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Tag: costrizione

  • Gote

    Mi leghi le braccia e forse non mi rendo conto di quanto sia in effetti comoda questa legatura: mi sembra buona, compatta; allenti la tensione della seconda corda e la recuperi stringendo i kanuki. Mi pare tutto regolare – eppure non so quanto mi sbaglio.

    Ti sento borbottare e chiamare Kirigami per chiedergli consiglio: ti resta troppo poca corda per chiudere, eppure non dovrebbe essere così.

    Lui ti guarda dall’alto della sua esperienza: ma certo, ti dice, è troppo lasso.
    Si china su di me (sul gote), mi chiede se può fare lui e, ottenuto il consenso, procede a stringere i kanuki così tanto che mi leva il respiro.

    Poco prima aveva detto: il bondage è quella pratica che inizia quando non ne puoi più. Questa frase ora mi riecheggia in testa come un comando, una prescrizione.

    Proseguiamo nella legatura ma sento le mani formicolare, i gomiti pizzicare. Il gote è stretto in un modo strano. Cerco di resistere per essere all’altezza di questo bondage così duro, ma al contempo qualcosa in me si oppone, non vuole: perché competere? perché forzarmi in uno stato disagevole solo per non sentirmi di non essere brava? So che questa parte di me ha ragione. Alzo la testa, richiamo la tua attenzione e ti chiedo di sciogliermi, non mi sento bene così. Tu non hai nessuna esitazione e sciogli le corde.

    Una volta libera mi stiro, recupero sensibilità e anche tranquillità. Mi sento accolta, non giudicata. Kirigami stesso torna e conferma che è importante andare con calma, col proprio passo.

    Allora ti guardo e dico: riproviamo.

    Mi siedo in seiza e accolgo il gote che mi stringi addosso. Stavolta è stretto, davvero stretto, sin dall’inizio. Ti avanza corda, addirittura. Fai un giro in più dietro con la prima, con la seconda arrivi largo per chiudere tutto. La respirazione cambia, mi sento costretta ma non più in senso negativo. Questa costrizione è dolorosa e scomoda ma non disagevole; non arriva da un desiderio di “fare bene” ma da un ascolto di me, di te, delle corde.

    Questo gote è perfetto.

  • Nuovo livello

    Stringi la corda più forte della legatura precedente, che era infatti morbida e mi aveva lasciata rilassata, tranquilla. Adesso le braccia sono strette al petto e la corda rossa mi comprime, abbracciandomi a me stessa.

    Cambio respirazione, socchiudo gli occhi: ascolto le corde che girano, le tue mani che le fanno scorrere e passare esattamente dove vuoi che passino, dove devono.

    Mi stendi a terra e mi pieghi le gambe, prima una e poi l’altra: i due futomomo sono diversi, ma entrambi stretti e il dolore diventa parte di me e io del dolore. Premi, strizzi, graffi e mordi: la carne compressa e gonfia reagisce più forte. Strillo e il dolore mi porta dall’altra parte, dove il tempo smette di esistere.

    Mi giri sul fianco destro e colleghi la gamba sotto al torace, comprimendomi ancora di più.
    Mi manca il fiato, ansimo: mi sento segare lo stinco dove c’è meno carne tra la corda e l’osso, sono chiusa e costretta e mi attraversa la mente il pensiero che se dovessi stare male ci vorrebbe un sacco per disfare tutto: così tante corde, così interconnesse, così collegate, che mi stringono a me stessa e mi rendono un pupazzo immobilizzato a terra. Emetto brevi singulti insieme ai respiri; sono in uno stato intermedio tra l’abbandono e la coscienza. Ti chini su di me e riesco a mormorare: fatica! Tu sorridi, dici: e pensa che ora passiamo ad un nuovo livello.

    Ansimo e ho paura di non farcela, e insieme lo desidero. Leghi un’altra corda all’altra gamba, la tiri al bambù e mi sollevi da lì, aprendomi.

    In un istante tutto cambia.

    L’ondata di dolore mi travolge e mi sommerge, spazzando via tutto: pensieri, paure, ansimi, strilli. Respirare non è più un problema. Chiudo gli occhi e boccheggio, sospesa in un oceano buio e calmo. Allenti la corda della sospensione e mugolo, risollevando io stessa la gamba, alzando la testa. Non riesco ad articolare nulla ma intendo: no, non farmi scendere, non tirarmi a riva: lasciami immersa, affondami in questo dolore così dolce, così caldo; lascia che senta tutto, che questo sentire mi accolga e mi culli.

