subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Capricci

    Mi sono sempre considerata una persona estremamente remissiva.
    Ricordo che un giorno il mio precedente Padrone disse a sua moglie, parlando di me: “È ribelle”; e lei rispose: “Lei?! Ribelle?!?”, con incredulità. Io (che ero lì) mi sentii avvampare.
    Eppure, è proprio così. Se non sono ribelle, di certo sono terribilmente capricciosa.
    Ero sinceramente convinta di non esserlo, giuro. Ma devo arrendermi all’evidenza.
    Se non ottengo ciò che voglio, o nel modo che lo voglio, sbatto i piedi e metto il broncio come una bambina di 5 anni. Mi vengono alle labbra frecciatine acide e commenti sarcastici, nel miglior stile passivo-aggressivo che ho.
    Devo risultare insopportabile.

    Da una parte, anelo alla punizione; ad essere redarguita, sgridata, raddrizzata e correttamente educata.
    Dall’altra, detesto questa mia capricciosità e già mi mortifico e mi sento in colpa da sola; per questo temo tremendamente una punizione che mi farà stare ancora peggio… e poi, uffa! non me la merito, sono buona e brava! E pesto i piedi.
    Inoltre, sono tentata dal tirare la corda col Padrone. Dal mettere alla prova la sua sopportazione, la sua capacità di tenermi. Tuttavia, non sono capace di farlo apposta, mi sento troppo stronza (ma col tempo sta prendendo forza questa bambina capricciosa che è in me, e forse un giorno lo farò); e poi, ho il terrore di scoprire che no, non mi punirebbe, lascerebbe correre, o, peggio, che non capisse che l’ho fregato, forzato a fare quello che voglio.

    Molto peggiore di un Padrone intransigente, non sopporterei un Padrone indulgente.

  • La prima volta

    Il frustino si appoggia sulla chiappa destra; tap tap tap, piccoli deboli colpetti e poi, WHACK! un colpo forte. Soffoco un urlo.
    Si poggia sull’altra chiappa: tap tap tap, WHACK! Gemo, ma più piano di prima, perché ho capito il giochetto.
    Si poggia sull’esterno coscia destro; attendo: tap tap tap. WHACK – nell’interno coscia sinistro.
    Salto e strillo, uno strillo acuto che mi si strozza in gola.
    E per la prima volta, penso: bastardo.
    Non lo dico, oh certo che no, anche se sono tentata. Ma lo penso. Rimango stupita di averlo pensato. Non sono il genere di masochista che insulta, per niente.
    C’è una prima volta per tutto, immagino. Anche per dare del bastardo al proprio Padrone, sia pure solo pensandolo.

    Forse, ne sarebbe persino compiaciuto, a saperlo: come un complimento al suo sadismo.

  • Sartre – Le Mosche

    La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio.
    Bella principessa sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali; perché sei venuto a raccontare di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Sino a ieri avevo desideri modesti: quando servivo a tavola, con le palpebre socchiuse, guardavo tra le ciglia la coppia regale, la bella vecchia dal viso morto, e lui, grasso e pallido, con quella bocca molle e quella barba nera che gli corre da un’orecchia all’altra come un reggimento di ragni, e sognavo di vedere un giorno una fumata, simile a un fiato in un mattino freddo, salire dai loro vetri aperti.
    Per me il saggio non può desiderare sulla terra nient’altro che rendere un giorno il male che gli hanno fatto. Ma tu, sei venuto con gli occhi avidi nel dolce viso di ragazza, e mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori.
    La gente di qui l’hai vista: amano il male, hanno bisogno di una piaga familiare e la custodiscono segretamente grattandola con le unghie sporche. E’ con la violenza che bisogna guarirli perché non si può vincere il male se non con un altro male. Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni.

    Chi parla è Elettra, nell’adattamento della tragedia greca che fece Sartre nel 1943; si rivolge a suo fratello Oreste, senza sapere che è lui.
    Questo fu il testo che la regista con cui facevo teatro mi diede per un’improvvisazione. In quel momento della mia vita ero esattamente piena di odio e di risentimento, e avevo appena iniziato il mio percorso con il mio primo, vero, Padrone. Quindi, quel testo parlava di me. Anche se lo aveva scritto Sartre 36 anni prima che io nascessi. Non ho mai capito come abbia fatto la regista a sceglierlo così azzeccato, ma ci sapeva fare. Il mio Padrone la stimava; in un altro universo, lei stessa avrebbe potuto essere un’ottima Padrona – ma la vita l’ha portata al teatro e non al bdsm. In ogni caso, con gli esercizi terapeutici era brava, anche se non era il suo scopo principale. L’importante era riuscire a mettere qualcosa di sé, di vero, nel testo.
    Lo feci.
    Fu un’improvvisazione sofferta. Nessuno conosceva cosa mi muovesse, né cosa stessi vivendo in quel momento, ma tutti sentirono l’intensità delle emozioni che mi sostenevano.

