subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Le mollette e lo spreader

    Mi vieni a prendere per i capelli e mi porti a stendermi per continuare in un modo diverso. Ti sono grata e torno a chiudere gli occhi per abbandonarmi al dolore.

    Non so cosa accadrà, cosa mi farai ora, ed è parte di ciò che mi piace. Mi fido.

    Stesa sulla schiena, armeggi e mi agganci le cavigliere allo spreader, mi fai piegare le gambe e con una corda leghi la barra all’anello del collare. In una parola: sono esposta. Ho ancora i polsi attaccati al collare da postura, quindi non ho alcun modo di difendermi, di proteggermi, di richiudermi su me stessa – qualora mai volessi farlo; ma non voglio.

    Inizia lo schiaffeggiare rigido del gatto a nove code: le corte e dure lacinie di cuoio mi spazzano la carne in tutti i punti più delicati. Gemo e strillo, ansimo, aspetto i colpi e sobbalzo.

    Quando mi agganci le mollette proprio lì, una, due, tre, quattro e forse cinque, ho un singulto e quasi un orgasmo.

    Ti sento accanto a me, sopra di me; infine socchiudo un poco gli occhi per guardarti mentre mi guardi soffrire e contorcermi, mentre mi colpisci ancora, concentrato. Incroci il mio sguardo acquoso: mi metti una mano sulla faccia e io la lecco.

    Una alla volta togli le mollette e il dolore è quasi più intenso di quando le hai messe: sento la carne distendersi, riprendere forma e sangue e il rilascio è una meravigliosa sofferenza. Poi, mi sleghi, mi sciogli, mi togli il collare da postura e mi liberi, stesa, abbandonata alle sensazioni della carne che sono anche dell’anima.

    Ti stendi accanto a me. Appoggiata al tuo calore, mi addormento.

  • Il collare e la frusta

    Stavolta niente corde: apri invece la valigia e tiri fuori cose che non usiamo da un pezzo e io sono persino stupefatta, quasi non ci credo. Mi fai spogliare e mettere polsiere e cavigliere, e poi mi metti il collare da postura: alto, rigido, scomodo, mi obbliga a tenere la testa alta e mi cambia il respiro. Agganci le polsiere all’anello del collare e mi sospingi al muro.

    I colpi iniziano carezzevoli, quasi delicati. Mi portano nel mio mondo, in quel luogo altro dove il dolore si trasforma in piacere, la costrizione in libertà. Mi colpisci via via più forte con diversi strumenti e ognuno mi trasporta, lo ascolto e ascolto il modo in cui fa cantare la mia carne.

    Ed è la volta della Dragon.

    Sei in stato di grazia e la fai arrivare esattamente nel modo preciso e crudele in cui è più efficace: di punta, quasi solo mi sfiora ed ogni leggerissimo tocco è un morso feroce e bruciante che mi fa urlare.

    Ti sento dirmi “shhh” e mi sforzo di non urlare. Ma è un dolore così pungente, tagliente, che non riesco quasi a farmene trasportare. Lo sento, mi porta, la testa galleggia, desidero quel dolore: ma è troppo incalzante e invece di impattare mi punge, mi risveglia dal mio torpore invece di affondarmici.

    Sbatto i pugni al muro e apro la bocca per dire “giallo”, per dire che ho bisogno che sia meno, che ci sia più tempo, anche se non mi voglio fermare; ma ho bisogno di poterci respirare dentro, che questi tagli siano meno feroci. Non arrivo a dire nulla, però: prima che lo faccia capisci e ti fermi; mi vieni a prendere per i capelli e mi porti a stendermi per continuare in un modo diverso.

    Ti sono grata e torno a chiudere gli occhi per abbandonarmi al dolore.

  • Estrovertitudine

    Poi invece in alcune situazioni sociali navigo sorprendentemente bene.

