subservientspace

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Tag: sessione

  • Ali per volare

    “Braccia in fuori”, mi dice.
    “Braccia in fuori”, ripeto a mezza voce, mentre il mio cervello, rallentato dall’intensità dalle sensazioni, elabora il senso di quelle semplici parole. Allargo lenta le braccia.
    Mi pizzica la carne sui lati del corpo, sotto le braccia: mi attacca mollette.
    Resa cieca dalla benda, mi trasfiguro. Non sono più io: il Padrone mi trasforma in un meraviglioso uccello, le braccia come ali, le mollette piume che mi adornano.
    Posso volare, lo sento.
    Volo.
    Il Padrone mi allarga di più le braccia, mi apre e spicco il volo. Le mollette appese ai seni, alla carne morbida del pube, alle braccia, ai fianchi non sono che piume meravigliose, che immagino colorate, superbe.
    Il Padrone tira le mollette ed il dolore mi porta in alto, in alto: un volo vertiginoso che non cessa quando queste piume mollette mi vengono strappate di dosso, anzi mi avvita in un’ascensione folle.
    Grida come stridii d’aquila mi salgono dalla gola mentre mi inarco in direzione opposta per facilitare lo strappo; vorrei che questo volo non finisse mai, anche se so che non potrei reggere per sempre una simile accelerazione.
    Plano infine nella copertina di pile, la pelle accesa, la mente obnubilata.

  • IA

    In sessione arriva sempre un momento, che io sia in piedi od in ginocchio, a quattro zampe o piegata, in cui inizio ad oscillare; allora, divento la IA di un videogioco.
    Divengo uno di quei personaggi di contorno, creati dal gioco stesso: il paesano, la guardia, il taverniere, il mercante; uno di quelli che sta solo fermo lì. Si gira a destra e a sinistra senza motivo, si guarda attorno dondolando su se stesso, oppure cammina avanti e indietro sempre sugli stessi cinque metri. Riempie lo sfondo in attesa che il giocatore interagisca con lui per uscire dal suo loop.
    La mia mente è soverchiata dalle sensazioni fisiche: non penso più. Eppure, sono estremamente aperta e ricettiva. Forse il mio oscillare serve al mio cervello a percepire se qualcosa mi accade attorno. Percepisco spostamenti d’aria, masticare di gomma, fruscii, sibili, schiocchi. Rabbrividisco, dondolo. In abbandono.
    Ora sono una figura di servizio; attendo che Il Giocatore interagisca con me.

  • Or tell me something real

    Ma i Padroni non hanno di certo finito con me.
    Una cosa grossa mi viene spinta dentro; si gonfia e inizia a vibrare. Strillo. E poi, inizia a colarmi addosso una cera che è lava rovente sulla mia carne battuta dalle fruste. Salto, urlo e mi contorco; mi arrampico su e giù per la cavallina, mi inarco e grido senza più controllo. La pace superna del subspace ormai è lontana, eppure non vorrei mai che finisse questo atroce tormento.
    Penso se chiedere il permesso di godere; ma so che così, con questa cosa dentro, senza nulla sul clitoride, probabilmente non verrò. Probabilmente. Così proseguo a strillare evitandomi questa vergogna, e mi dimentico totalmente di chiedere questo permesso per il resto della sessione.
    Mi sollevano e mi girano, facendomi muovere nel buio della benda. Mi fido e mi lascio condurre. Mi sento legare ed aprire stavolta a pancia in su; mentre sento sibilare la frusta, un globo vibrante mi atterra tra le gambe e so che non reggerò nemmeno un minuto.
    Poco dopo, sul punto di godere, la frusta mi bacia sul fianco sinistro, lunga, crudele: l’orgasmo mi si strozza in gola con un grido e un singulto.
    Ma poi inizia; inizia quella catena irrefrenabile di orgasmi, tra il vibratore e il dolore, che mi riduce a una polpetta di carne macinata e tremante, incapace di nulla se non di gridare. Godo senza permesso, il cervello frullato.
    Dopo, avvolta nella coperta, la mia gioia più grande è vedere il Padrone sorridere e dire: “Mi sono divertito”.
    Sono felice di diventare per Lui, per Loro, un corpo vibrante, una bambola con cui giocare.

