subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Lotta

    Le mie debolezze sono più forti di me.
    Ma più forte delle mie debolezze è il mio Padrone.

    L'obbedienza e la sottimissione mi tengono insieme, mi impediscono di cedere e di farmi del male da sola.
    La consapevolezza della mia appartenenza mi accompagna in ogni istante e mi salva.

    Non è stato facile.
    Più di una volta ho messo alla prova il mio Padrone per vedere se riuscivo a fregarlo, pregando di non riuscirci, supplicando che se ne accorgesse e si dimostrasse capace di tenermi.
    Non sono mai riuscita a imbrogliarlo, a scansare gli ordini "tanto non se ne accorge", a fingere con successo; e di questo gli sono grata.

    Ora riesco a vivere abbastanza tranquilla, protetta e incanalata da argini sicuri che mi impediscono di sbandare e capovolgermi.
    Ho ancora della strada da fare sul mio percorso. Ma confido di potercela fare, seguendo il mio Padrone.

  • Momenti

    Va tutto molto bene e contemporaneamente va tutto molto male.

    Momenti in cui è tutto ottimo; momenti in cui tutto è uno schifo.
    Momenti in cui sono la regina del mio mondo; momenti in cui tutto il male è colpa mia.

    Per la prima volta in vita mia ho vuotato il sacco di me stessa e ho visto che non conteneva solo sassi, ma anche diamanti. Da sbozzare e rifinire, certo, ma diamanti. I sassi pesano, però. Pesano perché non sono riuscita a lasciarli tutti sulla riva, ancora. Alcuni sono molto belli, mi sembrano molto belli.
    Da bambina, lungo le rive dei torrenti o sulle spiagge sassose del mare, raccoglievo spesso sassolini colorati, resi lucenti dall'acqua, e ne portavo a casa sacchetti interi, che poi dimenticavo in qualche scatola in soffitta.
    Da adulta ho l'abitudine di raccogliere un sasso in posti significativi e riportarlo a casa con me, muto testimone di un bel momento vissuto, o ricordo di un luogo visitato.
    Questi sassi nel sacco di me stessa, invece, non ricordo di averli caricati tutti da sola. Sono grossi e pesanti. Alcuni li riconosco come miei da quando ero bambina; altri si sono aggiunti nel tempo. Un po' sono solo miei, un po' li hanno accatastati altre persone della mia vita.
    Ora il mio Padrone mi aiuta a lasciare di nuovo questi sassi sulla riva, perché le onde tornino a consumarli lentamente, a bagnarli per farli brillare, ma senza che mi pesino ancora sulle spalle.
    Ma alcuni, alcuni… sono così lucidi. Così colorati. Non riesco a trattenermi dal tornare alla riva per ricaricarmeli sulle spalle. E pesano, pesano. Ma sulla riva appaiono così belli! Come posso lasciarli lì?
    I sassi sbattono nel sacco e urtano i diamanti, li coprono. A volte i diamanti non sembrano nemmeno molto belli: sono opachi, coperti dalla sabbia portata dai sassi, sono informi e spigolosi, ancora non lavorati. Gli altri sassi sembrano più belli.
    E poi, se lascio un sasso, ho il terrore che crei una valanga. Preferisco allora non lasciare nessun sasso: che pesi sulle spalle a me, poco danno; ma se rotolando trascinasse detriti e travolgesse le persone cui voglio bene… non me lo perdonerei mai.
    Non sono responsabile dello smottamento invidioso dei sassi, mi dicono. Ma non riesco a togliermi dalla testa che se quel sasso non fosse stato lì, se io non l'avessi lasciato lì per il mio personale sollievo, non sarebbe successo nulla. Così vago tra le macerie cercando il mio sasso, per espiare, per ricaricarmelo sulla schiena, per riprendermi il peso delle mie colpe; e intanto carico altri detriti.

    Poso il sacco, ne tolgo un sasso; la serenità mi pervade, danzo; ma poi torno al mio sacco come un condannato al patibolo, internamente convinta che non possa essere felice, perché la mia felicità fa male agli altri. Ed è questo il mio sasso più pesante e più colorato.

