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Tag: sottomessa

  • L’attesa e la voglia

    Man mano che il tempo passa, l’attesa si espande come un liquido. 

    Subito dopo esserci visti sono colma delle sensazioni e delle emozioni che ho provato, che ho condiviso con te, come un vaso pieno di un liquido denso. Quel vaso però è capovolto. Un poco alla volta, quindi, il liquido fuoriesce dal fondo, molto lentamente, e si allarga in modo impercettibile ma costante. Il tempo passa e quella pienezza – la pienezza di quelle specifiche sensazioni – si svuota. 

    Lo spandersi dell’attesa di venire di nuovo riempita è piacevole e malinconico, o talvolta un po’ triste. Se avviene troppo bruscamente vado in drop. Ma se avviene con calma, con gradualità, a volte quasi non mi accorgo di essermi svuotata, e di avere un profondo bisogno di stare ancora con te. Me ne rendo conto a volte d’improvviso, perché quello spandersi diventa un’ondata di voglia che sommerge il resto del quotidiano. Un pensiero improvviso, ma anche una sensazione fisica, una contrazione: mi tiro a sedere, di colpo all’erta, ricettiva. Ascolto la voglia che si diffonde, calda, dentro di me; mi cullo in quel desiderio. 

    Allora il vaso mi appare troppo vuoto, e l’attesa troppo lunga. 

    Eppure se non ci fosse l’attesa forse non ci sarebbe la voglia, e la voglia si scalda e si scioglie nella densità dell’attesa. 

    Attendo con un senso di calma, serena nel calore che provo, senza fretta, perché so che vale di più il momento atteso, il momento giusto, in cui quel vaso potrà riempirsi nel modo migliore senza rischiare di rovesciarsi.

  • And then the world made sense

    Su FetLife seguo e leggo un’autrice molto brava, AncillaL. E’ una masochista piuttosto estrema, quindi spesso mi succede di trovare i suoi scritti un po’ eccessivi per i miei gusti. Ma ehi, your kink is not my kink but your kink is ok. Al di là delle pratiche, tuttavia, scrive molto bene (in inglese) ed esprime emozioni in cui mi rispecchio, o che mi fanno riflettere. 

    Ho letto di recente un suo testo intitolato “It always feels like the first time” dove dice che sa di avere sempre desiderato quelle cose, fin da piccola: la violenza, l’essere colpita, battuta, il sesso brutale; e che la cosa più sconvolgente, una volta provato, era stata che “it made the whole world make sense”: aveva dato un senso a tutto. 

    Anche per me è stato così: la prima volta che ho provato il BDSM ho pensato: non devo più stare a dieta. Che per me era rivoluzionario: non devo più inseguire un benessere: è qui. Non devo più cercare di andare bene: è già così. Mi è stato chiesto “Come ti senti?” Ed ho risposto – per la prima volta, allora, spontaneamente, perché sentivo che era quella la risposta giusta, e da lì in poi ho sempre risposto così a questa domanda in quel contesto – “Mi sento al mio posto”. 

    Ed era così. Improvvisamente il mondo aveva un senso. 

    Tutto era andato al suo posto, me compresa. Tutto andava bene, tutto sarebbe andato bene: ero pacificata, allineata con l’universo. 

    Nel tempo, sono cambiata io e sono cambiati i dominanti con cui sono entrata in relazione, e le cose non sono sempre state così lisce (mi sono anche rimessa a dieta), ma quella sensazione di senso non ha mai smesso di essere vera. Ho sempre ritrovato il senso di me stessa e del mondo nell’essere sottomessa, a terra, battuta, umiliata, costretta, aperta, denudata. 

    Quello che ricevo in quei momenti è molto di più di quello che appare: recupero la pienezza di me, la serenità del tutto, la pace di un universo colmo di significato.

  • Con il sole in faccia

    Mentre guido verso casa, verso ovest, lungo l’autostrada, con le nuvole rosa e il profilo azzurro delle montagne in lontananza, ed il sole arancione che lentamente si scioglie nell’orizzonte, strizzo gli occhi abbagliata dal tramonto e mi lascio percorrere dalle emozioni.

