subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Burrasca

    Sotto uno dei bambù del salone mi accarezzi le braccia e inizia la legatura. Il respiro cambia e mi immergo dentro di me. Forse c’è qualche elemento esterno che interferisce: sento l’altra ragazza legata all’altro bambù che geme; ripenso all’ultima volta che sono stata qui, in aprile.

    Mi imbavagli e mi bendi e le corde stringono, mi sposti, mi mordi, mi premi le dita nella carne.

    Chiusa in me nuoto nelle mie profondità. Ad un certo punto, però, riemergo. Ma non sono a riva: sono ancora in mezzo all’oceano della mia coscienza. Il cielo è plumbeo, la superficie scura; tutto è buio. Sono le acque in cui di solito sono immersa, che mi avvolgono e mi abbracciano; adesso, invece, sono in superficie.

    E il mare è in burrasca.

    Sono in balia delle onde: emozioni, pensieri, ricordi. Vengo trascinata e non c’è calma. Sto facendo un viaggio distante da te, forse distante da dove volevi portarmi. Non so cosa sia successo: sono naufragata. Non ho appigli e qualcosa cerca di farmi affogare: tutti i miei pensieri neri mi ribollono intorno. Tornano esperienze passate andate male, cose che ho sbagliato, tentativi falliti; sentimenti, relazioni, tutto ciò che ho perduto. Tutto ciò che mi tormenta.

    Ti sento slegare i nodi e iniziare a sciogliere la legatura, riprendo fiato. Percepisco uno spiraglio di luce. Penso: ecco, quando questa corda sarà sciolta, mi sarò perdonata.

    La corda tira, si stringe di nuovo, si allenta, mi avvolge e mi scorre addosso; il mio oceano mi trascina nella tempesta ma ho trovato un appiglio per restare a galla, per navigarlo anche senza averne controllo. Alla deriva nella burrasca che si sta placando. Sono l’oceano e sono il naufrago.

    La mia carne si scioglie allo sciogliersi delle corde, mi pare di espandermi, di versarmi sul pavimento. Mi togli la benda e sono stravolta. Non so dove sono stata questa volta, come sono finita in quel naufragio, né se sia davvero tornata a riva o se sia solo aggrappata ad un relitto che mi sta dando un po’ di sollievo. Ma respiro.

    Ci metto forse un’ora a riprendermi e ancora mi resta addosso una malinconia struggente, una compassione lacerante verso me stessa e tutto quello che è stato.

  • Serena

    Come tre settimane fa ero sfinita, adesso mi sento rasserenata. Sempre stanca, ma in un certo senso ho accettato la fatica.

    Davvero non c’è nessuna prescrizione, nessuna necessità in senso filosofico; nessun giudice che decide del mio diritto ad esistere in una forma o in un’altra, nessuna Legge o Verità che mi obblighi ad essere in un determinato modo per poter essere degna.

    Posso vivermi quello che mi sento, e se non me lo sento posso sempre ripensarci.

    Certo ho ancora così tante cose da fare, così tanti pensieri; ma ho deciso di conviverci. Un po’ alla volta faccio, penso, risolvo; intanto vivo. Magari non sono ancora del tutto a mio agio, ma ho scoperto che sono più a mio agio se accetto il disagio che se cerco di evitarlo: ciò che rifuggo mi controlla, ciò che accetto mi accompagna.

    Il mio riposo non è più una fuga.

  • Nuovo livello

    Stringi la corda più forte della legatura precedente, che era infatti morbida e mi aveva lasciata rilassata, tranquilla. Adesso le braccia sono strette al petto e la corda rossa mi comprime, abbracciandomi a me stessa.

    Cambio respirazione, socchiudo gli occhi: ascolto le corde che girano, le tue mani che le fanno scorrere e passare esattamente dove vuoi che passino, dove devono.

    Mi stendi a terra e mi pieghi le gambe, prima una e poi l’altra: i due futomomo sono diversi, ma entrambi stretti e il dolore diventa parte di me e io del dolore. Premi, strizzi, graffi e mordi: la carne compressa e gonfia reagisce più forte. Strillo e il dolore mi porta dall’altra parte, dove il tempo smette di esistere.

