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Tag: attitudine

  • Cosa voglio io

    La cosa difficile non è tanto capire cosa desidero realmente, quali siano le mie richieste, le mie necessità. La parte davvero difficile è capire come gestire il fatto stesso che io voglia qualcosa.

    La mia educazione (nonché, probabilmente, la mia stessa indole) mi ha portata ad essere una persona molto accogliente, molto compiacente: i desideri dell’Altro sempre prima dei miei, per ricevere accettazione e validazione. Nel BDSM mi sono trovata come un pesce nell’acqua: l’impianto stesso prevede che il volere del Padrone sia sempre prioritario, anzi, spesso prevede anche che la sottomessa non ne abbia uno del tutto, di volere: che il solo fatto di soddisfare l’altro sia soddisfazione sufficiente anche per sé.

    Di recente però ricevo sempre più numerosi messaggi e indicazioni sul fatto che, in realtà, una sottomessa deve assolutamente avere ben chiaro cosa vuole, negoziarlo con chiarezza, esprimere eventuali necessità non colmate, comunicare. Mi hanno detto: la schiava migliore è quella egoista: fa quello che fa (o subisce quello che subisce) perché le piace, non per sacrificio, quindi giocarci è un piacere anche per la controparte.

    E intanto però tutta la retorica più accreditata, le immagini in bianco e nero, le dichiarazioni di Appartenenza sono tutte rivolte a ribadire che l’unico vero desiderio della schiava dovrebbe essere quello di soddisfare il Padrone e vederlo felice. Anche molte conversazioni alla fine convergono da questa parte.

    Quindi, come faccio ad essere sia sottomessa sia autodeterminata? Che devo fare? Cosa ci si aspetta da me come sottomessa? Cosa mi aspetto io come sottomessa?

    Sono molto combattuta. Da una parte vorrei solo abbandonarmi e basta, non pensarci più; perché prendersi la responsabilità dei propri desideri è impegnativo. Dall’altra voglio, indubbiamente. Voglio ricevere soddisfazione, essere felice, ottenere quello che mi piace; e posso farlo solo se quella responsabilità me la prendo.

    Alla fine, quello che complica davvero le cose è il fatto che quello che voglio di più è non volere più: poter dipendere e basta, con soddisfazione. Anche se non funziona e mi fa male; e lo so.

    Quello che voglio è in contraddizione con quello che voglio.

  • Mood

    Non sempre sono nel mood giusto per fare BDSM. Anzi: non sempre sono nel mood giusto per pensarci.

    Qualche volta, se il pensiero mi attraversa mentre sono impegnata in tutt’altro, un po’ persino mi irrito. Ma che c’è, che vuoi?! non ho tempo ora di pensare a dress code, fruste, corde. Il nervosismo è certamente derivato dal mio desiderio inconscio di essere sempre perfetta in tutto, e dal costante senso di colpa per non esserlo, umanamente. Ovvero: per essere la schiava perfetta dovrei essere *sempre* nel mood, o entrarci al minimo input.

    Se supero quell’attimo di irritazione, però, scopro che davvero il mood bdsm è sempre alla mia portata. Resta sopito in attesa del suo momento, se non è il caso declina gentilmente, in alcune situazioni si attiva d’improvviso, in altre resta silente. Ma se mi rilasso, se lascio scorrere via la tensione e l’irritazione, se mi permetto di non essere nel mood, ecco che posso accedere a quel mood.

    Se necessito della mia attenzione altrove (nel lavoro, alla guida, eccetera) lascio stare e rimando ad un momento più consono. Ma proseguo nella mia quotidianità con meno tensione. Mi rassicura il fatto di non essere bloccata, di non avere perso qualcosa: tutto ciò che sono, tutto ciò che dà forma alle mie voglie è sempre qui, dentro di me.

    Sono sempre io.

  • Dipendenza

    Il rischio della dipendenza è insito nella totalizzazione del ruolo.

    E’ il desiderio di attualizzare e realizzare una fantasia: l’abbandono totale nelle mani del Padrone o, dall’altra parte, l’avere una persona schiava totalmente abbandonata nelle proprie mani. Ma è una cosa che non esiste: la realtà stessa ci impedisce di vivere una cosa del genere. Il Padrone ad un certo punto sarà stanco o non avrà voglia di decidere anche per l’altra; la schiava ad un certo punto sarà impegnata e non avrà tempo per rispondere istantaneamente e obbedire.