  • Sbarco in Normandia

    Combatto contro le mie paure una lotta senza quartiere, giorno per giorno, minuto dopo minuto, senza tregua.
    Combatto per la consapevolezza del mio diritto a essere felice – non per il mio diritto a essere felice, quello non può essere in discussione, deve esistere ed essere reale. Ma me ne manca la consapevolezza e vivo come se non esistesse.
    Ogni volta che mi avvicino al bunker, che sto per rubare la bandiera, che sono vicinissima alla meta, sotto i piedi mi esplode una mina di terrore.
    Attacchi di panico, di ansia, paura di ammalarmi, di far soffrire chi amo, di qualsiasi cosa. Le mie paure giocano sporco, colpiscono alle spalle, sotto la cintura; colpo basso dopo colpo basso minano le mie difese, mi convincono che non ci sia speranza di vittoria.
    Ma tremano. Sono loro ora ad avere paura. Perché la mina esplode ogni volta più vicina alla meta. Esplode, sì, mi ributta indietro, sì, ma ogni volta raggiungo una postazione migliore, riparto da più vicino; guadagno terreno. La consapevolezza si fa più vicina, e con essa la possibilità, che finalmente potrò concedermi, di vivere appieno il mio diritto ad essere felice.
    Questo sbarco in Normandia mi sembra ancora una follia. Ma non posso, non voglio più rimandare una soluzione a questa guerra che si è protratta troppo a lungo. E’ il momento di condurre l’assalto finale e liberarmi.
    Non sono sola in questa battaglia.
    Grazie Maestro.
  • Difetti

    Ammiro la meraviglia del puro dono di sé, al di là del dolore e del tornaconto di piacere. Ne sarei in grado? Non so.

    Io sono masochista, sub, e terribilmente egoista.
    Una persona mi disse: noi slave abbiamo dei caratteri di merda.
    A suo tempo pensai: non è vero: vivo per donarmi. Invece no: mi faccio frustare per godere, mica per altro. Faccio certe cose perchè mi piacciono.
    Un’altra persona mi disse: devi imparare a darmi piacere come piace a me, anche se a te non piace; sono io il Dom, non sono io a dovermi piegare ai tuoi desideri, ma tu ai miei.
    Ricordo che il discorso mi sembrava corretto, nella teoria, ma mi rendevo altresì conto che non volevo. Volevo che mi venisse fatto quello che piaceva a me.
    Egoista, egocentrica: frustami e fammi male, ma fammi sentire che sono io al centro. Lavora per me. Per la mia gloria, per il mio piacere, per le mie sensazioni.
    Egocentrica, esibizionista: esponimi e umiliami, ma fammi vedere da tutti, fammi sentire che tutti guardano me, che tutti mi ammirano. Che tutti mi desiderano.
    Abbandonarsi alla Sua mano, ma con la certezza del controllo, la safeword in mente, i muscoli tesi non tanto dal dolore ma dalla rigidità dell’avere il piede pronto sul freno. Frustami. No, non lì, qui. Battimi. No, più piano, più forte, qua. Insultami. Dimmi questo e questo, non quello.
    Anche da bambina, quando giocavo con mia madre, le dicevo le sue battute e cosa doveva dire, nel gioco, e poi la incalzavo: "Dai, dillo!". Controllo assoluto. Si gioca come dico IO, la persona più importante.
    In ordine di importanza: io, me stessa e me. Poi, forse, dopo, gli altri.

    Non va bene, non va bene. Mi irrigidisco, mi tendo, perdo piacere nella ricerca del controllo. Più tento di avere certezza che tutto sia in mano mia, più tutto mi scivola tra le dita per infrangersi a terra.
    Poi arriva il terrore: non posso controllare tutto, qualcosa scappa, se scappa qualcosa scappa tutto, se scappa tutto non controllo niente: panico. Tutti mi guardano, ma non più per desiderarmi: mi deridono, lo sento. La frusta morde e fa solo male, dove sono finite le mie endorfine? Il mio Padrone mi stringe perchè cado, cado. L’ho deluso. No, ho solo il terrore di averlo deluso, per la paura che mi attanaglia il cuore, per non essermi davvero abbandonata a Lui.