  • Tell me something beautiful

    Sento partire questo pezzo dallo stereo; gli occhi bendati, sono già persa nel vortice dei colpi, delle sensazioni violente e laceranti. Senza deciderlo sillabo il testo della canzone, lasciandomi trasportare più lontano. A 2.55 l’atmosfera si sospende, la voce angelica sospira il suo canto – e certo che me lo aspetto, ma l’impatto della musica e delle mani del Padrone che mi calano addosso mi travolgono ugualmente. Di colpo, affondo in subspace. La potenza dell’impatto mi urta fuori dal mio stesso corpo.
    Lo so che al Padrone non piace molto che stia in subspace – lo privo di una parte delle mie reazioni, avvolta come sono nel mio bozzolo. Ma non lo faccio apposta ad andarci, anche se certo non me ne andrei mai.
    Il Padrone mi sculaccia ancora un poco: mugolo, canticchio e ridacchio tra me. Poi si ferma, ed il tempo è come sospeso; mi cullo in subspace e mi dondolo a cavalcioni della cavallina in questa strana quiete. Una parte lontana della mia coscienza si accorge – e si stupisce – che in quel momento, nuda, esposta e con la pelle bruciante, mi sto addormentando.
    Tale è il mio abbandono.

  • Catetere

    Accetto perché conosco com’è. Mi è toccato metterlo per ragioni mediche e non di gioco, quindi so che non è così terribile. Sono felice di poter soddisfare quella luce sadica accesa negli occhi della mia Lady.
    Quando mi stendo, comunque, tremo.
    Tengo le braccia piegate, le mani chiuse vicino al viso, in una posizione che per me è di protezione; tengo le gambe larghe sul lettino da clinical, e tremo.
    Non ho propriamente paura, o forse sì. Non temo il catetere in sé; temo gli sguardi. Si raccoglie intorno molta gente e io sono lì: esposta, allargata.
    Chi lavora su di me è molto bravo e professionale, molto attento, cosa di cui sono grata: non è passato molto tempo da quando ero molto ipocondriaca, terrorizzata da contagi inesistenti. Una volta non avrei mai accettato di fare clinical, di nessun tipo. Li osservo armeggiarmi addosso coi guanti, aprire le confezioni sterili, usare disinfettante e lubrificante.
    Il mio Padrone, ai piedi del lettino, schiocca le dita e mi riporta da Lui, accertandosi che stia bene. Confermo.
    Io sono …non so come sono. Mi tremano le gambe, mi batte forte il cuore. Non sto male, non sto nemmeno bene. La pratica è disagevole in sé.
    Il fastidio fisico di quando il catetere viene inserito è trascurabile, lo sento all’inizio ma mi adatto quasi subito; non è doloroso. E’ solo umiliante. Solo.
    Di colpo realizzo cosa mi terrorizza.
    Non ho scelta: piscerò davanti a tutti. Non ho alcuna possibilità di oppormi: il catetere bypassa ogni tipo di difesa o volontà. Potrei stringere i muscoli, chiudere le gambe o urlare che non voglio; ma non ho il controllo.

    Non.
    Ho.
    Il.
    Controllo.

    Inghiotto aria a vuoto, il cuore in gola. Vibro fino nelle profondità del mio essere. Questo degrado; questa umiliazione: mentre mi distruggono mi risuonano dentro.
    Sono strana.

  • Bolla

    Il tempo, durante una sessione, si dilata. Scorre più lento ed insieme più veloce; passano ore senza che me ne renda conto, eppure ogni istante è pregno e vischioso. Non si calcola più in minuti, ma in colpi.
    Il tempo diventa allora un’immensa bolla di liquido denso che si ingrossa e mi ingloba; fluttuo al suo interno, lasciandomi trasportare dalle correnti, dagli spostamenti dati dalle sculacciate, dalle frustate; ogni colpo mi scuote, mi rovescia. Mi sento capovolta, perdo sensibilità alle estremità.
    Entro in subspace e nemmeno me ne rendo conto.
    Mi lascio portare, sbattere, spingere, galleggiare. Lui mi afferra e mi sposta a Suo piacere, riportandomi a galla per prendere fiato e rigettandomi nell’abisso. Divinità di questo mare nero in cui desidero affogare.
    Infine mi trascina sulla battigia della mia coscienza, tramortita, semincosciente, scossa e felice. Collasso sul bagnasciuga, inconsapevole di dove mi trovi, solo grata per essere stata in balia dell’oceano ed essere stata riportata a riva, naufraga di me stessa.

