subservientspace

for this is what I feel

Categoria: sensazioni

  • Tell me something beautiful

    Sento partire questo pezzo dallo stereo; gli occhi bendati, sono già persa nel vortice dei colpi, delle sensazioni violente e laceranti. Senza deciderlo sillabo il testo della canzone, lasciandomi trasportare più lontano. A 2.55 l’atmosfera si sospende, la voce angelica sospira il suo canto – e certo che me lo aspetto, ma l’impatto della musica e delle mani del Padrone che mi calano addosso mi travolgono ugualmente. Di colpo, affondo in subspace. La potenza dell’impatto mi urta fuori dal mio stesso corpo.
    Lo so che al Padrone non piace molto che stia in subspace – lo privo di una parte delle mie reazioni, avvolta come sono nel mio bozzolo. Ma non lo faccio apposta ad andarci, anche se certo non me ne andrei mai.
    Il Padrone mi sculaccia ancora un poco: mugolo, canticchio e ridacchio tra me. Poi si ferma, ed il tempo è come sospeso; mi cullo in subspace e mi dondolo a cavalcioni della cavallina in questa strana quiete. Una parte lontana della mia coscienza si accorge – e si stupisce – che in quel momento, nuda, esposta e con la pelle bruciante, mi sto addormentando.
    Tale è il mio abbandono.

  • Sedili

    C’è stato un sedile di plastica in una vecchia A112 ormai rottamata. Ed un altro, di stoffa, in una station wagon Renault. Sedili posteriori accanto al finestrino. Sedili che hanno sentito, percepito e sostenuto i sogni, i desideri, le voglie sconfinate e insoddisfatte della me stessa bambina e adolescente.
    Su quei sedili viaggiavo, in vacanza coi miei ed il mio fratellino, guardando il mondo scorrere fuori dal finestrino. Ascoltavo Tozzi, Vecchioni e De Gregori, di cui i miei mettevano le musicassette nel mangianastri, e sognavo ad occhi aperti.
    Quei sedili si sono scaldati e bagnati del calore che mi scorreva copioso tra le gambe.
    A ondate, seguendo i crescendo della musica e i saliscendi delle strade, inalando il calore di quei pomeriggi estivi, fantasticavo di sesso: immaginavo mani che mi si infilavano addosso, sogghigni di ideali stupratori che si approfittavano di una me stessa calda, indifesa e vogliosa. Arrivavo in spiaggia che scivolavo.
    Non ho mai smesso di immaginare, di sognare. Di rendermi scivolosa.
    Ancora oggi, viaggiare sul sedile posteriore mi riporta bambina – quella bambina precoce e bagnata che sono sempre stata.

  • Catetere

    Accetto perché conosco com’è. Mi è toccato metterlo per ragioni mediche e non di gioco, quindi so che non è così terribile. Sono felice di poter soddisfare quella luce sadica accesa negli occhi della mia Lady.
    Quando mi stendo, comunque, tremo.
    Tengo le braccia piegate, le mani chiuse vicino al viso, in una posizione che per me è di protezione; tengo le gambe larghe sul lettino da clinical, e tremo.
    Non ho propriamente paura, o forse sì. Non temo il catetere in sé; temo gli sguardi. Si raccoglie intorno molta gente e io sono lì: esposta, allargata.
    Chi lavora su di me è molto bravo e professionale, molto attento, cosa di cui sono grata: non è passato molto tempo da quando ero molto ipocondriaca, terrorizzata da contagi inesistenti. Una volta non avrei mai accettato di fare clinical, di nessun tipo. Li osservo armeggiarmi addosso coi guanti, aprire le confezioni sterili, usare disinfettante e lubrificante.
    Il mio Padrone, ai piedi del lettino, schiocca le dita e mi riporta da Lui, accertandosi che stia bene. Confermo.
    Io sono …non so come sono. Mi tremano le gambe, mi batte forte il cuore. Non sto male, non sto nemmeno bene. La pratica è disagevole in sé.
    Il fastidio fisico di quando il catetere viene inserito è trascurabile, lo sento all’inizio ma mi adatto quasi subito; non è doloroso. E’ solo umiliante. Solo.
    Di colpo realizzo cosa mi terrorizza.
    Non ho scelta: piscerò davanti a tutti. Non ho alcuna possibilità di oppormi: il catetere bypassa ogni tipo di difesa o volontà. Potrei stringere i muscoli, chiudere le gambe o urlare che non voglio; ma non ho il controllo.

