La parte più difficile è… che ogni momento successivo mi fa scoprire una parte più difficile.
Ogni passo che compio mi amplia l’orizzonte e mi mostra quanti altri passi ci siano ancora da fare, anche in direzioni che non avevo previsto, in modi che non avrei gradito.
Non succede mai di arrivare in fondo alla mappa, come in quei vecchi videogiochi anni ’90: cammina cammina cammina ad un certo punto sbatti contro una specie di parete. La prospettiva allora è solo un’illusione, un disegno contro il muro.
Ricordo l’emozione provata guardando The Truman Show, verso la fine. La pelle d’oca. Il cuore in gola. L’orizzonte che diventa piatto quando la punta della barca sbatte contro la cupola.
La scelta di Truman di uscire, andarsene. Il rifiuto di accettare di vivere in un mondo limitato, chiuso, anche se sicuro. Il desiderio di scoprire, andare oltre.
Ogni passo che compio amplia il mio orizzonte, mi sposta il bordo della cupola più in là, lo rende irraggiungibile. Da una parte vorrei nascondermi e rannicchiarmi, sperare in una vita facile sempre uguale a se stessa. E dall’altra non riesco a non sentirmi battere il cuore nel fare ancora un passo, avanzare ancora, scoprire qualcos’altro, cos’altro mi aspetta; che sia bello o brutto sarà comunque VITA degna di essere vissuta. Purché la viva, e la viva al massimo.
Anche se è difficile, anche se è faticoso.
Soprattutto per questo.
Tag: fatica
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Intensità – 08
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Intensità – 07
Il momento più difficile è partire; il secondo è ripartire.
Quando si tira ferocemente, si avanza senza più indugi, senza più accettare giustificazioni, senza più essere indulgenti con se stessi, arriva un momento in cui si è spossati. La stanchezza, quella vera, quella giustificata, che non è più pigrizia, esiste e si palesa subdolamente insieme a pensieri quali “non ce la posso fare”.
Invece sì, certo che ce la posso fare.
Prendere fiato, chiudere gli occhi per un attimo. Riassestarsi, rimettere in ordine se stessi e i propri strumenti, l’attrezzatura. Riposare un poco, a bordo strada. Poi rialzare lo sguardo e fissare nuovamente la meta. Rialzarsi e proseguire. -
Intensità – 04
Correre all’inseguimento del recupero di quanto non fatto per negligenza o stanchezza o autoindulgenza è sempre la cosa più difficile. L’impressione è che il risultato continui a sgusciare via dalle mani, come un’anguilla ancora viva, rabbiosa e riottosa.
E’ necessario ritrovare tutta la costanza perduta nel tempo precedente; quanta non se ne è avuta prima, tanta si deve averne ora. Anzi: di più.
Allora non può più esistere stanchezza, né sonno, né scuse banali. Invece di sbuffare di fronte al dovere, rimboccarsi le maniche e dire: avanti!
Poi, quando si è in azione, quando si fa, tutte le difficoltà che poc’anzi parevano insormontabili sono già alle spalle; non sono più quelle montagne invalicabili che apparivano ma banali dossi lungo la via.
E’ faticoso? Sicuro.
E’ scomodo? Certo.
Dà soddisfazione? Sempre. -
Intensità – 03
Ho sempre la sensazione di subire gli eventi, che le cose accadano senza che io possa porvi non dico freno, ma argine. Vengo travolta dagli avvenimenti (o così credo) e piagnucolo contro il destino cinico e baro.
Invece non è così.
Io scelgo. Io decido.
Io agisco per determinare il mio futuro.
Non è vero che sono stanca; non è vero che non sono capace; non è vero che non ne ho voglia. Posso. Riesco. Non è vero che non ho tempo. Il tempo lo trovo, il tempo è solo una scusa. Quanto tempo perdo su facebook, su internet? Ecco.
Quindi ora io scelgo di prendermi il mio tempo, quello per me. Di fare ciò che amo fare, invece che fissare un monitor e farmi venire la sindrome del tunnel carpale col mouse.
Scelgo di andare oltre la stanchezza, le idee di inadeguatezza, i sensi di colpa, le lamentele a vuoto, i piagnistei. E’ vero: ho un sacco di lavoro da fare e devo cambiare delle abitudini. Ma lo posso fare. -
Intensità – 02
La mia paura è sempre superficiale. Ovvero, si ferma all’aspetto esteriore delle cose.
