subservientspace

for this is what I feel

Categoria: vita

  • Al centro commerciale

    Con il corsetto e i tacchi alti. Camminare a testa alta, ignorare la folla prenatalizia, sentirsi bene.
    Calma tranquillità, senza fame nervosa, senza ansia.
    Lo spirito del Natale per me ha il segno inconfondibile di un cane.
    Sentirmi al mio posto, collarata; nient’altro.

  • Ciò che resta

    Anche se non mi restano segni
    (e quanto li vorrei, ma
    ho la pelle refrattaria)
    la feroce sensibilità che mi rimane addosso
    che mi rende la pelle uno strato di fuoco
    che trasforma la stoffa più leggera
    in carta vetrata
    questa sensibilità mi parla di Te
    di quello che è accaduto
    di quello che ho provato
    – che mi hai fatto provare.

    Seppure sembrino così rosa
    e tranquilli
    i miei capezzoli urlano
    un ringraziamento.

  • Genitalità

    Sfoglio una margherita, un petalo alla volta, come da bambina: il bdsm è sesso, il bdsm non è sesso, lo è, non lo è, lo è, non lo è…
    Come sempre, divisa in due. Non mi capisco da sola. Siamo in due qui dentro, in questo cervellino angusto, e ogni volta che ci giriamo ci piantiamo gomitate negli occhi. Che fastidio. Immagino come dev’essere per chi, da fuori, cerca di raccapezzarsi.

    Ricordo che anni fa, al moroso, dissi: non mi mettere mai, e dico mai, una mano sulla testa mentre ti faccio sesso orale; è una cosa che mi fa stare male, mi fa sentire violentata; giurami di non farlo mai.
    Invece è una delle cose che mi fa eccitare di più.

    Non è che dica bugie; non lo faccio apposta. Cambio idea, forse, oppure parto credendo una cosa e poi mi accorgo che non è come pensavo.
    Ho sempre tanta paura, questo sì; così che talvolta quello che credo di sentire è invece un inganno della paura, che mi accartoccia i sentimenti, me li copre di cartaccia e mi dice “vedi che roba brutta”.
    Desidero e ho paura di quel desiderio.

    Nelle mie fantasie il Padrone mi scopa fortissimo, con cattiveria e nessun riguardo.
    Nella realtà preferirei che il sesso genitale, la penetrazione, addirittura il sesso orale, proprio non esistessero nelle mie sessioni. Vorrei concentrarmi solo sul dolore, i colpi, la devozione, eccetera.

    Però poi mentre sono lì mi viene voglia, eccome se mi viene. E allora?
    Allora come al solito non so, mi sgomito in testa e arranco faticosamente in avanti, adesso al guinzaglio, sperando che Lui ci capisca qualcosa e me lo spieghi. A sferzate, possibilmente: inciso nella carne il concetto mi arriva al cervello con più forza.

  • Il leone

    E posso certo dirti che dimenticherò il significato del verbo “volere” quando sono in ruolo. E’ un gioco che ci sta, un abbandono sereno a una volontà altra dalla mia. Sono qui per questo.

    Ma dentro di me, non lo dimenticherò mai.
    Ho faticato tanto per conquistarmelo, per guadagnare a me stessa il diritto di dire “io voglio”; ho pianto, urlato; ho creduto davvero di non avere diritto di volere nulla, che i miei desideri fossero merda, che il solo fatto di desiderare qualcosa per me stessa fosse un atto infame che rovinava la vita delle persone attorno a me. Ho sudato e gridato e sanguinato per riappropiarmi della consapevolezza che desiderare non è un male assoluto; che anche io ho diritto di volere qualcosa. E non sto parlando di capricci.
    Ed è anche grazie a questo se ora sono qui dove sono, ai tuoi piedi. Perché lo voglio.

  • Un’attesa finita

    Così tante aspettative. Così tanta tensione.
    Mi slancio e poi altrettanto repentinamente mi ritraggo. Anelo e rifuggo ciò che desidero: due passi avanti, uno indietro; uno di lato. Timide mosse di avvicinamento. Dubbi, domande, timore di porle.
    Ora dipende da me, da lui, dal tempo. Inizia un percorso. Il sentiero si spiana davanti a me soleggiato, caldo, sterrato; non so – non posso sapere – se sarà liscio o dissestato, cosa incontrerò, né dove mi porterà.
    Quello che so, è che sono accompagnata.

    Un primo passo; un ordine.
    Sarò qui, Sir: dove tu mi metti.

  • Reazioni

    Sono prevedibile nelle mie somatizzazioni.

    Posso reggere ansie, stress, frustrazioni, urlate, fatiche, sforzi fisici e mentali.
    Ma fà che per sole due ore la mia attenzione torni a quel pensiero, ed esso infiltrerà il mio corpo dacché la mia mente lo rifiuta.

  • Sola

    Ciò che mi mancava prima, non ce l’ho neanche adesso.
    Peggio: non ho più neanche ciò che avevo.
    Non mi pare di avere fatto una scelta saggia, eppure in quel momento era l’unica possibile, perché comunque le cose non andavano bene. Solo che continuano a non andare bene, e mi manca un padrone.

