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for this is what I feel

Categoria: vita

  • Pilates semenawa

    Il pilates per me non è semplice ginnastica: è terapia fisica per mantenere in asse la mia schiena, dove le mie vertebre tendono a fare un po’ di testa loro. Il lavoro di rafforzamento del core (muscoli addominali e lombari) mi serve da busto naturale, per evitarmi dolore e pratiche più invasive e pericolose.

    Ma non solo.

    E’ terapia fisica anche nel senso che mi aiuta a mantenermi in contatto con il mio corpo, con cui ho un rapporto diciamo conflittuale. Ma ho bisogno di sentire il mio corpo, di scendere dalla torre d’avorio che è la mia testa e calarmici, diventare percezione fisica.

    In qualche modo, il pilates attiva sensazioni simili a quelle che provo in sessione. Simili ma contrarie: nelle corde mi lascio andare, sul reformer devo mantenere il massimo controllo, stringere muscoli, fare attenzione alla posizione della schiena, del bacino, delle gambe, di tutto.

    Eppure allo stesso modo finalmente spengo il vociare dei miei pensieri e sento col corpo. Respiro, riposo nello sforzo, mi rilasso nella fatica fisica.

  • Stanca

    Gli impegni mi inseguono, la fatica mi affossa. So di avere preso l’impegno più importante: quello con me stessa. Scrivere.

    E però lunedì sono stata male, e la settimana è stata terrificante. Sono, anche io, umana.

    Mi è stato detto: datti il permesso di fallire.

    Terribile: solo la prospettiva di fallire mi angoscia. Ma cos’è il fallimento, per me? Cosa significa? È deludere gli altri, sentirmi immeritevole, inadeguata. Allora, forse, ogni tanto, magari, posso lasciare andare questo senso di opprimente aspettativa che da sola mi carico sulla schiena e che mi piega in una sofferente stanchezza che non erotizzo in alcun modo.

    Ho fallito di scrivere; continuo a scrivere oltre il fallimento, attraverso il fallimento. Immersa in una fatica che è un pantano e mi rallenta ma non mi ferma.

    Non voglio che mi fermi.

  • Un anno

    Senza che me ne accorgessi è passato un anno da che ho deciso di scrivere due post a settimana, tutti i lunedì e venerdì, qui sul blog. Avevo deciso e iniziato a gennaio 2021, qui. E ce l’ho fatta.

    All’inizio pubblicavo alle 20, poi con il lavoro nuovo è diventato troppo presto, e sono passata alle 21. Qualche volta ho fatto tardi e ho pubblicato dopo l’orario consueto. Qualche sera mi sono dimenticata ed ho recuperato il giorno dopo. Qualche giorno (ma pochi) ho saltato perché ero in ferie. Ma l’ho fatto. Ho mantenuto la parola che avevo dato a me stessa.

    E’ un altro, piccolo, lavoro. Un impegno che ho scelto, ma al quale non è stato banale essere fedele. Non è neanche un lavoro così piccolo, a pensarci bene, poiché parla di me, di cose mie, che mi coinvolgono e mi toccano da vicino. Mi chiede di metterci me stessa.

    In questo anno i follower e i lettori del blog sono cresciuti e il cuore mi si colma di gratitudine per ogni singola persona che mi legge. Non faccio grandi numeri ma sono contenta.

    Scrivere di me, delle mie cose, è anche metterle in ordine dentro di me. Dopotutto questo blog era nato come un diario online, privato ma pubblico, personale ma visibile.

    Sono contenta di esserci riuscita. E di continuare a riuscirci.

  • Need/Want

    Giocando a World of Warcraft si possono fare delle incursioni in gruppo in sotto-ambienti dedicati che si ricaricano da zero per ogni gruppo che ci entra, detti instance (mentre il resto del gioco è in tempo reale per tutti). Nelle instance si combattono dei mostri speciali che, morendo, lasciano un loot (un bottino) speciale. Siccome si è in gruppo, il bottino è offerto a tutti i membri del gruppo, e quando appare ognuno può cliccare “want” se lo vuole o “need” per accaparrarselo. Se tutti scelgono “want” il gioco seleziona un vincitore a caso, che ottiene l’oggetto; se uno sceglie “need” l’oggetto va a lui.