    La speranza (l’illusione?) di vivere questo assoluto porta tantissima frustrazione perché non sarà mai perfetto come ce lo immaginiamo: sarà un continuo compromesso, un continuo negoziare – come peraltro è giusto che sia. Ma cozza contro quell’immagine ideale, quella fantasia assoluta di appartenenza e possesso.

    Naturalmente esiste chi riesce a realizzare una relazione TPE 24/7: totale cessione del potere, sempre. Mai uscire dal ruolo. Eppure lo hanno negoziato, e di certo hanno trovato vie per gestire la noiosa vita reale che entra per forza nelle cose: le bollette, il lavoro, la salute, il tempo… E’ in ogni caso diverso dalla fantasia perfetta che chiunque può avere nella testa.

    Ma ecco: non credo che il BDSM reale sia meno potente di quello immaginato. Credo invece si debba avere consapevolezza di questa distanza per poter evitare due rischi: la dipendenza e la delusione. Dipendenza al cercare di attualizzare il più possibile la fantasia; delusione al capire che il Padrone non è onnipotente, che la schiava non è veramente di creta. Invece: evitare di illudersi e negoziare una relazione D/s realistica, concreta, su basi condivise, ecco, quello porterà ad una soddisfazione reciproca e ad un reale scambio di emozioni e sensazioni.

  • Il COVID e il BDSM (o viceversa)

    Dopo tre giorni spettacolari di Kinksters e dopo tre anni di attesa ed essere finalmente andata a vedere il concerto dei Rammstein a Torino, venerdì 15 è arrivato anche per me il momento del covid. C’era da aspettarselo. E’ iniziata così una settimana decisamente pesante: febbre fino a 39, tosse, naso chiuso, testa completamente nel pallone, perdita di gusto e odorato. Una settimana di niente: energie zero per fare alcunché. Divano, Netflix e basta. Beh, e fumetti BDSM.

    In tutto questo infatti mi sono resa conto che non mi è passata la voglia di fare pratiche BDSM. Certo, con i brividi e la febbre a 39 la mia priorità era un’altra, ma anche nel rincoglionimento generale sentivo in me quel tipo di desiderio. Eppure è stato un desiderio che si era assopito a lungo, che era stato precedentemente azzerato dall’ansia per il covid, nei primi tempi della pandemia.

    Per dire: io sono una persona calorosa, ma durante il lockdown ho sempre tenuto addosso una giacca di pile. Il freddo che provavo non era tanto fisico, quanto mentale: era ansia, non spifferi. Allo stesso modo anche la voglia di sadomaso ha avuto un andamento ondivago, conseguente al mio stato di benessere psichico, più che fisico.

    Quando sto male, infatti, mi rifugio nell’anedonia: ogni mio desiderio si ritira in letargo, si chiude su sé stesso e mi lascia con una sensazione di vuoto, di mancanza. In quei momenti non ho voglia, non ho stimolo a masturbarmi o ad immaginare cose, né ad andare su FetLife o altro. Sono congelata. Mi piacerebbe provare desiderio, perché ricordo che è bello; ma non mi viene.

    Durante questa malattia non è stato così. Il malessere era fisico, non psichico: passato il febbrone, anche un po’ per consolazione, immaginavo, guardavo, mi toccavo. Ha senso. L’orgasmo è l’unica sensazione che può sovrastare anche il dolore fisico peggiore. Per me funziona, ma solo sul male fisico. Quello psichico mi impedisce non solo l’orgasmo, ma il desiderio di un orgasmo.

    Non auguro a nessuno questa malattia, soprattutto per la nebbia mentale: un annebbiamento totale, che ha richiesto sforzi notevoli per fare il minimo indispensabile. Mi consola non solo esserne fuori, ma soprattutto che non mi abbia fatto altro male che quello fisico; che l’annebbiamento non mi abbia fatto ritrarre, ma che, anzi, quella mia natura profonda sia rimasta a cullarmi e ad accompagnarmi fuori

  • Ego booster

    Mi sono sempre sentita in dovere di fare da ego booster per ogni Padrone cui sono appartenuta.