  • Il sapore dolce del dolore

    Per un brevissimo istante eterno, credo che stia per baciarmi. Ne sono quasi sconvolta. Ma non lo fa.
    Si sporge verso di me: la sua barba mi sfiora le labbra, le guance. Io in piedi, nuda, decorata di mollette di legno, che mi contorco di dolore; lui vestito, pacato, bisbiglia al mio orecchio: “Tutto bene?”
    Ed io d’improvviso smetto di ansimare, di tremare, di avere paura; smetto di soffrire, le endorfine mi riempiono le vene, mutando il dolore in desiderio. Sgrano gli occhi e inalo la Sua presenza, me ne inebrio; annuisco: sì, va tutto bene, ora.
    Con studiata lentezza mi appende addosso ancora mollette; gemo. Le strappa a grappoli, di colpo. Urlo, barcollo; mi afferra al volo, mi tiene e mi riporta in piedi. Il dolore allora non è più una sofferenza ma un dono che Gli faccio, che Lui fa a me.
    Mi salgono le lacrime agli occhi ma sono lacrime di gioia, di meraviglia per sentirLo così vicino, per le Sue mani che mi passano sul corpo prima e dopo i colpi, che mi strizzano e mi coccolano; è gratitudine per le carezze sulla testa, per gli abbracci che mi tengono al mio posto.
    Non alzo lo sguardo; non ricambio gli abbracci; non mi sporgo per andarGli incontro. Premo solo il viso contro di Lui quando mi stringe; non oso muovermi, ma sono Sua.
    Mi lascio fendere dal Suo tocco, solcare dalla Sua volontà. Sono un mare in burrasca, tumultuoso in superficie, tagliato dalla Sua prua, e placido nell’immensa profondità che mi dona.

  • Venire aperta ed aprirsi

    Alzo la testa solo per un istante, quanto basta perché l’immagine dell’enorme strap-on nero che Lei indossa mi baleni allo sguardo e mi si imprima nella retina. Riabbasso il capo e tremo di aspettativa.
    La mano di Lui mi solleva per i capelli e mi sposta, facendomi mettere piegata contro lo schienale del divano.
    Lei mi accarezza il culo, mi graffia, mi schiaffeggia. Me lo appoggia e spinge.
    E’ grosso. E’ duro. E’ freddo.
    E’ spaventosamente freddo; mi ghiaccia dentro. Spinge contro il plug che preme in risposta. Lei inizia a muoversi.
    Stringo i denti, contraggo il viso in una smorfia e d’improvviso eccolo: “Crampo!”, strillo.
    Non è la safeword ma è una comunicazione sufficientemente chiara.
    Lui entra nel mio campo visivo, accorre per aiutare; Lei si blocca: “Dove?”, chiede.
    Non ho tempo di vergognarmi né di elaborare una risposta più pudica: “Alla figa!”, esclamo.
    C’è un attimo di sospensione; poi Lei scivola fuori, dandomi sollievo, mentre Lui scoppia a ridere. Rido anch’io, conscia dell’assurdità della cosa. “Era troppo freddo”, spiego, mentre Lui si rotola sul divano dalle risate.
    Dopo qualche minuto il dolore ed il freddo sono passati, ed il dildo di silicone è stato scaldato sotto l’acqua calda. Quando mi torna dentro è tiepido.
    “E’ ancora freddo?”, chiede Lei.
    “E’ ancora grosso”, rispondo io.
    Li sento ridacchiare.
    Lei spinge. E’ davvero grosso, ma poco alla volta mi lascio andare, mi lascio aprire. Inizio ad ansimare e a gemere. Lui viene a stendersi sul pouf del divano davanti a me; intravvedo il suo sorriso sardonico. Cerco di nascondere il viso nei cuscini, mentre sento crescere il piacere che provo.
    “Guardami”, ordina.
    Alzo il viso piano; il mio sguardo inciampa nell’evidente rigonfiamento nei suoi pantaloni, ma lo so di non avere il permesso di guardarlo, quindi proseguo ad alzare gli occhi fino al suo volto.
    Sogghigna.

    Lo strap-on è duro e insensibile; lo sento, lo so. Mi scopa senza riguardo, non avverte dolore o fastidio.
    La mia Lady ne è cosciente e si muove con cautela, all’inizio. Lo fa entrare poco alla volta, spinge piano; ne entra un po’, poi un altro po’. Si muove con delicatezza, con quel grosso coso nero.
    Io mi sento aprire. La differenza con uno vero è evidente, ha una durezza che la carne non conosce; è una specie di indifferenza. Lo strap-on non ha mai finito, non è mai placato; non si può sperare nella pietà offerta da un suo orgasmo. Resta sempre duro.
    Penetra sempre più a fondo; la sua cattiveria si unisce all’attenzione della mia Lady nel mettermelo e al divertimento del mio Padrone che guarda. Sfonda le mie barriere anche mentali; rilasso infine i muscoli e mi lascio penetrare. Mi puntello come posso nei cedevoli cuscini del divano per oscillare in risposta, per andare incontro, per farmi aprire di più. Ora è caldo e scivola, lubrificato dai miei umori.

    Non ce la faccio più: godo.
    Mi sento paonazza in viso, bruciante di vergogna a dover guardare il mio Padrone, a mostrarmi a Lui così cagna e così in calore, ma non riesco più a imperdirmelo: ho abbandonato infine quel controllo cui tengo tanto, sono sciolta nella Sua volontà.
    Non riesco più a fermarmi, non voglio: ora è Lui il mio unico limite.
    Ottenuto il permesso, godo.

