subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Needles

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    Non ho mai provato prima gli aghi; anzi, erano un limite, fino a che non ho visto il mio Padrone farli ad un’altra sub ad un play party.
    L’attenzione, l’intensità del suo sguardo, la decisione e precisione del gesto; la punta d’acciaio che scivola nella pelle con estrema facilità; l’aria concentrata eppure rilassata della ragazza stesa sul lettino. Il senso di abbandono, di connessione che si crea si espande nell’aria come una nube densa che mi avvolge e mi fa desiderare di provarlo.

    Seduta sulla sedia, abbraccio lo schienale; non so se ho freddo, ma tremo. Il primo ago entra che quasi non lo sento; il secondo invece duole; il terzo non so. E via così.
    In pochi attimi la mia mente si scioglie e scende a riempirmi il corpo. Gli aghi entrano ed espandono la mia percezione finché non c’è più testa, ma solo corpo. Accade in silenzio, per espansione, senza strappi, senza colpi. E’ tutto molto lento e tranquillo – non come una sculacciata, o l’impact play in genere. Quello, letteralmente, colpisce. Qui invece è un progresso lento, il dolore è diffuso, denso; è un lento salire della marea, invece che un’ondata che si frange sul riff. Mi riempie e me ne lascio riempire.
    In alcuni momenti mi sembra che non sia nemmeno doloroso; in altri mi sembra di non poter sopportare nemmeno un altro ago. Inspiro; espiro. Mi viene offerto un bicchiere d’acqua; non ho sete, ma lo accetto per autoconservazione. So, sento che le mie percezioni ora sono falsate, amplificate, ridotte, distorte. Non sento certi stimoli, esisto solo in alcune sensazioni.
    Non è solo il pungere e lacerare dell’ago che penetra nella carne; è sentire gli aghi conficcati, presenti. Non mi permettono di dimenticarli, anche se non li vedo. Ogni ago che entra mi distrae per un secondo, e poi sale a sommarsi agli altri, a colmare un vaso che sono io. Mi obbligano ad essere presente ed insieme ad abbandonarmi in una dolce assenza: vivo sospesa in un dolore diffuso, sordo, persistente che mi culla e mi obnubila.
    Le ali che mi trovo conficcate nella schiena mi fanno volare in alto, vicino al sole, ma non si sciolgono perché sono d’acciaio.

  • Io, loro… lui

    Uno dei miei limiti è il giocare insieme ad altre sottomesse. Sono consapevole che, purtroppo, in una tale occasione mi partirebbe un incontrollabile embolo di competizione. Preferirei di gran lunga che non accadesse e ci sto lavorando, ma finché non è risolto è e resta un limite: perché rovinare il gioco a me, ai Padroni e pure ad una terza persona? Meglio evitare.
    Per questo nei giorni scorsi mi ha colpita con grande stupore un pensiero vagante: e se fosse un lui?
    Pensando di giocare con un altro sottomesso maschio non mi parte alcuna gelosia, né senso di competizione. Non so perché. Non ci avevo nemmeno mai pensato, ma nel momento stesso in cui quell’idea mi ha attraversato la mente ho iniziato a fantasticare (dannata immaginazione).