    Mi sento sola, ancora una volta.
    Senza nessuno con cui confidarmi; apro facebook e vorrei scrivere qualcosa per sofgarmi, uno status allusivo, un grido d’aiuto, qualcosa: ma non lo faccio mai perché non voglio piagnucolare in pubblico, non mi va che chicchessia sappia i cazzi miei, e in fondo ancora non mi decido a chiedere aiuto chiaramente. Continuo a sperare nella telepatia, anche se so che non funziona.
    Mi sfogo qui, dove non mi legge nessuno. Piango da sola nella mia stanza, sorrido agli altri, dico “va tutto bene”, cerco libri di magia in cerca di una via, una guida, qualcosa, mi lascio travolgere dall’ansia per un lavoro che non mi sento in grado di fare, vorrei sfogarmi nel cibo ma sono già ingrassata e la mia autostima ne risente già abbastanza, grazie.

    Sbatto qua e là contro i vetri della teca sotto la quale mi sono posta.

  • Virgilio

    Sei stato il mio Virgilio e mi hai guidato quando la mia diritta via era smarrita.
    Da sola non trovavo la strada; questo mio viaggio non l’avrei potuto compiere senza di te, anche se, come mi ricordi, sono io che l’ho fatto; in ogni caso, grazie. Le stelle che (ri)esco a vedere ora sono magnifiche.
    Ci salutiamo, ma continuo il mio viaggio, e indietro non ritorno. Ti porto nel cuore, e so che ci sei.
    :*

  • Resto perché voglio restare

    Solo un paio di giorni fa tramavo tra me e me: adesso lo lascio. Me ne vado. Così impara.
    Non era chiaro nemmeno a me cosa dovesse imparare da una cosa simile, veramente. Però stavo male, lo dico a mia (parziale) discolpa. Abbattuta dallo stress, dall’influenza, dall’antibiotico, dal vedermi gonfia e ingrassata… poker.
    Ma anche lui ha i suoi problemi e lo sai. Mi dicevo. Sì però faccio i capricci, uffa uffa. Avere una parte di sé che batte i piedi e fa il broncio è una scocciatura. Sono mesi che vorrei, che voglio, e lui non può! La lamentela continua penetra nelle mie povere difese indebolite. Guardo questa bambina-slave viziata che salta qua e là, minaccia di trattenere il fiato fino a scoppiare, e vuole andarsene per risentimento, per egoismo ferito e frustrato. Non riesco a reagire.
    Un mattino finalmente lo sento, dopo giorni di letto, parenti, riso bianco, mele cotte, telefonate di lavoro e quant’altro. (Veramente il riso bianco e le mele cotte non erano male).
    Lo sento e la bambina che stringe i pugni svanisce nel nulla.
    “Mi manchi”, gli dico. E tutte le recriminazioni, le richieste, i vattelapesca? Vattelapesca, appunto. Cedo, lascio andare, apro il cuore e i sentimenti veri scorrono, riscaldandomi. E’ vero, non sto al meglio, ma va così. Quello che è importante, che riconosco finalmente senza opporvi resistenza, è che non è vero che me ne voglio andare.
    Poi, arrivano le notizie di merda. Quelle davvero di merda, che tocca usare le parolacce, quelle della vita quotidiana. E il mio desiderio di restare si fa persino più forte.

    Padrone, è un periodo di merda, ma sono qui.
    Sono la tua slave e qui voglio restare.
    Quello che sento nel cuore è che non contano l’apparenza, l’apparato, la quantità. Io so di appartenerti, ancora. Questa appartenenza non è giunta a termine, non importa quanto sia un periodo di merda. Ti posso sostenere, ti posso aspettare. Resterò accucciata sul tappeto e ti guarderò senza chiederti nulla, come fanno i cani, con occhi che abbracciano e nessuna pretesa.
    Ti voglio bene Padrone.

  • Guinzaglio sganciato

    Corro e corro, salto e rotolo e mi allontano sempre di più.
    Ogni tanto mi giro a guardare dall'erba alta e sei sempre più distante.
    Perché non mi corri dietro? Perché nemmeno mi richiami?
    E mi allontano sempre di più, sempre meno gioiosa e giocosa, sempre meno felice di questa libertà, sempre più piena di risentimento.
    Sei sempre più distante e ti odio da morire. Perché sei così distante?
    E ancora corro e mi allontano.
    Perché non mi insegui per riprendermi?
    Perché, mi chiedo, ferma e ansante con lo sguardo rivolto a te, ormai misero puntino sull'orizzonte, perché nemmeno mi richiami?
    Che rabbia, che rabbia! Ti odio, ti odio! E ringhio e piango e guaisco, vedendoti fermo laggiù, che pure guardi verso di me, il guinzaglio in mano. Maledetto, maledetto!
    Come mi manchi.

    E di punto in bianco mi ritrovo a chiedermi se per caso i tuoi fischi non si siano perduti nel vento. Se io abbia più o meno consapevolmente ignorato i primi richiami, per poi allontanarmi fuori portata d'orecchio. E mi rendo conto che non è che sei distante; è che sei rimasto fermo. Sei rimasto fermo.
    E io sono corsa via.

    E' una lunga strada da percorrere a ritroso in mezzo ai cardi, con la coda tra le gambe. Ma so che non verrai tu a riprendermi. Stai aspettando il tuo cane.
    Sarà una lunga dolorosa strada da percorrere a ritroso, ma forse, una volta tornata, mi accorgerò che sarà stata più dolorosa la strada apparentemente gioiosa per allontanarmi da te.