subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Prendersi confidenze

    Quando sono in giro ogni tanto mi capita di interloquire con persone anziane; costoro, forse per l’alzhaimer o per chissà quale altro motivo, mi toccano, mi stringono, mi fanno ganascino e mi trattano come se fossi la loro nipotina di 5 anni che vuole un dolcetto. Anche se siamo perfetti sconosciuti che si incrociano in posta.

    Lo stesso talvolta capita via messaggi privati, su internet. Perfetti sconosciuti che mi fanno un ganascino virtuale scrivendo “ciao dolce” o cose del genere.

    Che ne sai se sono dolce?
    Che ne sai se sono cucciola?
    Che ne sai se sono birichina, disobbediente, piccola?
    Solo perché sono sub non vuol dire che puoi permetterti di trattarmi da slave.

  • Che i sogni siano segni

    Stanotte per la prima volta in vita mia sono riuscita a fare una telefonata in sogno.
    Di solito la tecnologia non funziona nei sogni; cercando di usare il telefono questo fa cose strane, mostra simboli sconosciuti, eccetera. Cfr per riferimento il film Waking life. Così capita sempre a me: il telefono impazzisce e io non riesco a chiamare o mandare sms. Usualmente la situazione è angosciosa perché dovrei avvertire qualcuno di qualcosa e non riesco.
    Così stanotte.

    Io e lei veniamo rapite; siamo portate in un luogo distante mentre siamo sedute in un posto: prima sono sedie in mezzo a un viale della mia città, guardiamo le stelle cadenti – io esprimo forte un desiderio, sempre lo stesso. Poi mi rendo conto che le stelle non stanno cadendo: si spostano velocissime. Ma non sono loro: siamo noi; è un’illusione ottica. La casa in cui siamo (ora è una casa) si sposta in avanti come su rotaie, fino ad arrivare ruotando al suo capolinea. Siamo state portate via da persone cattive, che cercano di fare del male. Costoro mandano un messaggio di ricatto indietro nel tempo, e ricordo infatti di averlo già sentito tempo addietro. Allora prendo il telefono per avvertirlo, lui, marito di lei. Il telefono non è il mio smartphone, quello non va, è rotto, comunque non c’è: prendo il mio vecchio Nokia N73. Lo accendo, inizia il carosello di messaggi strani, l’interfaccia non è come la ricordavo, la tastiera risponde male; appare un messaggio che dice “con la fascetta il telefono non può funzionare”, lo giro e lo guardo, ricordo di aver visto una fascetta rossa legata attorno alla sim e so che è un virus. Faccio spallucce e provo lo stesso, devo chiamare. Riesco a inserire il suo nome nella funzione di ricerca e va: trovo il numero, chiamo.
    La telefonata parte. Riesco a chiamare. Lui risponde.
    Ma sa già quello che gli voglio dire: sa che siamo state portate via, sa da chi e dove siamo, e sa che il messaggio è stato mandato indietro nel tempo. Mi dice di non preoccuparmi che sta già risolvendo la cosa. Riattacco e mi sveglio con un senso di tristezza, di malinconia.

    Così stanotte: per la prima volta riesco a fare funzionare un oggetto che in sogno non funziona mai. Ci riesco per chiamare lui. Ma gli dico una cosa che sa già.
    Sto cercando un significato ma non so trovarlo.

  • Reazioni

    Sono prevedibile nelle mie somatizzazioni.

    Posso reggere ansie, stress, frustrazioni, urlate, fatiche, sforzi fisici e mentali.
    Ma fà che per sole due ore la mia attenzione torni a quel pensiero, ed esso infiltrerà il mio corpo dacché la mia mente lo rifiuta.

  • Sola

    Ciò che mi mancava prima, non ce l’ho neanche adesso.
    Peggio: non ho più neanche ciò che avevo.
    Non mi pare di avere fatto una scelta saggia, eppure in quel momento era l’unica possibile, perché comunque le cose non andavano bene. Solo che continuano a non andare bene, e mi manca un padrone.

    Mi sento sola, ancora una volta.
    Senza nessuno con cui confidarmi; apro facebook e vorrei scrivere qualcosa per sofgarmi, uno status allusivo, un grido d’aiuto, qualcosa: ma non lo faccio mai perché non voglio piagnucolare in pubblico, non mi va che chicchessia sappia i cazzi miei, e in fondo ancora non mi decido a chiedere aiuto chiaramente. Continuo a sperare nella telepatia, anche se so che non funziona.
    Mi sfogo qui, dove non mi legge nessuno. Piango da sola nella mia stanza, sorrido agli altri, dico “va tutto bene”, cerco libri di magia in cerca di una via, una guida, qualcosa, mi lascio travolgere dall’ansia per un lavoro che non mi sento in grado di fare, vorrei sfogarmi nel cibo ma sono già ingrassata e la mia autostima ne risente già abbastanza, grazie.

