subservientspace

for this is what I feel

Categoria: vita

  • Attitudini

    Se c’è una cosa che odio, è sentirmi stupida. Sbagliare per ingenuità, per non averci pensato, per eccesso di zelo, per non aver chiesto per non disturbare.
    Nonostante tutto, sono una persona estremamente ingenua. Incorro spesso in questo sbagliare, perché mi mancano malizia e furbizia. E poi, dopo, vorrei prendermi a sberle.

    Se c’è una cosa che invece amo, è servire. Aiutare, mettermi a disposizione, fare qualcosa per gli altri, sentirmi utile. Soprattutto per lavori manuali, pratici, umili.
    Servire mi mette in uno stato di serenità; mi sento pacificata, a fuoco. Sono al mio posto e tutto l’universo si allinea.

    Ambisco alla responsabilità, nella mia vita quotidiana, ma non ci sono tagliata.
    Piuttosto, dovrei forse imparare a mettere a buon frutto la mia disponibilità a servire e tramutarla in attitudine, senza per questo farmi sfruttare.
    Sono felice e fiera di essere schiava, ma di chi decido io.

  • Sole e tempesta

    Viaggio veloce lungo l’autostrada. Alla mia sinistra nuvoloni neri e minacciosi si addensano, all’orizzonte già si allungano a terra in strascichi grigi di pioggia. Alla mia destra un cielo azzurro, placido, di un tardo pomeriggio che non vuole diventare sera.
    Viaggio così, veloce, lungo il limitare tra il sole e la tempesta; il confine frastagliato delle nuvole mi sovrasta e sembra seguire il percorso dell’autostrada, o forse sono io a seguire quel tracciato aereo. 
    Baciata dal sole e bagnata dalla pioggia; scrosci violenti si abbattono sulla mia auto, mentre alle mie spalle squarci tra nubi lasciano filtrare raggi di sole come segni di grazia divina.

    Allo stesso modo, nella mia anima il tumulto delle emozioni si contende spazio con la serenità.

    Viaggio veloce verso i Padroni, con il sole nel cuore e il diluvio tra le gambe.

  • Sguardi

    Che cosa vedo nei suoi occhi?
    Quando mi ordina di guardarlo, mentre mi sta facendo delle cose, i suoi occhi azzurri mi magnetizzano. Vorrei disperatamente distogliere lo sguardo, ma non posso. Lo guardo e i suoi occhi mi passano da parte a parte, mi catturano, mi soggiogano. Non sono più io; mi riverso a terra, esposta alla sua vista.
    Vedo scherno, potere, controllo. Vedo il suo divertimento mentre mi usa, mentre non posso impedirmi di sentire quello che mi fa e che mi scuote.

    Che cosa vedrà lui nei miei occhi?
    In quel momento in cui i nostri sguardi si incrociano, cosa vede che lo fa sogghignare? Cosa vede che lo fa infierire?
    Vede la mia anima rovesciata il dentro di fuori?
    Vede la mia paura, il mio desiderio, la mia brama, la mia umiliazione?
    Vede in me ciò che nemmeno io conosco di me stessa?

    Sotto il suo sguardo mi sento liquida, sciolta dal ghiaccio rovente dei suoi occhi.

  • Weekend

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    Torno a casa da questo weekend con una più profonda consapevolezza della mia sottomissione, ed una visione più chiara del fatto che è esattamente quello che voglio.
    (altro…)

  • Back in heels

    Sono felice di essere tornata sui tacchi.
    Adesso non c’è nessuno che me l’ha ordinato; lo faccio da me, per me. Indosso scarpe col tacco, meglio se alto.
    Certo, sono scomode e non posso correre. Però mi vedo bella.
    Troppo a lungo sono andata in giro in jeans e scarpe da trekking; troppo comoda, troppo dimessa. Ero diventata trasandata dentro.

    C’è sempre questo conflitto in me: da una parte amo essere sportiva, agile, pronta per il lavoro manuale; jeans, maglietta, scarpe basse, marsupio, berretto. Non una fighettina incapace.
    Dall’altra parte, però, ambisco ad essere carina, sexy, elegante; gonna, tacchi alti, abiti fascianti, foulard. Delicata, non una maschiaccia senza maniere.

    Ci sono queste due anime in me. Se lascio che una delle due prenda il sopravvento per troppo tempo, mi sento snaturata, a disagio. Riuscire a dar voce ad entrambe, bilanciarle e appagarle, è un lavoro d’equilibrio complesso e faticoso.

  • Sforzo sovrumano

    Ho sempre addosso questa terribile sensazione di non fare abbastanza, o abbastanza bene; un’angoscia che mi mordicchia i calcagni, che mi stringe la gola. Mi sento in difetto, inadeguata, sbagliata; aspetta, non era mia madre che mi diceva così? A volte penso: è una mia inclinazione naturale. Ma in realtà è innaturale, indotta; innestata in me fin da piccina, ha radici così profonde e viticci così avviluppati nel mio animo inconscio che fatico a tranciarli. Una mala pianta che confondo con le mie vere radici, ma che mi toglie acqua, ossigeno, vita.

