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for this is what I feel

Categoria: vita

  • Relazione

    Di rado nella mia vita BDSM ho fatto cose con qualcuno con cui non avessi una vera e propria relazione. Mi è capitato di ricevere delle sculacciate “una botta e via”, sempre e solo mentre NON ero in relazione, perché mai mi sarei permessa di fare alcunché con alcuno se fossi stata sotto Padrone: lo avrei vissuto come un mio tradimento, un mio non essere una brava schiava – e l’ho vissuto così anche quando talvolta ho visto altre persone con il consenso del Padrone! Tanto è innestata in me questa forma mentis di appartenenza e devozione. (Eppure ho un marito e continuo ad averlo, ma è come se fosse in un altro scompartimento, in un diverso comparto relazionale)

    Certo, una relazione è faticosa da portare avanti, per me che sono così tanto un’introversa. Richiede tempo, impegno, dedizione, investimento. E contemporaneamente, è fondamentale.

    La relazione amplifica le sensazioni che provo nel fare le pratiche BDSM: dà loro profondità emotiva, spessore, significato. Non accadono in un vuoto, non solo solo cose che si fanno (per quanto piacevoli, indubbiamente), ma diventano un modo per comunicare, per sentirsi, ovvero per sentire sé stessi e l’altro, cosa che amplifica tutto il sentire. Le pratiche allora esistono come mezzo e non solo come fine.

    Mi ricordo che il mio primissimo Padrone, Pietro, mi disse che senza la parte mentale quella fisica era insensata. Gli credetti, e in parte ritengo ancora che avesse ragione. Ma ho imparato che per me vale anche il contrario: senza la parte fisica, quella mentale diventa vuota. Vivo un bisogno letteralmente fisico del BDSM. Ho necessità che l’intensità del legame emotivo si concretizzi in atti fisici altrettanto intensi. Così come gli atti fisici aumentano di intensità all’aumentare dell’intimità relazionale. Arrivano più in profondità. D’altra parte, come si potrebbe realmente vivere fino in fondo una scena di degradazione e umiliazione senza avere un legame col proprio carnefice?

    Quel legame è per me vitale per scendere e anche per risalire da certi abissi: è la luce che guida verso casa; la mano che mi spinge sott’acqua è la stessa, l’unica, che mi può far riemergere.

  • Valore

    Talvolta tutta la fatica è dovuta al solo fatto che ricerco l’assoluto.

    Talvolta ragiono ancora pensando che se qualcosa (qualsiasi cosa) non è totale allora non è nemmeno minimamente abbastanza. Invece forse la cosa più preziosa che ho imparato durante il lockdown è stata la three minutes rule: se non ho tempo (o voglia, o altro) per fare un’ora di esercizio (o scrittura, o altro), posso farne tre minuti. Come, tre minuti, ma è pochissimo, dovrei fare un’ora! Ma non ce l’ho un’ora, così quello che faccio è rinunciare del tutto. Invece: meglio tre minuti di zero. Meglio poco che nulla. Meglio un risultato parziale di nessun risultato. Meglio l’imperfezione di una perfezione inarrivabile.

    Quando allora accetto che il valore che vorrei per me stessa non sia assoluto, ma relativo, allora sto bene. Il mio valore non è assoluto: è mio, e questo è tutto ciò che conta.

  • Troppe cose da fare

    In alcuni momenti penso di non farcela, di non starci più dietro, di non riuscire più a seguire tutto. Mi sento affaticata, anzi: sono proprio stanca. Vorrei solo buttarmi in un angolo, magari con una coperta, chiudere gli occhi e riposare. Non sentire la pressione, la costante presenza sul fondo della testa che mi dice: c’è da fare questo e quello, sei in ritardo, hai dimenticato quella cosa. Riposare.

    Ma il mio riposo è quello del guerriero: solo al termine della lotta. Non conta quanto possa essere ferita o contusa o distrutta: se c’è ancora da fare, da combattere, allora non è ancora il momento di fermarmi.

    Nel turbinare degli impegni la fatica annebbia quasi tutto. Sembra di osservare il mondo da dietro una coltre di fumo. Le sensazioni sono offuscate, le voglie ottenebrate: come faccio a volere qualcosa, quando non ho fiato nemmeno per respirare?! Con quali forze potrei seguire un qualsiasi desiderio? Risparmio energie e viaggio sul minimo.

    E poi ogni tanto, a caso, la stanchezza è tale che non riesco più nemmeno a tenere su i filtri per escludere ciò che non credo di poter sentire perché troppo stanca.

    E la voglia è sempre lì.

