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Tag: bagnarsi

  • Sindrome di Stendhal

    Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice
    Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice

    Visitando Galleria Borghese a Roma non posso impedirmi di restare estasiata a guardare le statue meravigliose al centro delle stanze; giro attorno alla meravigliosa Paolina Borghese del Canova e resto ammirata e affascinata.
    Mi prende una strana specie di Sindrome di Stendhal: invece di sentirmi male, mi eccito.
    Mi curvo e inclino la testa per osservare i dettagli; il marmo bianco pare carne viva, nelle pieghe voluttuose, nelle curve sinuose di questo corpo femminile seminudo.
    Vorrei passarvi una mano, le labbra; vorrei carezzare questa donna, convinta quasi che la troverei calda, anche se so che è fredda pietra. Vorrei seguire con le dita quei solchi, infilarle sotto il drappo, scovare dettagli che non vedo.
    Osservando quest’opera d’arte sento un brivido solcarmi la pelle, incresparmi i capezzoli, risvegliarmi il sesso.
    Vorrei allungarmi ed adorarle quei piedini meravigliosi, baciarli e passarvi il viso.

    Paolina piedi

  • MTB

    Lo spesso copertone dentato della mountain bike lascia un segno ondulato sull’asfalto gelato. Il crepitio del ghiaccio si unisce al sibilo del vento nelle mie orecchie; pesto sui pedali e premo con forza la figa sul sellino.
    Ho voglia, una voglia terribile. Sento il mio clitoride turgido inciampare nella cucitura dei jeans mentre pedalo.
    Sfreccio nell’aria gelida del mattino tra la bruma che si alza sopra gli alberi e la galaverna che imbianca i campi; il fiato mi si condensa in nuvole candide mentre ansimo per lo sforzo ma non solo, le mani quasi insensibili nei guanti, il sesso troppo sensibile nelle mutande.
    Adoro l’inverno. Alzo gli occhi a guardare le montagne innevate che fanno capolino dalla foschia in lontananza e me ne riempio il cuore. Vorrei essere là, senza un pensiero, con solo il freddo e lo sforzo fisico a farmi da compagni.
    Adoro avere voglia; forse più che averla soddisfatta. A patto di riuscire a trovare e restare in quel punto perfetto di equilibrio in cui mi cullo in un desiderio che mi scalda ma non mi brucia, in cui fremo ma non smanio, ho voglia ma non ho fame.
    Un disagio delizioso, come questa fatica fredda in una mattina di sole di dicembre.

  • Venire aperta ed aprirsi

    Alzo la testa solo per un istante, quanto basta perché l’immagine dell’enorme strap-on nero che Lei indossa mi baleni allo sguardo e mi si imprima nella retina. Riabbasso il capo e tremo di aspettativa.
    La mano di Lui mi solleva per i capelli e mi sposta, facendomi mettere piegata contro lo schienale del divano.
    Lei mi accarezza il culo, mi graffia, mi schiaffeggia. Me lo appoggia e spinge.
    E’ grosso. E’ duro. E’ freddo.
    E’ spaventosamente freddo; mi ghiaccia dentro. Spinge contro il plug che preme in risposta. Lei inizia a muoversi.
    Stringo i denti, contraggo il viso in una smorfia e d’improvviso eccolo: “Crampo!”, strillo.
    Non è la safeword ma è una comunicazione sufficientemente chiara.
    Lui entra nel mio campo visivo, accorre per aiutare; Lei si blocca: “Dove?”, chiede.
    Non ho tempo di vergognarmi né di elaborare una risposta più pudica: “Alla figa!”, esclamo.
    C’è un attimo di sospensione; poi Lei scivola fuori, dandomi sollievo, mentre Lui scoppia a ridere. Rido anch’io, conscia dell’assurdità della cosa. “Era troppo freddo”, spiego, mentre Lui si rotola sul divano dalle risate.
    Dopo qualche minuto il dolore ed il freddo sono passati, ed il dildo di silicone è stato scaldato sotto l’acqua calda. Quando mi torna dentro è tiepido.
    “E’ ancora freddo?”, chiede Lei.
    “E’ ancora grosso”, rispondo io.
    Li sento ridacchiare.
    Lei spinge. E’ davvero grosso, ma poco alla volta mi lascio andare, mi lascio aprire. Inizio ad ansimare e a gemere. Lui viene a stendersi sul pouf del divano davanti a me; intravvedo il suo sorriso sardonico. Cerco di nascondere il viso nei cuscini, mentre sento crescere il piacere che provo.
    “Guardami”, ordina.
    Alzo il viso piano; il mio sguardo inciampa nell’evidente rigonfiamento nei suoi pantaloni, ma lo so di non avere il permesso di guardarlo, quindi proseguo ad alzare gli occhi fino al suo volto.
    Sogghigna.

