subservientspace

for this is what I feel

Tag: appartenenza

  • Il collare invisibile

    Certo, sono affezionata al mio collare; sia quello vero che quello da tutti i giorni, che è in effetti una collana. La porto con gioia ed orgoglio e ne sono molto gelosa.
    Mi fa sentire nuda non indossarlo e mi dispiace – come ora: caldo e sudore mi hanno provocato una fastidiosa irritazione al collo e la collana di acciaio peggiorava le cose. Il mio Padrone ha ritenuto saggio farmela togliere.
    Ogni tanto mi tocco il collo, trasalendo nel non trovarla.

    Ma mi rendo conto che è solo un oggetto fisico, per quanto simbolico, e per quanto potenti siano i simboli.
    Il vero collare è interiore; lo ho interiorizzato dentro di me, me lo sento al collo anche se non lo indosso fisicamente. Spesso, infatti, non mi rendo conto di non averlo; anzi mi tocco per sistemare la collana e mi stupisco nel non trovarla.
    Lo sento che mi tiene, posso sentire il Padrone tendere un guinzaglio invisibile e tenermi, anche se è distante.
    Perché l’appartenenza non è esteriorità, ma un sentire profondo.

  • Gradassa

    Non so perche abbia dentro di me questa impellente necessità di fare la gradassa.
    Far finta di non avere bisogno di niente e di nessuno, che non m’importi se qualcosa accade o meno, se qualcuno mi considera o no. Ostentare un orgoglio vacuo.
    Mi gonfio come un rospo e cerco di convincermi che sto bene sola; mi dico: non mi tange. Rispondo ad alta voce ad immaginarie domande che non mi sono mai state poste: “chiedimi se mi interessa”.
    Nel farlo mi adombro. Divento cupa, triste. Arrabbiata. Corrucciata come una bambina che fa i capricci. No, non lo voglio il gelato, ecco.
    Mi ritrovo la fronte quasi dolorante da quanto tengo contratte le sopracciglia in un’espressione scocciata; anche se apparentemente sono tranquilla, nella mia mente ho le braccia conserte e batto i piedi per terra con ostinazione.

    Eppure sono tanto più serena quando invece ammetto a me stessa che invece sì, mi importa, eccome. Ma a volte ammettere questo interesse mi fa sentire fragile, vulnerabile. Mi sembra di rivelare una debolezza di cui altri potranno approfittarsi.
    Ebbene, se è destino soffrire perché altri si saranno approfittati di ciò che rivelo di me, così sia. Perché non voglio più fingere di essere fatta di ferro e di ghiaccio. Voglio poter dire che sì, mi dispiace che il Padrone sia distante e di sentirlo poco; sì, sento la sua mancanza; sì, ho bisogno di Lui. E sì, mi duole ammetterlo, ma alla fine è esattamente questo che volevo: appartenere. E appartenendo, non ha senso far finta che no, non sento di appartenergli.

  • Edera

    L’appartenenza al mio Padrone è cresciuta in me poco alla volta; come un’edera che lentamente avviluppa una pianta, essa si è fatta strada in me a legarmi il cuore.
    All’inizio era una piccola piantina; la guardavo e dicevo: “Che carina!”, e come una bimba curiosa e cattiva dell’innocente crudeltà dei bambini provavo a strapparla. Ed essa in effetti si faceva strappare, ancora così piccina: i minuscoli tralci cedevano e mi abbandonavano. Allora terrorizzata lasciavo andare, e appoggiavo nuovamente quell’ederina alla pianta del mio animo perché tornasse ad abbracciarmi.
    Ed essa è cresciuta, si è stretta attorno a me; se anche ora provassi a tirarla, non cederebbe. Le sue spire mi avvolgono, mi stringono in un abbraccio che non soffoca, ma protegge e sostiene.
    Ogni giorno scopro che i suoi tralci si sono fatti strada in anfratti di me che non conoscevo.
    Mi abbandono a questo abbraccio che mi decora l’anima.