    Mi giri sul fianco destro e colleghi la gamba sotto al torace, comprimendomi ancora di più.
    Mi manca il fiato, ansimo: mi sento segare lo stinco dove c’è meno carne tra la corda e l’osso, sono chiusa e costretta e mi attraversa la mente il pensiero che se dovessi stare male ci vorrebbe un sacco per disfare tutto: così tante corde, così interconnesse, così collegate, che mi stringono a me stessa e mi rendono un pupazzo immobilizzato a terra. Emetto brevi singulti insieme ai respiri; sono in uno stato intermedio tra l’abbandono e la coscienza. Ti chini su di me e riesco a mormorare: fatica! Tu sorridi, dici: e pensa che ora passiamo ad un nuovo livello.

    Ansimo e ho paura di non farcela, e insieme lo desidero. Leghi un’altra corda all’altra gamba, la tiri al bambù e mi sollevi da lì, aprendomi.

    In un istante tutto cambia.

    L’ondata di dolore mi travolge e mi sommerge, spazzando via tutto: pensieri, paure, ansimi, strilli. Respirare non è più un problema. Chiudo gli occhi e boccheggio, sospesa in un oceano buio e calmo. Allenti la corda della sospensione e mugolo, risollevando io stessa la gamba, alzando la testa. Non riesco ad articolare nulla ma intendo: no, non farmi scendere, non tirarmi a riva: lasciami immersa, affondami in questo dolore così dolce, così caldo; lascia che senta tutto, che questo sentire mi accolga e mi culli.

    Tiri ancora la corda in alto e mi tuffo di nuovo, più in profondità. Lampi di dolore mi accompagnano come correnti sommerse.

  • Identity

    Quando qualcuno viene messo in discussione nella propria identità, o meglio in qualcosa che considera identitario, che sente essere una parte fondante di sé, di solito si irrigidisce e si arrocca sulle proprie posizioni per difendersi da ciò che percepisce come un attacco, invece di accogliere il cambiamento, sebbene tutti siamo d’accordo che mettersi in discussione è una cosa buona: per migliorarsi, crescere eccetera. E anche io sono sempre stata d’accordo.

    Eppure ora mi rendo conto di quanto, messa in discussione in un mio aspetto identitario, mi sono chiusa a qualsiasi cambiamento fino a offendermi del fatto di non venire riconosciuta come volevo nella mia persona.

    Per me l’essere sub è sempre stato un tratto fondamentale, da quando ho scoperto il BDSM. L’ho accolto come una rivelazione: avevo capito chi ero. Non l’ho mai considerato un gioco e nemmeno solo un ruolo: era un’identità. Una definizione.

    Mi sono detta d’accordo sull’importanza di non prendersi troppo sul serio e ho riso del verobiddì. Ma dentro di me l’ho sempre ritenuto un elemento fondativo, una Verità incontestabile; e ho sempre desiderato venire riconosciuta come tale. Di più: ho sofferto se non accadeva, mi sono arrabbiata se non venivo considerata principalmente come sub, nel mondo BDSM.

    Certo: ho provato a mettere in discussione questa rigidità. O meglio: ho provato a farmi condurre in quel senso, sentendo che poteva essere una cosa buona. Ma mi accorgo di non esserci davvero riuscita. Usciva dalla porta e rientrava dalla finestra.

    Quello che mi sta facendo soffrire ora è la lotta tra la necessità di cambiare e il desiderio di restare aggrappata a quell’identità, con la sicurezza che mi dava. O forse è solo la paura di perdere dei punti di riferimento, anche se mi fanno male.

    Ho scoperto, però, che lasciare andare quell’identità così rigida, così prescrittiva, può essere liberatorio, non solo spaventoso. Succede forse perché lo sto facendo da sola, stavolta: senza la stampella che credevo vitale di un Padrone a cui affidarmi, che mi guidi alla scoperta di tratti di me.

    Ho paura perché sono libera. Ho paura ma sono libera.