    Per me il BDSM è un “need”.

    Non è solo una cosa che desidero, che vorrei ma così, senza impegno, cui partecipo e se la ottengo bene, se no bene lo stesso, l’importante è partecipare e divertirsi. No. Entro in questa instance apposta per averlo, ne ho bisogno.

    Non solo: il BDSM per me è sia l’instance stessa sia il loot da ottenere. Un’esperienza unica, che si ricrea per me ogni volta che ci entro, anche se può sembrare uguale a se stessa. Un dono che mi porto indietro, speciale e prezioso, che mi servirà poi nel resto della mia vita, per stare bene, per affrontare tutto il resto.

  • Tedio

    Il numero dei contagi 

    Il numero dei ricoverati 

    Sempre le stesse notizie 

    Contatto di un positivo 

    Contatto stretto di un positivo 

    Faccio un tampone 

    Fai un tampone 

    Ripensaci: ho tenuto la mascherina però poi l’ho tolta però in quel momento l’avevo 

    Ho sanificato le superfici 

    Ho sanificato le mani 

    Ho scarnificato le mani a forza di gel 

    Qualcuno mette ancora i guanti 

    La quarantena

    L’autosorveglianza

    La mascherina FFP2 sempre

    In tutto questo la mia voglia va in isolamento anche lei 

    Tanto non ci possiamo vedere e i giorni passano e le settimane passano 

    In una sola parola: 

    tedio 

  • Nerd

    Da tempo mi sono accorta di quanto ci sia sovrapposizione tra larper e bdsmer e questa comorbidità tra nerditudine e BDSM mi piace un sacco. Mi sono ritrovata ad appartenere a due diverse community che così diverse non sono, anzi, si intersecano.

    Questa vicinanza credo dipenda da un animo esploratore: le persone che fanno gioco di ruolo dal vivo, o anche solo gioco di ruolo, e quelle che praticano BDSM, sono esploratori del proprio animo.

    Mentre si è nel gioco si è più liberi: è possibile esplorare lati nascosti di sé, protetti dalla maschera del personaggio. Ci si avvicina a lati magari oscuri, che forse diversamente non si potrebbero accettare: giochi di potere, identità, espressioni di genere, peculiarità sessuali o meno. Si cerca ciò che è celato agli occhi propri e altrui nel “mondo reale”. E spesso si scoprono cose di sé. Perché se anche il gioco è un gioco e le storie sono di fantasia, le emozioni che si provano sono assolutamente reali. Questa esplorazione si può esprimere al meglio perché si tratta di un ambiente protetto, circoscritto, con un inizio ed una fine e vivendo in una persona che è altro da sé (per quanto sia sempre un aspetto di sé). Protetti dal ruolo e dal framework, ci si immerge: si può essere crudeli e manipolatori, o disperati e compiacenti, con una storia traumatica alle spalle che aspetta solo di essere vissuta, esposta, affrontata.

    Anche il BDSM è un modo protetto di esplorare, perché si è nel framework del consenso, della negoziazione, della comunicazione, e si possono vivere cose che nel “mondo normale” sono tabù, o peggio. Dominazione, sottomissione, degradazione, sadismo. Spiriti affini e speculari si incontrano e realizzano i propri desideri profondi, denudando anima e corpo per permettere alla creatura misteriosa che li abita di uscire ed esprimersi, per sentirla agitarsi nelle proprie viscere e suggerne le frastagliate emozioni che suscita.

  • Sono proprio io

    Sono proprio io, sono qui. Sono io che sto facendo queste cose, che sto dicendo queste cose, che sto vivendo queste cose.

    A volte, d’improvviso, mi coglie questa consapevolezza improvvisa: l’avvenimento che si sta svolgendo ora, che io credevo sarebbe potuto succedere solo a qualcun altro, o solo come fantasia, sta accadendo davvero e al centro ci sono io.