    Attraverso il mio comportamento, il mio supporto, il mio servizio mi sono impegnata a farlo sentire un dio in terra, trasmettergli ammirazione, senso di potenza, di bravura, di capacità sovrumane. Dire solo cose positive, riflettergli sempre solo il suo lato migliore.

    Credo (ad un livello inconscio) che sia dovere della schiava essere una cheerleader incondizionata del Padrone. Non potrei mai contraddirlo in pubblico, e alla fine non lo faccio nemmeno in privato.

    Se mi è capitato di essere in disaccordo o di non approvare o apprezzare certe opinioni o prese di posizione del Padrone (e mi è capitato), ho sempre fatto finta di niente nonostante un sottile senso di disagio; se interrogata ho risposto con giri di parole, ho sorriso e chinato il capo e lasciato che la mia disapprovazione sedimentasse e si palesasse solo una volta terminata la relazione.

    Come si fa a essere in disaccordo col Padrone e dirglielo?
    Con che faccia potrei mai rispondergli a tono e dire “no guarda, no”?

    Come potrei dirgli che in realtà non è stato così bravo o che in realtà non sono contenta? Oltretutto una schiava dovrebbe sempre essere contenta, perché lo è della soddisfazione del Padrone, se non della propria.

    Eppure una cosa che ho imparato è che ogni Padrone, per quanto eccellente, è anch’egli umano e in quanto tale imperfetto, non onnisciente né onnipotente, e non sa leggere nel pensiero. E’ anch’egli (che scandalo!) fallibile.

    La mia delusione allo scoprirne l’umana debolezza è totalmente autoprodotta dall’illusione in cui ho voluto credere: che fosse Perfetto. Che dovesse essere Perfetto.

    Il risentimento che posso aver provato per questa fallibilità è inappropriato e ingiusto; ma forse, in parte, giustificato dal fatto che ogni Padrone ha sempre avuto gusto ad indulgere in quel booster che offrivo, cullandosi in quel senso di potenza. E vederlo bearsi mi confermava nel sentirmi una brava schiava.

  • Un’altra me

    Quante incarnazioni ho avuto finora? Innumerevoli.

    Eppure sono sempre me stessa e come tale mi riconosco. Ma non sono coerente con la me di tempo fa. Certo: nei valori, lo sono; ma nelle pratiche? nelle preferenze? nei gusti?

    Ricordo che da bambina mi faceva schifo la rucola. Che fino ai trent’anni non sopportavo una salsa tipica delle mie parti. Che ero decisamente ostile agli aghi. Che mai avrei accettato pratiche degradanti come il rimming.

    E invece.

    Quindi ora sono curiosa: chi sarò da oggi in poi? Quale altra incarnazione avrò? Cosa scoprirò che mi piace, cosa sperimenterò?

    Il mio timore di essere arrivata, di avere ormai capito o provato tutto, di non avere sorprese è stato sempre smentito. Non vedo l’ora che lo sia di nuovo.

  • Non si torna indietro

    Una volta provato il BDSM, se è la tua cosa, non si torna indietro. 

    Non si torna più al caro vecchio sesso vanilla, quello semplice, quello “normale”. O meglio: si può ancora fare, ovviamente; si fa. Ma non è più la stessa cosa. Per quanto bello, non si può più fare solo quello. Almeno, per me è così. 

    Dice Janet nel Rocky Horror Picture Show: “I’ve tasted blood and I want more”. Ed è proprio così. 

    Quando ho letto che si poteva fare, che non era solo una mia fantasia, è stata una rivelazione. Quando l’ho provato, è stato un riconoscimento: era una cosa che conoscevo già, che la mia carne sapeva, che mi apparteneva come io vi appartenevo. 

    La prima volta che ho fatto sessione ho sentito che tutti i pezzi andavano a posto, che avevo trovato La Risposta. Ero completa, finalmente. Mi sono sentita brillare. 

    Poi non è stato così semplice, neanche un po’. Ma non sono tornata indietro. Anche nei momenti più bui in cui le cose non andavano bene e stavo male, non ho pensato di non volerlo più fare. Sapevo che lì c’era una parte importante di me, una voce che dovevo ascoltare, un desiderio che volevo soddisfare; serviva solo farlo bene, con le persone giuste per me, nel modo migliore per me. 

    Non è una cosa che faccio giusto per divertimento, di cui potrei fare a meno. 

