subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Intorno al collo

    Quando sento richiudersi intorno al collo la Sua collana, il mio cuore fa come un sospiro di sollievo.
    Mi guarda e mi dice: questa è mia, personale.
    Mi si dilatano le pupille.
    Forse non c’è tutto questo grande significato, dietro; forse non vuol dire nulla di particolare. Ma per me sì. Ha significato ed è importante. Mi sento di nuovo Sua.
    Poi certo: il tempo tiranno, gli impegni, le telefonate urgenti.
    Mentre vado via, da sola, mastico il sapore amaro della Sua sigaretta, che mi impasta la bocca. Mi tengo per un po’ di tempo la mia malinconia, la mia nostalgia – mi ci cullo dentro, come quando al mattino non si ha voglia di alzarsi e ci si rigira sotto le coperte, avvolgendosi nel piumino. Ma una buona volta mi devo alzare – devo, voglio lasciare questa sensazione grigia e tornare a sentire, a lasciarmi trasportare dall’appartenenza.
    Sentire il Suo collare sempre.
    E più lo sento più mi sento bene.

    Una cosa alla volta, tutto sta tornando al suo posto. Ritorno a sentirmi completa, ad avere un tempo per vivere tutte le infinite sfaccettature di me stessa: dall’amica alla professionista alla moglie alla slave.

  • Letargo

    Il desiderio non è sopito, in me: è dormiente.
    E’ sopravvenuta l’emergenza quotidiana, la pervasività del lavoro; eppure, io sono ancora io, anche in tutti quei lati di me che meno si accordano con la mia professionalità.
    Ora nel lavoro che faccio è apprezzato, approvato e incoraggiato il mio essere ambiziosa e forte; il mio dire IO VOGLIO, IO DECIDO, IO.
    Così l’essere slave, il sottomettermi, il tacere, il chinare il capo adesso mi provocano un conflitto interiore. Perché sono comunque cose che sento, che desidero. Ma le mie precezioni sono diverse ora, non “sento” più come prima l’appartenenza. Eppure basta una piccolissima cosa, sentire la Sua voce, riavvicinarmi, per far nuovamente divampare il mio bisogno di stare sotto. Allo stesso tempo, mi rendo conto di essere più recalcitrante, riottosa; meno mansueta, se mai lo sono stata davvero e non ho solo creduto di esserlo.

    Un passo alla volta, senza quasi accorgermene, mi allontano.
    E non spero che di sentire il guinzaglio tendersi e riportarmi a cuccia.

  • Troppe vite

    Chi sono io?
    In base a cosa definisco me stessa? In base a ciò che amo fare, o a ciò che faccio effetivamente, o in base a ciò che sento, che vorrei, cui aspiro, eccetera? In base al mio ruolo sociale? Ma quale dei tanti?
    Sono donna, moglie, slave, amica, collega.
    Sono chi sono al lavoro, a casa, in dungeon.
    Solo che poi succede che mentre sono in cucina penso alla riunione dell’indomani, mentre sono in ufficio penso alle fruste, mentre sono legata e bendata penso al bucato da fare.
    Si crea un corto circuito tra le tante, troppe me stessa che sono. Eppure non potrei rinunciare a nessuna di loro: la totalità di esse definisce la mia unicità. Ma essere così tante persone mi tramortisce. Non riesco mai ad essere tutto contemporaneamente – così, spesso mi sento di vivere una bugia. Di non riuscire ad essere totalmente sincera, totalmente IO.
    Allora in questa sensazione di scollamento inizio a indulgere in cose che mi facciano pensare ad altro; inizio a mangiare, a mentire. Perché se tanto non posso essere del tutto sincera nel vivere la mia totalità, tanto vale dire qualche bugia per rilassarmi, no?
    No: sto solo peggio. Non sono chi sono e mi allontano sempre di più da me.
    Vorrei rannicchiarmi sotto le coperte e dormire, sognare altro. Vorrei smettere di fare finta che vada tutto bene; ammettere che qualcosa non va e riallinearmi a me stessa. Fare in modo che in ogni aspetto io possa essere vera e completa.
    Sembra così facile ed ultimamente mi è così impossibile.

