: non mi tange. Rispondo ad alta voce ad immaginarie domande che non mi sono mai state poste: “chiedimi se mi interessa”.
    Nel farlo mi adombro. Divento cupa, triste. Arrabbiata. Corrucciata come una bambina che fa i capricci. No, non lo voglio il gelato, ecco.
    Mi ritrovo la fronte quasi dolorante da quanto tengo contratte le sopracciglia in un’espressione scocciata; anche se apparentemente sono tranquilla, nella mia mente ho le braccia conserte e batto i piedi per terra con ostinazione.

    Eppure sono tanto più serena quando invece ammetto a me stessa che invece sì, mi importa, eccome. Ma a volte ammettere questo interesse mi fa sentire fragile, vulnerabile. Mi sembra di rivelare una debolezza di cui altri potranno approfittarsi.
    Ebbene, se è destino soffrire perché altri si saranno approfittati di ciò che rivelo di me, così sia. Perché non voglio più fingere di essere fatta di ferro e di ghiaccio. Voglio poter dire che sì, mi dispiace che il Padrone sia distante e di sentirlo poco; sì, sento la sua mancanza; sì, ho bisogno di Lui. E sì, mi duole ammetterlo, ma alla fine è esattamente questo che volevo: appartenere. E appartenendo, non ha senso far finta che no, non sento di appartenergli.

  • Rilascio

    Dopo che l’elastico si è teso tanto che ho temuto si spezzasse – che mi sentivo così spenta da arrivare a credere che non avrei più avuto voglia – sono arrivata dal Padrone quasi in sospensione onirica, ed ho atteso.
    Atteso di vedere se fossi davvero sulla cima di una collina pronta a rotolare giù, e se mi sarebbe stata data una spinta, o se non fossi invece su un prato piano e piatto, pieno di fiori e di noia.

    E tutta la tensione accumulata invece si è rilasciata in un colpo solo, in un pomeriggio che mi ha ridotta ad una polpetta cruda, ad un ammasso di macinato informe, manipolato e rattrapito che implorava pietà.

    Ora, lascio che il vento mi passi sulla pelle nuda, la testa reclinata sulla Sua coscia. E resterei qui per sempre, per sempre; ad assaporare la carezza forte delle Sue mani così grandi, delle Sue dita dietro l’orecchio, a scodinzolare mentre i segni virano dal rosso al rosa o dal rosso al nero, tanto colma di gratitudine da sentirmi traboccare.

  • Azzurro

    I suoi occhi sono azzurri ma bordati di nero.
    Non come quegli occhi di un turchese così chiaro, così labile, che si disperde nella sclera come una pozza d’acqua bassa, limpida e tranquilla, che non riserva sorprese.
    I suoi somigliano più a un lago di alta montagna: circondato da alte rupi che gli si riflettono dentro e lo scuriscono, dandogli una profondità cupa, fatta del riflesso di altitudini ostili. Quelle vette così ripide, così ardue da scalare, divengono abissi inconoscibili. Appena sotto la superficie piatta si nasconde il gorgo pronto a inghiottire.
    Così i suoi occhi mi divorano, conficcano in me i loro ghiacciai.

  • Limes

    Che rumore fa un limite che si infrange?
    È il suono della depressurizzazione della camera stagna del cuore, che perde quota e precipita nello stomaco.

    Ci sono limiti come matasse di filo spinato, che al solo tentare di passare ti straziano le carni.
    Ci sono poi limiti come fitti cespugli di rovi, attraverso i quali puoi riuscire a trovare, con fatica, un sentiero per passare; graffiandoti e scorticandoti, certo, ma spesso anche trovando succose more da gustare.
    E ci sono limiti come teche di vetro. Attraverso la superficie trasparente puoi vedere quale tesoro vi sia conservato, che anela ad essere recuperato, che ti tenta e ti implora da dentro la sua lucida soffocante prigione. Si può allora sicuramente trovare la chiave o il meccanismo per aprire la teca, con tempo e pazienza; ma si può anche talvolta dare retta al cartello che dice che in caso di emergenza – ovvero nell’occasione giusta – si può rompere il vetro. E quando l’occasione è giusta, è criminale e folle non coglierla per spezzare quel limite. Ecco, allora può essere che ti taglierai col vetro rotto, e che magari parta un allarme; ma avrai tra le mani ciò che era conservato nascosto in piena vista, dietro una barriera tanto dura quanto fragile.
    Potrai allora scoprire che era proprio quella la cosa che volevi, e che era stata messa sotto vetro solo per paura che si rovinasse, o per una falsa superstizione che potesse far male – e lì restava a prendere polvere: un desiderio inespresso, una voglia negata, un bisogno sedato.