    Lo strap-on è duro e insensibile; lo sento, lo so. Mi scopa senza riguardo, non avverte dolore o fastidio.
    La mia Lady ne è cosciente e si muove con cautela, all’inizio. Lo fa entrare poco alla volta, spinge piano; ne entra un po’, poi un altro po’. Si muove con delicatezza, con quel grosso coso nero.
    Io mi sento aprire. La differenza con uno vero è evidente, ha una durezza che la carne non conosce; è una specie di indifferenza. Lo strap-on non ha mai finito, non è mai placato; non si può sperare nella pietà offerta da un suo orgasmo. Resta sempre duro.
    Penetra sempre più a fondo; la sua cattiveria si unisce all’attenzione della mia Lady nel mettermelo e al divertimento del mio Padrone che guarda. Sfonda le mie barriere anche mentali; rilasso infine i muscoli e mi lascio penetrare. Mi puntello come posso nei cedevoli cuscini del divano per oscillare in risposta, per andare incontro, per farmi aprire di più. Ora è caldo e scivola, lubrificato dai miei umori.

    Non ce la faccio più: godo.
    Mi sento paonazza in viso, bruciante di vergogna a dover guardare il mio Padrone, a mostrarmi a Lui così cagna e così in calore, ma non riesco più a imperdirmelo: ho abbandonato infine quel controllo cui tengo tanto, sono sciolta nella Sua volontà.
    Non riesco più a fermarmi, non voglio: ora è Lui il mio unico limite.
    Ottenuto il permesso, godo.

  • Tensione

    E’ una tensione spaventosa quella che sento, un desiderio bruciante che mi soverchia e mi rivolta come un calzino; mi pare di aprirmi in due fino a scoprire l’anima, sporgendomi e implorando in silenzio che mi metta una mano tra le gambe.
    E poi quando accade mi blocco, ho paura, non so cosa mi prende. Come chi ha troppa fame e quando raggiunge il cibo vomita.
    Ho paura delle mie stesse sensazioni, delle mie emozioni, dei miei desideri; della forza di questo spasimo che mi tira verso di Lui e mi fa bagnare e fremere.
    Intanto questa tensione mi trabocca dentro e devia il corso del mio fiume verso il cibo. Confondo una fame per l’altra e resto sempre insoddisfatta. Peggio: mi abbuffo e sto male fisicamente, oltre che per la pesantezza della digestione per la sensazione orribile di pienezza, il disagio di essere fuori controllo, il disprezzo che provo per me stessa quando ingrasso.
    Mi sembra impossibile riuscire a placarmi, distendermi, trovare pace.
    Non voglio una pace che sia un ottundimento dei sensi, no; desidero una pace che sia il lasciarmi scorrere dentro tutto ciò che deve, che vuole scorrere: percezioni, emozioni; lasciarmene pervadere ed assaporarne il flusso senza ostacolarlo, senza deviarlo.
    Desidero essere inebriata, non sedata.

  • Intenzioni

    Sono sempre salda nelle mie intenzioni. E’ la pratica che poi mi fallisce.
    Come canta la Alice nel Paese delle Meraviglie della Disney: io mi so dar ottimi consigli, ma poi seguirli mai non so. Talvolta mi ritrovo a canticchiare questo motivetto tra me e me. Mi calza a pennello.
    Mi stampo documentazione che poi non leggo; mi compro libri che poi prendono polvere; mi preparo cibo sano che poi non mangio. Invece, cazzeggio su internet e mi ingozzo di biscotti.
    Mi riprometto di fare delle cose, di smettere di farne altre, di non mangiare porcherie, e poi mi sorprendo a comportarmi come al solito nel mentre che lo sto facendo. Il mio cervello mi fa agire come sonnambula, non pienamente consapevole delle mie stesse azioni; si spegne, o passa in modalità automatica, e agisco in modo contrario alle mie intenzioni, che è spesso dannoso per me stessa, alla lunga. La piccola, breve soddisfazione che ottengo dal cazzeggio o dal cibo non dura nemmeno dieci minuti; subentra subito il disagio.
    Se fossi cosciente di quello che sto per fare, mi appiglierei alle mie dichiarazioni di intenti e mi comporterei in modo coerente. O almeno credo. Qualche volta ci riesco.