    Capita quando sono serena; allora anche i momenti di straniamento non mi sfasano, ma ci passo attraverso e ritorno nella realtà condivisa un solo passo più in là. Affronto il timore della socialità con coraggio, parlo, mi confronto con gli altri.

    Se sono in un gruppo in cui mi sento accolta, in cui so di poter mostrare ogni lato di me stessa, mi tranquillizzo. Perdo la paura del giudizio e mi apro. Mi integro, ascolto, mi racconto.

    Succede così al Munch Magnagatti.

    Tutti sono in uno stato d’animo curioso, aperto, desideroso di confrontarsi: lo si può quasi percepire nell’aria. Mi lascio trasportare da questa atmosfera. Il cibo è buono e la compagnia ottima.

    Mi accorgo allora di non essere sola. Le mie esperienze non accadono né sono accadute in un vuoto: anche se non lo sapevo, sono condivise, simili, mi collegano ad altre persone. Quello che ho da dire viene ascoltato, quello che dicono gli altri lo ascolto e me ne abbevero. Non smetto mai di imparare.

    Ci sono persone a me affini, che mi fanno sentire capita nel mio sentire. E persone così diverse che è una crescita già solo poterle ascoltare. Nessuno detiene la Verità, ma ognuno si porta a casa una piccola verità, la propria, germogliata nella condivisione.

    Rientro a casa alle due e mezzo del mattino sorridente e felice.

  • Introvertitudine

    C’è un momento, mentre sono con altre persone in un gruppo numeroso, in cui d’improvviso mi traslo su un diverso piano di esistenza, in cui sono ancora lì ma non ci sono; vedo e sento, ma non sono più in grado di interagire.

    Sono sfasata.

    Non capisco se gli altri si accorgono ancora della mia presenza, o se diventi anche invisibile, o solo parzialmente visibile (credo quest’ultima). La mia voce diventa ovattata, flebile: mi pare di parlare ad alta voce ma nessuno mi sente. Gli altri parlano tra loro e io non riesco più ad intervenire, non so nemmeno più cosa dire. Tutti si conoscono tra loro e io non conosco nessuno, nessuno conosce me, né mi riconosce. Mi muovo tra i gruppetti che chiacchierano e interagiscono ma non riesco ad inserirmi; resto al margine esterno, esclusa. Non lo fanno apposta: non sono più sullo stesso piano di realtà condiviso dagli altri; non sono loro ad ignorarmi, sono io che sono fuori dalla loro percezione.

    E’ una sensazione devastante. Vorrei potermi avvicinare, essere ascoltata, riconosciuta. Ma in quei momenti è impossibile. Mi coglie la drammatica consapevolezza di non sapere come fare a interagire. In questo sfasamento, perdo le mie capacità sociali.

    Allora faccio un sorriso di circostanza, ascolto, annuisco, faccio come se le persone stessero parlando anche con me, anche se non è così. Combatto il disagio e il desiderio di andarmene, visto che non appartengo più a questo consesso. Faccio l’ospite, la tappezzeria, divento parte di quel mobilio di cui ti accorgi ma non ti accorgi davvero: è lì ma ci giri attorno. A volte, è un punto di vista privilegiato: osservo il mondo da fuori, in modo onirico, noto dettagli, prendo appunti mentali, mi godo a vedere gli altri stare insieme, come fosse una proiezione cui solo io sono invitata.

    Poi il sogno si spezza, qualcosa cambia di nuovo e torno ad allinearmi con la realtà comune: qualcuno mi guarda, io dico qualcosa, mi torna una risposta, riesco di nuovo a scambiare sorrisi e parole.

    Mi resta la paura di non sapere cosa sia successo, il timore di quando questo sfasamento accadrà di nuovo. Prima che succeda saluto, mi allontano e penso che vada bene anche così; so che non è una colpa né un’incapacità ma solo una circostanza: prendo la socialità che riesco a prendere, tutto il resto rimane fuori dalla mia portata.