    Sorrido, sospiro, ansimo, socchiudo gli occhi, sobbalzo, rido tra me e me e bisbiglio commenti a mezza voce, ripetendo cose dette o immaginando di dirle ora, come se fossi ancora con te.

    Una vacanza durata tre giorni che è durata tantissimo. Con te il tempo si dilata sempre; entro in uno stato sospeso, diverso, un mondo parallelo forse, in cui le sensazioni sono amplificate e la cui eco si riverbera per giorni, dopo.

    Mentre guido con il sole in faccia anche la mia anima è illuminata.

  • Passiva

    Credevo che essere sottomessa significasse essere passiva, ma non è (necessariamente) così.

    Solo ora che ho acquisito maggiore consapevolezza capisco certi miei meccanismi – ed incidentalmente mi stupisco di quanto si possa sempre accrescere la propria consapevolezza! Ero sicura di essere una persona molto consapevole di sé: mi interrogo e mi esploro da sempre e mi sono messa in discussione innumerevoli volte, e in effetti ero e sono sempre stata una persona consapevole di me; eppure non c’è limite a questo tipo di crescita. Continuo a trovare nuovi lati, nuove sfaccettature, nuove verità, e quelle di prima non erano meno vere. E’ un costante ampliarsi dell’orizzonte: in ogni momento della mia vita ho la consapevolezza che riesco a gestire in quel momento.

    Ed ecco che ora vedo come il mio concetto di sottomissione rasentasse la totale passività: non avere desideri propri, non avere richieste, lasciarmi trascinare, accogliere mollemente qualunque richiesta, diventare l’immagine che l’Altro aveva di me. Salvo poi sentirmi inadeguata perché non riuscivo ad essere soddisfatta unicamente in quell’essere passiva.
    Penso che possa anche essere una modalità valida di sottomissione; purché se ne abbia (appunto) consapevolezza e corrisponda a ciò che entrambi desiderano. Per me, non era del tutto così: pensavo fosse ciò che “era giusto” fare.

    Nel tempo il mio spirito si è rivolto ad una sottomissione più… attiva, direi. Una in cui darmi voce, in cui desiderare; in cui non riversare tutta la mia realizzazione nelle braccia dell’Altro, ma prendendomene carico e responsabilità. Una sottomissione in cui esprimere attivamente, consapevolmente la mia passività, la mia ricettività.
    In questo modo sto scoprendo che i miei desideri si realizzano prima e meglio. Ma innanzitutto ho dovuto capire di averli, quei desideri, e poi permettermi di esternarli.

    Nessuno mai me lo ha impedito, se non me stessa.

  • Service top

    In nessun modo e in nessun caso mi identifico neanche lontanamente come Dominante. Non è nelle mie corde, non lo sento, non lo erotizzo, non sono io.
    Ho scoperto però che c’è un caso in cui posso stare sopra e in effetti mi va.
    Nel tempo ho imparato a comprendere meglio le sfumature tra sub, Dom, bottom, Top, e come queste non si escludano per forza a vicenda le une con le altre, né che vadano in coppie obbligatorie. Il mio primo Padrone era masochista ed ammetto che era una cosa che mi lasciava stupefatta: pensavo che un masochista per forza di cose (ma quali?) dovesse essere sottomesso, perché nella mia ottica subiva. Da quella visione sono cresciuta, ma potrei dire di avere davvero capito adesso che l’ho provato in prima persona.

    Sapendo che Gram ama il trampling, e desiderosa di ringraziarlo per l’esperienza col fuoco, mi dico disponibile a farlo. A me non lo aveva chiesto, in realtà: lo ha chiesto ad Achatina e ad altre; a posteriori rifletto che probabilmente sono troppo leggera per i suoi gusti. In ogni caso accetta, e dopo il fire play ci spostiamo in fondo al parco del Certe Notti, vicino alle tende. Andando, parliamo di cosa andremo a fare: gli spiego che ho le ossa fragili e dice che allora non mi solleverà (e scopro che quello che fa è molto più acrobatico ed intenso di quanto pensassi); mi dice che posso camminargli addosso come mi pare, ma che se gli metterò un piede sulle labbra lo bacerà. Mi piace la franchezza e la tranquillità con cui negoziamo.

