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for this is what I feel

Tag: attesa

  • Cambiamenti

    E’ sempre così: quando avviene qualche cambiamento nella vita quotidiana, poi è dura riallineare tutto il resto. Per usare un termine tecnico: è un casino.
    Cambio di lavoro: un corso di aggiornamento, due ore al pc ad aggiornare il curriculum, quattro per il profilo LinkedIn abbandonato da secoli; ritrovare una routine, degli orari, un’organizzazione.
    Mezz’ora a fissare il template di WordPress che mi fissa di rimando, bianco. Poi la rinuncia: vado a letto, ci penserò domani. E poi domani è un casino da capo.
    Cercare, ritrovare il tempo per scrivere, per pensare. Per vivere ogni parte del mio essere. Un tempo che pare essersi nascosto tra le pieghe delle giornate, come un paio di mutandine tra le lenzuola. Che le trovi solo quando stendi i panni al davanzale, perché immancabilmente sbucano fuori dal nulla e precipitano di sotto, e ti tocca scendere in ciabatte per andare a recuperarle.
    Lo stesso capita con altre cose.
    Adesso sono in quel momento: in ciabatte, un po’ sbuffo perché non ho voglia di scendere, anche se sono le mie mutandine preferite; so che poi dovrò per forza lavarle di nuovo, e magari ci vorrà altro tempo prima di poterle rimettere… ma indossarle mi fa sempre piacere, alla fine. E sono contenta che siano saltate fuori, anche se non ci avevo più pensato e forse non avevo nemmeno notato che mancavano.
    Vado, così poi faccio il bucato.

  • Qualsiasi contatto è meglio di nessun contatto

    Io sono una persona cui non piace essere toccata. Rifuggo la vicinanza fisica con l’umanità. Ho un forte senso dello spazio personale: se qualcuno si avvicina a meno di un metro da me inizio a sentirmi a disagio; nulla mi dà più fastidio di un abbraccio improvviso, di un grattino, di un contatto non atteso, non voluto. Mi chiudo a riccio, e sento salire gli aculei.
    Io stessa quindi sono molto parca di manifestazioni fisiche di affetto o vicinanza. Se lo faccio, se abbraccio, stringo, tocco, vuol dire che davvero ci tengo, che davvero ho capito quanto sia importante questo contatto per l’altro – e per me, che tengo a questo altro da me.
    Ci sono poche persone che ammetto nella mia sfera personale. Poche persone di cui apprezzo e desidero il contatto fisico. Si contano sulle dita di una mano di un operaio sfortunato.
    In compenso, con il mio forte senso dello spazio personale, avverto quasi fisicamente quando una di queste persone vi entra – prima di qualsiasi contatto. Allora tutto il mio corpo ed il mio essere si tendono nell’attesa, nella speranza di quel contatto. Che, se non arriva, mi lascia spossata e triste.
    Quindici secondi di mani intorno alla vita. Tre secondi di carezza sulla testa.
    Qualsiasi contatto è meglio di nessun contatto. Una mano sul collo; una breve sculacciata; una tirata di capelli. Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Ma quando il contatto è breve, non fa che aumentare il mio anelito ad un contatto più prolungato. Ma qualsiasi contatto, anche minimo, è pur sempre meglio di nessun contatto. Credo.
    Per sentirlo vicino, presente; per sentire che gli fa la benché minima differenza che io sia lì o meno. Per sentire vicinanza, appartenenza, possesso, gioco.
    Io con il mio essere così refrattaria al contatto fisico, ne vivo la necessità ad un livello così profondo da esserne a malapena consapevole.

  • Pilates

    Lunedì mattina; sonno, doccia, caffè e vado a pilates. Non mi esalta, ma mi è necessario per placare il mal di schiena. Una lezione individuale a settimana.
    Una lezione, due, tre. Inizio a familiarizzare con gli esercizi, con le macchine. L’istruttore è un ragazzo alto e simpatico; anche lui ha un’aria sonnolenta il lunedì mattina, ma è molto bravo e mi segue passo passo negli esercizi, spiegando e puntualizzando i movimenti perché li esegua al meglio, affinché siano efficaci.
    “Fletti i piedi; giù quelle spalle; tieni il bacino attaccato alla macchina; dentro quella pancia; apri, spingi, richiudi con controllo; rilassa le spalle; premi forte a terra con le mani; scava dentro la pancia; di più; tieni giù il bacino; chiudi le costole; lavora qui dietro, tieni giù le spalle; scava di più la pancia; dai, bene; di più”.
    Mi tocca dove devo tirare, flettere, spingere, rilassare. Ha il tocco professionale di chi lavora coi corpi delle persone: un tocco forte e preciso ma impersonale, mai intimo. Non mi sento molestata, affatto. Mi tocca per aiutarmi, e mi tocca i deltoidi, i trapezi, gli addominali: mi tocca i muscoli, non tocca me. La sua voce è forte e perentoria. Cerco di eseguire gli esercizi al meglio. Lo sforzo, oltre che fisico, è mentale nel cercare di isolare i gruppi muscolari.
    Poi, una mattina.
    “Appoggia qui i piedi; afferrati con le mani; raddrizza la schiena e cresci; cresci qui, tra le costole ed il bacino; no, tieni giù le spalle; allunga il collo; cresci, allunga; allontana le spalle dal collo, forza”.
    La sua mano mi scorre sul collo, da sotto in su, e mi afferra per i capelli. Mi tira la testa verso l’alto, tenendomi per i capelli piano, senza farmi male, ma con decisione. “Allunga il collo, cresci”, dirige.
    Io sento la pelle del collo incresparsi. Un brivido silenzioso mi percorre. Stringo le labbra e cerco di concentrarmi sull’esercizio, finché non mi lascia andare e passiamo ad altro.
    Dopo, cammino un po’ di traverso, lentamente. Malinconica.
    Mi manca così tanto, che pure questo tocco così professionale, così tecnico, mi ha trascinato con sé nel momento in cui mi ha presa per i capelli. Un desiderio di dominazione, di essere presa e strattonata; un desiderio forzatamente sedato, obbligatoriamente rimandato per gli impegni di lavoro. Un desiderio che c’è, che ho, che mi appartiene. Anche se a volte faccio finta che non ci sia.