  • Online

    Torno ancora una volta a chiudermi. Non mi interessa nulla, non voglio, lasciami stare; ho altro cui pensare.
    Un tarlo sempre nel retro del cervello, un pensiero insistente, fastidioso ma mai veramente formulato. Non ci voglio pensare.
    Ci sto male e per non stare male chiudo. Chiudo le comunicazioni, i canali, i rubinetti, tutto. Faccio come se non fosse più qualcosa che mi riguarda.
    Se poi mi capita di pensarci provo a scaricare il tutto con un’alzata di spalle, un dirmi che tanto non conta, non c’è problema, faccio bene anche senza, figurati. Mi metto a riordinare casa, a fare lavatrici. Fisso il vuoto e non so più nemmeno io perché non sto bene, da tanto brava sono nell’auto-inganno.
    E poi per un intero minuto mi imbambolo a guardare lo schermo del cellulare; fisso quello status, “online”, e quasi mi commuovo. Mi rendo conto che è patetico, ma è la massima vicinanza che sento e mi consola. A distanza, ma siamo collegati.
    Come sempre, quando cerco di chiudere fuori qualcosa, poi mi irrompe dentro con tutta la potenza accumulata, tutta la quantità a stento trattenuta dagli argini.

  • Ogni lasciata è persa

    Ogni cosa che ho iniziato e abbandonato mi perseguita come un orribile incubo.
    Ripensare a tutte le cose che ho tentato di fare e che ho fallito, da cui mi sono allontanata cercando giustificazioni, motivi validi, scuse o semplicemente nascondendo la testa sotto la sabbia… ripensarci mi stringe lo stomaco in una morsa di angoscia. Vorrei allora fuggire lontano da me stessa, dalla consapevolezza di non essere riuscita, di essere stata inadeguata, incapace, debole o chissà cosa. Alcune cose penso che avrei potuto portarle a termine; altre so che erano oltre le mie capacità di quel momento, ma ciò non mi impedisce di colpevolizzarmi orribilmente.
    Mi sento vigliacca e stupida, ed è una sensazione che vorrei strapparmi di dosso.
    Vorrei dilaniarmi con le unghie fino a mettere a nudo muscoli e tendini ed ossa. Lasciarmi cadere a terra e calpestare fino ad espiare la colpa di non aver saputo restare con coraggio in prima linea, a combattere allo spasimo anche contro ogni minima speranza di vittoria.
    Fuggire è sempre una sconfitta, anche se mi garantisce la sopravvivenza.
    Sopravvivere fa schifo. Vorrei avere il coraggio di vivere, sempre, al massimo. Anche se è così dannatamente difficile e scomodo che alla fine, vigliaccamente, con la coda tra le gambe, cerco una scappatoia per svicolare, non vista, fuori scena.

  • Ci sono un italiano, un francese e un inglese…

    Ho trovato su questo blog un’interessante ed illuminante esemplificazione dei diversi tipi di rapporti BDSM che si possono instaurare. L’incipit ricorda una di quelle vecchie barzellette, ma è in effetti molto efficace nel far arrivare il senso dei tre “modelli” di relazione.

    Un Top, un Dom, ed un Master sono sdraiati a bordo piscina. In piscina che nuotano ci sono una bottom, una sub, ed una schiava.
    [E’ mantenuto un punto di vista MaleDom, ma vale benissimo anche per qualsiasi altra combinazione di generi]

    Il Top dice alla bottom: “Vai a prendermi una lattina di coca”. La bottom si ferma e guarda il Top, rispondendo: “Dove sono le tue buone maniere?”. Il Top risponde: “…per favore”. La bottom, soddisfatta, esce dalla piscina e passeggia oltre il Top per arrivare al frigo, guadagnandosi uno schiaffo sul culo mentre passa, che prende con gratitudine. Apre il frigorifero, prende due lattine di soda, ne porge una al Top e si apre l’altra per sé, tornando alla piscina.