    So che mi è proibito fantasticare su determinate cose.
    Ma quando ho la guardia abbassata (cioè sempre, a quanto pare) la fantasia mi si scatena in automatico e parto in quarta, solo per rendermi conto della mia disobbedienza quando ormai sono esaltata e fradicia; a quel punto cerco di pentirmi e di fermarmi, ma non è molto facile.

    La mia testa prende una forza inerziale terribile ed innarrestabile, sfida il secondo principio della termodinamica; una volta che scivola giù dalla china non può che prendere velocità, scivolando sui miei stessi umori – mentali o fisici.
    Fino alla fine dei biscotti.

    Quello che vorrei sarebbe imparare a non sporgermi dal dirupo, a non scivolare su quel primo passo, là in cima. Il fosso scosceso mi chiama e mi lusinga, promettendo di essere un abisso di piacere; ed è solo un pantano fangoso di malessere e fastidio.

  • In pausa

    Ogni tanto mi pare che qualcuno mi prema un pulsante “pausa” che devo avere dentro da qualche parte. In quei momenti la mia libido in un certo senso si affloscia; se devo scegliere tra sesso o sonno, scelgo sonno.
    Ma ci vuole davvero pochissimo a risvegliare quella voglia che mi alberga dentro: una frase, un’immagine, un pensiero, uno modo di stare seduta.
    Credo che quei momenti non siano effettivamente di pausa: sono di rincorsa.
    La mia voglia si fa indietro solo per prendere lo slancio, e attende il momento buono per gettarsi nuovamente in avanti, di petto, verso ciò che mi eccita, che mi solletica, che mi fa fremere e bruciare.
    Lo sento: l’elastico è teso ora. Basta poco, basterà poco.

  • Ombre

    Come un bambino che ha paura del buio e chiude gli occhi per non vedere il mostro che si nasconde e si svela tra le ombre, tengo le palpebre serrate. Sento con gli altri sensi, ascolto il tumulto del mio cuore e non voglio vedere niente; un’incomprensibile paura mi attanaglia. E con essa, fortissimo il desiderio di guardare.
    Prendo coraggio e dischiudo gli occhi.
    Sulla sua coscia vedo stagliarsi l’ombra del mio profilo, la bocca aperta, la lingua di fuori. Lo stomaco mi si contrae e rinserro le palpebre, solo per riaprirle ancora poco dopo, soverchiata dal desiderio di guardarlo.
    Alzo timidamente lo sguardo e spero di non incontrare il suo.
    Osservo briciole di realtà; rubo scampoli di visione. Gli occhi socchiusi, le pupille corrono a guardare vicino, vicino, lontano, vicino, sopra, vicino. Richiudo gli occhi e ascolto.
    Mi sale dentro la marea e smetto di combatterla, di ricacciarla giù al grido di “è sbagliato”. Ormai quella voce non è più che un vecchio guardiano del faro, che sbraita contro gli scogli; ma il mare non lo ascolta più: mugghia il suo richiamo e si abbatte sulle scogliere, inondando la riva, sommergendo i dubbi, i forse, i sensi di colpa. Tutto rimane coperto da una schiuma bianca e dall’agitarsi convulso dei pesci.
    Quando si placa la marea, rimango ansante e fradicia a contemplare la distesa infinita delle acque, le rocce lucide, spazzate dal vento. Allora sì, tengo gli occhi aperti e mi lascio riempire dal tramonto che filtra rosso tra le nubi.

  • Preda

    Sono preda delle mie sensazioni.

