subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Interrotta

    In ogni cosa che faccio sono interrotta.
    Inizio troppe cose, dico sì a tutto e a tutti; poi però, per forza, non riesco a fare niente bene, o abbastanza bene. Nel tentativo di salvare capra e cavoli, di fare questo e anche quello, di stare con una persona senza scontentarne un’altra… ottengo solo dolore, frustrazione, fatica sprecata e dispiacere.
    Mi sento lacerata, tagliata in due.
    Il dedicarsi non può essere parziale; bisognerebbe donarsi interamente. Darsi a ciò che si desidera e superare paure e difficoltà, ostilità ed ostacoli.
    Invece cerco di dividermi tra tutto, sentendomi inadeguata in ogni cosa.

    Spero, continuo a sperare, di essere un giorno completa, di sapere che quello che sto facendo lo sto facendo bene.

  • Be the master of your own domain

    Il banner di WordPress, che appare sempre in testa alla bacheca, mi fa sorridere ogni volta. No, WordPress, non è nelle mie corde essere master, anche se capisco cosa intendi – e non è quello che intendo io
    Ma questo mi fa pensare una cosa.
    Io, dopotutto, come persona, appartengo innanzitutto a me stessa. Dovrei dunque avere maggiore rispetto di me, in quanto mia prima e imprescindibile Domina. Nel non onorare me stessa fallisco come slave, che è proprio ciò che non voglio.
    Questa riflessione illumina di una luce tutta diversa il mio burrascoso rapporto con me stessa, indicandomi una via nuova per uscire dai miei propri conflitti.
    Grazie, BDSM: hai una soluzione per tutto!

  • Del poliamore ed altri demoni

    Non ricordo più dove avevo sentito parlare la prima volta del libro “The Ethical Slut”. Forse è stato dopo aver letto i primi libri sul BDSM (come “The bottoming book”, che è delle stesse autrici – Dossie Easton e Janet Hardy). Comunque l’ho comprato e letto avidamente, agli inizi del mio percorso di scoperta di me; ho appena preso la seconda edizione aggiornata e ampliata (ma devo ancora guardarla).
    Ricordo che il concetto di poliamore mi sembrò subito meraviglioso. “L’amore non si divide: si moltiplica”. Si possono amare con la stessa intensità più persone, ed avere più di una relazione allo stesso tempo, con il consenso e la consapevolezza di tutti. Un modello di relazione non-monogama aperto.
    Di certo una parte di me stava trovando giustificazione e autorizzazione ai miei desideri kinky e di esplorazione al di fuori della coppia.
    Ricordo benissimo quel paragrafo che diceva “siate pronti a concedere al vostro partner quello che richiedete per voi stessi, per correttezza”. Ero e sono d’accordissimo, anche se non credevo avrei dovuto applicare io quell’apertura mentale. Credevo di essere una persona immune alla gelosia.
    Tuttavia la mia personale insicurezza, sommata alla bassa autostima, funse da detonatore per una crisi emotiva e di gelosia notevole, alla prova dei fatti.
    Mi mancò, sicuramente, una community con cui confrontarmi. Altre persone con cui parlare di questo. Viverlo nascosti mi isolò nel mio dolore, avviluppandomi in una spirale discendente da cui non sapevo come uscire, né se ne sarei uscita.
    Infatti, ho iniziato a risalire la china quando ho iniziato a poterne parlare, con il mio primo vero Padrone.

    Quello di cui sono orgogliosa è di non aver mai rinunciato. Non aver mai detto “adesso basta”. Anche nel dolore peggiore, non ho mai ritenuto giusto chiudere, unilateralmente, senza rispetto per i sentimenti delle altre persone coinvolte.

    E’ mancata così tanta comunicazione; così tanta comprensione. Sono tuttora sicura di aver subito delle ingiustizie, e di averne comminate. In entrambi i casi, sarebbero potute venire risolte e gestite molto meglio, con meno sofferenza, meno confusione, meno silenzi soprattutto. Meno rancore. Con la consapevolezza che ho ora tante cose sarebbero andate diversamente. Ma si sa, del senno di poi son piene le fosse.

    Almeno, sono felice di starmi tuttora tirando fuori. Sto crescendo al di sopra del terreno, ora, o così mi sembra. Ho messo buone radici e sto prendendo nutrimento dal fango che prima mi sommergeva. Leggo, mi informo; scopro nuovi spunti. Prendo nuova consapevolezza di dinamiche possibili, vedo cose che avevo sotto gli occhi ma mi sfuggivano.
    Quello che è sempre stato vero è che più mi chiudo e pongo limiti (in primis a me stessa) più sto da schifo; per stare meglio non devo chiudermi di più (anche se ci casco sempre!), ma aprirmi; aprire il cuore, lasciar fluire i desideri, le voglie, le emozioni, i sentimenti. Darmi il permesso di desiderare, di essere me stessa; perdonarmi perché non sono quella che voleva mia madre, o la società, o chissà chi, ma sono io, sfaccettata e strana e incredibile.