    Il Dom dice alla sub: “Vai a prendermi una lattina di coca”. La sub esce immediatamente dalla piscina, dicendo: “Sì, Signore” e corre verso il frigo. Lei sa che con ‘coca’ egli intende qualsiasi bevanda al gusto di cola, così sceglie una Coca Cola in bottiglia, e chiude il frigo. Sente che la coca non è abbastanza fredda per i gusti del suo Dom, che lei conosce e anticipa bene ormai, così va dentro per recuperare un bicchiere e un po’ di ghiaccio; versa la coca nel bicchiere con il ghiaccio e, notando che è quasi mezzogiorno, prepara anche un panino per il suo Dom. Quindi torna fuori porgendogli panino e bibita, perché per lei i desideri di lui sono di primaria importanza e fa tutto quello che può per anticiparli e soddisfarli al meglio.

    Il Master dice alla slave: “Vai a prendermi una lattina di coca”. La slave arresta immediatamente quello che sta facendo, fa un cenno al suo Master, e va al frigo. Cercando vede bottiglie di coca e lattine di altre bevande, ma non è in grado di trovare una lattina di coca. Ne scorge però una posata vicina, fuori dal frigorifero; la prende e immediatamente e senza dire una parola ritorna con la lattina al suo Master, presentandogliela in ginocchio. Lei non ha idea se egli intenda bere la coca, gettarla nella piscina perché lei la vada a riprendere, o spingergliela in uno dei suoi orifizi, sente solo l’istruzione e obbedisce nel modo più preciso di cui è capace.

    Probabilmente nella realtà nessun tipo di relazione è precisamente inquadrabile in modo univoco e irrevocabile in un modello o nell’altro, ma solo in linea di massima; in ogni relazione che abbia visto vi sono diversi gradi di attuazione di tutti e tre i modelli, con predominanza dell’uno o dell’altro. Avere questo esempio a disposizione però semplifica molto il modo di spiegare cosa ci si aspetta dal diverso modo di porsi in una relazione.
    Ad oggi credo (ma posso sbagliarmi) che in Italia ci sia ancora molta poca chiarezza a riguardo, e mi pare che ogni volta che si cerca di mettere i puntini sulle i ci si trovi di fronte un muro di gomma, come se le definizioni non fossero importanti. Sicuramente posso concordare che non siano tutto, ma danno una mappa di entro quali confini ci si muove.
    Un’altra impressione che ho è che venga data una gerarchia di valore ai tre modelli, come se essere Master/slave sia “più fico” o più rispettabile che essere Top/bottom.
    Senz’altro è più difficile e richiede uno scambio di potere molto maggiore. Ma non vedo perché giudicare con senso di superiorità una coppia che voglia solo giocare a livello fisico senza importanti coinvolgimenti di gioco mentale: se va bene per loro, ottimo.
    Fare sentire chicchessia in obbligo di fare qualcosa che non sente suo perché altrimenti “non sta facendo vero BDSM” è una delle cose peggiori che si possa fare, nel mio modestissimo ed umile parere.

    Infine, sulla base dell’esempio di cui sopra, personalmente sento di essere una sub piuttosto che una slave, anche se (come un po’ tutti) uso i due termini spesso in modo intercambiabile.

  • Di rado ma mi dirado

    A volte l’emergenza quotidiana, la fatica, i pensieri, tutto si accumula come un gran mucchio di neve fuori dalla porta del rifugio. Si sente la tempesta che infuria e ci si rannicchia nel sacco a pelo rimandando di uscire; ma anche quando il vento non soffia più, vedere tutta quella neve da spalare sembra un compito così tanto superiore alle proprie forze da preferire di tornarsene nella propria cuccia, a nascondersi sotto le coperte.
    Questo si traduce fuor di metafora nel rimandare di fare anche le cose che si amano, come leggere e scrivere, in favore di una perdita di tempo che spenga il cervello, come scorrere ad libitum la bacheca di facebook, fino alla lobotomia virtuale.
    Sale allora un oscuro e sotterraneo senso di disprezzo di sé, la sensazione (veritiera) di stare perdendo tempo prezioso; l’appiccicoso viscidume della melassa della pigrizia impasta e impesta anche la voglia di fare quella fatica bella, che dà soddisfazione.
    Cavarsene fuori è ritrovare sufficiente fiducia da dire a se stessi: sì, quello che faccio vale. Invece di fissare il foglio bianco cercando allo spasimo qualcosa di profondo, di vitale, di imprescindibie da scrivere, scrivere e basta. Lasciar scorrere il testo, sentire il fluire della grammatica, i tempi verbali che si accordano come pezzi di un puzzle fino a creare un disegno magnifico ed armonico. Il piacere delle parole, una lettera dopo l’altra. Per il puro piacere di sentirle, della musica della scrittura.
    Tutto vale la pena di essere scritto, letto, vissuto; anche se non è di necessità sempre la chiave di volta di tutta una vita, come a volte mi figuro che debba essere per poter meritare di esistere.