  • Azzurro

    I suoi occhi sono azzurri ma bordati di nero.
    Non come quegli occhi di un turchese così chiaro, così labile, che si disperde nella sclera come una pozza d’acqua bassa, limpida e tranquilla, che non riserva sorprese.
    I suoi somigliano più a un lago di alta montagna: circondato da alte rupi che gli si riflettono dentro e lo scuriscono, dandogli una profondità cupa, fatta del riflesso di altitudini ostili. Quelle vette così ripide, così ardue da scalare, divengono abissi inconoscibili. Appena sotto la superficie piatta si nasconde il gorgo pronto a inghiottire.
    Così i suoi occhi mi divorano, conficcano in me i loro ghiacciai.

  • Bandierine

    A volte diventa un gioco a fissare bandierine. Come in quei grandi tabelloni nei film di guerra, quelle specie di risiko. Territori da conquistare.
    Mi spingo un poco oltre. Ci provo. Attendo, e la passo liscia. Fisso una bandierina.
    Avanzo lateralmente, provo ad aggirare. Non accade nulla. Una bandierina.
    Fisso bandierine sul Padrone; conquisto pezzi di lui, domino la sua volontà. Riesco a fargli fare quello che voglio, o a non fargli fare quello che non voglio. E’ un gioco di abilità, di ingenuità, di astuzia, di provarci e trattenere il fiato e riuscirci. Mi pare di vederlo con le bandierine addosso. Posso arrivare fino lì, posso spingermi fino là: fino alla bandierina. E le bandierine sono sempre un po’ più distanti.
    E poi.
    E poi in una mossa sola si gira e le mie bandierine volano via. Quando tocca a lui muovere, tira le fila di una strategia che rimane invisibile ai miei occhi e le mie bandierine vengono scalzate via, una alla volta, fino all’ultima.
    Le guardo cadere a terra a bocca aperta, senza capire cos’è successo. So solo che ora torreggia su di me e tutti i miei sorrisini sotto i baffi, il mio credere di essermelo rigirato, non significano più niente.
    Il tempo della conquista diventa il tempo della punizione, che mi pesa sulle spalle e mi fa chinare dolorosamente il capo; ora tutto è in salita.

    Tiro un sospiro di sollievo.

  • Limes

    Che rumore fa un limite che si infrange?
    È il suono della depressurizzazione della camera stagna del cuore, che perde quota e precipita nello stomaco.

    Ci sono limiti come matasse di filo spinato, che al solo tentare di passare ti straziano le carni.
    Ci sono poi limiti come fitti cespugli di rovi, attraverso i quali puoi riuscire a trovare, con fatica, un sentiero per passare; graffiandoti e scorticandoti, certo, ma spesso anche trovando succose more da gustare.
    E ci sono limiti come teche di vetro. Attraverso la superficie trasparente puoi vedere quale tesoro vi sia conservato, che anela ad essere recuperato, che ti tenta e ti implora da dentro la sua lucida soffocante prigione. Si può allora sicuramente trovare la chiave o il meccanismo per aprire la teca, con tempo e pazienza; ma si può anche talvolta dare retta al cartello che dice che in caso di emergenza – ovvero nell’occasione giusta – si può rompere il vetro. E quando l’occasione è giusta, è criminale e folle non coglierla per spezzare quel limite. Ecco, allora può essere che ti taglierai col vetro rotto, e che magari parta un allarme; ma avrai tra le mani ciò che era conservato nascosto in piena vista, dietro una barriera tanto dura quanto fragile.
    Potrai allora scoprire che era proprio quella la cosa che volevi, e che era stata messa sotto vetro solo per paura che si rovinasse, o per una falsa superstizione che potesse far male – e lì restava a prendere polvere: un desiderio inespresso, una voglia negata, un bisogno sedato.

  • Capricci

    Mi sono sempre considerata una persona estremamente remissiva.
    Ricordo che un giorno il mio precedente Padrone disse a sua moglie, parlando di me: “È ribelle”; e lei rispose: “Lei?! Ribelle?!?”, con incredulità. Io (che ero lì) mi sentii avvampare.
    Eppure, è proprio così. Se non sono ribelle, di certo sono terribilmente capricciosa.
    Ero sinceramente convinta di non esserlo, giuro. Ma devo arrendermi all’evidenza.
    Se non ottengo ciò che voglio, o nel modo che lo voglio, sbatto i piedi e metto il broncio come una bambina di 5 anni. Mi vengono alle labbra frecciatine acide e commenti sarcastici, nel miglior stile passivo-aggressivo che ho.
    Devo risultare insopportabile.