    Non.
    Ho.
    Il.
    Controllo.

    Inghiotto aria a vuoto, il cuore in gola. Vibro fino nelle profondità del mio essere. Questo degrado; questa umiliazione: mentre mi distruggono mi risuonano dentro.
    Sono strana.

  • Ritorno

    Una forcina alla volta, mi sciolgo i capelli. Sfilo l’elastico e smuovo i lunghi ricci, ravvivandoli dopo la lunga costrizione nello chignon. In questo momento ritorno del tutto dallo spazio di slave. E’ segno che non sono più presso il Padrone, sto tornando a casa.
    A volte compio questo gesto trasognata. A volte dimentico di farlo. A volte lo faccio in modo goffo, già mezza addormentata, e solo perché appoggiando la testa le forcine mi si sono conficcate nel cranio, facendomi male. A volte, invece, lo faccio con un forte senso di malinconia, di lontananza e nostalgia. Forse, delusione. Capisco che preparo la strada al sub drop, ai profondi sospiri che mi accompagneranno fino al prossimo incontro; ai pensieri convoluti.
    Lascio che i capelli mi cadano davanti al viso, che si arrotolino intorno al collo mentre mi sollevo il cappuccio della giacca sopra la testa. Mi avvolgo in me stessa usando i capelli come un bozzolo; mi richiudo e mi raccolgo, per conservare il calore, per farmi piccola. Mollo le cime della mia coscienza e mi lascio andare alla deriva; confido nel mare che mi culli, che col suo dondolìo mi dia quiete.
    Bene o male approdo sempre, di nuovo, sulle sponde del mondo reale, di una nuova quotidianità da affrontare. Con lo sguardo un po’ più offuscato, o un po’ più perso in lontananza: rivolto a qualcosa che è dentro di me. In uno stato transitorio che so passerà, riportandomi in lidi più dolci ed accoglienti.

  • Sospesa

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    Inizio a respirare con la pancia; il petto è compresso, stretto dalle mie stesse braccia che mi abbracciano, legate dalle corde. Con il cambio di respirazione, mi rilasso. Mi lascio andare.
    Ad un certo punto sono sospesa a testa in giù; inspiro, rilasso il collo e lascio andare la testa. Le corde mi sostengono, appesa. Mi accorgo di sorridere; tengo gli occhi chiusi e lascio spazio alle sensazioni.
    Le sapienti mani di Davide La Greca (alias Maestro BD, eccellente bondager) mi sfiorano; fanno scorrere le corde intorno al mio corpo, avvolgendomi la carne. Sento il suo profumo quando quasi mi abbraccia per far passare le corde: è un tocco delicato, gentile eppure sicuro, preciso.
    Il mio Padrone SadicaMente e Sua moglie Lady Rheja osservano, anche loro emozionati dal momento. La musica ci avvolge, le luci soffuse sospendono il tempo.
    Il bondage non è un mio fetish; eppure ora, lontano dal caos di una festa, nella tranquillità di un Dungeon privato, capisco quanto sia meraviglioso lasciarsi legare.
    Sentirsi costretta, immobilizzata; fidarsi, e divenire libera. Volo appesa a questa struttura; oscillo, respiro, mi abbraccio mentre mi abbracciano le corde; mi sento in pace, al sicuro. Non ho più paura.