    Sono divertita e leggermente inquieta: lo faccio perché piace a lui, non perché ne tragga piacere io, e per questo in qualche modo mi sento una traditrice, una falsa, una usurpatrice del ruolo di Domme, perché faccio una cosa che dovrebbe darmi piacere e invece no. Mi sembra di rubare qualcosa, e di ingannarlo. E’ una sensazione che non capisco bene; così la esploro.

    Mi aggrappo al supporto dato dalla balaustra di uno dei bungalow mentre lui si stende a terra lì accanto e gli salgo sopra, a piedi nudi. Mi bilancio. Provo. Cammino lentamente avanti e indietro, partendo dalla pancia giù fino ai piedi e poi indietro fino sulle mani. Ho paura di fargli male ma mi incoraggia, così gli salgo sulla faccia. Lui è abbandonato a terra, le braccia dietro la testa, gli occhi chiusi e la bocca socchiusa. Lo guardo. Lo guardo per vedere dove metto i piedi e per non cadere, ma un poco alla volta inizio a guardarlo perché è bello vederlo così compreso. E’ nel suo. Forse sono leggera, ma quello che faccio gli piace, e lo sento anche sotto i piedi quando gli cammino sull’inguine. Sorrido e mi accorgo che quello che sto facendo mi piace, anche se non sono Dominante né niente del genere.

    Ed ecco che focalizzo la sensazione: non sto fingendo, non sto usurpando niente. Io resto sottomessa, e lui Dominante, anche se sono io sopra di lui a calpestarlo. In questo momento, sto facendo una delle cose che mi piacciono di più: servire. Sono perfettamente in ruolo, non sono disallineata come credevo. La sensazione di falsità svanisce. Sto servendo come top: una service top. Non traggo piacere dall’atto in sé, ma dal vedere che viene apprezzato.

    Mi godo la sensazione e l’esperienza; lo calpesto per un po’, non so bene per quanto tempo, poi scendo e ci abbracciamo e rientriamo. E’ rilassato e contento, e anche io. Ho compreso una sfaccettatura ulteriore di me e sono grata per questa scoperta.

  • Cooldown pt.2

    Il mattino dopo – in realtà, lo stesso mattino, solo più tardi – ci svegliamo per il caldo. Abbiamo dormito tre ore e si vede. Ci aggrappiamo alle brioche. 

    Rientriamo al locale e giriamo, col sole, a vederlo come si deve. Ci accaparriamo l’ultimo gazebo libero e questo mi fa sentire come una qualche specie di VIP, con tanto di bottiglia di prosecco. E’ quello in mezzo al passaggio, forse per questo piace poco ed era rimasto libero, ma diventerà un punto di vista privilegiato durante la giornata: per osservare il passaggio, le persone, salutare, fare la spola ed essere vicini a tutto eppure nel nostro spazio. 

    Un giorno che dura una settimana. 


    Stesi sui teli nel gazebo, ti faccio un massaggio e te lo godi, poi lo faccio anche a lei ed il contatto ci avvicina. E’ così soda! Compatta, forte. Mi piace massaggiarla come mi è piaciuto massaggiare te: è un atto di servizio e mi fa sentire a posto, serena. 

    C’è il sole, c’è caldo, tutti sono nudi. Io galleggio nella sonnolenza e nei residui delle sensazioni della notte precedente, l’eccitazione, la dolce umiliazione, il piacere, la condivisione, l’ascolto. 