  • Disfunzionale

    E adesso che ho capito, davvero, che ciò che chiamavo appartenenza e che mi sembrava una cosa profonda, meravigliosa, poetica, un dono di dedizione assoluta, in realtà era dipendenza emotiva? 

    Ho puntato tutto sulla relazione: ho investito ogni briciola delle mie energie verso l’Altro, cercando di ottenere in cambio quel senso di valore, di merito, che non riesco a percepire in me. Cercando quel “brava” che non sono capace a dirmi da sola. 

    Ho proiettato le mie capacità all’esterno, dedicandomi al servizio per ricevere validazione, supporto, conferma, accettazione; per sentire di essere, almeno, utile, e quindi guadagnarmi l’esistenza. 

    Il mio esserci, sacrificarmi, stare vicino e accettare ogni cosa è stato un modo per mantenere la vicinanza, perché la vicinanza mi restituisse un’idea positiva di me, e alleviasse il mio costante senso di colpa. 

    Ma ho anche cercato inconsapevolmente la validazione là dove era più difficile, perché altrimenti non avrebbe avuto un vero valore. Ho gioito nella sofferenza di anelare ad un Padrone distaccato e l’intensità delle emozioni che provavo mi convinceva che fosse giusto. 

    Adesso potrò crederci di nuovo? Trovare un modo sano, funzionale, negoziato, consensuale di vivere quella dipendenza emotiva con qualcun altro? O un modo diverso di vivere l’appartenenza senza che diventi dipendenza emotiva? Mantenere la mia autonomia mentre mi sottometto, restare vigile mentre mi affido: è possibile? O meglio: ne sono in grado? 

    Non so se sia sano, per me; non lo so più. Non riesco più a crederci né a fidarmi delle mie emozioni, ora che mi si è svelata questa verità. E insieme vorrei ancora che fosse reale, viverlo ancora, sentire ancora quelle emozioni così viscerali.

  • Cosa voglio io

    La cosa difficile non è tanto capire cosa desidero realmente, quali siano le mie richieste, le mie necessità. La parte davvero difficile è capire come gestire il fatto stesso che io voglia qualcosa.

    La mia educazione (nonché, probabilmente, la mia stessa indole) mi ha portata ad essere una persona molto accogliente, molto compiacente: i desideri dell’Altro sempre prima dei miei, per ricevere accettazione e validazione. Nel BDSM mi sono trovata come un pesce nell’acqua: l’impianto stesso prevede che il volere del Padrone sia sempre prioritario, anzi, spesso prevede anche che la sottomessa non ne abbia uno del tutto, di volere: che il solo fatto di soddisfare l’altro sia soddisfazione sufficiente anche per sé.

    Di recente però ricevo sempre più numerosi messaggi e indicazioni sul fatto che, in realtà, una sottomessa deve assolutamente avere ben chiaro cosa vuole, negoziarlo con chiarezza, esprimere eventuali necessità non colmate, comunicare. Mi hanno detto: la schiava migliore è quella egoista: fa quello che fa (o subisce quello che subisce) perché le piace, non per sacrificio, quindi giocarci è un piacere anche per la controparte.

    E intanto però tutta la retorica più accreditata, le immagini in bianco e nero, le dichiarazioni di Appartenenza sono tutte rivolte a ribadire che l’unico vero desiderio della schiava dovrebbe essere quello di soddisfare il Padrone e vederlo felice. Anche molte conversazioni alla fine convergono da questa parte.

    Quindi, come faccio ad essere sia sottomessa sia autodeterminata? Che devo fare? Cosa ci si aspetta da me come sottomessa? Cosa mi aspetto io come sottomessa?

    Sono molto combattuta. Da una parte vorrei solo abbandonarmi e basta, non pensarci più; perché prendersi la responsabilità dei propri desideri è impegnativo. Dall’altra voglio, indubbiamente. Voglio ricevere soddisfazione, essere felice, ottenere quello che mi piace; e posso farlo solo se quella responsabilità me la prendo.

    Alla fine, quello che complica davvero le cose è il fatto che quello che voglio di più è non volere più: poter dipendere e basta, con soddisfazione. Anche se non funziona e mi fa male; e lo so.