  • Quarantenne

    Leggo Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto. 

    All’inizio del libro, il protagonista giovane, bello e criminale ha fatto un’arte di sedurre le quarantenni per approfittarsi del loro denaro, o meglio di quello del loro marito ignaro. 

    Mi rendo conto d’improvviso che parla delle “quarantenni” come di una specifica categoria di donne le cui peculiari caratteristiche non vengono esplicitate ma sono autoevidenti: già solo dire “quarantenni” le inquadra molto bene, le rende riconoscibili: annoiate, parcheggiate in un matrimonio di comodo, ma estremamente vogliose e desiderose di andare a letto con un ventenne aitante. 

    Leggo e realizzo: io sono una quarantenne. 

    Di colpo questa categoria di cui leggo mi appartiene: parlano di me. O meglio, non proprio di me: di una generalizzazione in cui rientro, a nessun altro titolo se non l’età. 

    Faccio parte davvero di questa categorizzazione? Non quella anagrafica cui per forza di cose appartengo, s’intende, ma quella implicita. Corrispondo a questo stereotipo? 

    (Spoiler: no)

    E’ sempre curioso accorgersi di rientrare in una categoria stereotipata. Si pensa sempre che i modelli siano applicabili agli altri, una cosa in cui incasellare le altre persone, non se stessi: noi siamo sempre unici e distinguibili, ai nostri propri occhi, poiché conosciamo tutte le infinite sfaccettature che ci caratterizzano e che impediscono le generalizzazioni. Eppure, per gli altri non abbiamo la medesima empatia. Così, trovo divertente accorgermi di rientrare, ad occhi altrui, in un modello, solo sulla base dell’età, che si porta dietro altre caratteristiche. E’ sempre interessante riuscire a guardarsi da fuori. 

  • Non importa

    È quello che dico quando qualcosa mi ferisce, o quando desidero qualcosa che non posso avere, o quando qualcosa che mi aspettavo (da qualcun altro o da me stessa) non avviene.

    Non importa.

    Quando me lo dico, è un segnale che quella cosa, invece, importa. Spesso importa molto. Ma accettare la ferita è talmente doloroso che preferisco chiudere me stessa ad ogni sensazione, diventare di sasso, insensibile (credere di riuscirci) e sostenere che non importa, non era importante, anzi, non me ne è mai importato nulla fin dall’inizio, figuriamoci.

    Sono così abituata a lasciare da parte cose cui tengo fingendo indifferenza che è diventato un automatismo; fatico a ridestarmi da quel torpore. Di contro, mi attivo su cose che non hanno valore per me (magari perché lo hanno per qualcun altro) e la confusione che ne deriva mi lascia attonita e arrabbiata senza capirne la causa.

    Mi piacerebbe imparare a capire cosa davvero non importa. Cosa posso serenamente lasciare andare, su cosa posso non preoccuparmi, a cosa posso dire di no con un’alzata di spalle. Capire cosa è importante ha questa preziosa controparte: capire cosa non lo è.

    Mi piacerebbe imparare a dire: mi importa.

  • Da sola, ogni volta

    La fatica che faccio a chiedere aiuto, a chiedere supporto, a chiedere. Ogni volta il mio primo istinto è pensare di essere sola, di dovermerla cavare da sola, anche perché se non ce la faccio da sola vuol dire che sono incapace, indegna.

    A volte sono sola davvero.

    La sensazione allora è che tutto sia sulle mie spalle, l’intero peso del mondo, dalla cosa più piccola alla più grande. Mi sento schiacciare e vorrei solo fuggire, arrabbiata, con un senso tranciante di ingiustizia. È ingiusto che si pretenda questo da me: non sono in grado, non vedete?! lo fate apposta per deridermi, per vedermi fallire!

    Ma non c’è davvero nessuno a caricarmi di quel peso, sono solo sensazioni. Che con fatica imparo a scrollarmi di dosso, insieme a quel carico immaginario.
    Un poco lascio andare, un poco mi impegno e porto a termine. Se riesco da sola mi sento potente.

    Il punto allora è non lasciarmi trasportare dalle convinzioni della mia mente, dai suoi inganni: trovarmi da sola non è una conferma delle mie peggiori paure, è solo una circostanza; farcela non è la riprova della mia onnipotente autarchia, ma solo un effetto.

    Navigo a vista in queste acque profonde e imprevedibili che sono la mia mente; un poco alla volta cresco, sbaglio, imparo.