    Attraverso la porta ed entro nel dungeon: il dubstep che fa da colonna sonora batte dalle casse, le luci sono soffuse, rosse, smorzate dal soffitto nero; i miei occhi ci mettono qualche attimo ad adattarsi, ma lo vedo subito. E’ in ginocchio al centro della stanza, ha addosso solo un paio di slip neri – esattamente come me. Tiene le mani dietro la schiena e la sua bocca si apre in un atto spontaneo di stupore quando mi vede, e lo stesso fa la mia. Mi blocco e ci osserviamo.
    E’ moro, coi capelli corti, sbarbato e depilato; un corpo solido, né grasso né scolpito. E’ un bel ragazzo.
    Lady Rheja, dietro di lui, sorride. Il Padrone mi passa dietro la schiena e va a sedersi sul trono: anche lui sorride, sornione. “Sorpresa”, dice, non so se a me o a lui – forse ad entrambi.
    Il cuore mi batte nel petto, è strano che ci sia anche un altro sottomesso.
    Ci portano alla struttura e ci mettono uno accanto all’altra. Lui è, naturalmente, più alto di me. Ci osserviamo di sguincio, non riusciamo a dirci nulla: siamo pur sempre in presenza dei Padroni e non ci è permesso chiacchierare, siamo in gioco.
    Il Padrone lega me e Lady Rheja lui: ci legano alla stessa maniera, le corde che ci passano intorno al torace, i polsi uniti dietro la schiena e poi sollevati in alto, assicurati alla struttura: lo strappado ci forza a chinarci in avanti, esponendoci. Barcolliamo per gli strattoni alle corde, per la posizione, ed ogni volta che per caso ci tocchiamo o ci sfioriamo sobbalziamo, come avessimo fatto qualcosa di sconcio. Lo guardo e vedo che anche lui arrossisce come me. Sorrido, e lui mi sorride in risposta.
    Uno schiaffone fortissimo mi cala improvviso sul culo e mi strappa un grido; grida anche lui, colpito all’unisono. Il Padrone e Lady Rheja ci passano davanti portandosi alla nostra vista. Ridacchiano: “Allora, avete già iniziato a fare comunella?”, dicono; “Fate poco i furbi, occhi bassi e non toccatevi; ora ci divertiamo”, e tornano alle nostre spalle. Io e lui tremoliamo e ci mordiamo le labbra; abbassiamo gli occhi a terra senza più osare guardarci.
    Il gioco inizia sommesso per farsi via via più intenso; i Padroni ci girano attorno, ci colpiscono, ci toccano, ci strizzano, ci spingono una contro l’altro e ridono del nostro imbarazzo, dello sforzo spasmodico ed inane di non guardarci né toccarci, appesi come siamo e tempestati dai flogger, dalle mani, dai frustini, da strumenti che non capiamo cosa siano ma fanno male, male, e ci gettano le menti in un deliquio liquido e sbavante.
    Infine i Padroni ci sciolgono e ci spostano, ci mettono in ginocchio sul tappeto con le mani dietro la schiena; ci abbassano gli slip e si prendono gioco della nostra rispettiva eccitazione. Non riesco ad impedirmi di girare gli occhi a guardarlo ed è lì, evidente, dritto, duro, lucido e umido. Alzo gli occhi e incrocio il suo sguardo che risale dal lungo filo traslucido che collega il mio sesso alle mutande.
    “Cosa stai guardando, eh?”, esclama il Padrone.
    “La stai guardando in mezzo alle gambe, vero?”, rincara Lady Rheja.
    Sia io che lui saltiamo, colti in flagrante, e giriamo subito la testa dall’altra parte. I Padroni ridono. La vergogna mi fa avvampare, ma sono bloccata dove sono, in ginocchio in mezzo alla stanza, nuda, bagnata, la pelle che sfoga il calore dei colpi subiti. Ho il respiro pesante.
    “Bè – dice Lady Rheja – sembra che tutti e due abbiano una voglia disperata di venire!”
    “Dici? Non si capiva”, commenta con pesante sarcasmo il Padrone.
    “Dai – intercede lei – sono stati bravi. Glie lo lasciamo fare?”
    Mi tendo come una corda. Oso guardare di sottecchi in direzione del trono, dove sono seduti, lei sulle ginocchia di lui, nella speranza che sia vero, che lui acconsenta; di colpo divento pienamente consapevole di quanto il sesso mi bruci e scotti, di quanto sia gonfio di voglia. Oh, per favore, per favore, penso.
    “Mmm – fa lui, lasciando che il silenzio addensi il nostro desiderio – in effetti sono stati bravini, hai ragione”.
    La tensione si fa palpabile. Sento anche quella di lui, accanto a me; un altro fugace sguardo – è più forte di me – e lo vedo che salta e si contrae, già sull’orlo dell’orgasmo. Vederlo mi carica ulteriore voglia.
    “Allora li lasciamo venire?”, chiede lei con intenzione. In quel momento lo vedo arrivare, e capisco che c’è sotto qualcosa, che lo hanno già concordato, che quello scambio di battute non è affatto spontaneo, ma costruito per farci salire un’aspettativa da distruggere con calcolato sadismo.
    “Bè – chiosa il Padrone con un ghigno – ne lasciamo venire uno dei due“.
    Ci cala addosso un macigno. Il mio sguardo e quello del ragazzo si calamitano l’uno all’altra e poi si inchiodano a terra. Gli sguardi dei Padroni sono taglienti come lame, riesco a percepire quasi fisicamente il piacere che stanno traendo dall’osservare la nostra lotta interiore, il desiderio che ci dilania, la tensione che ci rende naufraghi nella stessa barca.
    I Padroni si alzano e vengono ad incombere sopra di noi.
    “Come decidiamo?” chiede lei.
    “Tiriamo a sorte – risponde lui – Lui è tuo, e lei è mia. Cosa scegli: testa o croce?”
    “Testa!”
    Sento il tintinnio della moneta che salta dalla mano del Padrone, ed un attimo dopo la vedo atterrare ai loro piedi, davanti a noi. Io ed il ragazzo tiriamo il collo per guardare.
    “Cosa è uscito, kat?”, chiede il Padrone.
    Apro la bocca per rispondere, ma la scopro impastata. Mugugno qualcosa, deglutisco e rispondo: “Testa”.
    “Non ho sentito”, fa lui.
    Inspiro, chiudo gli occhi, deglutisco ancora e dichiaro ad alta voce: “Testa, Padrone”.
    Il cuore mi batte all’impazzata, non so se di rabbia, delusione, voglia, tristezza, invidia, umiliazione o cosa. Sento il ragazzo sorridere di gioia, impaziente di poter accedere a questo inaspettato privilegio. Maledetto, penso, ma non ce l’ho davvero con lui.
    “Fico, ho vinto!”, esclama Lady Rheja battendo le mani.
    “Brava – sorride il Padrone – allora decidi come fare”.
    Lei ci guarda. “kat, stenditi”, ordina. Io eseguo, stendendomi a terra a pancia in su. Da questa posizione vedo Lady Rheja girare intorno al ragazzo, bendarlo e girarlo verso di me. “Ora masturbati – gli ordina – kat, guardalo”.
    Apro la bocca come per protestare, ma la richiudo senza emettere un suono. Alzo gli occhi a guardarlo prendersi in mano il pene e toccarsi; è paonazzo di vergogna in volto, ma è duro e lo capisco: la voglia supera l’imbarazzo, e l’imbarazzo aumenta la voglia. Io stessa sento le guance rosse e calde, stringo le cosce senza accorgermene mentre lo osservo tremare e contrarsi.
    Il Padrone spegne la musica da sessione e l’unico suono che riempie la stanza è lo sciaguattare umido e ritmico del ragazzo, che rallenta nell’udirsi così chiaramente nel silenzio, ma riprende con maggior foga sotto sollecitazione di Lady Rheja.
    Lei lo ha rivolto proprio a mio favore, quindi lo vedo perfettamente bene, e sento il getto caldo sul seno e la pancia. Mi si contraggono i muscoli e quasi sento il mio sesso urlare per la voglia insoddisfatta e feroce che ha. Lui ansima. I Padroni applaudono.