    I ragazzi del Project vengono da me e mi chiedono se sono disponibile a farmi fare un TK perché un ragazzo deve mostrare al maestro di corde portoghese, Pedro Cordas, se è in grado di farlo, come prerequisito per seguire il corso nel pomeriggio. Chiedo a te e a te va bene, io sono contenta di essere utile e lusingata che me l’abbiano chiesto, e so che così avrete modo di prendervi tempo per voi due da soli senza che rischi di sentirmi esclusa. Andate in piscina e quando tornate io sono già là a farmi legare; ti avvicini con un gran sorriso, guardi, poi andate a farvi un giro e io resto lì immobilizzata e serena, a chiacchierare e sorridere in compagnia. Il ragazzo che mi lega farà il corso, il maestro sembra simpatico, Andrea Ropes ha spiegato bene. 

    Ci ritroviamo al gazebo e prendiamo il prosecco e la frutta. Poi io e lei andiamo a prendere il cibo del pranzo e lo portiamo lì per mangiarlo in tranquillità. C’è tanta gente e io a tratti mi sento in ansia e metto la mascherina. Un tizio mi fa storie perché la metto; mi sento giudicata e a disagio; tu e lei prendete le mie difese al grido di “ma che si faccia i cazzi suoi”. Mi girano un po’ ma non permetto che questo mi rovini la giornata, che è meravigliosa. 

    Relax: ci rotoliamo pigri nel gazebo. Salutiamo amici. Guardiamo il passaggio e ci godiamo il nostro essere piuttosto svaccati: non sentiamo di meno anche se ostentiamo di meno, anzi. Non dover sostenere un atteggiamento formale, non dover essere bravi, ci permette di immergerci di più. Dopotutto siamo in piscina, non ad una cena in alto protocollo! 

    Un ragazzo con le corde appese in cintura viene a chiedere a lei se ha voglia di farsi legare e di nuovo per te va bene; lei va e noi andiamo a guardare: è seduta a terra, con gli occhi chiusi, lui la lega e la sposta e lei è nel suo mondo e geme quei suoi gemiti di gola, quasi dei lamenti, che ho imparato a riconoscere come gemiti di abbandono e piacere. Suona come una bimba che si lamenta, che cerca di sottrarsi, ed è dolce e sexy insieme. Sorrido, felice di vederla stare bene. 

    Andiamo a farci un giro io e te, soli ma sereni di non stare escludendo nessuno. Ci infiliamo nel labirinto del privé che è quasi freddo per l’aria condizionata e io metto la mascherina perché siamo al chiuso e mi aiuta a gestire l’ansia. Ma mi lascio guidare da te a chiuderci in uno spazio privato, riservato; sentiamo i passi ovattati di chi è appena al di là della sottile parete, qualcuno tenta la maniglia, ma siamo soli e sono felice di farmi usare da te. 

    Torniamo al sole e al caldo e al gazebo. 

    Lei ti prende in giro: “Ti porti le valigie piene di roba e non hai usato niente!” Ridiamo; per “punizione” va lei a prenderle all’armadietto. Mi trattengo dall’essere brava e andare io; invece sorrido e mi godo di vivere questa confidenza, questo gioco. Quando arriva tu apri la borsa delle fruste e ci metti a quattro zampe a prenderne un po’. Il mio grande timore di una situazione così è di viverla come una competizione: ma siamo così rilassati, ne abbiamo parlato così tanto, c’è un grande senso di serenità e io sono tranquilla: te lo dico e ci frusti insieme, un po’ all’una un po’ all’altra, tutte e due che ci offriamo a te, ed è proprio bello. Ci schiaffeggi forte il culo per farci restare lo stampo della mano, funziona e ridiamo. Mi eccito e mi diverto, c’è complicità, sto proprio bene. 

    Si fa pomeriggio inoltrato e tra poco dovrete andare via: la accompagni a casa come ieri sei andato a prenderla, sei la sua carrozza delle fiabe, da e verso un luogo altro, magico, separato dalla realtà comune, quotidiana. Vi accompagno al camper a recuperare le valigie (esci, entra, drink card…) e vi saluto, so che poi andrai anche tu verso casa; resto qui solo io. Abbiamo tutti e tre un muso lungo così. 