    Tiri ancora la corda in alto e mi tuffo di nuovo, più in profondità. Lampi di dolore mi accompagnano come correnti sommerse.

  • Wildties

    Proprio all’inizio, mentre lei ha addosso solo una corda ma già geme con gli occhi semichiusi, c’è un lungo momento in cui lui la guarda.

    Lei è a terra, le braccia strette dal gote. Lui la gira così che dia le spalle al pubblico, si siede di fronte a lei e la osserva, offrendo il proprio viso a noi. Io guardo il suo sguardo. Gli occhi grandi, sporgenti, aperti, attenti: penetranti. Non stanno guardando me eppure ne sento l’intensità. Cosa vede? Cosa guarda? Forse non è un modo di ricevere informazioni, ma di trasmettere sensazioni e di prenderne dal corpo legato di lei.

    Quello sguardo mi precipita nel mood della performance. Quel momento dilatato, apparentemente fermo, è così carico di emozione che capisco già che sarà un’esibizione potente.

    La stringe nelle corde, veloce e preciso, e si vede quanto siano davvero strette quelle corde. Nel tirarla su lungo la linea di sospensione lei si dimena nel dolore, si inarca, si sospinge in alto e fiorisce. Si sviluppa e si avviluppa come un fiore meraviglioso che cresce all’improvviso e sboccia. Gli occhi chiusi, le gambe legate insieme, il kimono bianco: si scuote come agitata dal vento.

    Lui le apre il kimono, la espone, si allontana e la guarda ancora, la spinge col piede; io sono rapita dal sottile incavo del suo inguine, dalla linea che si stacca dal perizoma e risale verso il ventre a suggerire, più che a mostrare. Mi pare di percepire l’aria appoggiarsi e solleticare quella pelle così liscia e il senso di vergogna e nudità che stimola.

    Anche nelle legature più (apparentemente) semplici, mi travolge il fatto che piange. Singhiozzi, singulti, grida che poi si placano, che rientrano dentro di lei come una marea.
    Io non so piangere nelle corde, nel dolore, e lo vorrei. Non so abbandonarmi a quel tipo di sofferenza: nel dolore ricerco il piacere. Eppure la potenza di quel pianto mi soverchia, mi fa desiderare di potermici immergere come lei fino ad annegare, per tornare di nuovo a prendere aria in un singulto.

    Mentre è appesa in sospensione per una sola gamba osservo le quattro gradazioni di magenta che ci mostra: il corto calzino giapponese, il perizoma, la cintura, i capelli; e infine la quinta: la sua stessa carne che si arrossa nella morsa delle legature, la coscia violacea, il petto paonazzo e il suo volto abbandonato, gli occhi pieni di lacrime, la bocca imbavagliata e i gemiti soffocati che faticano ad uscirne.

    A testa in giù, dondola leggermente; lui le passa accanto e lei inclina la testa nella direzione in cui lo percepisce, avvicina il viso al suo: cerca la vicinanza e il conforto del suo stesso torturatore e questo gesto mi commuove. Conosco quello struggimento, la gratitudine per le sensazioni, tanto più grande quanto queste sono intense e terribili.

    Dopo quasi un’ora la scioglie e lei si scioglie. L’accompagna a riprendersi mentre risuonano gli applausi.

    Io sono emozionata. Non sono particolarmente attratta dalle performance, ma questa ha travalicato ogni cosa. Non mi intendo di corde ed ogni cosa tecnica mi è sfuggita – sebbene mi sia chiaro che lui sia stato di una bravura eccezionale. Ciò che ho visto e sentito e che mi porto a casa, in questa sera di luna quasi piena, sono le emozioni trasmesse, la sofferenza donata – donata da lui a lei e da lei a lui e a tutti – e la commozione di vedere due persone profondamente connesse in un vortice di sensazioni profonde e potentissime.

  • Onirica IX

    Non so come sono arrivata lì. Il sogno inizia in medias res, nel mezzo dell’azione già in corso.

    Sono nuda, in ginocchio; le braccia legate, stese, dietro la schiena, in uno strappado scomodo e doloroso; la corda è fissata in alto al bambù. Sono costretta a chinarmi in avanti, a offrirmi.

    Ti avvicini lentamente e ti metti davanti a me. Mi entri in bocca fino a che non appoggio le labbra sul tuo pube e mi trattieni lì tenendomi per i capelli. Ti sento fino in gola e spasimo per resistere. Tengo gli occhi chiusi e ansimo, sbavo, mi agito.
    Sono scomoda, dolorante, a disagio e bagnata fradicia. Ho una voglia terribile ma sono bloccata, non posso toccarmi e tu non mi fai niente, mi tieni solo quella mano sulla testa.