    Mi risveglio da questa fantasia con gli occhi sgranati, il respiro grosso, un mezzo sorriso che mi tira le labbra e un forte calore nel basso ventre. Mi rigiro la sensazione tra le labbra e penso che stasera chiederò un permesso per masturbarmi.

  • Ricevimento

    In mezzo ad un ricevimento di matrimonio di amici, tra cibo che non finisce mai, chiacchiere noiose e sorrisi, mi trovo a guardare come le cameriere girano tra i tavoli portando piatti e pietanze; quasi senza accorgermene inizio a fantasticare di servire a tavola ad un grande ricevimento privato organizzato dai Padroni, con tante persone: loro, loro amiche ed amici, gente sconosciuta che invento: mere figure di sfondo, fittizie, solo perché più gente c’è più mi sento esibita – ed anche una Miss che stimo ed ammiro.
    Immagino.
    Essere la serva, nuda o quasi nuda, con i costrittivi ed i tacchi; servire a tavola in modo perfetto e preciso, con le signore che mi fanno i dispetti ed io che giro e brigo per servire tutti al meglio, sotto lo sguardo vigile e severo del Padrone e di Lady Rheja – tesa e concentrata per essere all’altezza, per far loro fare bella figura, perché tutti possano complimentarsi con loro per il mio operato.
    Lui mi dà comandi gestuali che eseguo silenziosa. Lei mi sbriga avanti e indietro dalla cucina.
    Quando passo accanto ai tavoli portando da bere e da mangiare le persone mi afferrano, mi pizzicano; mi attaccano mollette. I Padroni mi bloccano e mi piegano sul tavolo – oppongo una blanda resistenza, solo perché mi eccita di più – e mi inseriscono in vagina l’ovetto vibrante comandato a distanza. Mentre torno a girare per servire si divertono ad azionarlo a sorpresa e a ridere delle mie reazioni, dei salti, degli inciampi e dei gridolini che mi sfuggono, mentre sento la faccia che avvampa.
    A fine cena quella Miss è molto compiaciuta ed ammirata, ed i Padroni di conseguenza. Lei gli chiede: posso farle del male?, con un sorriso cattivo che le illumina il viso. E’ bellissima ed io tremo di desiderio. Ed il Padrone sorride, scambia un’occhiata d’intesa con Lady Rheja e risponde: certo!, e mi guarda di sottecchi per spiare la mia reazione – ed io non vedo l’ora. Rabbrividisco non so se di paura o di gioia, o di entrambe, e mi avvicino ad un suo cenno.
    Così mi mettono in mezzo e mi lasciano massacrare da lei, osservando, intervenendo, umiliandomi. Mi sento addosso gli sguardi di tutti, i colpi mi fanno girare la testa. Vedo i Padroni, abbracciati, applaudire allo spettacolo; la Miss mi gira intorno ed è una presenza densa che danza nella mia carne.