    Quando accelera all’improvviso, facendo rombare il motore e schizzando lungo la strada sgombra; quando alza il volume di quei suoi pezzi dubstep, distorti e inascoltabili, fino a livelli da denuncia; quando si aggiusta in testa il cappello e inforca i suoi occhiali da sole fascianti…
    …i capezzoli mi si induriscono e la figa mi si contrae, al passo col torcersi delle budella. Lo stomaco mi si strizza in una morsa, schiacciato contro il sedile dell’auto dall’accelerazione, dai bassi nelle casse, e non vorrei reagire così, dio se non vorrei.
    Questi atteggiamenti che normalmente considero tamarri, nel sedile posteriore della sua auto mi soverchiano e non posso impedirmi di eccitarmi. Mi riduco ad uno stato animale, istintivo, in cui queste dimostrazioni moderne di forza hanno presa. E più mi dibatto cercando di oppormi, più la sua presenza alfa penetra in me, sfondando le mie difese, facendomi arrossire e abbassare il viso.

    Socchiudo le labbra, ansimo, e spero che non mi stia guardando nello specchietto.

  • Distrazione

    Quando per caso o per scelta capito su un sito di hentai, difficilmente riesco a staccarmene subito. In preda a una specie di droga, di frenesia, clicco sulle immagini, procedo nelle tavole e guardo, guardo questi disegni così dettagliati, così porno, spesso così pervertiti e così pieni di umori che colano e schizzano. Prima che me ne renda conto è già passata almeno mezz’ora, un’ora, e le mie mutande sono nelle stesse condizioni di quelle delle protagoniste di quelle storie. Mi sento scivolare e realizzo in che stato sono ridotta ben prima di andare a controllare; faccio passare una mano nei pantaloni e trovo un bagnato vischioso che mi incolla gli slip al sesso, e che spesso mi ha infradiciato al punto che cola attraverso il tessuto spesso dei jeans.
    Allora chino la testa arrossendo e scuoto il capo, incredula di potermi bagnare fino a questo punto. Eppure.
    Potrei venire in un attimo; basterebbe far scivolare un dito in circolo due volte, veloce, guardando quelle immagini, lasciandomene travolgere, e potrei venire subito.
    Quasi mordo il tavolo per impedirmelo. Mi sfioro e mi obbligo a spostare la mano. A fatica.
    Non ho il permesso di farlo.
    E mi assale la consapevolezza allora di quanto spesso lo facessi, prima; di quanto il porno mi distragga da qualsiasi altra cosa e mi porti via, in un mondo umido, torbido e ansimante; e quanto mi piaccia immergermi in quel mondo, lasciarmi lambire dalla sua corrente vischiosa, lasciarmi trasportare dalla sua marea.

  • Aperta

    Vengo tenuta aperta.
    Seduta sul divano, le gambe larghe, il Suo braccio che mi pesa sul petto e mi tiene giù. Tengo gli occhi chiusi: forse, spero, se io non vedo loro, loro non vedranno me; non mi vedranno così esposta, così bagnata, così spaventosamente in balìa del piacere. So che è solo un’illusione, e anche da dietro le palpebre posso intuire i sorrisini che hanno in volto. Sorrisi compiaciuti, derisori.
    Vorrei seppellirmi; vorrei scappare; vorrei nascondermi. Gemo e gorgoglio mentre mi masturbano.
    Sento le unghie di Lei incidermi la carne, e il dito di Lui farsi strada in me. Strillo. Mugolo un “no” che non è un no. Godo e non riesco a impedirmi di godere.

    Dopo, il Padrone mi sfotte: “Te la stai godendo un bel po’, eh?”. Sghignazza.
    Che stia godendo un bel po’ è indubbio. Ma che “me la” stia godendo, è tutto un altro discorso. Quasi quasi, preferirei prendere colpi di cane e di frusta, piuttosto che essere obbligata a venire così tanto; gli orgasmi che si susseguono sotto lo stimolo che mi viene imposto mi mettono di fronte all’evidenza della mia predisposizione al piacere, che non credevo tanto potente.
    Una volta mi è stato detto: è bello che sei così responsiva. Mi era piaciuto il termine. Lo faceva suonare come una cosa dolce.
    Adesso, sento il Padrone sibilare: “Troia”, ed è una stilettata nello stomaco, che si contrae in una morsa. Le guance mi avvampano e mi sento bagnare in mezzo alle gambe.
    Questo piacere che sento così forte, cui vengo obbligata contro la mia volontà, mi umilia e mi trasforma in una bestia in calore. La vergogna che provo mi rimescola dentro. L’umiliazione mi riverbera addosso per giorni, fino a sentirla quasi costante.

    L’orgasmo mi viene inflitto come una frustata che mi colpisce l’anima.