subservientspace

for this is what I feel

Tag: attesa

  • Impegni

    Due settimane frenetiche; sveglia presto, lavoro al pc, pulizie, preparativi, viaggi, lavoro in cantiere, serate con parenti, giri da amici, emozioni, cibo sbocconcellato in macchina mentre mi sposto da un luogo ad un altro.
    La mente finalmente libera di stare zitta, soverchiata dal lavoro fisico, dall’avere molto da fare e poco tempo per elucubrare.
    In questi giorni il cellulare arriva sempre a sera scarico. E anch’io: mi infilo a letto tardi sempre cotta di stanchezza, ma una stanchezza bella, appagante. Consapevole di aver fatto qualcosa di utile, calda del calore delle belle parole ricevute.
    Giornate vissute lontano dal Padrone, separati dalla fatidica vita reale.

    Ma in un posto speciale nella mia mente, io non smetto mai di essere la Sua slave.
    Anche se sto facendo tutt’altro, se mi dolgono i muscoli sotto sforzo o se strizzo gli occhi nel sole al tramonto, di ritorno a casa; anche lontana mille miglia, mi basta un pensiero fugace, un ricordo, l’immagine del Suo sogghigno.
    Allora vibro; mi contraggo come se avessi ricevuto la scossa. Apro la bocca in un singulto e sono di colpo là, nella mia cuccia. Sono l’altra me stessa, quella che in realtà non smetto mai di essere; perché essere slave è parte di me e mi dà forza.

    Sono sempre ai Suoi piedi, Padrone.

  • Tensione

    E’ una tensione spaventosa quella che sento, un desiderio bruciante che mi soverchia e mi rivolta come un calzino; mi pare di aprirmi in due fino a scoprire l’anima, sporgendomi e implorando in silenzio che mi metta una mano tra le gambe.
    E poi quando accade mi blocco, ho paura, non so cosa mi prende. Come chi ha troppa fame e quando raggiunge il cibo vomita.
    Ho paura delle mie stesse sensazioni, delle mie emozioni, dei miei desideri; della forza di questo spasimo che mi tira verso di Lui e mi fa bagnare e fremere.
    Intanto questa tensione mi trabocca dentro e devia il corso del mio fiume verso il cibo. Confondo una fame per l’altra e resto sempre insoddisfatta. Peggio: mi abbuffo e sto male fisicamente, oltre che per la pesantezza della digestione per la sensazione orribile di pienezza, il disagio di essere fuori controllo, il disprezzo che provo per me stessa quando ingrasso.
    Mi sembra impossibile riuscire a placarmi, distendermi, trovare pace.
    Non voglio una pace che sia un ottundimento dei sensi, no; desidero una pace che sia il lasciarmi scorrere dentro tutto ciò che deve, che vuole scorrere: percezioni, emozioni; lasciarmene pervadere ed assaporarne il flusso senza ostacolarlo, senza deviarlo.
    Desidero essere inebriata, non sedata.

  • Un incontro

    La mente vuota.
    Il cuore che si tuffa nel dirupo al vibrare del telefono.
    Lo stomaco che si contrae se sotto il Suo nome appare la scritta “online”: un incontro a distanza, un convergere in uno stesso luogo virtuale. Sapere che Lui è anche se questo non esiste nel mondo fisico. Solo per questo, consolarmi della Sua presenza.

    Adesso non penso a niente, non ho fame.
    Sento solo la pelle che fatica a contenermi, ogni centimetro di epidermide teso, bruciante; sono dolorosamente cosciente della mia presenza qui, e che il mio qui si sta avvicinando al Suo qui.

    Cosa sarà non lo so, non so cosa aspettarmi; e probabilmente è giusto così, è così che deve essere. Nessuna aspettativa, solo l’attesa.
    Entro in una nube di nebbia calda che mi avvolge, che congela i miei pensieri vorticosi, placa il tumulto del mio cuore, ferma lo scorrere del tempo; esisto.

  • Orribile

    Mi torna di nuovo quella terribile, orribile sensazione di essere sbagliata; che ci sia in me qualcosa di connaturato, di intrinsecamente errato. Perché se vengo relegata in un angolo, ignorata così a lungo, incompresa, richiesta di continue spiegazioni che non riescono mai ad essere esaustive… allora devo essere io che non sono in grado di farmi capire, di essere accettata, accolta. Sono io che sono la feccia della terra e tale devo restare.
    Mi abbruttisco in questi pensieri e scavo, scavo nella mia fossa di odio di me stessa per arrivare ad un fondo che forse non esiste.

    Poi, in un mattino coperto spazzato dal vento, le nubi si squarciano e lasciano vedere il sereno.
    Bastano meno di 140 caratteri a far uscire di nuovo il sole; e il mio cuore torna a crogiolarsi al calore dei suoi raggi.