    Torno malvolentieri alla realtà per il brindisi, ancora umida e morbida di questa fantasia inaspettata che mi ha reso lo sguardo languido e le gambe molli.

  • Ogni contatto è meglio di nessun contatto

    Quando invece mi lascio andare, quando cedo questo maledetto controllo, quest’ansia, questa paura; quando mi apro invece di chiudermi, allora i miei limiti personali scompaiono ed accolgo le persone, accolgo con gioia il contatto fisico, la vicinanza, il toccare ed essere toccata, tutta, forte. E ne traggo finalmente gioia, felicità, piacere.
    In quei momenti, come ogni volta, mi stupisco di scoprire quanto sia bello questo contatto, quanto lo desiderassi, pur credendo di detestarlo. Quanto credessi di non volerlo ma soprattutto di non meritarlo: davvero ci sono persone che desiderano toccarmi?! Che desiderano avermi vicina, proprio me che mi sento così brutta e cattiva da isolarmi, allontanarmi per non dare fastidio, da respingere gli altri per non rischiare di sentirmi respinta.

    Per ogni volta che mi sono aperta in questo modo, ho avuto da gioirne fino a salire sulle più alte vette dell’empireo, e da pentirmene fino a precipitare nei più oscuri recessi del mio animo dilaniato dalla delusione.

    Una sola volta nella mia vita sono arrivata a pensare che no, non ne valesse la pena. Che era meglio smettere di sentire, di amare, di credere, di aprirmi. Perché faceva troppo male.
    La cosa triste è che sono arrivata a pensarlo. E non riesco a dimenticarlo. Anche se sono risalita da quella china.

  • Qualsiasi contatto è meglio di nessun contatto

    Io sono una persona cui non piace essere toccata. Rifuggo la vicinanza fisica con l’umanità. Ho un forte senso dello spazio personale: se qualcuno si avvicina a meno di un metro da me inizio a sentirmi a disagio; nulla mi dà più fastidio di un abbraccio improvviso, di un grattino, di un contatto non atteso, non voluto. Mi chiudo a riccio, e sento salire gli aculei.
    Io stessa quindi sono molto parca di manifestazioni fisiche di affetto o vicinanza. Se lo faccio, se abbraccio, stringo, tocco, vuol dire che davvero ci tengo, che davvero ho capito quanto sia importante questo contatto per l’altro – e per me, che tengo a questo altro da me.
    Ci sono poche persone che ammetto nella mia sfera personale. Poche persone di cui apprezzo e desidero il contatto fisico. Si contano sulle dita di una mano di un operaio sfortunato.
    In compenso, con il mio forte senso dello spazio personale, avverto quasi fisicamente quando una di queste persone vi entra – prima di qualsiasi contatto. Allora tutto il mio corpo ed il mio essere si tendono nell’attesa, nella speranza di quel contatto. Che, se non arriva, mi lascia spossata e triste.
    Quindici secondi di mani intorno alla vita. Tre secondi di carezza sulla testa.
    Qualsiasi contatto è meglio di nessun contatto. Una mano sul collo; una breve sculacciata; una tirata di capelli. Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Ma quando il contatto è breve, non fa che aumentare il mio anelito ad un contatto più prolungato. Ma qualsiasi contatto, anche minimo, è pur sempre meglio di nessun contatto. Credo.
    Per sentirlo vicino, presente; per sentire che gli fa la benché minima differenza che io sia lì o meno. Per sentire vicinanza, appartenenza, possesso, gioco.
    Io con il mio essere così refrattaria al contatto fisico, ne vivo la necessità ad un livello così profondo da esserne a malapena consapevole.