  • Online

    Torno ancora una volta a chiudermi. Non mi interessa nulla, non voglio, lasciami stare; ho altro cui pensare.
    Un tarlo sempre nel retro del cervello, un pensiero insistente, fastidioso ma mai veramente formulato. Non ci voglio pensare.
    Ci sto male e per non stare male chiudo. Chiudo le comunicazioni, i canali, i rubinetti, tutto. Faccio come se non fosse più qualcosa che mi riguarda.
    Se poi mi capita di pensarci provo a scaricare il tutto con un’alzata di spalle, un dirmi che tanto non conta, non c’è problema, faccio bene anche senza, figurati. Mi metto a riordinare casa, a fare lavatrici. Fisso il vuoto e non so più nemmeno io perché non sto bene, da tanto brava sono nell’auto-inganno.
    E poi per un intero minuto mi imbambolo a guardare lo schermo del cellulare; fisso quello status, “online”, e quasi mi commuovo. Mi rendo conto che è patetico, ma è la massima vicinanza che sento e mi consola. A distanza, ma siamo collegati.
    Come sempre, quando cerco di chiudere fuori qualcosa, poi mi irrompe dentro con tutta la potenza accumulata, tutta la quantità a stento trattenuta dagli argini.

  • Attendere senza aspettare

    Il non andare in panico dopo che non sento il Padrone per un po’ di tempo. Essere in Sua attesa ma senza l’ansia di aspettarLo ogni minuto che passa.
    Fino a poco tempo fa temevo di essere in ignore dopo pochissimo e andavo subito giù di testa – e talvolta capita ancora. Le vecchie (cattive) abitudini son difficili da abbandonare. E’ stato (è) difficile per me imparare a capire che Lui ha i Suoi tempi e che non sono a servizio dei miei; che risponde ai messaggi se/quando gradisce farlo; sembra banale, ma non mi entrava in testa che non posso essere io a pretendere che risponda all’istante e a sentirmi subito abbandonata. Così facendo diventa un dominare dal basso, un battere i piedi capricciosamente, fare ricatti emotivi e, infine, non essere sottomessa alla Sua volontà. Anche se fatto in modo inconsapevole.
    E’ faticoso accettare l’educazione e la disciplina ricevute, poiché ho un carattere forte. Ho sempre creduto di essere una persona remissiva e debole, però, e credendo a questa immagine di me stessa non ero nemmeno consapevole di essere invece passivo-aggressiva e feroce nel difendere le mie posizioni e le mie voglie.
    La mia fortuna è che il mio Padrone non cede di un millimetro davanti a simili situazioni. Mi educa con il Suo essere imperturbabile, che mi obbliga ad affrontare le mie mancanze e trovare nuova consapevolezza.

    Si tratta per me alla fine di avere maggiore fiducia nel Padrone.
    Fidarmi che non mi squarti mentre mi frusta è banale (anche se importante), è facile, perché è una cosa pratica, materiale, tangibile. La fiducia nel silenzio – invisibile, vuoto, terrificante – è quella difficile.
    Credere di essere importante per Lui; credere che c’è; credere in LUI, non in ciò che fa (quello consegue).
    Credere è sapere.