    Rilasciare i muscoli, aprire i cancelli del cuore; il corsetto deve stringere la carne, non le emozioni.
    Imparare a donarmi, a dare me stessa come oggetto di cui disporre, ritirare il controllo, abbandonare l’ansia, permettere all’angoscia di evaporare. Va tutto bene: se smetto di guardare il mondo non scompare. Non dipende tutto da me. Posso lasciarmi andare.
    Posso lasciarmi andare.

  • Autunno, rinascita

    E’ tornato l’autunno.
    Il profumo nell’aria, l’aria fredda, la pioggia. Tutto mi riporta a un anno fa, quando ho iniziato a vivere il bdsm sulla mia pelle, invece che sognarlo e basta. Sono sommersa dagli odori dei ricordi, ricordi di scoperta, di pienezza, di gioia, e mi ci immergo con voluttà, inspirando a fondo quest’aria così fredda, così vitale, pungente e frizzante che mi riempie di desiderio dopo una letargica estate.
    La vita si è riaffacciata a me sorridendo e mostrandomi la mia via, che ancora non si è conclusa, invitandomi ancora a vivere ciò che sono.
  • Istinto innato

    Sono nata per stare sotto.
    Mi ritengo immensamente fortunata ad avere trovato un compagno di vita così meraviglioso, che ora è il mio Padrone.
    A volte penso che le persone che si amano davvero, quando si scelgono, siano in grado di vedere più a fondo di quanto non credano, nel cuore dell’altro. E si innamorano delle persone che sanno, nel profondo, essere davvero la propria anima gemella.
    Parlo di Amore, chiaro.
    Così io ho trovato Lui. In effetti, Lui ha trovato me, prima.
    Poi, io ho capito il bdsm in me. Poi, lui ha trovato il bdsm in lui.
    Non l’ho "convinto". Gli è sorto. Era già dentro di lui, così come era già dentro di me.
    Io non lo sapevo, lui non lo sapeva.
    Eppure siamo perfetti insieme, a ruoli complementari.
    Ci siamo visti. Ci siamo riconosciuti, senza sapere.
    Ne sono così felice. Mi sento completa.
  • Ritorno

    Quando i sogni divengono realtà si viene rapiti.
    Quando si immagina ci si perde nelle nebbie della mente, ma quando poi le cose accadono sul serio, allora le nebbie sono molto più fitte, ma più calde, e perdersi diventa molto più dolce.

    Ho avuto da fare. Belle cose.
    Rieccomi.

  • \^o^//

    E’ un bel periodo. Che dico, è un periodo magnifico! :-D Non resisto alla tentazione di inserire faccine contente, le metto anche quando scrivo a penna. Due punti trattino parentesi chiusa. X maiuscolo trattino D maiuscolo. Apice underscore apice. ^___^
    Lo so è cretino. Dovrei cercare di mantenere un senso etereo, misterico, denso in questo blog. Entrare qui e sentirsi avvolgere nelle nebbie del desiderio più oscuro. Frasi rarefatte, brividi, candele accese. Poi invece il mio animo manga risalta fuori con la sua seconda faccia, quella scema; come City Hunter, un momento strafigo un momento imbecille.
    Scodinzolo allegra e saltello intorno alle gambe del mio Padrone, gli occhioni adoranti, cretina e sottomessa come una cagnetta che si rincorre la coda. Che ci posso fare? Sono felice!
    Mi sento appagata, contenta, tutti i miei desideri e le mie voglie sono state soddisfatte, o meglio stanno venendo soddisfatte. Il mio compagno di vita mi ha raggiunta nel luogo dove mi trovavo, mi ha compresa e si è unito a me, per sempre ora. Ora è mio marito e il mio Padrone, e sono così felice. Così felice. <:”’-)
  • Pochezza

    Vado a leggere in giro, digitando "bdsm" nel motore di ricerca. Trovo cose belle, e cose pessime. Tra queste, i blogger che "non capisco come si possano fare certe cose". Chi li ha invitati su blog di bdsm? Nessuno, ci vanno da sé apposta per lasciare commenti sprezzanti. Poi tornano nel proprio per gongolare e crogiolarsi nella propria convinzione di avere ragione, cercando approvazione e supporto nei propri lettori, ergendosi a innocenti vittime del fastidio che suscitano.
    Lascio questa risposta (anche se so, e lo so, che i troll non andrebbero alimentati):