    Ho ripreso a parlare. Con ancora la paura che la mia opinione non conti e che venga disprezzata, ma ora quella paura la affronto. Comincio a crederci, di avere le palle, e inizio a farle valere.

  • Attesa

    Quando tengo molto a qualcosa, com’è naturale temo di perderlo.
    Così, attuo due diversi meccanismi di difesa: uno è non pensarci proprio. Vado in giro, lavoro, faccio, brigo: tengo la mente occupata da un’altra parte occupando il corpo in diverse attività. Se non c’è altro, navigo su internet leggendo roba qua e là (internet è piena di roba). L’altro è deprezzare dentro di me questa cosa cui tengo. Faccio finta che non m’interessi davvero poi così tanto. Vabbè, anche se poi non si fa chissenefrega, giusto? ho ben altre cose più importanti da seguire, io, nella mia vita; ehi, non posso mica stare a pensare a quello tutto il tempo! E poi è ancora acerba.

    La cosa importante, però, è come un impiegato coscienzioso nell’ufficio del mio cuore. Gli altri (quelli che mi tengono occupata altrove o disprezzano) passano, aprono la porta del suo ufficino e gli dicono: ma come, sei ancora qui? dai su, lascia perdere, esci, prendi permesso, vai al bar. Ma lui niente: sorride, abbozza, ma poi torna al suo importante lavoro. Che è quello di ricordarmi che c’è questa cosa importante, rinfocolandone il desiderio e, infine, scaldandomi.

    Questa settimana ha avuto un sacco da fare, questo omino. Colleghi e superiori sono passati a maltrattarlo un sacco di volte, a prenderlo in giro per la tenacia con cui manteneva caldo il pensiero della mia cosa importante. Hanno sovrapposto impegni, pensieri, cercato di sommergerlo in un mare di scartoffie. Hanno persino minacciato di licenziarlo, e cercato di spaventarlo dicendo che loro, sì, avevano fatto un buon lavoro, inducendomi a fare un danno e quasi -quasi!- ad annullare la cosa importante in programma. Ci sono un sacco di impiegati stronzi, nel mio cuore. L’omino si è spaventato ma non ha mollato: ha ricontrollato le scadenze e tutto era ancora in ballo, quindi si è dato da fare per ottimizzare le risorse e portarmi avanti.
    Ha fatto un lavoro eccellente, devo dire, e lo ringrazio.
    Siamo arrivati in fondo e, anche se in ufficio c’è confusione come sempre, con gente che urla di impegni futuri e cerca di fare cagnara per distrarmi, ecco: lui è lì in piedi, il fascicolo in mano, pronto. Orgoglioso di sé com’è giusto che sia.

    Andiamo. Oggi c’è un treno da prendere, un’emozione da vivere.

  • White lies

    Sto diventando bugiarda. O lo sono sempre stata?
    Non sono bugie grosse; non sono nemmeno bugie importanti. Sono scuse, più che altro. Per piccoli errori, piccole mancanze. Invento delle storie per giustificarmi, per rannicchiarmi lontano dalla luce e scansare i rimproveri.
    In realtà, non riesco mai ad ingannarmi del tutto. Né ad ingannare gli altri. Mi sento uno schifo e mi vergogno, sia per l’errore che per la bugia. Però non faccio che rintanarmi ulteriormente, invece che uscire, affrontare il problema e combatterlo. Divento sempre più miserabile, mi vergogno di me stessa e mi nascondo ancora di più; per forza mi sento costretta a inventare nuove bugie per nascondere agli altri il mio essere (sentirmi) così indegna. Così inadeguata alle aspettative del mondo, e anche alle mie.

    Non ho fatto quel cd che avevo promesso. Guarda, mi dispiace, mi si è piantato il masterizzatore.
    Non ho preparato il pranzo. Guarda, scusami, sono stata presa dal lavoro.
    Non ho mandato una mail importante. Come, non ti è arrivata?! stupida posta elettronica, guarda, sono costernata, te la rimando subito.
    Questo dire piccole (inutili) bugie sta diventando un’abitudine; lo faccio senza pensarci. La mia prima scelta è sempre, d’istinto, inventare una scusa. Anche se la verità non è poi così ignominiosa; anche se sarebbe più maturo – e farei anche più bella figura – dichiarare che sì, ho sbagliato, mi sono dimenticata: ora vi pongo rimedio.