    Quello che voglio è in contraddizione con quello che voglio.

  • Cordine

    “Facciamo due cordine”, dice con entusiasmo.

    Certo, dico, perché no? Non direi mai di no. Magari è tardi, sono stanca, abbiamo già fatto due ore di impact in due sessioni distinte, il locale tra non molto chiude, ma perché no?

    Mi stringe nel gote ed è quasi rilassante; ma è il futomomo che poi fa la magia. Sento stringere, sento dolore: mi muovo per sentirlo di più, sollecito le corde perché mi si conficchino di più nella carne: per sentire quel dolore che mi rilassa e mi riallinea con l’universo.

    Anche quando sono proprio due cordine brevi, che è tardi, vanno benissimo: mi rimettono insieme. La corda stringe tutte le parti di me che si sono sfaldate durante la settimana, vuoi per il lavoro o per i pensieri, e le fa aderire rendendomi di nuovo una persona intera.

  • Sfinita

    No, non lo voglio un altro caffè. Non voglio svegliarmi, attivarmi. Voglio dormire.

    Voglio potermi stendere e riposare, non pensare a niente, non guardare i social network, non controllare se mi è arrivato un messaggio, non rispondere ai clienti né alla mamma.

    Ho bisogno di poter chiudere gli occhi e basta, lasciarmi andare, rilassarmi. Sciogliere la tensione nelle spalle, allungare il collo, inspirare ed espirare; soprattutto: mettere da parte i pensieri, l’ansia, le cose da fare. Smettere di sentirmi in colpa perché non ho fatto tutto quello che c’era da fare nell’universo.

  • Wildties

    Proprio all’inizio, mentre lei ha addosso solo una corda ma già geme con gli occhi semichiusi, c’è un lungo momento in cui lui la guarda.

    Lei è a terra, le braccia strette dal gote. Lui la gira così che dia le spalle al pubblico, si siede di fronte a lei e la osserva, offrendo il proprio viso a noi. Io guardo il suo sguardo. Gli occhi grandi, sporgenti, aperti, attenti: penetranti. Non stanno guardando me eppure ne sento l’intensità. Cosa vede? Cosa guarda? Forse non è un modo di ricevere informazioni, ma di trasmettere sensazioni e di prenderne dal corpo legato di lei.

    Quello sguardo mi precipita nel mood della performance. Quel momento dilatato, apparentemente fermo, è così carico di emozione che capisco già che sarà un’esibizione potente.

    La stringe nelle corde, veloce e preciso, e si vede quanto siano davvero strette quelle corde. Nel tirarla su lungo la linea di sospensione lei si dimena nel dolore, si inarca, si sospinge in alto e fiorisce. Si sviluppa e si avviluppa come un fiore meraviglioso che cresce all’improvviso e sboccia. Gli occhi chiusi, le gambe legate insieme, il kimono bianco: si scuote come agitata dal vento.

    Lui le apre il kimono, la espone, si allontana e la guarda ancora, la spinge col piede; io sono rapita dal sottile incavo del suo inguine, dalla linea che si stacca dal perizoma e risale verso il ventre a suggerire, più che a mostrare. Mi pare di percepire l’aria appoggiarsi e solleticare quella pelle così liscia e il senso di vergogna e nudità che stimola.

    Anche nelle legature più (apparentemente) semplici, mi travolge il fatto che piange. Singhiozzi, singulti, grida che poi si placano, che rientrano dentro di lei come una marea.
    Io non so piangere nelle corde, nel dolore, e lo vorrei. Non so abbandonarmi a quel tipo di sofferenza: nel dolore ricerco il piacere. Eppure la potenza di quel pianto mi soverchia, mi fa desiderare di potermici immergere come lei fino ad annegare, per tornare di nuovo a prendere aria in un singulto.

    Mentre è appesa in sospensione per una sola gamba osservo le quattro gradazioni di magenta che ci mostra: il corto calzino giapponese, il perizoma, la cintura, i capelli; e infine la quinta: la sua stessa carne che si arrossa nella morsa delle legature, la coscia violacea, il petto paonazzo e il suo volto abbandonato, gli occhi pieni di lacrime, la bocca imbavagliata e i gemiti soffocati che faticano ad uscirne.