    Nessuno di noi banalizza il dolore. Anzi.
    Facciamo un distinguo: il dolore è diverso dalla sofferenza. Quest’ultima appesantisce l’anima, e nessuno si sognerebbe nè di ricercarla, nè di incensarla. Il dolore fisico è una sensazione, e può stimolare endorfine.
    Anche noi non siamo felici di sbattere il mignolino del piede contro il bordo della vasca da bagno. E’ altro il dolore che ci piace e che ricerchiamo, e ci piace perchè viene dosato, donato da una persona che abbiamo scelto, e trasformato in piacere.
    Non lo comprendi? Non puoi comprenderlo? Non importa: prendi quest’affermazione come valida, per quella che è: la testimonianza di una persona che comprende.
    Non nego, bada, che nel mondo del bdsm ci siano dei furboni, maschi e femmine, che sfruttano il ruolo di padrone/a per approfittarsi di altri; ma persone così ci sono in ogni consesso umano.
    Meglio allora un masochismo fisico esplicito, consapevole e consensuale, che un masochismo emotivo inconsapevole sfruttato da persone senza cuore nè scrupoli. Vale ugualmente per la sua controparte: meglio un sadismo compreso, accettato e donato a chi lo vuole, che un sadismo inconscio, crudele e sfogato su vittime innocenti.

    Andare in blog altrui di cui non condividi la visione per lasciare commenti sprezzanti: a che pro? Vivi e lascia vivere, o se preferisci, non ti curar di lor ma guarda e passa.
    Nessuno ti obbliga. Fare commenti gratuiti a cosa ti serve? A gratificare il tuo ego? A sentirti superiore? E’ un atteggiamento infantile. Nessuno ti impone di comprendere nè tantomeno di condividere.
    Ma il buon senso dell’essere educato, dovrebbe essere lampante a chiunque.
    Se mi capita di visitare un blog che ritengo, secondo il mio personale gusto, obbrobrioso per contenuti, grafica o idee del blogger, non mi arrogo mai il diritto di considerare il mio gusto assoluto: passo semplicemente oltre. Magari tra me e me ridacchio, o scuoto la testa, ma non vado a dare fastidio a casa d’altri.

  • Incavo

    A una festa di compleanno. In un locale, musica assordante, ripetitiva, tremenda. Chiacchiere ridotte quasi a zero, a meno di urlarsi nelle orecchie. Amici vaniglia, un calice di vino, torta. Sorrisi, battere le mani, cantare "tanti auguri", eccetera eccetera. Un po’ di noia.
    E lasciare che lo sguardo si posi sulla scollatura della fidanzata del festeggiato.
    Fingere di stare fissando il vuoto, e in realtà seguire con gli occhi il dolce declinare dell’incavo del seno. Un seno piccolo, dolce, dall’aspetto così morbido e liscio, sorretto e offerto dal corpetto attillato nero, di pizzo, con le spalline sottili. Gustarne la curva, la pelle compatta.
    Immaginare il contatto della pelle, la morbidezza, il sentire soffice, la sottilissima peluria che accarezza. Desiderare di accarezzare, baciare, sfiorare con le labbra.

    Poco dopo, ascolto gli amici che scherzano, un ragazzo fa il cretino fingendo di titillarsi i capezzoli, finge di provocare, imita un atteggiamento ambiguo. Battute sul fatto di attaccarsi mollette sui capezzoli, "Dai tanto lo so che ti piace!!". Risate. Atteggiamento da "figurarsi".
    Per un attimo mi astraggo e mi rendo conto che a me, invece, piace davvero, sentirmi attaccare mollette sui capezzoli, il dolore della morsa mi fa bagnare.
    Rimango per un attimo silenziosa, il sorriso fisso sul viso come una fotografia, a pensare alle implicazioni, a immaginare di dire ad alta voce "A me piace davvero", fantasticare sulle possibili reazioni. Guardo i volti degli amici, il locale trendy coi divanetti dove mi sento un pesce fuor d’acqua, mi tocco il bordo della minigonna per controllare che mi copra, e poi riprendo il giro della conversazione, dello scherzo, senza dire nulla di compromettente, senza rivelare nulla di me stessa, rimanendo solo con una vaga malinconia, un desiderio inespresso, una voglia non soddisfatta.