    Non sto facendo del mio meglio; faccio il minimo necessario. Mi urta moltissimo che mi si chieda di darmi da fare, di prendermi responsabilità. Ho paura di impegnarmi: è difficile. E se poi sbaglio? Troppa paura. Preferisco non provarci nemmeno. E inventare una scusa.
    Non ho né la forza di ammettere che ho sbagliato (perché la conseguenza diretta, nella mia testa, è che allora IO sono sbagliata), né la voglia di far fatica per porvi rimedio (perché mi riporta alla paura di darmi da fare).
    Ogni errore, ogni svista, anche ogni sfiga (sì, persino il mal di schiena) non è che una conferma inappellabile che sono e sarò sempre un disastro incapace.

    Ma dal fondo di questo pozzo vedo la luna, e voglio uscire. Ce l’ho già fatta una volta: risalire dalle segrete di me stessa, dove mi rinchiudo per crimini immaginari, perdonarmi e volermi bene.

  • Le ali della libertà

    Ogni tanto mi prende quel momento. Non è bello quando succede. E’ come se mi accartocciassi; mi rannicchio su me stessa e tutto diventa grigio, appannato, triste. Niente merita un mio sorriso.
    In quel momento penso:

    Non la voglio questa merda di libertà.
    Non lo voglio il fottuto controllo della mia vita.
    Non voglio, non voglio!!
    Voglio obbedire, voglio che mi sia detto cosa fare, voglio stare in un angolo e basta.
    Non ce la faccio ad andare in giro a testa alta, a scegliere, a gestire; non voglio farcela; non voglio dovercela fare.
    Voglio solo starmene da sola a commiserarmi e piagnucolare e non dover lottare.

    Invece no. Invece non deve andare così. Quello che voglio è non cedere più a questa gravità che mi tira verso il basso. Sto combattendo strenuamente con me stessa per levarmi di dosso questa vischiosità, questo atteggiamento che mi appiccica e mi immobilizza, e mi fa stare curva.
    E’ faticoso, così faticoso che vorrei non farlo – e ancora qualche volta cerco rifugio nel cibo. Finché ho la bocca piena mi si spegne il cervello. Un tempo funzionava; adesso, non più.

    Perché c’è una voce dentro di me che urla, che grida e si dibatte. C’è una me stessa che non si arrende, che va avanti, che mi spinge e dice BASTA FARTI MALE! IN PIEDI! FORZA!

    Questa me stessa indomita è la stessa che ha il coraggio di essere se stessa, quella che si sottomette a un Padrone e che dalle Sue parole, dal servizio, dall’obbedienza prende forza e cresce. Perché per obbedire ci vuole fegato, non mi inganno credendo che sia più facile.

  • Chi si accontenta…

    …sbaglia.

    Una cosa è essere felici di ciò che si ha; trovare piacere nelle piccole cose, non stare sempre a inseguire la luna, a desiderare qualcos’altro, perché si perde il senso della realtà. E’ bello e importante sapere apprezzare ciò che si ha, invece che magari scoprire quant’era bello solo quando lo si perde.
    Una cosa diversa è però accontentarsi. Ovvero farsi andare bene qualcosa che però non si apprezza davvero, solo perché non c’è niente di meglio disponibile. E’ un modo di fare falso nei confronti di sé stessi; ci si inganna che tutto vada bene mentre si cova una sotterranea insoddisfazione – ed è solo questione di tempo prima che esploda.
    Questo è quello che penso. O che pensavo di pensare…

    Lui mi guarda e mi dice: “Com’è che ultimamente dici spesso ‘sta frase, ‘chi si accontenta gode’? Cos’è, è diventata la tua nuova filosofia? Ma da quando? Perché lo trovo un po’ triste, ad essere sincero”.
    Io allibisco. Da quand’è che la direi spesso? Sul serio? Ma quando l’ho detta? Ok, l’ho detta or ora ma per fare una battuta, si parlava di cibo, mica di massimi sistemi…
    Concludo la conversazione in modo frivolo, per non appesantire la giornata. Ma, dentro, mi pongo delle domande. Che succede? Davvero mi sto accontentando? E di cosa? Ho un atteggiamento triste? Non lotto più per ottenere ciò che desidero? L’ho mai fatto, mi chiedo ora? Sto optando per la tranquillità? L’ho sempre fatto?
    Sono così diversa da come pensavo di essere?