    Quando partite attendo un poco in camper ma poi rientro per non farmi soverchiare dalla malinconia. Mi stendo nel gazebo, da sola. Poi passa Gram e si ferma a fare due parole, la sua chiacchiera mi salva dal down: ci raccontiamo a vicenda un po’ di aneddoti, da dove arriviamo, che percorso abbiamo fatto nel bdsm. 

    Trovo altri amici del Project che non vedo da un anno e mezzo che sembrano dieci; mi offrono un vodka lemon: la cosa mi commuove, come ogni gesto gentile inaspettato e inatteso. Andiamo insieme a seguire il seminario sul consenso che si tiene a bordo piscina ed è super interessante, prendo appunti sul mio taccuino. 

    Mi tengo occupata e sono contenta di essere con amici a godermi questo tempo, il confronto di esperienze e di crescita, l’aria fresca e limpida della sera che avanza; ma sono molto più felice quando mi scrivi che torni. 


    [continua] 

  • L’istante eterno dell’orgasmo

    Ti chiedo il permesso di venire e mi dici di no. Continuo a toccarmi ma soffro. Gemo, contraggo i muscoli e cerco di non venire. 

    Chiedo di nuovo. Supplico. Me lo neghi. Intanto guardo, in ginocchio accanto al letto, la gelosia che mi accende e mi eccita, il senso di appartenenza, l’umiliazione, tutto vortica dentro di me e mi fa colare tra le gambe. 

    Imploro. Sono la tua cagna. Mi concedi l’orgasmo. Ringrazio. 

    Mi contraggo dentro e quello che sento è devastante: dura pochissimo, eppure dura per sempre. Sento tutto. E’ una sensazione così effimera e sfuggente, eppure mentre mi sconquassa è assoluta, non c’è nient’altro: solo il momento presente, l’appartenenza al Padrone, l’umiliazione di essere in ginocchio a guardare lui con lei, lo sputo che mi cola in faccia, le gambe larghe, l’alba che filtra dalle finestre chiuse, la voce di lei che ansima e strilla. 

    Mi tremano le gambe, le viscere ritorte, il sesso contratto fino quasi ad essere doloroso. 

    Sono felice di essere qui, a terra, a vivere questo con te, con lei. Non lo avrei creduto possibile. Ma il corpo ha la sua verità e in questo istante infinito è l’unica verità.

  • Emotional release through impact play

    A volte lo desidero così tanto che ne ho paura. Non è un semplice averne voglia ma un bisogno, una tensione interiore che cerca uno sfogo, quello sfogo: sentirmi al mio posto, subire tanto, tutto, ricevere, essere al centro, liberata dai pensieri, dagli impegni, dalle distrazioni. Tutta insieme, tutta intera, la coscienza diffusa in tutto il corpo, la carne permeata, la mente diluita, il sentire preponderante sul pensare. 

    E’ ciò che desidero e al contempo mi sento rigida. 
    Ho paura dei miei desideri? O timore che non vengano soddisfatti? Sono così forti che la paura della delusione mi fa ritrarre, chiudere: mi dico: non ne ho poi così voglia, posso fare senza. Dopotutto, è ancora acerba. 

    Poi ricevo e in quell’istante tutto è perfetto. Mi apro, mi lascio aprire, mi faccio aprire perché è questo ciò di cui ho bisogno: venire aperta, spalancata, esposta, nuda e spogliata, non solo un dono per te ma anche per me: come ti dono la mia sottomissione, così ricevo la tua dominazione come il più grande dei doni, che mi appaga e mi rilassa e mi spoglia del superfluo lasciandomi in una pozza di pace e completezza.

  • Il tutto e il nulla

    Io NON erotizzo la mancanza di valore. 

    La mia posizione sottomessa è una posizione di privilegio. 

    La mia cuccia è il mio trono; guardo dal basso verso l’alto con lo stesso animo con cui si guarda dall’alto in basso. 

    A mi disse che una schiava, per il Padrone, è “il suo tutto e il suo nulla”. La completa feccia dell’universo e per questo la più importante, perché sua. Preziosa spazzatura. 