  • Anedonia

    Ancora una volta nella mia vita, come sempre quando ci sono tensioni emotive, stress e decisioni, torno a pensare che l’unica cosa buona da fare sia chiudere tutti i rubinetti: della comunicazione, delle emozioni, della mia capacità di dare, dell’empatia, di tutto. Chiudo tutto, e lo chiudo in ogni aspetto della mia vita – perché a quanto pare non sono fatta a compartimenti stagni, ed il rubinetto è uno solo.
    Vegeto in divano, apatica; scelgo l’anedonia.
    Con gli altri affetto tranquilla serenità, normalità; è facile fingere di stare bene da dietro il piccolo monitor di un cellulare. :) :) :)
    E proprio quando ho quasi deciso di chiudere del tutto – ed in realtà mi dibatto per liberarmi da queste pastoie che mi imprigionano in un’inazione odiosa e appiccicosa – capisco che invece l’unica cosa davvero sensata da fare è aprirmi completamente. Accettare la totale vulnerabilità come vera armatura invincibile, arrendersi per continuare a combattere. Accettare di soffrire per poter sentire.
    E’ una cosa che continuo a scoprire, nella mia vita, perché continuo a dimenticarla: quando hai paura apri, non chiudere.
    Questo non fa passare la paura, ma placa il cuore in tumulto nella consapevolezza di avere, almeno, dato tutto quello che potevo dare. Quando sto male, è perché non ho dato abbastanza, non perché (come talvolta mi convinco) non ho ricevuto abbastanza.

  • Ritorno

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    Non so se abbia solo dimenticato di togliermelo prima che andassi via, o se me lo abbia lasciato addosso apposta, perché lo indossassi invece che conservarmelo in borsa fino a casa, come in passato.
    Ma sono stata zitta e l’ho avvolto nella sciarpa, e lì lo tengo, come un piccolo animale vivo, da proteggere. Lo sento che mi cinge il collo e la sua presenza mi scalda il cuore.
    Sono stata via a lungo. Quanto tempo è passato? Non so bene, forse non mi interessa saperlo. Mi sento tornata e tanto basta. La mia cuccia è lì, è sempre stata lì: in uno spazio della mente, del sentire, più che in un luogo fisico; e sono tornata. Mi è stato concesso di tornare.
    Ora riposo.

  • Pilates

    Lunedì mattina; sonno, doccia, caffè e vado a pilates. Non mi esalta, ma mi è necessario per placare il mal di schiena. Una lezione individuale a settimana.
    Una lezione, due, tre. Inizio a familiarizzare con gli esercizi, con le macchine. L’istruttore è un ragazzo alto e simpatico; anche lui ha un’aria sonnolenta il lunedì mattina, ma è molto bravo e mi segue passo passo negli esercizi, spiegando e puntualizzando i movimenti perché li esegua al meglio, affinché siano efficaci.
    “Fletti i piedi; giù quelle spalle; tieni il bacino attaccato alla macchina; dentro quella pancia; apri, spingi, richiudi con controllo; rilassa le spalle; premi forte a terra con le mani; scava dentro la pancia; di più; tieni giù il bacino; chiudi le costole; lavora qui dietro, tieni giù le spalle; scava di più la pancia; dai, bene; di più”.
    Mi tocca dove devo tirare, flettere, spingere, rilassare. Ha il tocco professionale di chi lavora coi corpi delle persone: un tocco forte e preciso ma impersonale, mai intimo. Non mi sento molestata, affatto. Mi tocca per aiutarmi, e mi tocca i deltoidi, i trapezi, gli addominali: mi tocca i muscoli, non tocca me. La sua voce è forte e perentoria. Cerco di eseguire gli esercizi al meglio. Lo sforzo, oltre che fisico, è mentale nel cercare di isolare i gruppi muscolari.
    Poi, una mattina.
    “Appoggia qui i piedi; afferrati con le mani; raddrizza la schiena e cresci; cresci qui, tra le costole ed il bacino; no, tieni giù le spalle; allunga il collo; cresci, allunga; allontana le spalle dal collo, forza”.
    La sua mano mi scorre sul collo, da sotto in su, e mi afferra per i capelli. Mi tira la testa verso l’alto, tenendomi per i capelli piano, senza farmi male, ma con decisione. “Allunga il collo, cresci”, dirige.
    Io sento la pelle del collo incresparsi. Un brivido silenzioso mi percorre. Stringo le labbra e cerco di concentrarmi sull’esercizio, finché non mi lascia andare e passiamo ad altro.
    Dopo, cammino un po’ di traverso, lentamente. Malinconica.
    Mi manca così tanto, che pure questo tocco così professionale, così tecnico, mi ha trascinato con sé nel momento in cui mi ha presa per i capelli. Un desiderio di dominazione, di essere presa e strattonata; un desiderio forzatamente sedato, obbligatoriamente rimandato per gli impegni di lavoro. Un desiderio che c’è, che ho, che mi appartiene. Anche se a volte faccio finta che non ci sia.