  • Il valore di quello che hai già

    Me lo spiega così il responsabile acquisti che ha bisogno di un’estrazione di dati del magazzino: se ha già in magazzino le quantità necessarie di quello che dovrà spedire ai clienti entro il mese, qual è il valore di quella merce? Quanto vale quello che hai già?

    Per un attimo mi sospendo. Un pensiero mi attraversa. Mentre mi riprendo e mi metto a spiegargli come estrarre quel dato nel programma, lascio che quel pensiero mi galleggi nel fondo della mente, aspetto che sedimenti.

    Qual è il valore di quello che ho già? Conosco davvero le mie giacenze? Sono consapevole di ciò che ho – e non dico solo le cose materiali, naturalmente, e nemmeno solo le relazioni che ho in essere. Ma le mie risorse, le mie capacità, i miei pregi (ma anche i difetti), le cose piccole ma buone, le nozioni che ho imparato, le memorie che conservo, i pensieri che penso. Tutte queste cose, che indubbiamente mi appartengono, hanno valore, anche se spesso non ci penso, o finisco per focalizzarmi invece su ciò che mi manca, su quello che dovrò acquisire o che penso mi sarebbe necessario.

    Ma io ho già delle cose. E per averle le ho pagate, con la fatica e il sudore e le lacrime, anche, talvolta. Qual è il valore di quello che ho già, per me? A questo voglio pensare. È questo un dato che desidero estrarre da me, perché mi è importante e utile conoscerlo.

    Perché quel valore esiste ed è più alto di quello che penso.

  • Vedere l’arcobaleno

    Anche nelle avversità, nello stress, nelle giornate di merda, nel casino, nel disagio, ho scoperto che è sempre possibile apprezzare le cose belle, i piccoli doni, le piccole gioie.

    È sempre possibile imparare ad alzare il viso nella pioggia per vedere l’arcobaleno durante il temporale.

    Il masochismo purtroppo non salva dal fastidio del quotidiano. Ma mi ha mostrato una via nascosta capace di tramutare il dolore, se non in piacere, in qualcos’altro. In una possibilità segreta.

    In un mondo in cui piove fin troppo spesso, la meraviglia dell’arcobaleno mi colma sempre di gioia.

  • Con il sole in faccia

    Mentre guido verso casa, verso ovest, lungo l’autostrada, con le nuvole rosa e il profilo azzurro delle montagne in lontananza, ed il sole arancione che lentamente si scioglie nell’orizzonte, strizzo gli occhi abbagliata dal tramonto e mi lascio percorrere dalle emozioni.

    Sorrido, sospiro, ansimo, socchiudo gli occhi, sobbalzo, rido tra me e me e bisbiglio commenti a mezza voce, ripetendo cose dette o immaginando di dirle ora, come se fossi ancora con te.

    Una vacanza durata tre giorni che è durata tantissimo. Con te il tempo si dilata sempre; entro in uno stato sospeso, diverso, un mondo parallelo forse, in cui le sensazioni sono amplificate e la cui eco si riverbera per giorni, dopo.

    Mentre guido con il sole in faccia anche la mia anima è illuminata.

  • Fail

    Quando ho iniziato a scrivere con regolarità, quando, a gennaio, ho deciso che avrei pubblicato un post ogni lunedì e venerdì, ho pensato che prima o dopo avrei fallito. Avrei dimenticato di pubblicare, non sarei stata pronta. Ed era uno dei pensieri che mi suggeriva di non iniziare nemmeno. Ma sono partita.

    In alcuni periodi sono riuscita a programmare in anticipo più di un post; alcuni giorni ho programmato il post poche ore prima dell’orario; altri giorni ho finito di scrivere a sera e pubblicato in ritardo.
    Ma non ho mai saltato un giorno. (Certo, un venerdì non ho pubblicato ma perché ero in vacanza, non era un errore). Fino a ieri: ieri sera si è avverata infine la mia profezia iniziale.

    Dopo un weekend molto impegnativo (855 km in 48h, dormito poco), complice l’essere in ferie, ho perso il filo che fosse lunedì e non ho pubblicato. Ho saltato il mio appuntamento.
    Quando me ne sono resa conto era passata mezzanotte. Ci sono rimasta male: il mio obiettivo è sempre la perfezione (con annesso terrore del fallimento). E, allo stesso tempo, mi sono sentita rasserenata. Ecco, ho pensato: è successo. Non devo più avere paura che succeda, perché è successo e non è crollato niente. Nessuna condanna (l’unico mio giudice sono io), nessun giudizio senza appello: una volta mi sarei affossata nel senso di colpa; ora si riprende.

    Anche in questo, per fortuna, sono cresciuta.