  • Pavlov

    Una volta il Dubstep proprio non mi piaceva. Anzi, prima ancora di averlo mai ascoltato, lo conoscevo di fama attraverso i meme di internet come una musica per adolescenti che se la tiravano o una cosa del genere; ero quindi molto prevenuta.
    La prima volta che ho sentito un pezzo di Skrillex ho pensato che fosse un po’ troppo pesante; tuttavia, Aphex Twin mi è invece sempre piaciuto, e non è che sia molto più leggero.
    Adesso, in ogni caso, ho cambiato completamente punto di vista.
    Essendo il Dubstep la musica preferita del mio Padrone, l’ho ascoltata mille volte da Lui. Così ora non solo mi piace, ma mi provoca una reazione pavloviana.
    Quando la sento, mi immergo nella Sua presenza; mi eccito, mi emoziono e comincio a tremare. Lo vedo battere il tempo, inclinare la testa. Inizio a sognare, a sentire quasi le fruste che mi danzano sul corpo, che si abbattono e mi segnano. Sento addosso il Suo sguardo, il Suo tocco brusco, forte, potente. Mi lascio avvolgere da questi suoni bassi, martellanti, dalle sensazioni viscerali che mi scuotono dentro, di desiderio e sottomissione.
    Alzo il volume, dischiudo le labbra e ansimo.

  • Bolla

    Il tempo, durante una sessione, si dilata. Scorre più lento ed insieme più veloce; passano ore senza che me ne renda conto, eppure ogni istante è pregno e vischioso. Non si calcola più in minuti, ma in colpi.
    Il tempo diventa allora un’immensa bolla di liquido denso che si ingrossa e mi ingloba; fluttuo al suo interno, lasciandomi trasportare dalle correnti, dagli spostamenti dati dalle sculacciate, dalle frustate; ogni colpo mi scuote, mi rovescia. Mi sento capovolta, perdo sensibilità alle estremità.
    Entro in subspace e nemmeno me ne rendo conto.
    Mi lascio portare, sbattere, spingere, galleggiare. Lui mi afferra e mi sposta a Suo piacere, riportandomi a galla per prendere fiato e rigettandomi nell’abisso. Divinità di questo mare nero in cui desidero affogare.
    Infine mi trascina sulla battigia della mia coscienza, tramortita, semincosciente, scossa e felice. Collasso sul bagnasciuga, inconsapevole di dove mi trovi, solo grata per essere stata in balia dell’oceano ed essere stata riportata a riva, naufraga di me stessa.

  • Castità forzata

    Chi disprezza compra, si dice.
    Chi non può comprare, secondo me, disprezza ancora di più. Così capita a me, almeno.
    Dopo quasi tre settimane in cui non mi è permesso masturbarmi, inizio a mettere un muso terribile; mi ripeto che tanto non me ne frega, figurati, non ho nemmeno voglia, non ho tempo, ho altro cui pensare.
    E poi mi stendo a letto e lei mi chiama. Mi ci metto su una mano a coppa, coprendola; la sento calda.
    Se mi sfioro (raccontandomi che capita “per sbaglio”) si sveglia immediatamente. Come una gatta che ti cammina in faccia pretendendo attenzioni, anche lei è altrettanto delicata e sottile nell’imporre la propria presenza.
    Mi rigiro cercando di tornare alla mia pretesa, distaccata superiorità: pfui, non ne ho mica bisogno…
    Il tempo passa anche in fretta, se non ci penso. Se davvero ho molto da fare, se durante il giorno sono tanto presa, tanto impegnata – e di solito è così – non sto lì a pensarci, né mi manca (o così mi pare). Ma quando arriva la sera, il tepore del letto mi riporta tra le mie braccia, lontano da pensieri ed impegni. Lei è lì, fa un po’ l’offesa (ero qui che ti aspettavo, sai).
    Distolgo lo sguardo, mi scuso, mi giro dall’altra parte e cerco di addormentarmi subito. Allora smette di farmi il muso e torna languida: mi ricorda quanto sia bello lasciarsi andare al suo languore; mi si accoccola dentro e inizia a blandirmi: cerca di convincermi a disobbedire, trovando scuse che sembrino plausibili per ottenere soddisfazione senza che ne subisca le conseguenze, s’inventa storie per cui non sarebbe proprio proprio disobbedire …e quasi quasi le credo, vorrei crederle, vorrei cederle e godere, collassando svuotata in un sonno drogato.
    Infine mi addormento ugualmente, ma con un senso di mancanza.
    È forse, davvero, una compulsione, una dipendenza; ma è una così dolce compulsione, una così bella dipendenza che mi dispiace abbandonarla. Se anche è un vizio, vorrei non smettere mai di essere viziosa in questo modo.