    La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio. Ed era il mio odio a incutere paura a chi mi era vicino. E davvero ne ero rosa fino alle ossa.
    Bella principessa che sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali. Così mi sentivo, defraudata di ciò che mi spettava e ridotta a vivere nella merda.
    Sino a ieri avevo desideri modesti: li guardavo con odio feroce fingendo una sottomissione che non avevo, sperando di vederli bruciare.
    Per me, il saggio non può desiderare altro che rendere il male che gli hanno fatto; o che crede gli abbiano fatto. E quel saggio ero io.
    Ma tu mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori. Il mio Padrone è arrivato e mi ha parlato di una possibilità diversa; di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Mi ha presa e condotta, io mi sono affidata e ho visto l’inutilità di tutto quell’odio.
    Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni. Una parte di me non voleva abbandonare i suoi propositi di vendetta, l’odio, il rancore, che mi sembravano le uniche cose che mi tenessero ancora insieme. Perché credevo davvero che il male non si potesse guarire se non con un altro male.

    E invece il mio Padrone di allora mi ha condotta fuori da tutto ciò; mi ha restituita alla vita.
    Nel ritrovare tra le mie carte questo scampolo di foglio con quel testo, recupero il ricordo del mio percorso e non posso smettere di provare per lui eterna gratitudine. Il mio percorso con lui è terminato, ma non lo è l’insegnamento che mi ha dato.

  • Vicinanza

    Si siede sul tavolo, e mi fa cenno di avvicinarmi; quando sono a portata di braccio, mi pone una mano sulla nuca e mi tira sul proprio ginocchio, piegandomi, con un gesto deciso ma non violento.
    Resto china, appoggiata su di Lui. Mi stringe a sé, tenendomi giù col braccio posato sulle mie scapole.
    Dietro di me, iniziano i colpi, e salto e gemo. Ma respiro a fondo, assaporando il contatto col suo corpo; questo abbraccio che è una stretta, questa carezza che è una costrizione, mi riempie l’anima di calore e mi permette di accogliere il dolore con tanta più tolleranza che non se fossi semplicemente piegata sul tavolo.
    E’ vestito, e io sono nuda. E’ caldo; sentirlo così vicino, così addosso, mi fa tremare di timore e fremere della gioia animale di un cane ai piedi del Padrone. E’ un calore che si espande e mi ingloba, dandomi i brividi.
    Allunga una mano sotto di me per afferrarmi un capezzolo e stringerlo, e mi accomodo per porgerglielo più agevolmente. La mano che mi accarezza è la stessa che mi colpisce; la mano che mi tiene è la stessa che mi stringe.

    Mi lascio cullare in questo mare di sensazioni, nella dolce tenerezza della sua sadica dominazione. Il dolore che mi dona è un balsamo che lenisce le sue stesse ferite.

  • Pollici

    Da ragazzina lessi un romanzo stupendo, che consiglio caldamente: “Even cowgirls get the blues” – tradotto tristemente in “Cowgirls – il nuovo sesso” – di Tom Robbins. Sì, Gus Van Sant ne fece un film; no, il film non rende nemmeno lontanamente il romanzo (però c’è Uma Thurman coi pollicioni, e vale da sola il film).