  • Scollinare

    È stata una settimana particolarmente faticosa, in cui non ho avuto testa per scrivere nemmeno una riga: troppa confusione, la tensione del lavoro, mille pensieri e le emozioni, soprattutto le emozioni che sobbollono appena sotto la superficie come magma: apparentemente il terreno è ancora saldo ma si sente il calore che traspare ed è chiaro che tra poco erutta. 

    Alla fine ha eruttato: domenica ho mandato a fanculo tutti (beh, non proprio così) e sono rimasta da sola; preso del tempo per me, per stare sola. Ho scritto, ho camminato all’aperto, ho ascoltato il vento, ho respirato l’aria; soprattutto sono stata lì con me stessa, cosa che evito di fare ormai da troppo tempo. 

    Allora in qualche modo tutto è andato a posto. Ci ho pensato, ma anche no: i pensieri si sono assestati, sedimentati; e su questo nuovo sedimento ho ragionato. E ho comunicato.

    Sono rimasta troppo a lungo combattuta tra due sensazioni contrapposte: un’incomprensibile, fumosa insoddisfazione e contemporaneamente un’enorme terribile testarda resistenza al cambiamento. 

    Alla fine per fortuna mi sei giunto in aiuto tu, e anche: quello che mi hai insegnato tu. Ovvero che l’assoluto non esiste, che non è tutto solo bianco o nero e che ci può essere una terza via anche se sono abituata a pensare che ce ne siano solo due. 

    Quindi sì: c’è stato un cambiamento ma non è stato drammatico né tragico né sofferente come pensavo. Mi fa bene parlare con te.

    Riprendo il mio cammino molto più sollevata, finita la salita.

  • Malinconia

    Dopo giorni di fatica fisica e mentale la spossatezza emotiva si traduce in una specie di malinconia rarefatta.

    È una sensazione pervasiva e persistente ed allo stesso tempo inconsistente, difficile da afferrare: sento che c’è qualcosa, ma è così impalpabile che non riesco a definire cosa sia.

    Dopo avere sopito mio istinto di fuga dalle difficoltà, dopo avere gestito l’ansia, la tensione, il senso di inadeguatezza e tutto il resto, questa sensazione malinconica è quasi piacevole: è delicata e dolce e mi trattiene in un abbraccio che mi culla come una sorta di riposo. Mi dice brava che non sono scappata, mi fa sentire che le cose sono difficili ma non impossibili, che ho compiuto un passo in una direzione buona, che mi farà infine stare bene e trovare l’equilibrio che cerco.

    È una malinconia struggente, anche, che mi apre il cuore verso l’altro, che mi libera da quella rigida tensione impaurita che mi fa richiudere a riccio per tagliare fuori un mondo di cui fatico ad ammettere di avere bisogno e di amare.

  • Munch

    La prima volta, ero stata ad un munch. Non si chiamava così, allora, ma veniva chiamato “aperello”, con una traduzione appropriata e milanese del termine inglese che poi è diventato comune anche qui.

    Un incontro informale, un modo per conoscersi e riconoscersi tra persone attratte dal BDSM o già praticanti. Era stato interessante allora, mi aveva portata sulla strada per realizzare le mie fantasie; ed è ancora interessante andare ad un munch, anche dopo tanti anni, perché è sempre fondamentale incontrare le persone dal vivo, insieme, al sicuro in un locale pubblico, con la serenità e la complicità della condivisione.

    Ai munch di solito il cibo è buono, la birra anche, ma è la compagnia che fa la differenza.

    Chiacchiere, risate, scambi di esperienze: così diversi gli uni dagli altri ma accomunati da uno stesso sentire. Un sentire che si declina in infinite sfaccettature e inclinazioni, ma che ci porta tutti insieme a raccontarci, ad avvicinarci per conoscere noi stessi e gli altri.

    Si impara sempre qualcosa, si scambia sempre qualcosa. Si esce sempre un poco cresciuti, o se non altro con una bella serata alle spalle, un senso di non essere soli, di partecipare di una comunità che per quanto frammentata esiste ed accoglie.