    C’è anche, sempre, lei. Riesco a non pensarci ma salta sempre fuori. Con nessun’altra mi viene questo feroce senso di competizione – non così feroce. Un senso di smacco terribile perché non faccio le stesse cose che fa lei, o non come lei, o di più, o meglio, o chissà.
    Non ha forse anche lei il diritto di viversi i cazzacci suoi? Pubblicare le foto che le pare, dichiarare quello che le pare, condividere quello che le pare, vivere quello che le pare?
    Certo.
    Forse il punto è: non ho forse IO il diritto di vivermi i cazzacci miei, eccetera?
    Ecco, perché forse questa invidia che mi rode mi sale perché nego a me stessa di dire/fare certe cose. Mi trattengo nella convinzione di essere in torto, di non dovermi permettere, di non avere diritto. Per non disturbare, non dispiacere, non indisporre.
    Ma nessuno me l’ha chiesto; nessuno mi ha mai detto che disturbo, né che dispiaccio.

    Compio uno sforzo sovrumano che non ottiene riconoscimento, perché a nessuno è mai venuto in mente che dovessi farlo; tranne che a me.

  • Adesso sono io

    Adesso sono io la terza, l’altra. La secondaria. La slave.
    So qual è il mio ruolo; so qual è il mio posto. Certo, come ogni animale ogni tanto alzo la testa, reagisco, mi ribello; ma solo per essere tenuta giù. A questo ambisco: ad essere tenuta giù.
    Non voglio ferire nessuno. Non voglio provocare dolore inutile, dolore superfluo.
    Sta a me. È compito mio, ora, la rassicurazione. È mio dovere stare buona e non provocare: gelosie, attriti, sofferenza, incomprensioni. Non pretendere nulla oltre ciò che mi viene concesso. Non pretendere nulla oltre ciò cui ho diritto.

    Posso dire: sono stata tentata. Mi sono trovata in quella stessa situazione. Dall’altra parte. Ma ho scelto diversamente. Certo ho avuto paura; paura di cedere. Perché sono umana e di carne.
    Ma ho pensato: no, io non sedurrò il Padrone.

    Mi ha battuto il culo con forza per un’ora e ne sono uscita sbavante, tremante, ubriaca – ma con ancora le mutande addosso.

  • Sub drop

    Si definisce “sub drop” (con la controparte “Dom drop”) uno stato di depressione ed apatia in cui può cadere il sub dopo una sessione particolarmente intensa, anche il giorno dopo o i giorni successivi. A livello biochimico è un calo fisico di tutte le endorfine e le altre sostanze rilasciate durante la sessione.

    Sono in sub drop da due settimane.
    Pur con alti e bassi, dall’ultima sessione ho avuto un calo di umore pauroso. Mi sento incapace, brutta, inadeguata eccetera, e ho pochissima voglia di fare alcunché. Poi per fortuna mi ripiglio e ciò che devo fare lo faccio, ma sono costantemente sull’orlo dell’umor nero. Basta pochissimo per imparanoiarmi o sentirmi una cacca.
    Aver trovato in rete la definizione di sub drop mi ha almeno dato una risposta al perché sto così.

    Sono in pensiero sia perché non vedo l’ora di poter stare ancora col Padrone e non so quando potrò (per motivi prettamente logistico-organizzativi), sia perché ho paura di questo mio desiderio. Non è possibile, non voglio che questo abbia un’influenza così forte su di me. Eppure, è anche il suo bello: se non mi lascio andare a questo, all’appartenere, al dipendere… che senso ha un rapporto D/s?

  • Limiti

    Per me, nel bdsm, i limiti e il fatto che debbano essere rispettati sono due cose sacrosante. Ho imparato che ho dei limiti, e ho imparato a dichiararli e a pretendere che siano tenuti in considerazione, da me e da chi gioca con me.
    Ad esempio, gli sputi sono un limite per me; mi fanno senso.
    Poi, chiaro che so, accetto, desidero che i miei limiti possano essere spinti un po’ più in là; che possano essere messi in discussione. In una scena di umiliazione in cui fossi molto presa, potrei accettare uno sputo, anzi probabilmente mi piacerebbe… ma non in faccia o in bocca. I limiti possono essere spinti con cautela, non travolti.

    In un altro contesto, il Padrone mi suggerisce (ordina?): “Impara ad accettare i tuoi limiti!”
    Io penso: “Uffffffff sì certo, come no”, incapace come sono di ammettere di non farcela a far qualcosa (cfr post precedente).

    Allora: perché nel bdsm non ho (più) problemi o remore ad ammettere, accettare e difendere i miei limiti, e nella vita quotidiana io per prima me li calpesto, incapace persino di riconoscere di averne? 

  • 100

    Tanti auguri a me!
    Per il centesimo post del mio blog, ho deciso di farmi un regalo e passare a pro, acquistando il dominio. Ora questo posto è più mio che mai.