  • Tenacia

    Il solo volere non basta. Ci vogliono tempo e pratica; in una parola: tenacia. Mettere da parte l’ansia che è sempre e solo controproducente e andare avanti dandomi tempo per imparare, per crescere le mie potenzialità.
    A volte o forse spesso la stanchezza mi soverchia e mi abbatte; la fatica del momento contingente mi annebbia la vista verso il futuro, verso ciò che sto costruendo. La frustrazione dell’errore, della caduta mi rendono faticoso rialzarmi e ricominciare ancora una volta.
    Ma se c’è una cosa che ho imparato a detestare, è piangermi addosso. Un minuto, due, dieci di sconforto: ci sta. Poi basta. Riapro gli occhi e il mio sguardo si fissa in alto. Un altro passo, uno alla volta.
    Si cresce per crisi successive.

  • Espansione

    Non sapevo come fare a non aspettarmi nulla, ad essere semplicemente e totalmente aperta ad ogni cosa che sarebbe arrivata. Si fa presto a dirlo, ma non avevo idea di come farlo. Come sentirsi ordinare “sii spontaneo” – una contraddizione, un paradosso.
    Invece, è bastato farlo.
    Svuotare la mente, levarsi di dosso pregiudizi. Non pensare né in positivo, proiettandomi in avanti con fame ed ingordigia; né in negativo, tentando di fingere che in realtà non m’interessa, con un atteggiamento da ‘la volpe e l’uva’. Un vaso vuoto, da riempire.
    E’ stato strano; l’incredulità che stesse accadendo davvero ciò che avevo desiderato tanto e tanto a lungo, senza che in quel momento né lo aspettassi né lo desiderassi, mi ha scombussolata. Ma una volta aperto il canale e divenuta ricettiva, tutto il resto è stato obliterato.
    A distanza di giorni, mi restano addosso i segni del cane e della bull, e la sensazione di avere fatto in qualche modo un passo in avanti. Con un modo molto zen, o mistico, o giapponese: nel momento in cui non ho voluto a tutti i costi avanzare, ho compiuto un passo che non avrei potuto fare.
    Ho scalato la montagna che non può essere scalata perché non ho pensato a scalarla.

  • Accettazione

    Quando ancora il dolore del primo colpo di cane sta salendo, arriva il secondo.
    Urlo e mi piego su me stessa, singhiozzando; forse piango, forse sto per piangere. Mastico la ball gag cercando di dire “giallo”. Allento le dita intorno alla pallina, penso di gettarla a terra e fermare, fermare.
    E Lo sento accanto a me.
    Solido, mi abbraccia, mi accarezza, mi placa.
    Il dolore è ancora lancinante; sento il cane picchiettarmi sulle cosce e scrollo la testa per dire no, no, La prego, basta, è troppo.
    Ma la Sua presenza è un viatico di forza. Mi tiene. Raddrizzo le gambe, inspiro, espiro, ansimo, sbavo. Stringo di nuovo le dita intorno al safe signal.
    Penso: va bene. Va bene. Per Lei. Se Lei lo vuole.
    Tremo, ascolto il cane saltellarmi sulle cosce, tra le gambe, ho il respiro pesante, attendo un colpo secco che non arriva.
    Lo so che non è solo bava quella che mi bagna qui sotto; che non è solo saliva colata dalla bocca al mento al petto alla pancia al pube fino a terra. Eppure il dolore è travolgente. Sono insieme terrorizzata e rassicurata.
    In questo corto circuito mentale e fisico mi appoggio a Lui, fisicamente e mentalmente.
    Accetto ciò che vorrà farmi, Padrone.