    Mi succede sul lavoro, quando mi scopro a gestire responsabilità di cui non mi sarei mai creduta capace. Di colpo mi vedo sia da fuori di me sia da dentro, come succede nei sogni: sono io ma sono anche qualcun altro. E prevale l’emozione razionale di accorgermi che sono proprio io, in prima persona, e lo sto facendo, ci sto riuscendo.

    E mi succede, ma ad un livello molto più animale, più basso, viscerale, profondo, quando sto subendo una pratica BDSM. Qualcosa che non avrei mai creduto possibile, che mi afferra e mi scuote e mi smuove emozioni e sensazioni che non mi conoscevo; in mezzo a questo turbine non solo ci sono io ma ne sto anche godendo, mi sto lasciando aprire, rivoltare ed esporre fino a restare senza parole, senza fiato. Sono proprio io nel momento in cui resto senza me stessa.

  • Propositi

    Diventare ancora più consapevole di me e dei miei desideri

    Desiderare di più

    Chiedere di più

    Immergermi ancora più in profondità in me stessa, nei miei torbidi abissi, e lì galleggiare a lungo tra piacere e dolore

    È un nuovo anno e sono pronta

  • Niente

    Nonostante il lavorio quasi incessante di elucubrazioni che mi arrovella il cervello senza sosta, a volte non ho molto da dire.

    E altre volte, proprio niente.

    Allora, credo, meglio il silenzio, per non tediare con noiose reiterazioni di pensieri già espressi e rimasticati.

    Poi, a volte, anche se non ho niente da dire provo a dirlo lo stesso.

  • Lasciare che quel nodo si sciolga

    Io so di vivere la maggior parte del mio tempo in modo molto molto irrigidito. Tengo tutto a freno, tutto a bada: controllo, controllo. Ho una app per tenere traccia delle cose da fare, ho promemoria, ho appunti, ho google calendar, ho liste. DEVO tenere tutto sotto controllo, ricordarmi tutte le cose da fare e farle tutte senza fallo. Se invece di 100 faccio 99, non va bene: non è abbastanza. Dovrei fare almeno 100, meglio se 110. Ma non sento mai di avere fatto 110, figuriamoci 100. Tutte le 99 cose fatte spariscono dal mio orizzonte come dalla lista delle cose-da-fare della app (visto che sono fatte): nel mio cervello restano solo le cose ancora da fare, che mi ronzano attorno come falene ad una lampada, ricordandomi fino allo sfinimento che non ho fatto tutto.

    Così, finisco per essere estremamente sostenuta, tesa, proiettata verso gli infiniti obiettivi da raggiungere; per dirlo in veneto (che rende): mi insusto.

    Quando qualcosa interferisce, sia esso il traffico, la pioggia, o una persona, mi sale un nervoso spaventoso. Eppure lo so che il punto non è l’imprevisto, ma l’eccesso di rigidezza in partenza. Mi sento così chiusa, annodata su me stessa, sugli impegni, sul tu devi, ingabbiata in un vortice di impegni che non mi lascia scampo.

    Poi, qualche volta, riesco a mollare un po’. Per qualche istante rilasso le spalle, respiro a fondo, chiudo gli occhi e lascio che quel nodo che mi sento nel petto si sciolga.

    Ho fatto abbastanza; ho diritto ad essere stanca, a riposare, a guardare il tramonto e non il cellulare. Posso non completare anche questo compito, pensarci domani. Posso dire: non ce la faccio; e non condannarmi per questo.

    Davanti al sole che scende infuocato dietro le nuvole basse illuminandole di rosa e di azzurro; o respirando a fondo l’aria pulita che viene dal prato e dal fiume mentre mi perdo con gli occhi nella contemplazione della natura; o ascoltando il canto del corpo che fatica nello sforzo fisico, quando pedalo o cammino e vado distante; o mentre sono nelle tue corde e sotto i tuoi colpi, con la carne costretta e la mente libera.

    Almeno, per un poco, riposo.