Osservo la superficie ribollente della realtà e mormoro: è calda. La sfioro con le dita, la pelle si increspa nel suo vapore.
Mi prefiguro le ustioni, il dolore, la carne che si espone a brani, bruciata, viva, annerita, morta. Ci giro attorno, timorosa, sospettosa e desiderosa. Laggiù, oltre quel magma, dentro quella lava c’è la vita, quella vera: quella che ho sempre detto di voler assaporare.
Infine di slancio mi decido. Affondo le mani in quella pasta calda, la manipolo, la massaggio; mi lascio avvolgere dal suo calore, mi lascio avviluppare fino al gomito, fino alle spalle.
Scotta, brucia ma non uccide. Anzi: riscalda. Rincuora.
Mi tuffo a testa in giù, con coraggio – ed il coraggio non è essere senza paura, ma affrontarla e superarla – confidando che presto riemergerò dall’altro lato, capovolta, con un altro centro di gravità, scottata ma fiera. -
Intensità – 01
Prima di iniziare, prendo un respiro profondo.
Per un lungo, lunghissimo, eterno istante ho paura. Una paura fottuta, un terrore primigenio mi soverchia completamente. Non esiste più nulla oltre l’orizzonte della paura.
In quel momento sono convita che sto per morire, che qualcosa di irreparabile stia per accadere, anzi, è già accaduto e precipito orribilmente verso il disastro.
Lo stomaco serrato, il cuore impazzito, la gola stretta da una morsa, osservo con occhi sbarrati il mio gesto incauto, sconsiderato. Perché l’ho fatto, mi chiedo in questo attimo espanso, perché? Voglio tornare indietro, ci ho ripensato, sono stata una stupida, stupida! Ed ora per l’avventatezza di un istante tutto è perduto, tutto. La mia libertà, il tempo, la serenità, non so, qualsiasi cosa. Perduta.
Riemergo dal gorgo della paura annaspando, ingoiando aria a boccate; ansimo, tremante.
Non è accaduto (ancora) nulla.
E’ solo la paura, la paura della scelta, il timore che sia irreparabile, scolpita nella pietra, una volta per tutte. E invece, continua. Ogni attimo non è che un prodromo all’attimo successivo, ogni scelta una strada intrapresa che porterà ad altre scelte, altre strade, altre vite. Ognuna degna di essere vissuta, purché lo sia con onestà e coerenza. E amore, diciamolo, chiamiamolo amore.
Il terrore di amare è il più radicale; è il terrore di perdere ciò che si ama. Ma se non si ama, che senso ha?Ed ho solo iniziato un lavoro nuovo.
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Vivere per chi
A che scopo continuare a desiderare cose se poi non ho tempo per farle?
Sono sempre dilaniata dal desiderio di fare felici gli altri, di essere a loro disposizione, del sentirmi utile, del sentirmi dire ‘brava’. Vorrei sapere cosa fa stare bene me e farlo, invece di dibattermi nell’angoscia di non riuscire a fare felici tutti. Il tempo è sempre tiranno, non riesco mai a fare tutto quello che vorrei fare, o che penso che gli altri vorrebbero che facessi.
Se vado dall’uno non potrò andare dall’altro. Se perseguo una mia pulsione non sarò disponibile per soddisfare quelle altrui.
Mi piacerebbe andare da qualche parte e mi blocca il pensiero che invece, magari, in quel momento qualcun altro vorrebbe che io fossi da un’altra parte a fare un’altra cosa.
Vivo una vita in attesa sperando di ricevere indicazioni, ordini, richieste; quando arrivano e non mi aggradano mi sento sfruttata; quando non arrivano mi sento ignorata; quando arrivano tardi e mi sono già organizzata diversamente mi deprimo.
Eppure non vorrei più vivere sola e senza legami, libera da ogni tipo di vincolo: la mia vera realizzazione, lo so, è con gli altri. La solitudine è il mio rifugio nella paura. -
Farsi male
Ci sono quelle ragazze che si tagliano. Prendono qualcosa di tagliente, affilato, appuntito e se lo passano addosso, magari in qualche posto nascosto dai vestiti, e osservano il sangue affiorare. Il dolore fisico placa per un attimo quello emotivo.
Il mio autolesionismo è il cibo.
Ingoio cereali, pane, cracker, biscotti, tuttoquellochetrovo. L’atto stesso di avere la bocca piena mette per un poco a tacere il senso di insoddisfazione, di disagio, di inadeguatezza.