  • Adesso, dopo

    Adesso
    Dopo che mi hai tenuta sulle tue ginocchia
    dopo che mi hai sculacciata a lungo
    dopo che mi hai messa a pancia in giù sul poggiapiedi
    dopo che mi hai battuta col frustino
    e frustata con la dragon
    e colpita con tutti gli strumenti che possiedi
    dopo che mi hai dato col cane anche sulle cosce
    dopo che mi hai fatta strillare e vergognare
    Adesso
    respiro
    riversa sul divano accanto a te
    con gli occhi semichiusi
    e un sorriso sulle labbra

  • Brava

    Da sub orientata al servizio, amo fare le cose per sentirmi dire “brava”. Per ricevere una pacca sulla testa e il riconoscimento di avere servito bene.

    Parte della mia educazione, però, nel tempo, sì è rivolta ad insegnarmi ad essere autonoma, perché questo orientamento al servizio strabordava in ogni aspetto della mia vita; mi è stato allora insegnato a fare anche ciò che piace a me, non solo ciò che piace agli altri. È stato proprio il Padrone a volermi educare a questo, perché avessi maggiore fiducia in me stessa e nelle mie capacità, e rispetto per i miei desideri e i miei limiti.

    Così è successo che ho imparato ad agire in modo libero, senza aspettare o ricercare l’approvazione altrui, a fare a meno di sentirmi dire “brava”… per potermi sentir dire “brava” perché so farne a meno.

    Un po’ contorto.

    Forse, vale quel detto per cui non puoi insegnare un nuovo trucco a un vecchio cane. Ma anche, mi serve quel momento di riposo, di validazione esterna: ce la faccio, tengo duro, sono autonoma, ma ogni tanto ho bisogno di sapere anche dall’esterno che vado bene; di uscire da me stessa e dal farmi forza da sola, per accoccolarmi ai piedi di un “brava”.

  • Desiderare il sadismo

    Da masochista, amo sentire la mano di un sadico.

    Forse potete pensare che non si senta la differenza; che il lamentarsi dei “famolostranisti” siano prese di posizione presuntuose, fatte per quel senso di superiorità di chi si sente di fare “vero bdsm”; che una pratica è una pratica ed è quella. Non è così.

    Da masochista, vi assicuro che si sente la differenza se a colpire è un sadico o uno che ti dà la pacca sul culo a pecorina e finita lì.

    Ho provato a chiedere a partner incuriositi di sculacciarmi: due, tre colpi, forse dieci, e poi le loro mani andavano altrove, palpavano, e si passava al sesso. E quei colpi erano così noiosi. Deboli, senza trasporto, meccanici, persino perplessi. Ma non posso fargliene una colpa: errore mio di chiedere un atto sadico a un non sadico. Non erano in grado di capire e di sentire il mio desiderio masochista né tantomeno di trarne piacere.

    Riesco a sentire, attraverso l’impatto, attraverso le corde, attraverso gli sputi, che l’altro trae piacere dal dolore che infligge. Lo sento indulgere in quel dolore. Non ha fretta di arrivare da qualche altra parte (a scopare, per esempio). La sessione non è un intermezzo necessario per poi fare altro, non è un preliminare: è quella la cosa importante, il fulcro centrale.

    Poi magari si fa sesso, o magari no. Ma per me quello non è un punto di arrivo e la sessione non è un passaggio. E sento se è così anche per l’altro.

    Così come mi piace abbandonarmi nelle sensazioni derivanti dal dolore e dalla costrizione, posso riuscirci solo se la persona con me ama assaporarle quanto me. Se vengo accompagnata, un passo alla volta, un colpo alla volta; allora dono la mia sofferenza a chi la sa apprezzare, a chi la desidera, e mi sento completa, felice: ho uno scopo e il mio piacere masochista appaga anche il suo piacere sadico.