    Sbatto qua e là contro i vetri della teca sotto la quale mi sono posta.

  • Virgilio

    Sei stato il mio Virgilio e mi hai guidato quando la mia diritta via era smarrita.
    Da sola non trovavo la strada; questo mio viaggio non l’avrei potuto compiere senza di te, anche se, come mi ricordi, sono io che l’ho fatto; in ogni caso, grazie. Le stelle che (ri)esco a vedere ora sono magnifiche.
    Ci salutiamo, ma continuo il mio viaggio, e indietro non ritorno. Ti porto nel cuore, e so che ci sei.
    :*

  • La mia tazza è quella sbeccata

    La mia tazza è quella sbeccata.
    Se prendo per me qualcosa che mi piace mi sento una ladra.
    Lascio a te la ciliegia più rossa, il piatto più bello, la fetta più grande; ti lascio il posto più comodo, il cuscino più soffice, la scelta di tutto. Perché non merito di desiderare, non veramente; non ho diritto di nulla, nemmeno di ciò che scarteresti.
    Passo in silenzio la mia vita nel rancore, nel piccolo dolore che mi coltivo nel cuore, nutrendolo di avanzi mentre preparo il banchetto del mondo.
    Ignoro gli inviti ad unirmi alla festa e preferisco soffrire, pensare di essere esclusa, ritrarmi in un angolo a invidiare gli altri, che possono avere ciò che io mi nego: il diritto di essere felice.

  • Divenire

    Divento una persona che non mi piace essere.
    Arrogante, presuntuosa, antipatica. Ambiziosa. Superiore. Non più servile, né sottomessa al servizio della felicità altrui. Non più terrorizzata ma non ancora coraggiosa, non più colpevole ma non ancora liberata, non più in attesa ma non ancora capace di iniziativa.
    Contemporaneamente se tento di tornare ciò che ero rimango a disagio. Quell’essere non mi appartiene più. Ma quello che sto diventando non mi appartiene ancora, né voglio che mi appartenga. Mai. Non così come mi appare.

    Ci deve essere un modo per correggere la rotta, per stare bene senza essere stronza – per non sentirmi stronza nel mio tentativo di stare bene. Per non restare tesa un giorno intero per qualcosa che non c’è. Per imparare a vivere le piccole cose, accettare l’imperfezione mia e altrui, godere del sole e della pioggia.

    La teoria la so, la conosco. Ma non riesco ad applicarla. Mi sembra sempre, solo, un’accozzaglia di belle parole, mentre la mia esistenza mi dimostra in ogni istante di non essere all’altezza delle mie aspettative, o anche solo dei miei sforzi.
    Vorrei soltanto poter essere senza sforzo la persona che vorrei essere, serena; ma questa persona mi appare sempre più come un miraggio che si prende gioco di me.
    Come vorrei poter smettere di giudicarmi.

  • Nel mio cuore nascosta

    Vorrei poter essere me stessa apertamente, mostrarmi in tutti i miei aspetti sempre, senza paura, senza nascondermi. Ma il terrore mi frena.

    Ci sono così tanti lati di me; così tante sensazioni. E più mi conosco più temo di essere sbagliata. E mi nascondo, quando invece vorrei essere serena, e felice, e dire a tutti chi sono, cosa mi piace. Vivere serenamente ogni aspetto di me.

    Ma poi mi coglie il terrore. Cosa penserebbero i miei amici? E mia madre? E i vicini? E chiunque? E poi, perché dovrei volere essere così tanto alla luce del sole? Non farei che mettere in imbarazzo le persone a me vicine, che mi vogliono bene. Perché dovrei essere così egocentrica, così esibizionista? Non posso tenermi le mie cose per me? A che pro andare per locali, vestirmi in certi modi, sentire certe sensazioni; a che pro?

    E’ vero: desidero. Ma questi desideri… sono così scomodi. Forse lo sono proprio perché mi ostino a tenerli sopiti, nascosti, soffocati. Vorrei poterli portare fuori a prendere aria, a respirare; per una volta, senza sentirmi in colpa perché li provo.