    Da una parte, anelo alla punizione; ad essere redarguita, sgridata, raddrizzata e correttamente educata.
    Dall’altra, detesto questa mia capricciosità e già mi mortifico e mi sento in colpa da sola; per questo temo tremendamente una punizione che mi farà stare ancora peggio… e poi, uffa! non me la merito, sono buona e brava! E pesto i piedi.
    Inoltre, sono tentata dal tirare la corda col Padrone. Dal mettere alla prova la sua sopportazione, la sua capacità di tenermi. Tuttavia, non sono capace di farlo apposta, mi sento troppo stronza (ma col tempo sta prendendo forza questa bambina capricciosa che è in me, e forse un giorno lo farò); e poi, ho il terrore di scoprire che no, non mi punirebbe, lascerebbe correre, o, peggio, che non capisse che l’ho fregato, forzato a fare quello che voglio.

    Molto peggiore di un Padrone intransigente, non sopporterei un Padrone indulgente.

  • Sartre – Le Mosche

    La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio.
    Bella principessa sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali; perché sei venuto a raccontare di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Sino a ieri avevo desideri modesti: quando servivo a tavola, con le palpebre socchiuse, guardavo tra le ciglia la coppia regale, la bella vecchia dal viso morto, e lui, grasso e pallido, con quella bocca molle e quella barba nera che gli corre da un’orecchia all’altra come un reggimento di ragni, e sognavo di vedere un giorno una fumata, simile a un fiato in un mattino freddo, salire dai loro vetri aperti.
    Per me il saggio non può desiderare sulla terra nient’altro che rendere un giorno il male che gli hanno fatto. Ma tu, sei venuto con gli occhi avidi nel dolce viso di ragazza, e mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori.
    La gente di qui l’hai vista: amano il male, hanno bisogno di una piaga familiare e la custodiscono segretamente grattandola con le unghie sporche. E’ con la violenza che bisogna guarirli perché non si può vincere il male se non con un altro male. Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni.

    Chi parla è Elettra, nell’adattamento della tragedia greca che fece Sartre nel 1943; si rivolge a suo fratello Oreste, senza sapere che è lui.
    Questo fu il testo che la regista con cui facevo teatro mi diede per un’improvvisazione. In quel momento della mia vita ero esattamente piena di odio e di risentimento, e avevo appena iniziato il mio percorso con il mio primo, vero, Padrone. Quindi, quel testo parlava di me. Anche se lo aveva scritto Sartre 36 anni prima che io nascessi. Non ho mai capito come abbia fatto la regista a sceglierlo così azzeccato, ma ci sapeva fare. Il mio Padrone la stimava; in un altro universo, lei stessa avrebbe potuto essere un’ottima Padrona – ma la vita l’ha portata al teatro e non al bdsm. In ogni caso, con gli esercizi terapeutici era brava, anche se non era il suo scopo principale. L’importante era riuscire a mettere qualcosa di sé, di vero, nel testo.
    Lo feci.
    Fu un’improvvisazione sofferta. Nessuno conosceva cosa mi muovesse, né cosa stessi vivendo in quel momento, ma tutti sentirono l’intensità delle emozioni che mi sostenevano.

    La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio. Ed era il mio odio a incutere paura a chi mi era vicino. E davvero ne ero rosa fino alle ossa.
    Bella principessa che sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali. Così mi sentivo, defraudata di ciò che mi spettava e ridotta a vivere nella merda.
    Sino a ieri avevo desideri modesti: li guardavo con odio feroce fingendo una sottomissione che non avevo, sperando di vederli bruciare.
    Per me, il saggio non può desiderare altro che rendere il male che gli hanno fatto; o che crede gli abbiano fatto. E quel saggio ero io.
    Ma tu mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori. Il mio Padrone è arrivato e mi ha parlato di una possibilità diversa; di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Mi ha presa e condotta, io mi sono affidata e ho visto l’inutilità di tutto quell’odio.
    Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni. Una parte di me non voleva abbandonare i suoi propositi di vendetta, l’odio, il rancore, che mi sembravano le uniche cose che mi tenessero ancora insieme. Perché credevo davvero che il male non si potesse guarire se non con un altro male.