Il problema è che non funziona più. Crea invece un circolo vizioso. Già mentre inghiotto il cibo sento una voce che mi insulta per come sono debole, grassa, incapace di autocontrollo; che mi dice che quello che sto facendo è stupido, inutile, controproducente. Il fastidio fisico dell’abbuffata mi fa sentire ancora più gonfia di quanto non sia. Alimento – letteralmente – il mio disagio, il mio sentirmi brutta.
Piango calde lacrime di delusione per non riuscire ad essere migliore; per aver gettato al vento una dieta rigorosa ed i risultati conseguiti.
Mi sento un mostro e vorrei andarmene lontano, dove credo tutti vorrebbero relegarmi affinché non offenda loro la vista.
In un posto segreto nel mio cuore so che non è così, che la gente non mi odia né mi odierà mai tanto quanto mi odio io; e so anche che non dovrei odiarmi tanto; che finché mi odierò così sarà difficile se non impossibile stare bene o dimagrire, perché userò sempre il cibo come punizione, sia che me ne riempia sia che me ne privi.
Arranco un passo alla volta e spero che la direzione sia giusta. -
Papavero
Quando sono giù, il sole anche se splende non mi illumina.
Cammino come allucinata, gli occhi strizzati, quasi irritata che la giornata sia bella, il cielo sereno: quasi mi sbeffeggiassero nella mia malinconia.
Mi guardo intorno cercando consolazione, cercando un appiglio per risalire dalla mia tristezza, cercando di vedere ciò che di bello c’è intorno a me per risollevarmi il morale.
A lato del marciapiede c’è un piccolo fosso verde d’erba e colorato di fiori: i papaveri rossi, quei piccoli fiori gialli che fanno piccoli soffioni, ma che non sono tarassaco. Mi torna in mente che il tarassaco in inglese si chiama dandelion, che è un nome, un suono, una parola che mi piace così tanto; lo trovo musicale, sereno, come un’altalena in un prato estivo.
Quando sto per riprendere a sorridere, noto le immondizie trascinate in fondo al canale di scolo. Bottiglie, lattine, carta, plastica. C’è un qualcosa di orribile, di sporco che rovina queste piccole, belle cose. Così mi sento anch’io: c’è sempre qualcosa di schifoso in me che guasta l’insieme della mia vita – o così mi pare.
Allora mi chiedo: le cose brutte sono sufficienti a rovinare anche quelle belle, che pure ci sono e fioriscono? Oppure la bellezza anche delle piccole cose è sufficiente a far dimenticare le cose brutte, che si trovano sempre?
Il papavero ed il mozzicone: cosa vedo prima? di cosa mi resta il ricordo? -
La percezione della punizione I
Ci sono purtroppo quei giorni tremendi, incalzanti, in cui ti piove sempre sopra e tutto va storto, quando tutta una serie di circostanze, di impegni improvvisi, di idee balzane dei capi al lavoro, di qualsiasi cosa, ti fanno saltare i progetti che avevi.
Quando quel progetto era passare il pomeriggio dai Padroni, la catena scende così veloce che brucia come la corda di una tapparella che sfugge di mano.
Seduta da sola in macchina, in un paesino in mezzo al niente, con il completo intimo bello e gli stivali coi tacchi, rimugino.
Mi pesa un peso sul cuore e mi viene da piangere un pianto di rabbia, di capriccio, di bambina che pesta i piedi e grida: non è giusto, non è giusto! Mi sento punita, beffata. Con tutta la fatica che faccio, l’impegno che ci metto, non solo non ottengo ricompensa ma mi viene tolto ciò che mi spetta – il mio tempo col Padrone. Percepisco di stare subendo una punizione ingiusta che mi brucia dentro come fuoco.
Poi respiro, leggo il messaggio del Padrone, mangio qualcosa ché sono in calo di zuccheri da morire. Inspiro a fondo l’aria tiepida di questo autunno così mite e bello, un’aria di foglie secche e vento; le nubi un po’ si aprono e lasciano sfogare il sole.
Non è una punizione. Nessuno mi sta punendo. E’ solo sfiga; capita. Ma nessuno ce l’ha con me. Non c’è nessuna ingiustizia.
Rasserenata, riprendo il mio lavoro; mi rimbocco le maniche e attingo alla mia riserva di grinta, che ne ho bisogno.
Domani, domani sarà un altro giorno, ed il mio Padrone so che mi attende.