    La storia racconta delle vicende di questa ragazza nata con dei pollici enormi, che sfrutterà per fare l’autostoppista.
    All’inizio del romanzo si racconta della sua preadolescenza, e del fatto che sua madre fosse terrorizzata che, a causa di questa strana malformazione, non avrebbe mai trovato marito; così, la madre la porta da una cartomante per farle predire il futuro, e trovare rassicurazione su un possibile matrimonio.
    Nel film l’episodio è falciato in due minuti; nel romanzo, invece, è uno snodo cruciale, che dà l’abbrivio alla visione del mondo della protagonista. E, per me, contiene un importante ricordo.
    La cartomante naturalmente è una persona senza poteri di preveggenza; ha solo un buon intuito, una grande capacità di leggere le persone che ha davanti, e ha studiato astromanzia ed altre cose utili a ricreare una capacità magica. Quando la ragazza le porge la mano per farsela leggere, la veggente ha un colpo, vedendo il pollice gigante, e pensa: “Di certo non posso cavarmela spacciando il solito ‘hai una forte volontà’ che rifilo a chi ha i pollici mediamente più grandi delle altre dita, come spiegato nei testi di chiromanzia”. Ciononostante, non potendo tentennare troppo a lungo, esordisce dicendole: “Hai una forte volontà”, per poi procedere in una disquisizione abbastanza filosofica di cui in realtà non ricordo molto; ciò che ricordo, è la raccomandazione che le dà: “Non fidarti mai di una persona che nasconde i pollici nel palmo delle mani”. Il concetto della chiromante era che una persona che nasconda i pollici ha una volontà debole, ed è quindi infida perché insicura.

    Da allora, mi accorgo di ogni volta che lo faccio, e mi accorgo di farlo sempre più spesso. E’ un gesto istintivo, inconscio, forse protettivo; più che nasconderli, mi aggrappo ai miei pollici col resto della mano. Mi sono resa conto che man mano che la mia volontà di persona indipendente si affina e si rafforza, procedendo nella mia vita, sempre di più avvolgo le mani attorno ai pollici.
    Soprattutto, lo faccio quando rimetto la mia volontà ai miei Padroni. Se non si ha una cosa, non la si può donare.

  • Artefatto

    Si chiama col nome “artefatto” un oggetto prezioso, o magari magico.
    Se invece è una persona ad essere chiamata “artefatta”, significa che è falsa.

    Eppure ci sono cose che faccio in modo artefatto, creato, studiato; cose cui devo pensare, per le quali mi alleno perché non rientrano nella mia spontaneità. Queste cose mi sono richieste: dare del lei, chiamare con titoli, comportarmi in un certo modo, muovermi in un altro, seguire determinati rituali, eccetera.
    Il livello di allenamento (di artefazione) poi diventa tale che si trasforma in una forma di spontaneità. Mi risulta strano o disagevole fare diversamente.

    Non si tratta di falsità, né d’ipocrisia.
    Si tratta di venire forgiata ad essere un meraviglioso artefatto, perché chi mi possiede possa sfoggiarmi con orgoglio.

  • Cuore di vetro

    Siamo così piccole e preziose.

    Abbiamo un cuore di vetro e non vogliamo altro che affidarlo a qualcuno.
    Come una sfera di cristallo, questo cuore trasparente che abbiamo mostra al suo interno il tumulto incomprensibile delle nostre emozioni. Un ribollire liquido da interpretare, per chi sappia vederlo e leggerlo.
    Lo portiamo in giro così, in palmo di mano, esposto alle intemperie, rischiando di farlo cadere da un momento all’altro. Speriamo di trovare chi saprà reggerlo con mani di velluto e custodirlo al sicuro. Desideriamo unghie che ne solchino la superficie, donandoci brividi ma senza scalfirlo; punte di diamante che lo decorino di delizioso dolore e ci rendano orgogliose di portarlo.

    A volte ci facciamo male da sole, perché non riusciamo a trovare quella qualità di dolore che placa il nostro tumulto interiore.
    A volte di questa fragilità ci facciamo scudo, credendo che la durezza del vetro ci protegga.
    A volte lo affidiamo ciecamente e lo ritroviamo a terra in pezzi. Allora ne raccogliamo con fatica i cocci, tagliandoci, recuperando quanto più possibile del suo inestimabile contenuto; lo rimettiamo insieme come si può, sperando ancora di trovare qualcuno che sappia prendersene cura, e magari ricostruirlo.

    Questo è il dono di noi stesse che porgiamo.

  • Gelosia

    E di tutte quelle sensazioni negative, mi resta addosso la gelosia. Ma perché? Di cosa sono gelosa?