    E invece il mio Padrone di allora mi ha condotta fuori da tutto ciò; mi ha restituita alla vita.
    Nel ritrovare tra le mie carte questo scampolo di foglio con quel testo, recupero il ricordo del mio percorso e non posso smettere di provare per lui eterna gratitudine. Il mio percorso con lui è terminato, ma non lo è l’insegnamento che mi ha dato.

  • Vicinanza

    Si siede sul tavolo, e mi fa cenno di avvicinarmi; quando sono a portata di braccio, mi pone una mano sulla nuca e mi tira sul proprio ginocchio, piegandomi, con un gesto deciso ma non violento.
    Resto china, appoggiata su di Lui. Mi stringe a sé, tenendomi giù col braccio posato sulle mie scapole.
    Dietro di me, iniziano i colpi, e salto e gemo. Ma respiro a fondo, assaporando il contatto col suo corpo; questo abbraccio che è una stretta, questa carezza che è una costrizione, mi riempie l’anima di calore e mi permette di accogliere il dolore con tanta più tolleranza che non se fossi semplicemente piegata sul tavolo.
    E’ vestito, e io sono nuda. E’ caldo; sentirlo così vicino, così addosso, mi fa tremare di timore e fremere della gioia animale di un cane ai piedi del Padrone. E’ un calore che si espande e mi ingloba, dandomi i brividi.
    Allunga una mano sotto di me per afferrarmi un capezzolo e stringerlo, e mi accomodo per porgerglielo più agevolmente. La mano che mi accarezza è la stessa che mi colpisce; la mano che mi tiene è la stessa che mi stringe.

    Mi lascio cullare in questo mare di sensazioni, nella dolce tenerezza della sua sadica dominazione. Il dolore che mi dona è un balsamo che lenisce le sue stesse ferite.

  • Pollici

    Da ragazzina lessi un romanzo stupendo, che consiglio caldamente: “Even cowgirls get the blues” – tradotto tristemente in “Cowgirls – il nuovo sesso” – di Tom Robbins. Sì, Gus Van Sant ne fece un film; no, il film non rende nemmeno lontanamente il romanzo (però c’è Uma Thurman coi pollicioni, e vale da sola il film).

    La storia racconta delle vicende di questa ragazza nata con dei pollici enormi, che sfrutterà per fare l’autostoppista.
    All’inizio del romanzo si racconta della sua preadolescenza, e del fatto che sua madre fosse terrorizzata che, a causa di questa strana malformazione, non avrebbe mai trovato marito; così, la madre la porta da una cartomante per farle predire il futuro, e trovare rassicurazione su un possibile matrimonio.
    Nel film l’episodio è falciato in due minuti; nel romanzo, invece, è uno snodo cruciale, che dà l’abbrivio alla visione del mondo della protagonista. E, per me, contiene un importante ricordo.
    La cartomante naturalmente è una persona senza poteri di preveggenza; ha solo un buon intuito, una grande capacità di leggere le persone che ha davanti, e ha studiato astromanzia ed altre cose utili a ricreare una capacità magica. Quando la ragazza le porge la mano per farsela leggere, la veggente ha un colpo, vedendo il pollice gigante, e pensa: “Di certo non posso cavarmela spacciando il solito ‘hai una forte volontà’ che rifilo a chi ha i pollici mediamente più grandi delle altre dita, come spiegato nei testi di chiromanzia”. Ciononostante, non potendo tentennare troppo a lungo, esordisce dicendole: “Hai una forte volontà”, per poi procedere in una disquisizione abbastanza filosofica di cui in realtà non ricordo molto; ciò che ricordo, è la raccomandazione che le dà: “Non fidarti mai di una persona che nasconde i pollici nel palmo delle mani”. Il concetto della chiromante era che una persona che nasconda i pollici ha una volontà debole, ed è quindi infida perché insicura.

    Da allora, mi accorgo di ogni volta che lo faccio, e mi accorgo di farlo sempre più spesso. E’ un gesto istintivo, inconscio, forse protettivo; più che nasconderli, mi aggrappo ai miei pollici col resto della mano. Mi sono resa conto che man mano che la mia volontà di persona indipendente si affina e si rafforza, procedendo nella mia vita, sempre di più avvolgo le mani attorno ai pollici.
    Soprattutto, lo faccio quando rimetto la mia volontà ai miei Padroni. Se non si ha una cosa, non la si può donare.