  • Cena

    Servo in tavola i Loro piatti, poi il mio.
    Lui lo prende e inizia a tagliuzzare il pollo in piccoli pezzetti, per poi mescolarlo col riso bianco fino a farne un pastone. Lo guardo e sorrido, mentre Lady Rheja mi prepara la cuccia a terra. Sono contenta di mangiare ai Loro piedi, non è la prima volta che succede; aspetto serena il momento in cui il Padrone poserà sul pavimento il mio piatto.
    Invece, dal nulla tira fuori una grossa ciotola di metallo e ci versa dentro il cibo.
    Mi cade il cuore nello stomaco e perdo il sorriso.
    Non me l’aspettavo. E’ proprio una ciotola per cani, col bordo inferiore di gomma.
    Mi sento estremamente umiliata, ed al contempo felice come non mai. Ho sempre voluto una ciotola, ma nessuno me l’aveva mai presa prima. Me n’ero persino comprata una da sola, anni fa, ma non era certo la stessa cosa, senza nessuno che me la facesse usare, ed è rimasta a fare la polvere.
    L’umiliazione della ciotola collide con violenza col mio desiderio di essere umiliata. Com’era quel detto? “Fai attenzione a ciò che desideri…”. Per quanto possa desiderarlo, per quanto possa immaginarlo o sognarlo… l’evento reale è ben altra cosa. Non so dove guardare e forse sono rossa in faccia. Una cosa era mangiare in terra dal piatto; un’altra avere davanti una vera e propria ciotola. E’ terribile e bellissimo.
    Mi inginocchio a terra col cuore in tumulto e affondo la faccia nel cibo.
    Se avessi una coda, scodinzolerei.

  • Bianconiglio

    Socchiudo appena gli occhi e trovo il Suo viso accanto al mio. Si è chinato per guardarmi in faccia. Sogghigna.
    “Ci sei?”, chiede.
    “Mmmsiiii Padrone…”, mugugno io.
    Ride. “Sei nella tana del bianconiglio, eh?”
    Sorrido. L’immagine è perfetta. “M-mm”, concordo. E’ proprio così, sono scivolata giù e cado, cado. Incoerente, penso: certo che questa tana è piena di cose, radici, e prendo un sacco di pacche cadendo. Ridacchio tra me.
    Lui si alza e si allontana; giro la testa per seguirLo con lo sguardo e Lo vedo avvicinarsi alla valigia coi giochi. Richiudo gli occhi.
    E poi sento il sibilare del cane mentre lo prova nell’aria.
    Spalanco gli occhi di colpo.
    E’ di nuovo dietro di me e sento che mi picchietta il cane, rapido e leggero, sulla coscia destra, poi sulla sinistra, poi sul culo, come a saggiare dove colpire.
    Mi sveglio completamente e mi irrigidisco: ho paura. Ho paura, aiuto, quello fa male, non sono pronta, non mi sento pronta. Eppure non voglio sottrarmi, e quindi mi aggrappo alla cavallina con tutte le mie forze, stringo gli occhi e aspetto ansimante il colpo duro, il colpo forte, il dolore bruciante e persistente.
    Che però non arriva.
    Lo vedo posare il cane e tornare ridendo da me: “Credo che ora tu sia tornata completamente tra noi, non è così?”
    “Sì, Padrone”, esclamo a voce alta, ed è proprio come ha detto. La paura ha spazzato via il dolce dondolio del sub-space, la testa vuota, la non-presenza; mi ha afferrata nella mia caduta e riportata su, fuori dalla tana del bianconiglio.
    Sono di nuovo del tutto lucida e Lo detesto e e Lo stimo per la volontà e capacità che ha di non lasciarmi in pace nel mio spazio mentale privato, nel volermi con Sé sempre, pronta a subire come vuole Lui, non permettendomi di escluderLo o di usarLo come mezzo per il mio intontimento.