  • Pretesa

    Non sto nemmeno guardando la tivù: me ne sto seduta sulla mia poltrona girevole, dietro l’angolo del salotto. Con la coda dell’occhio vedo nelle ante della libreria passare riflesse le immagini del programma musicale; ascolto distrattamente la musica e batto il tempo soprapensiero, mentre sfoglio le mie carte. La canzone finisce e i due deejay riprendono un discorso iniziato probabilmente prima, di cui non conosco le premesse e di cui non m’importa nulla; a malapena li ascolto, scocciata dall’interruzione della musica.
    Uno dei due dice, rivolto ad un ascoltatore che ha mandato un messaggio: “Forse quello di cui parli tu sono pretese, non aspettative”.
    Un campanello suona. Alzo gli occhi di scatto.
    Mio marito cambia canale, ne trova un altro musicale e canticchia la canzone dei Queen che sta passando in quel momento. Io resto con lo sguardo fisso al vuoto, senza più badare ai suoni di sottofondo. Mi pare quasi di sentire gli ingranaggi che macinano nel mio cervello.
    Ecco: non si tratta di aspettative, ma di pretese.
    Le mie aspettative sono così alte, così invasive che sono, in realtà, pretese. E se non mi vengono soddisfatte è per questo che me la prendo tanto. Perché non sto affatto aspettando: sto pretendendo. Ecco perché ci sto così male. Perché risulto così fastidiosa. Ecco dove posso andare a lavorare. Dove posso limare per tornare ad una pacifica attesa, senza questa antipatica modalità da piede infilato nella porta.
    Ha senso sperare, ha senso desiderare, ha senso magari aspettarsi qualcosa (non troppo, ma è umano). Ma pretendere, no: non è il mio ruolo, non deve essere il mio ruolo. Non voglio snaturare il mio ruolo e dominare dal basso in questo modo, proprio no.
    Grazie, sconosciuto deejay. Mi hai dato un importante indizio per comporre il mio puzzle.

  • Vivere per chi

    A che scopo continuare a desiderare cose se poi non ho tempo per farle?
    Sono sempre dilaniata dal desiderio di fare felici gli altri, di essere a loro disposizione, del sentirmi utile, del sentirmi dire ‘brava’. Vorrei sapere cosa fa stare bene me e farlo, invece di dibattermi nell’angoscia di non riuscire a fare felici tutti. Il tempo è sempre tiranno, non riesco mai a fare tutto quello che vorrei fare, o che penso che gli altri vorrebbero che facessi.
    Se vado dall’uno non potrò andare dall’altro. Se perseguo una mia pulsione non sarò disponibile per soddisfare quelle altrui.
    Mi piacerebbe andare da qualche parte e mi blocca il pensiero che invece, magari, in quel momento qualcun altro vorrebbe che io fossi da un’altra parte a fare un’altra cosa.
    Vivo una vita in attesa sperando di ricevere indicazioni, ordini, richieste; quando arrivano e non mi aggradano mi sento sfruttata; quando non arrivano mi sento ignorata; quando arrivano tardi e mi sono già organizzata diversamente mi deprimo.
    Eppure non vorrei più vivere sola e senza legami, libera da ogni tipo di vincolo: la mia vera realizzazione, lo so, è con gli altri. La solitudine è il mio rifugio nella paura.

  • Festa!

    RN maggio

    E’ già passato un mese ed è di nuovo ora di Regina Nera! Stavolta ci sarò ^___^ (mi concedo una faccina).
    Per trovarmi, si usa il chiedometro: avvicinate qualcuno dello staff e chiedete di kat.

    Depilata sono già quasi tutta depilata; la doccia la faccio venerdì; il ciclo ce l’ho (mannaggia a lui); strutture, fruste e candele sono già là… l’aspettativa sta salendo.
    Saranno di nuovo emozioni.

  • IA

    In sessione arriva sempre un momento, che io sia in piedi od in ginocchio, a quattro zampe o piegata, in cui inizio ad oscillare; allora, divento la IA di un videogioco.
    Divengo uno di quei personaggi di contorno, creati dal gioco stesso: il paesano, la guardia, il taverniere, il mercante; uno di quelli che sta solo fermo lì. Si gira a destra e a sinistra senza motivo, si guarda attorno dondolando su se stesso, oppure cammina avanti e indietro sempre sugli stessi cinque metri. Riempie lo sfondo in attesa che il giocatore interagisca con lui per uscire dal suo loop.
    La mia mente è soverchiata dalle sensazioni fisiche: non penso più. Eppure, sono estremamente aperta e ricettiva. Forse il mio oscillare serve al mio cervello a percepire se qualcosa mi accade attorno. Percepisco spostamenti d’aria, masticare di gomma, fruscii, sibili, schiocchi. Rabbrividisco, dondolo. In abbandono.
    Ora sono una figura di servizio; attendo che Il Giocatore interagisca con me.

  • Il mio posto

    Il mio posto

    C’è un posto per me, ed io so qual è.
    E’ un posto in basso, un posto in cui non ho il permesso di alzare lo sguardo. E’ un posto che mi fa sentire bene, pacificata, al sicuro.
    Ogni tanto lo dimentico: mi siedo sulle sedie, rispondo in modo sfacciato, o spero di ottenere più di quanto mi è dato. Dimentico dove è giusto che stia, dove sto davvero bene.
    Il mio posto mi viene ricordato con facilità; basta uno sguardo, una parola, un gesto; un silenzio, anche. Oppure me ne rendo conto da sola, e torno a cuccia con le orecchie basse e la coda tra le gambe. Mi accoccolo e torno tranquilla, rinchiusa e racchiusa.

    Ora sono qui: mortificata, dispiaciuta.
    Non voglio andarmene dal mio posto; desidero solo che mi sia concesso restarci.