    Ho così tanta voglia che mi risveglio, ma ho anche ancora sonno. Mi riaddormento e sogno di ripensare a quel sogno, e sogno di masturbarmi pensandoci.
    Infine mi sveglio del tutto, senza avere goduto né in un sogno né nell’altro.

    Il resto della giornata scorre denso come il bagnato che mi resta tra le cosce.

  • Cacofonia

    La sala è ampia e altissima. Le capriate con le travi di legno sovrastano il pavimento in parquet e tutta la varia, rumorosa umanità che è qui convenuta, stasera, per ritrovarsi insieme a fare corde. Bello rivedere persone, volti conosciuti, e vederne di nuovi; si raggruppano in capannelli e chiacchierano, si ritrovano, ridono. Una socialità (kinky) che ci è mancata per un bel po’ e che è ripresa più intensa che mai.

    Ci ritagliamo uno spazio che occupiamo con la nostra coperta mentre ancora gli organizzatori appendono i bambù alle travi: numerosi punti di sospensione cui tutti o quasi tendono con desiderio.

    Quello più vicino a noi, anche se sembrava già occupato, è improvvisamente libero e decidi di approfittarne. Lentamente, inizi ad avvolgermi nelle corde, fai salire la linea di sospensione, mi privi dell’equilibrio.

    C’è tantissimo rumore. La sala altissima ha un’acustica terribile, tutto rimbomba: le voci, le risate, anche la musica che pure è stupenda.
    Il TK stringe, mi richiude le braccia intorno al corpo; mi leghi le gambe insieme e mi spingi, resto appesa, le corde mi mordono la carne.

    Chiudo gli occhi ed ecco: tutti i rumori, il casino, le urla, la musica, la caciara: tutto scompare e va in fondo al mio range percettivo mentre sono nelle tue corde. A tratti risale e mi stupisco che ci siano ancora dei suoni fuori da me, da noi, da questo spazio legato. Fischietti il motivo di Lullaby dei Cure e mi accorgo della musica, che ci accompagna.

    Mi lascio appendere e trasportare dal dolore e dalla costrizione, come sempre, sospinta dal tuo sguardo.

  • Respiro mozzato

    Sono molto rilassata, anzi, già mezza addormentata. Il divano è incredibilmente accogliente e sento che mi sta inglobando, quando tu decidi: facciamo corde. Io sono contenta e obbedisco, ma temo di essere troppo stanca.

    Mi fai una legatura fuori standard: invece di iniziare immobilizzandomi le braccia, inizi dalla pancia. Uno, due giri di corda e stringi; mi avvolgi il torace, poi le cosce, singolarmente. Sembra una tutina di corda. È molto bella, ma sono perplessa perché sono ancora perfettamente libera di muovermi, non mi hai bloccato né le braccia né le gambe. E’ strano. Eppure, le corde stringono e non mi sento “perfettamente libera di muovermi”, anzi. Tengo gli occhi chiusi, la stanchezza mi ottenebra; cerco di ascoltare le corde.

    Le afferri e mi tiri giù, stesa. Afferri il nodo centrale sulla mia pancia e stringi. Mi si mozza il respiro. Di colpo la costrizione diventa evidente, potente. Ansimo e mugolo, piano: sono in un posto tutto mio ma diverso dal solito. Non sono scesa per la solita via, addirittura non mi sembrava di stare scendendo, da come ero stanca, mi pareva che le corde non stessero facendo effetto. Invece.
    Ho le braccia semi contratte, sono tesa, sento il tuo corpo accanto al mio, la tua presenza sopra di me. Stringi le corde e mi sposti, mi controlli da questa gabbia che mi hai stretto addosso. Boccheggio.

    D’improvviso riesco a prendere fiato. Trovo il mio respiro nelle corde. Inspiro a fondo ed espirando mi abbandono. Le braccia scendono, ora rilassate, a stendersi sul pavimento. Sto benissimo in questa stretta dolorosa e scomoda.

    Mugolo come sempre di dispiacere quando sento che inizi a sciogliermi. Non vorrei mai venire liberata da questa libertà costretta che mi doni.

  • Immemore

    E’ incredibile a volte come mi dimentichi di quanto mi piaccia il dolore donato, di quanto ne abbia bisogno, di quanto velocemente mi ci immerga.