    Lo farò qui, che è un luogo pubblico nascosto; nessuno o quasi delle persone che conosco ci viene, o ne conosce l’esistenza, e però è visibile a chiunque. Resto qui nascosta in piena vista. A rammaricarmi e a pregare che i miei amici non mi leggano e non mi riconoscano.

    […]

    La mia emozione più forte, ora, è la paura. Paura che tutto questo sia sbagliato. Anche solo scriverlo su un muro virtuale che magari non vedrà nessuno equivale per me a dirlo ad alta voce, e procrastino il momento di cliccare “pubblica”, e cancello, e riscrivo; e vorrei solo scappare via di nuovo a nascondermi per non dover ammettere a me stessa che SENTO tutte queste cose, le SENTO.

    […]

    E’ un po’ la storia della mia vita. Va così: adesso ho paura a stare bene, perché so che poi arriverà qualcosa o qualcuno a farmi stare male, a ricordarmi che non merito nulla. Così cerco di non illudermi, di stare male sempre perché è così che devo stare.

    E tutte le cose che ho scritto nel frattempo, ora le cancello. Perché non si sappia che le ricordo, che le sento, perché nessuno sia disturbato dalla mia esistenza.

  • Resto perché voglio restare

    Solo un paio di giorni fa tramavo tra me e me: adesso lo lascio. Me ne vado. Così impara.
    Non era chiaro nemmeno a me cosa dovesse imparare da una cosa simile, veramente. Però stavo male, lo dico a mia (parziale) discolpa. Abbattuta dallo stress, dall’influenza, dall’antibiotico, dal vedermi gonfia e ingrassata… poker.
    Ma anche lui ha i suoi problemi e lo sai. Mi dicevo. Sì però faccio i capricci, uffa uffa. Avere una parte di sé che batte i piedi e fa il broncio è una scocciatura. Sono mesi che vorrei, che voglio, e lui non può! La lamentela continua penetra nelle mie povere difese indebolite. Guardo questa bambina-slave viziata che salta qua e là, minaccia di trattenere il fiato fino a scoppiare, e vuole andarsene per risentimento, per egoismo ferito e frustrato. Non riesco a reagire.
    Un mattino finalmente lo sento, dopo giorni di letto, parenti, riso bianco, mele cotte, telefonate di lavoro e quant’altro. (Veramente il riso bianco e le mele cotte non erano male).
    Lo sento e la bambina che stringe i pugni svanisce nel nulla.
    “Mi manchi”, gli dico. E tutte le recriminazioni, le richieste, i vattelapesca? Vattelapesca, appunto. Cedo, lascio andare, apro il cuore e i sentimenti veri scorrono, riscaldandomi. E’ vero, non sto al meglio, ma va così. Quello che è importante, che riconosco finalmente senza opporvi resistenza, è che non è vero che me ne voglio andare.
    Poi, arrivano le notizie di merda. Quelle davvero di merda, che tocca usare le parolacce, quelle della vita quotidiana. E il mio desiderio di restare si fa persino più forte.

    Padrone, è un periodo di merda, ma sono qui.
    Sono la tua slave e qui voglio restare.
    Quello che sento nel cuore è che non contano l’apparenza, l’apparato, la quantità. Io so di appartenerti, ancora. Questa appartenenza non è giunta a termine, non importa quanto sia un periodo di merda. Ti posso sostenere, ti posso aspettare. Resterò accucciata sul tappeto e ti guarderò senza chiederti nulla, come fanno i cani, con occhi che abbracciano e nessuna pretesa.
    Ti voglio bene Padrone.

  • Martedì

    Ferocemente smanio per un incontro che sia
    appieno
    D/s.
    Che si senta
    la Dominazione
    sulla mia
    sottomissione.
    Che la senta, che la provi forte sulla mia pelle, intorno al collo;
    che sia fisica.
    Invece, sbaglio.
    Non vi è luogo in cui possa essere sottomessa
    se non
    nella mia mente.
    Il collare
    non è nel mio cassetto;
    le cinghie
    non sono nella borsa;
    le fruste
    non sono nell’armadio.
    E’ tutto qui:
    le fibbie mi legano il cuore
    le corde mi stringono l’anima;
    chiudere gli occhi
    e
    abbandonarmi.
    Ascoltare le sensazioni, non
    inseguire i gesti.
    Allora,
    ogni cosa ritorna al suo posto;
    un messaggio che dica solo “sì”
    contiene tutto
    ciò di cui ho bisogno
    purché l’assapori in ginocchio.