    A testa in giù, dondola leggermente; lui le passa accanto e lei inclina la testa nella direzione in cui lo percepisce, avvicina il viso al suo: cerca la vicinanza e il conforto del suo stesso torturatore e questo gesto mi commuove. Conosco quello struggimento, la gratitudine per le sensazioni, tanto più grande quanto queste sono intense e terribili.

    Dopo quasi un’ora la scioglie e lei si scioglie. L’accompagna a riprendersi mentre risuonano gli applausi.

    Io sono emozionata. Non sono particolarmente attratta dalle performance, ma questa ha travalicato ogni cosa. Non mi intendo di corde ed ogni cosa tecnica mi è sfuggita – sebbene mi sia chiaro che lui sia stato di una bravura eccezionale. Ciò che ho visto e sentito e che mi porto a casa, in questa sera di luna quasi piena, sono le emozioni trasmesse, la sofferenza donata – donata da lui a lei e da lei a lui e a tutti – e la commozione di vedere due persone profondamente connesse in un vortice di sensazioni profonde e potentissime.

  • Randagia

    Finite le coccole e l’esibizione di corde, ho salutato e mi sono allontanata, cercando persone conosciute.

    Allora ho scoperto un gioco molto divertente: nessuna delle persone che mi conoscono mi riconosceva.
    Mi sono messa a salutare apposta le persone, per vedere il loro sguardo di smarrimento all’approccio di una persona-cane. Dal panico tipo “che vuole questa da me” alla perplessità del “ma chi cavolo sei?!”. Ho riso e mi sono (un po’) rilassata.

    E poi ho capito: cos’è un cane senza collare se non un randagio?

    Così è in questo modo che mi sono presentata poi. Mi è sembrato essere un status migliore rispetto alla solitudine, con una sua dignità solitaria che veicola un senso di autonomia e al contempo un desiderio, una nostalgia di appartenere.

    Lui lo conosco da tanto, ma senza averci mai parlato molto; un rocker, piccolo e nervoso, in senso letterale: asciutto, un fascio di nervi, un sorriso famelico dentro la barba grigia. Quante volte ci siamo incrociati al Project, ai peer rope, al Kinksters come stasera? Mai avuto occasione o pensiero di giocarci, pur con quella sensazione di affinità che sentivo.

    Quando lo incontro sono di nuovo in piedi: tentenno tra il presentarmi come sono di solito e l’essere presente solo come cane; gli dico che sono randagia e flirto, lo so che flirto, è un flirt da bottom a Top. Non ricordo cosa gli ho detto, ma subito dopo mi spinge a terra e affonda le dita nella mia carne.

    E’ così immediato, improvviso: mi toglie il fiato. E’ quello che voglio? E’ quello di cui sento il bisogno. Mi apro alle sue mani – piccole e crudeli come lui stesso mi fa notare: ho sempre avuto un fetish per le mani grandi, ma le sue sono dure e precise e infliggono un dolore secco, netto, potente.

    Quando subisco abbasso la testa. E’ un istinto innato. Chino il capo in un’espressione spontanea di sottomissione, che è anche un ritiro dentro me stessa ad ascoltare il dolore che mi viene dato; è un abbassarsi e un proteggermi, un darmi e un sentirmi.

    “Dammi i tuoi occhi”, ordina.

    Più delle dita che mi stritolano i seni, più dei palmi che mi impattano nella carne, è il doverlo guardare negli occhi che mi sconvolge. Alzo lo sguardo e il mio sguardo è perso. Che cosa vede, che cosa c’è nei miei occhi ora? E’ paura, è piacere, è sofferenza, è desiderio? O tutte queste cose mescolate in un vortice unico? Sono annichilita dallo sguardo diretto, mi spoglia di ogni mia protezione e mi espone più ancora della nudità.

    Passiamo la serata tra intermezzi di chiacchiere e sessioni di dolore e scambio di vortici.