  • Ghiro

    Ci sono momenti, periodi nella mia vita, in cui mi ritirerei solo in letargo.
    Mi avvolgo in un bozzolo di coperte – vere o solo mentali – e mi appisolo. Non voglio più saperne niente, di quel mondo freddo ed ostile là fuori. Voglio solo dormire, lasciare che l’inverno mi passi oltre senza doverne affrontare le asperità; alzarmi solo per l’urgenza ormai improrogabile di fare pipì e tornare ad abbozzolarmi al calduccio. Mangiare, bere, dormire; sognare. Aprire un occhio, guardare l’ora e voltarmi dall’altra parte. Masturbarmi, magari, e riavvolgermi in me stessa, farmi cullare dal dolce intontimento post-orgasmo; sentire solo tepore.
    Invece.
    Invece la vita mi richiama, mi trascina fuori dalla mia cuccia calda. Mi attira, mi lusinga; mi promette avventure. Mi alimenta desideri, voglie di altro che non sia solo l’indolenza. Voglia di far partire un movimento invece che resistere solo nell’inerzia.
    Allora esco, respiro nell’aria fredda e guardo il vapore del mio fiato alzarsi verso il cielo; torno a imparare a guardare in alto, a guardare lontano; oltre le nubi grigie, oltre la nebbia, oltre il gelo. Lascio che il freddo mi scaldi, mi stimoli un calore che sia mio, interno, non qualcosa di avvolto attorno che mi impantana ma una fornace ardente che mi smuove.
    E dopo aver bruciato, aver corso, aver affrontato questo ghiaccio, mi torna daccapo la stanchezza, il bisogno di ritirarmi in letargo.

    Un inverno così: dentro la grotta, fuori nel lago.

  • Il sapore dolce del dolore

    Per un brevissimo istante eterno, credo che stia per baciarmi. Ne sono quasi sconvolta. Ma non lo fa.
    Si sporge verso di me: la sua barba mi sfiora le labbra, le guance. Io in piedi, nuda, decorata di mollette di legno, che mi contorco di dolore; lui vestito, pacato, bisbiglia al mio orecchio: “Tutto bene?”
    Ed io d’improvviso smetto di ansimare, di tremare, di avere paura; smetto di soffrire, le endorfine mi riempiono le vene, mutando il dolore in desiderio. Sgrano gli occhi e inalo la Sua presenza, me ne inebrio; annuisco: sì, va tutto bene, ora.
    Con studiata lentezza mi appende addosso ancora mollette; gemo. Le strappa a grappoli, di colpo. Urlo, barcollo; mi afferra al volo, mi tiene e mi riporta in piedi. Il dolore allora non è più una sofferenza ma un dono che Gli faccio, che Lui fa a me.
    Mi salgono le lacrime agli occhi ma sono lacrime di gioia, di meraviglia per sentirLo così vicino, per le Sue mani che mi passano sul corpo prima e dopo i colpi, che mi strizzano e mi coccolano; è gratitudine per le carezze sulla testa, per gli abbracci che mi tengono al mio posto.
    Non alzo lo sguardo; non ricambio gli abbracci; non mi sporgo per andarGli incontro. Premo solo il viso contro di Lui quando mi stringe; non oso muovermi, ma sono Sua.
    Mi lascio fendere dal Suo tocco, solcare dalla Sua volontà. Sono un mare in burrasca, tumultuoso in superficie, tagliato dalla Sua prua, e placido nell’immensa profondità che mi dona.