  • Lady

    Stesa sul tavolo, aperta, tengo le palpebre chiuse, tentando di non guardare in viso il Padrone (non mi è permesso) e di non abbagliarmi coi faretti sul soffitto. Giro la testa, mi contorco, i muscoli che si contraggono in spasmi di dolore al susseguirsi dei colpi, della cera, di tutto.
    Apro gli occhi cercando un appiglio, un sollievo, un aiuto. E vedo Lei.
    Sorride trasognata, guarda Lui, osserva quello che mi fa e come io reagisco. Allunga le mani per graffiare, colpire, toccare anche Lei. Bisbiglia per attirare la Sua attenzione; mentre Lui infierisce col cane, Lei gli fa cenno e mi accarezza l’esterno coscia, immagino suggerendo il prossimo bersaglio, e rabbrividisco.
    E’ sempre così sorridente, allegra, giocosa; mi manda faccine sul cellulare, immagini bdsm, foto dei piatti deliziosi che cucina. Ride e scherza con me tanto che spesso dimentico che è la mia Lady, la moglie del Padrone, che Le devo un profondo rispetto e che ci deve essere un certo distacco, anche se non tanto quanto con Lui.
    Vederla ora così compresa di quanto sta accadendo, con quel sorriso dolce e sadico sul viso, affascinata dalle possibilità di infliggermi dolore, dal mio contorcermi, divertita… mi fa scendere il cuore nello stomaco. Mi ricorda chi è, chi sono io, quali sono i nostri ruoli l’una verso l’altra.
    Mi brillano gli occhi al brillare dei Suoi; mi si mozza il fiato in gola al Suo dimostrarmi quanto può essere sadica – tanto che confondo la Sua mano con quella del Padrone.
    Sorrido a vederla sorridere mentre mi guarda, per un brevissimo attimo sospeso, tra un colpo e l’altro; torno a strillare e saltare e, mentre richiudo gli occhi, mi rimane l’immagine del Suo viso che si illumina e del Suo sorriso che si fa più grande.

  • Arrotare

    La “r” di “rosso” che tremola tra la lingua e i denti; produce bollicine sul palato ma non esce.

    Ho goduto?
    Non lo so. Troppe sensazioni, piacere, dolore. Il vibratore sulla figa, i colpi sul culo.
    Forse ho goduto: i colpi successivi fanno estremamente male, sono più sensibile.
    Forse no: la tensione non si allevia anche se il clitoride ormai mi duole e basta; anche il piacere è diventato una tortura.
    So solo che strillo e salto.
    E quando il cane cala per l’ennesima volta, sulla coscia stavolta, urlo un urlo di gola, di dolore che morde atroce e crudele e in quel momento lo sento: sento il Suo piacere sadico nell’infliggermi quel dolore che è solo terribile dolore – e non dico la safeword. Aspetto il colpo gemello sull’altra coscia (che non tarda ad arrivare) e mi contorco.
    Una parte di me si dispera: perché mi odia? perché mi fa questo? Ma un’altra parte sa: questo è quello che ho scelto, questo è quello che voglio. Mettermi al servizio del Suo piacere, abbandonare il mio solo desiderio egoista e lasciare che Lui si diverta. Il mio piacere non sia più solo il rumore bianco di un orgasmo devastante che annebbia il cervello, ma sia il faticoso assaporare di riflesso ciò che Lo rende felice.

    Aspetto ancora qualche attimo, la safeword arrotolata sulla punta della lingua, abbarbicata e pronta; comunque non posso, non potrei proseguire, non ce la posso fare più. Ma Lui posa gli strumenti.
    Mi accarezza, mi passa le mani calde sulle cosce martoriate. Ha finito, capisco che ha finito. Mi rassicura, mi blandisce senza dire una parola; solo le sue mani addosso, a contatto, delicate ora.
    Non mi sta davvero accarezzando; non sono propriamente coccole. Mi passa le mani sui segni e so che apprezza i solchi in rilievo lasciati dal cane. Il suo gesto è deciso, forte senza essere duro. E’ sempre la mano del Padrone, solo di diversa qualità.
    Mi morde, sento il sentore umido della Sua bocca, i denti che mi stringono la carne. Penso: mi divori, Padrone; non lasci nulla di me.
    In quel momento smetto di singhiozzare ed il respiro mi si fa più calmo, lento e profondo. Lentamente, ritorno.
    Mi fa alzare e mi accompagna a stendermi alla mia cuccia; barcollo e crollo distesa. Mi accarezza la testa e mi stende addosso una coperta di pile azzurro; ne assaporo il tepore.

    Senza quasi accorgermene, scivolo in un confuso dormiveglia fatto di immagini della sessione appena conclusa, delle voci dei Padroni che chiacchierano, del bruciore dei segni sulla carne che struscia sulla stoffa.
    Mi lascio avvolgere in quell’oblio, e riapro gli occhi solo per guardarLo.