    Siamo sul divano a chiacchierare per un po’, poi mi fai spogliare per fare corde ed eccomi lì in piedi, nuda, sorridente, che aspetto che tu mi faccia qualcosa. Non sono particolarmente eccitata, né emozionata: sono contenta ma in attesa, ricettiva ma placida. Mi prendi per i capelli e di colpo mi attivo. Mi spingi a terra e mi colpisci sul culo con la matassa di corda, ed ecco che d’improvviso tutto mi torna. Mi arrivano l’impatto, la posizione, la mia nudità, la tua forza, il desiderio di ricevere di più, mi arriva tutto. Mi getto con tutta me stessa in queste sensazioni, stupendomi ancora una volta di quanto siano forti e belle ed intense e di quanto mi siano mancate, anche se magari non è passato poi così tanto tempo. Ma la quotidianità – con il lavoro, la spesa, le lavatrici e tutte quelle cose ripetute e continue – ogni volta mi resetta la memoria.

    Stringi la corda intorno al mio corpo, mi richiudi su me stessa e mi colpisci, mi stritoli i capezzoli, mi tiri i capelli, mi passi una mano sulla faccia e io la lecco. Tengo gli occhi chiusi e mugolo, assaporo ogni singolo colpo, ogni singolo tratto di corda; mi pare di strillare poco, temo di darti poco feedback, magari non ti dà soddisfazione come reagisco. Ma mi sta piacendo troppo e non riesco a non immergermi sempre di più, anche se mi sembra di essere egoista, di godermela solo io; tu continui a farmi cose e mi lasci a terra a gemere di dolore e scomodità e costrizione, lo sento che mi guardi ed anche il tuo sguardo è una cosa che mi fai, è denso e penetrante come tutto il resto.

    Quando mi sciogli mi lamento perché non voglio che finisca. A prescindere da quanto possa durare o essere intenso, vorrei che durasse ancora di più o per sempre, restare immemore di tutto il resto e rimanere immersa in questo sentire.

  • Scusate il ritardo

    Ero un po’ legata.

  • Mindfulness semenawa

    Quando sono in predicament, legata, costretta, incastrata in una posizione terribilmente scomoda e magari dolorosa, non posso fare altro che essere presente nel momento. Non posso evitare di sentire quello che sto sentendo: le sensazioni sono troppo intense per poterle ignorare. Sono lì e le sento, le vivo, rapita nella presenza feroce e assoluta del mio corpo.

    Allora ho deciso di fare mindfulness in nadu anche nella mia vita quotidiana. Di sfruttare la scomodità come via per restare nel momento e meditare.
    Non posso appisolarmi, o distrarmi, o lasciarmi sviare da pensieri intrusivi: il corpo mi richiama a sé, mi àncora al momento, al dolore, al fastidio, alla percezione. Anche la mia mente allora è legata alla costrizione del corpo e rimane concentrata.

    Nel predicament sono più presente e più serena.

  • Dentro

    Sto ansimando.
    Sto ansimando? E’ il mio respiro il suono che mi rimbomba nelle orecchie? Sì, è il mio stesso respiro.

    Dove sono?
    Sono chiusa dentro. Chiusa dentro me stessa.
    Sto scendendo in un posto scuro, nell’abisso che è in me.

    Prima, la camicia di forza. E’ calda, mi trattiene abbracciata a me stessa.
    Poi, il gancio, che agganci alla cinghia in vita. Lo sento, dentro, ogni volta che inspiro.
    Poi, la maschera da cane in neoprene. Mi ovatta i suoni e amplifica il suono del mio respiro.
    Poi, la cinghia intorno alle cosce. Mi stringe e mi immobilizza.

    Ansimo. Mi sento stretta, chiusa. Sempre di più.

    Poi, le cavigliere legate coi moschettoni. Non posso più muovere i piedi.
    Poi, il collare da postura. Mi costringe in posizione.
    Poi, la ball gag. Non posso più deglutire.
    Poi, la benda sugli occhi. Buio.

    Rilasso i muscoli e sono nel vuoto. Il mio respiro si calma.
    Non vedo nulla. Non sento suoni. Non posso fare nulla. Galleggio.

    Non succede nulla, eppure succede tutto. Sono nelle tue mani. Immobilizzata, chiusa, bloccata, inerme; la testa si fa leggera, si svuota di ogni pensiero. Sono solo corpo: un bozzolo. Sento ogni centimetro di carne: quella nuda e quella coperta di lacci, quella esterna e quella interna.

    Sono qui dentro e mi ci hai messa tu.
    Grazie.