  • Stasi

    Guardo le lancette dell’orologio; fuori, le campane della chiesa vicina iniziano a suonare. In qualunque posto, in Italia, c’è una chiesa vicina. Guardo le lancette ma non le vedo, persa nei miei pensieri. Sento lo scampanio.
    Sono le sette. È presto. Ma in realtà ho poco tempo per prepararmi e uscire.
    Nei momenti di fretta, di ansia, di tensione, anche di intensa emozione, faccio così: mi fermo.
    La mia mente si congela, come attivando un campo di stasi, e resto sospesa tra sensazioni e pensieri mentre il tempo prosegue la sua lenta e costante corsa come un qualcosa di esterno a me, di estraneo.
    Mi ripeto che dovrei muovermi, sbrigarmi. Una voce preoccupata, nella mia testa, mi fa la lista delle cose che mi servono e mi incalza: hai preso questo? e questo? stiamo dimenticando qualcosa, lo so! La ascolto con un orecchio solo, come immersa nella gelatina.
    Metto a fuoco. Sono le sette e dieci. Quando sono passati dieci minuti? Dove sono andati? I muscoli mi tremano, smaniosi di correre, di andare; ma sono ancora ferma.
    Forse questa tensione immobile è simile a ciò che sente uno scattista ai blocchi di partenza. Sa che tra poco, anzi tra pochissimo, dovrà andare e dare il meglio di sé. Si è preparato e inspira per lo scatto. Ormai è lì, quello che poteva fare l’ha fatto, forse non tutto, forse non bene come avrebbe potuto; ci starà pensando o, come per me ora, ha in testa solo interferenze, come una vecchia tv sintonizzata male? Comunque ormai è lì: è il momento, anzi lo sarà tra poco.
    Le sette e venti. Mi alzo, e che questa corsa abbia inizio. Mi lascerò sferzare dal vento che creerò io stessa col mio movimento: siano tre giorni 24/7, si svuoti la mia mente di ogni altra cosa.

  • Capricci

    Mi sono sempre considerata una persona estremamente remissiva.
    Ricordo che un giorno il mio precedente Padrone disse a sua moglie, parlando di me: “È ribelle”; e lei rispose: “Lei?! Ribelle?!?”, con incredulità. Io (che ero lì) mi sentii avvampare.
    Eppure, è proprio così. Se non sono ribelle, di certo sono terribilmente capricciosa.
    Ero sinceramente convinta di non esserlo, giuro. Ma devo arrendermi all’evidenza.
    Se non ottengo ciò che voglio, o nel modo che lo voglio, sbatto i piedi e metto il broncio come una bambina di 5 anni. Mi vengono alle labbra frecciatine acide e commenti sarcastici, nel miglior stile passivo-aggressivo che ho.
    Devo risultare insopportabile.

    Da una parte, anelo alla punizione; ad essere redarguita, sgridata, raddrizzata e correttamente educata.
    Dall’altra, detesto questa mia capricciosità e già mi mortifico e mi sento in colpa da sola; per questo temo tremendamente una punizione che mi farà stare ancora peggio… e poi, uffa! non me la merito, sono buona e brava! E pesto i piedi.
    Inoltre, sono tentata dal tirare la corda col Padrone. Dal mettere alla prova la sua sopportazione, la sua capacità di tenermi. Tuttavia, non sono capace di farlo apposta, mi sento troppo stronza (ma col tempo sta prendendo forza questa bambina capricciosa che è in me, e forse un giorno lo farò); e poi, ho il terrore di scoprire che no, non mi punirebbe, lascerebbe correre, o, peggio, che non capisse che l’ho fregato, forzato a fare quello che voglio.

    Molto peggiore di un Padrone intransigente, non sopporterei un Padrone indulgente.

  • Vicinanza

    Si siede sul tavolo, e mi fa cenno di avvicinarmi; quando sono a portata di braccio, mi pone una mano sulla nuca e mi tira sul proprio ginocchio, piegandomi, con un gesto deciso ma non violento.
    Resto china, appoggiata su di Lui. Mi stringe a sé, tenendomi giù col braccio posato sulle mie scapole.
    Dietro di me, iniziano i colpi, e salto e gemo. Ma respiro a fondo, assaporando il contatto col suo corpo; questo abbraccio che è una stretta, questa carezza che è una costrizione, mi riempie l’anima di calore e mi permette di accogliere il dolore con tanta più tolleranza che non se fossi semplicemente piegata sul tavolo.
    E’ vestito, e io sono nuda. E’ caldo; sentirlo così vicino, così addosso, mi fa tremare di timore e fremere della gioia animale di un cane ai piedi del Padrone. E’ un calore che si espande e mi ingloba, dandomi i brividi.
    Allunga una mano sotto di me per afferrarmi un capezzolo e stringerlo, e mi accomodo per porgerglielo più agevolmente. La mano che mi accarezza è la stessa che mi colpisce; la mano che mi tiene è la stessa che mi stringe.

    Mi lascio cullare in questo mare di sensazioni, nella dolce tenerezza della sua sadica dominazione. Il dolore che mi dona è un balsamo che lenisce le sue stesse ferite.