    Mi ritrovo in questo: sapere di essere sottomessa, di stare sotto, è un riconoscimento di grande valore, per me. Anche nell’umiliazione o nella degradazione, quello che ho bisogno di percepire è che ho valore per ciò che subisco, in ciò che subisco. 

    Se percepisco una reale svalutazione, il senso effettivo di essere inferiore, sostituibile, indifferente per la mia controparte, allora tutto si rompe, per me. Io stessa mi rompo: non erotizzo più nulla di tutto questo, mi rabbuio e mi chiudo e desidero solo fuggire a nascondermi. 

    Questo gioco emotivo è un delicato e complesso equilibrio. Abbattimento che è anche esaltazione, uno schiaffo che è una carezza, un insulto che è un complimento. Sentirmi inferiore e importante, degradata e valorizzata, per terra ma in cielo.

  • BDSM test

    Tutti (o quasi, almeno credo) conoscono il bdsmtest e in parecchi lo propongono sul proprio profilo FetLife – e io non faccio eccezione. Di recente ho deciso di aggiornare il profilo e quindi di rinfrescare il test, e l’ho rifatto. I risultati mi hanno sorpresa.

    == (12/03/2021) ==
    100% Submissive
    98% Degradee
    97% Non-monogamist  
    95% Masochist
    94% Voyeur
    92% Pet
    91% Rope bunny
    86% Exhibitionist
    83% Slave
    68% Experimentalist  
    58% Brat
    51% Primal (Prey)
    13% Vanilla
    0% Ageplayer
    0% Boy/Girl
    0% Switch

    == (10/10/2017) ==
    100% Submissive
    100% Degradee
    98% Non-monogamist
    100% Masochist
    50% Voyeur
    90% Pet
    100% Rope bunny
    65% Exhibitionist
    98% Slave
    58% Experimentalist
    97% Brat
    94% Primal (Prey)
    18% Vanilla
    80% Ageplayer
    95% Boy/Girl
    0% Switch

    Diciamo che ci sono ben poche certezze: una è che io sia sottomessa, un’altra che non abbia la benché minima velleità di dominazione. Per il resto, in tre anni e mezzo sono cambiata moltissimo – sempre se ci fidiamo di questo test, ovviamente, ma è in effetti anche una cosa che sento. Certo vederla per iscritto mi colpisce. 

    Sono molto meno slave, il che forse mi delude, io che ho sempre cercato di essere una brava schiava.
    Sono molto più guardona (o forse lo ammetto di più).
    Un 10% meno rope bunny, il che è curioso: faccio più corde adesso che un tempo…
    Un pochino meno degradee e masochista, ma davvero poco, e sono circa lì come non-monogama. Su questi punti non mi angustio, anche se vedere che non è più al centopercento è strano. Forse sono meno propensa ad andare per gli estremi, ricerco di più le sfumature, le zone di penombra.
    Decisamente meno brat (mai stata! giuro!).
    Un poco più sperimentatrice, ed è molto vero: sto esplorando.
    Sono un pochetto più pet (bau).
    Ancora un poco meno vanilla e questa è la cosa che davvero non mi stupisce.
    Ho dimezzato il sentirmi preda (mi sento più forte?).
    Un 20% più esibizionista (vero…). 

    Soprattutto, a quanto pare, ho smesso del tutto di sentirmi più piccola di quanto non sia. 

    Sicuramente significa che non mi deresponsabilizzo più così tanto come un tempo. Non desidero più così fortemente essere più piccola, più indifesa, totalmente affidata a chi sento più grande e forte. Da questo punto di vista sono contenta. Certo è più faticoso; ma mi fa sentire più completa, più insieme. 

    E quindi? Meglio? Peggio? Sono migliorata, peggiorata? Per deciderlo toccherebbe presupporre che ci sia uno standard, un giusto e uno sbagliato. Un vero biddì… ma, per quanto potrebbe persino sembrare una consolazione (avere un riferimento, un credo in cui essere giusta), non esiste.

    Io ho la mia verità. E sto ancora scoprendola, ed è mutevole come le forme della vita.