    (Se c’è una cosa di cui mi faccio vanto, nella mia vita, è di essere sempre stata dedita all’autoanalisi, da quando per la prima volta a 9 anni ho varcato la soglia di uno psicoterapeuta. Quindi, mi indago)

    Mi è stato detto: la gelosia sorge quando ti viene tolto qualcosa. In realtà, credo sorga quando penso che mi stia venendo tolto qualcosa – ma non è affatto detto che sia davvero così.
    Infatti, tutti i miei ultimi accessi di gelosia non sono affatto giustificati. Nulla mi viene sottratto. Non calano le attenzioni nei miei confronti. Se non sapessi con certezza che c’è un’altra (cosa peraltro concordata e accettata, nulla viene fatto di nascosto) non avrei motivo di sospettarlo. Quindi?

    Questa gelosia mi sorge da una mala accettazione di me stessa, che riverso sugli altri.
    Nego a me stessa i miei propri desideri, nell’errata convinzione di non averne diritto, o di non meritarli; o anche, mi sento in colpa. Perché di nuovo salta fuori l’educazione ricevuta, che mi ha insegnato che desiderare certe cose è sbagliato, è sporco.
    Ma non ho mai smesso di desiderare; ho solo cercato di tenere nascosti questi desideri, vergognandomene… e odiando tutti coloro che invece li vivono apertamente.
    Gelosa, gelosa e invidiosa.

    Ma sapere dare un nome ai propri demoni è già togliere loro metà della loro forza. La consapevolezza di me, di questi miei meccanismi, fa sfumare i sentimenti negativi che ne conseguono in nuvole di fumo inconsistente.
    Persevero nel mio cammino, procedo imperterrita nella mia crescita interiore.

  • Festa

    24 ore di veglia e una festa dopo, sto crollando dalla stanchezza e scrivo. Sono accadute delle cose stasera (stanotte? stamattina?), alcune frivole, altre importanti: ancora non ho la lucidità per raccoglierle e comprenderle, ma già sono felice.
    Mi lascio andare tra le braccia di Morfeo con lo stesso abbandono con cui mi affido al mio Padrone; emozionata per le sensazioni che verranno, per i sogni, per la sua presenza. Non pretendo di capire ora. Lascio che tutto si sedimenti, che la confusione si plachi e ogni cosa vada al suo posto nel lento cadere del riposo. 
    Domani sarà un buon giorno. Anzi, è già oggi.

  • Sorellanza

    Educata dai miei a credere che gli “amici” sono solo dei rompicoglioni e degli approfittatori, e che non esiste attaccamento disinteressato, sono cresciuta refrattaria ai rapporti amicali. Così, se c’è una cosa che detesto è il chiamarsi “sorellina” e fare le smorfiose tra amiche. Sono sempre stata prevenuta su queste cose: le ho sempre ritenute false, ipocrite ed eccessivamente sdolcinate.
    Figuriamoci la mia disposizione d’animo nei confronti di una possibile altra slave del mio Padrone, qualora si ponga la cosa in termini di “sorellanza”.
    Per fortuna, ho imparato che non mi è richiesto né imposto di andare d’accordo con tutti/e; e soprattutto, che è molto meglio che non mi sforzi di fare la bambina puccettosa che fa tante moine alla sua sorellina, se non è nelle mie corde: divento falsa e questo guasta non solo me stessa, ma anche i miei rapporti col prossimo.

    Un tempo, davanti a persone pucciose, tutte bacini bacetti e squittii, mi sentivo in difetto a non allinearmi. Mi sembrava di essere stronza, o frigida, a non contraccambiare con altrettanta pucciosità. Mi sembrava di non essere in grado di dimostrare il mio affetto.
    Così mi sono impegnata molto, in passato, per fare le moine. E ho auto-avverato il mio pregiudizio, dimostrando che chi fa moine è falso.
    Non era mia intenzione essere falsa, sia chiaro. Cercavo di essere affettuosa. Ma invece che esserlo come era nelle mie corde, cercavo di farlo adottando metodi altrui, che non mi appartenevano. E ho finito per diventare falsa, sentendomi uno schifo perché ero falsa e perché non potevo essere vera nel modo in cui pensavo che gli altri avrebbero voluto che fossi.
    E’ stata una lotta liberarmi di questi atteggiamenti; la mia naturale predisposizione a compiacere era diventata una bestia incontrollabile che mi stava disintegrando, trasformandomi in una marionetta che imitava (male) gli altri.

    Infine, di tutte quelle sensazioni negative nei confronti delle altre, mi è rimasta addosso solo la gelosia. Vorrei non provarla, ma più cerco di negare che esista più prende forza. Accetto (a fatica) di riconoscerla per poterla sconfiggere.