  • La percezione della punizione I

    Ci sono purtroppo quei giorni tremendi, incalzanti, in cui ti piove sempre sopra e tutto va storto, quando tutta una serie di circostanze, di impegni improvvisi, di idee balzane dei capi al lavoro, di qualsiasi cosa, ti fanno saltare i progetti che avevi.
    Quando quel progetto era passare il pomeriggio dai Padroni, la catena scende così veloce che brucia come la corda di una tapparella che sfugge di mano.
    Seduta da sola in macchina, in un paesino in mezzo al niente, con il completo intimo bello e gli stivali coi tacchi, rimugino.
    Mi pesa un peso sul cuore e mi viene da piangere un pianto di rabbia, di capriccio, di bambina che pesta i piedi e grida: non è giusto, non è giusto! Mi sento punita, beffata. Con tutta la fatica che faccio, l’impegno che ci metto, non solo non ottengo ricompensa ma mi viene tolto ciò che mi spetta – il mio tempo col Padrone. Percepisco di stare subendo una punizione ingiusta che mi brucia dentro come fuoco.
    Poi respiro, leggo il messaggio del Padrone, mangio qualcosa ché sono in calo di zuccheri da morire. Inspiro a fondo l’aria tiepida di questo autunno così mite e bello, un’aria di foglie secche e vento; le nubi un po’ si aprono e lasciano sfogare il sole.
    Non è una punizione. Nessuno mi sta punendo. E’ solo sfiga; capita. Ma nessuno ce l’ha con me. Non c’è nessuna ingiustizia.
    Rasserenata, riprendo il mio lavoro; mi rimbocco le maniche e attingo alla mia riserva di grinta, che ne ho bisogno.
    Domani, domani sarà un altro giorno, ed il mio Padrone so che mi attende.

  • Variazioni di tensione

    Quando finalmente parto, sono tesa di aspettativa; pregusto cosa potrà accadere, come potrebbe accadere. Ansimo da sola, il sesso che si contrae, la pelle che si increspa sotto i jeans.
    Quando arrivo la tensione svanisce nel nulla, come una nebbia che si alzi all’improvviso. Non sento più bisogno di mangiare, né sete, né nulla; spariscono la fame nervosa, l’aspettativa. Seguo i Padroni docilmente, attendo un’attesa pacata, serena, vuota.
    Poi, se l’attesa si protrae, torno a sentire la tensione del desiderio, la speranza di giocare. Guardo il Padrone di nascosto e penso: la prego, mi metta le mani addosso. Tutto il mio essere si tende pregando per una carezza, un colpo, una stretta.
    E’ incredibile quanto sottile sia la differenza tra prima e dopo. D’improvviso vengo bendata e posta contro il tavolo, la televisione ancora accesa, e tutto cambia. Un attimo seduta a terra a guardare qualche programma su sky, un attimo dopo pronta ad essere usata.
    Sento cambiare la tensione in me; l’attesa è quasi terminata e questi istanti sono carichi di una potenza, di una paura che assaporo come un profumo prima del gusto.
    Gli occhi chiusi dalla benda, sento i Padroni muoversi vicinissimi a me; fruscii, bisbigli, tintinnii. Si accende un ronzio che non conosco e vibro in risonanza. Non so cosa sia, non so cosa mi stia per accadere. Mi inarco; mi tendo senza rendermene conto; salto sotto il tocco del Padrone.
    Poi, di colpo, smetto di avere paura.
    Inspiro ed espiro, a fondo. La tensione nelle viscere si scioglie, il cuore mi si distende e mi affido. Farà male? sì. Sarà inaspettato? sì. Sarà intenso? sì. Ma non ho più paura. L’attesa è finita, ora vivo istante per istante; ricevo ciò che mi viene donato con gratitudine e strilli.
    Mi faccia ciò che desidera, Padrone: sono sua.

    Neon Wand

  • In pausa

    Ogni tanto mi pare che qualcuno mi prema un pulsante “pausa” che devo avere dentro da qualche parte. In quei momenti la mia libido in un certo senso si affloscia; se devo scegliere tra sesso o sonno, scelgo sonno.
    Ma ci vuole davvero pochissimo a risvegliare quella voglia che mi alberga dentro: una frase, un’immagine, un pensiero, uno modo di stare seduta.
    Credo che quei momenti non siano effettivamente di pausa: sono di rincorsa.
    La mia voglia si fa indietro solo per prendere lo slancio, e attende il momento buono per gettarsi nuovamente in avanti, di petto, verso ciò che mi eccita, che mi solletica, che mi fa fremere e bruciare.
    Lo sento: l’elastico è teso ora. Basta poco, basterà poco.

  • Sole e tempesta

    Viaggio veloce lungo l’autostrada. Alla mia sinistra nuvoloni neri e minacciosi si addensano, all’orizzonte già si allungano a terra in strascichi grigi di pioggia. Alla mia destra un cielo azzurro, placido, di un tardo pomeriggio che non vuole diventare sera.
    Viaggio così, veloce, lungo il limitare tra il sole e la tempesta; il confine frastagliato delle nuvole mi sovrasta e sembra seguire il percorso dell’autostrada, o forse sono io a seguire quel tracciato aereo. 
    Baciata dal sole e bagnata dalla pioggia; scrosci violenti si abbattono sulla mia auto, mentre alle mie spalle squarci tra nubi lasciano filtrare raggi di sole come segni di grazia divina.

    Allo stesso modo, nella mia anima il tumulto delle emozioni si contende spazio con la serenità.

    Viaggio veloce verso i Padroni, con il sole nel cuore e il diluvio tra le gambe.