    Non è nemmeno una cosa che faccio. E’ una cosa che vivo.

  • Anche a Natale

    Le festività incombono, e si dice che a Natale siamo tutti più buoni. Eppure non mi sento diversa, nemmeno un po’.

    Forse sono già buona? O forse è quest’anno che è ancora strano, come quello scorso: con le mascherine addosso e le notizie costanti sui contagi, è il tedio l’emozione prevalente. O è il nuovo lavoro, così impegnativo, per il quale dicembre non è un mese scarico, ma anzi, è uno dei mesi più intensi: così la stanchezza non mi abbandona quasi mai, e anche se aspetto la fine dell’anno come se fosse uno stacco dalla fatica so bene che è un cambiamento più emotivo che fattuale, perché giorni di ferie non ce n’è.

    In tutto questo non percepisco il cosiddetto spirito natalizio: vedo le luminarie, sento il freddo, mangio i dolci, ma poi chissà.

    Mi è richiesto di essere diversa? Di fare altro, o di più, o di esibire qualcosa di particolare? Di dimostrare (più ancora che di essere) più buona, più attenta, più qualcosa.

    Tutte le persone a me più care, quelle più vicine, non mi chiedono nulla di tutto questo: nulla di diverso dall’essere me stessa, sempre, a prescindere da stereotipi, feste, emergenze.

    Per questo anche a Natale sono felice di essere semplicemente io, di essere sub, di appartenere, di sentire come sempre i brividi di desiderio che mi risalgono da in mezzo alle gambe, di agognare ancora colpi e umiliazioni, di avere pensieri che quelli, forse, no, in effetti, non corrispondono a quell’idea normalizzata dell’essere buoni.

  • Valore

    Talvolta tutta la fatica è dovuta al solo fatto che ricerco l’assoluto.

    Talvolta ragiono ancora pensando che se qualcosa (qualsiasi cosa) non è totale allora non è nemmeno minimamente abbastanza. Invece forse la cosa più preziosa che ho imparato durante il lockdown è stata la three minutes rule: se non ho tempo (o voglia, o altro) per fare un’ora di esercizio (o scrittura, o altro), posso farne tre minuti. Come, tre minuti, ma è pochissimo, dovrei fare un’ora! Ma non ce l’ho un’ora, così quello che faccio è rinunciare del tutto. Invece: meglio tre minuti di zero. Meglio poco che nulla. Meglio un risultato parziale di nessun risultato. Meglio l’imperfezione di una perfezione inarrivabile.

    Quando allora accetto che il valore che vorrei per me stessa non sia assoluto, ma relativo, allora sto bene. Il mio valore non è assoluto: è mio, e questo è tutto ciò che conta.

  • Fail

    Quando ho iniziato a scrivere con regolarità, quando, a gennaio, ho deciso che avrei pubblicato un post ogni lunedì e venerdì, ho pensato che prima o dopo avrei fallito. Avrei dimenticato di pubblicare, non sarei stata pronta. Ed era uno dei pensieri che mi suggeriva di non iniziare nemmeno. Ma sono partita.

    In alcuni periodi sono riuscita a programmare in anticipo più di un post; alcuni giorni ho programmato il post poche ore prima dell’orario; altri giorni ho finito di scrivere a sera e pubblicato in ritardo.
    Ma non ho mai saltato un giorno. (Certo, un venerdì non ho pubblicato ma perché ero in vacanza, non era un errore). Fino a ieri: ieri sera si è avverata infine la mia profezia iniziale.

    Dopo un weekend molto impegnativo (855 km in 48h, dormito poco), complice l’essere in ferie, ho perso il filo che fosse lunedì e non ho pubblicato. Ho saltato il mio appuntamento.
    Quando me ne sono resa conto era passata mezzanotte. Ci sono rimasta male: il mio obiettivo è sempre la perfezione (con annesso terrore del fallimento). E, allo stesso tempo, mi sono sentita rasserenata. Ecco, ho pensato: è successo. Non devo più avere paura che succeda, perché è successo e non è crollato niente. Nessuna condanna (l’unico mio giudice sono io), nessun giudizio senza appello: una volta mi sarei affossata nel senso di colpa; ora si riprende.

    Anche in questo, per fortuna, sono cresciuta.