    Forse temo che a combattere per ottenere qualcosa di diverso (di più? di meglio?) risulterei odiosa, antipatica, arrivista e stronza. E dispiacere il prossimo è la cosa di cui ho più paura.

  • Ambizione. Competizione. Frustrazione.

    Ambisco ad essere la migliore in assoluto. In tutto, anche nell’essere slave – cosa impossibile, poiché ogni persona è peculiare e a sé stante; si può eccellere in qualcosa, non in qualsiasi cosa. E nell’essere slave, non vi sono parametri di giudizio assoluti; non è una gara né una disciplina sportiva: non si fa per sport, in ogni senso. Inoltre ogni persona, ogni sub, ogni slave, ha propri limiti e propri fetish; compararli è impossibile.

    Per questo, però, mi ritrovo a sentirmi in competizione con chiunque – anche senza che gli altri ne abbiano la minima idea. Soprattutto quando competo (nella mia testa) per qualcosa che non è una gara.

    L’assoluta vacuità di questo mio competere mi porta a un feroce senso di frustrazione, perché è impossibile che riesca nel mio intento. Finisco per non sentirmi mai abbastanza brava; per forza, visto che l’obiettivo che mi pongo è di per sé irraggiungibile.
    Finisce così che o rinuncio in partenza a fare qualcosa perché so che non potrò mai essere La Migliore, o che tento di essere qualcosa che non sono, cercando di “elevarmi” (virgolette d’obbligo) al di sopra di me stessa e dei miei limiti, cercando di fare quello che fanno altri anche se non mi piace.

    Un sacco di energie sprecate invece di vivermi ciò che sono, ciò che amo, ciò che sento e ciò che mi fa stare bene, in nome di uno standard di perfezione che mi sono inventata da sola e cui nessuno (a parte me) pretende mi adegui.

  • Sesso ruvido

    Mi eccita guardare immagini/gif/video di sesso “ruvido”, violento, forte. Quello che in inglese si chiama rough sex e che non so come tradurre.
    Però una cosa che non sopporto è guardare in faccia le donne di questi immagini/gif/video. Perché più spesso che no hanno smorfie di dolore. E vedere che fa loro male mi raffredda ogni eccitazione; di più, mi fa sentire a disagio, come se fossi complice del dolore che soffrono.
    A nulla mi vale cercare di rassicurarmi dicendomi che magari sono espressioni fatte apposta, per mantenere il gioco del finto stupro. Voglio dire: nel medesimo contesto a me piace ed eccita fare finta che non voglio.
    Lo stesso dicasi per immagini/gif/video bdsm. Guardo le tizie frustate, torturate eccetera con quelle facce rattrapite e mi passa la voglia. Ma accidenti, anch’io in sessione faccio la stessa faccia, perché certo che fa male, ma mi piace!

    Non mi capisco.

    Forse è che nella maggior parte dei film porno standard alle donne coinvolte effettivamente il sesso che fanno non piace, e guardandole in faccia si vede eccome – e questo giustamente mi smonta.
    Ma forse è anche che, temendo ancora che i miei desideri kinky siano sbagliati, mi martirizzo cercando di sentirmi orribile perché trovo eccitanti certe cose.

  • In me

    In me alberga il cuore ferito di un cucciolo abbandonato, indifeso, geloso e feroce.

    Quella ferocia è rivolta, per prima, contro di me. Mi lacero cercando di negare i miei desideri, temendoli. Invece di lasciarmi andare gioiosamente alle sensazioni che mi scorrono dentro, freno e gratto e mi sbuccio per non prendere velocità, terrorizzata che qualcuno possa dispiacersi che sia felice.
    Ma chi?
    Cos’è, ancora mia madre che mi guarda dai recessi del mio inconscio con disapprovazione e mi sputa addosso il suo considerarmi incapace, inadeguata, insufficiente?
    Forse sì.
    Che palle, però; è gran ora che me la lasci alle spalle e avanzi verso la luce del mio piacere.

    Ferisco anche le persone intorno a me; non lo faccio apposta. Peggio: spesso non me ne accorgo finché non è accaduto. Scoprirlo poi ferisce anche me, mi sento orribile (che ferire gli altri sia un trucco per, in fin dei conti, ferire me stessa? ingegnoso).
    Anche qui: che palle.
    Ma è che a volte sono stanca: la consapevolezza di sé è così faticosa; qualche volta vorrei solo tirare i remi in barca e lasciarmi beccheggiare alla deriva – anche se lo so che poi non sono felice.

    La felicità è faticosa. E io sono così pigra.