subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Posso decidere

    Alla fine, posso decidere su cosa concentrarmi.

    Tenere con me le cose buone, lasciare andare quelle non buone. Perché alla fine, da ogni relazione che ho avuto ho portato con me cose buone: nuove abitudini, insegnamenti, capacità, ricordi, brividi che mi solcano la pelle quando ci ripenso.

    Posso decidere come reagire a qualcosa, anche se quel qualcosa è al di là del mio potere. Non posso cambiare gli altri o i fatti, ma posso cambiare io.

    Tanto lavoro? Troppa fatica? Non credo: è meno frustrante fare così che non incistarmi a ripensare, riconsiderare, ossessionarmi su ciò che è stato o riempirmi di risentimento perché le cose non sono andate come avrei voluto (anche verso me stessa: io per prima avrei potuto, avrei dovuto; lo so).

    Posso decidere di crescere, imparare, lasciare andare i sensi di colpa e accogliere la comprensione. Posso decidere di stare bene.

  • Ego booster

    Mi sono sempre sentita in dovere di fare da ego booster per ogni Padrone cui sono appartenuta.

    Attraverso il mio comportamento, il mio supporto, il mio servizio mi sono impegnata a farlo sentire un dio in terra, trasmettergli ammirazione, senso di potenza, di bravura, di capacità sovrumane. Dire solo cose positive, riflettergli sempre solo il suo lato migliore.

    Credo (ad un livello inconscio) che sia dovere della schiava essere una cheerleader incondizionata del Padrone. Non potrei mai contraddirlo in pubblico, e alla fine non lo faccio nemmeno in privato.

    Se mi è capitato di essere in disaccordo o di non approvare o apprezzare certe opinioni o prese di posizione del Padrone (e mi è capitato), ho sempre fatto finta di niente nonostante un sottile senso di disagio; se interrogata ho risposto con giri di parole, ho sorriso e chinato il capo e lasciato che la mia disapprovazione sedimentasse e si palesasse solo una volta terminata la relazione.

    Come si fa a essere in disaccordo col Padrone e dirglielo?
    Con che faccia potrei mai rispondergli a tono e dire “no guarda, no”?

    Come potrei dirgli che in realtà non è stato così bravo o che in realtà non sono contenta? Oltretutto una schiava dovrebbe sempre essere contenta, perché lo è della soddisfazione del Padrone, se non della propria.

    Eppure una cosa che ho imparato è che ogni Padrone, per quanto eccellente, è anch’egli umano e in quanto tale imperfetto, non onnisciente né onnipotente, e non sa leggere nel pensiero. E’ anch’egli (che scandalo!) fallibile.

    La mia delusione allo scoprirne l’umana debolezza è totalmente autoprodotta dall’illusione in cui ho voluto credere: che fosse Perfetto. Che dovesse essere Perfetto.

    Il risentimento che posso aver provato per questa fallibilità è inappropriato e ingiusto; ma forse, in parte, giustificato dal fatto che ogni Padrone ha sempre avuto gusto ad indulgere in quel booster che offrivo, cullandosi in quel senso di potenza. E vederlo bearsi mi confermava nel sentirmi una brava schiava.

  • Forse sono io

    Le mie relazioni, fatta salva quella con mio marito, sono finite, e sono finite tutte abbastanza male. Incomprensioni, gelosia, ferite inflitte a sé e all’altro. Bugie.

    Allora mi dico: forse sono io.

    Sono io che non sono capace, che non so come si gestisce una relazione, che scelgo le persone sbagliate, non compatibili. Non posso poi lamentarmi che sia andata male.

    O forse sono io che non capisco quando una relazione è finita. Dovrei sapere leggere meglio i segnali, i messaggi, le assenze. Eppure anche se io per prima sono una che fatica moltissimo ad essere diretta, penso ancora che se non ce lo diciamo non sia reale. Ma ecco, forse sono io che non so essere diretta e chiara.

    O forse sono io che mi illudo, che anche se ci siamo parlati penso che ci sia ancora qualcosa, che ci sia altro da dire, da condividere, da capire, da sentire. Alla fine i sentimenti non si spengono a comando. Forse sono io che indulgo in quell’illusione.

    O forse sono io che sono troppo avanti, troppo consapevole, preparata, esperienziata, comprensiva o chissà cosa rispetto all’altro che non si sente al mio livello e quindi si allontana (ok, no, non ci credo davvero; questa è la versione consolatoria del “non mi merita”).

    O forse sono io che non ho saputo farlo cambiare, non gli ho voluto abbastanza bene, non ho fatto o detto o creduto abbastanza e quindi forse sono io che ho fatto fallire tutto.

    O forse sono io che trovo più facile darmi la colpa che riuscire a distribuire equamente le responsabilità.

    Anche stanotte, che non riesco a dormire, penso che forse sono io.

  • Posizione

    C’è un movimento quasi impercettibile ma evidente. Lo vedo nella ragazza alla croce mentre sta venendo frustata e lo riconosco. Lo faccio anche io quando, in quei momenti, il dolore diventa piacere e mi ci abbandono, anzi: lo incoraggio.

    È un lieve inarcarsi della schiena, uno sporgere un poco di più il culo. Ci si offre ai colpi, ma non solo; il messaggio sotteso è: ancora, di più.

    Dice: Colpiscimi ancora, per favore; colpiscimi più forte. Fammi andare nel mio mondo e fammi restare là a lungo, a galleggiare in quelle acque profonde e buie e accoglienti.

    Quella posizione è un aprirsi del corpo e dell’anima, un esporre il desiderio, il bisogno di ricevere quei colpi.

    Guardo le persone giocare e sorrido; come sempre, poter assistere al dipanarsi di quell’appagamento è un privilegio e una gioia.

  • Ogni tanto

    Ogni tanto è una serata tranquilla. L’aria è calda e profuma di passeggiata sul lungomare a prendere un gelato. Cammino lenta sul ghiaino del parco e lascio che la giornata e la settimana scivolino via; gli impegni e i pensieri restano impigliati nei fili d’erba e posso finalmente respirare. Non ho piani per la serata e i piani per il weekend devono ancora arrivare.

    Pausa.

  • Social

    Sono una persona introversa, ma questo non significa che non mi piaccia stare in compagnia, anche. Dipende dalla compagnia, naturalmente, e poi ho bisogno di riprendermi. Ricaricare le mie pile sociali. 

    Succede che vado ad una grigliata con amici vanilla, non ne ho molta voglia ma mio marito mi coinvolge e so quanto lui ci tenga, e io sono una people pleaser, specie per qualcuno per me importante. Così andiamo e io per sciogliere la tensione della socialità bevo un paio di birre. Le birre sono più forti del previsto, e a queste seguono degli shot di un liquore dolce che va giù senza nemmeno accorgermene. 

    In breve io stessa vado giù senza nemmeno accorgermene. Rotolo giù dalla collina della socializzazione e prendo sempre più velocità, il declivio si fa sempre più ripido. Sono quasi ubriaca, mantengo una percentuale di lucidità che mi fa gestire il discorso, ma lo sento che rotolo. Chiacchiero, rido, scherzo, sto vicina alla gente, annuisco, interagisco, ascolto, intervengo. Sempre più veloce. 

    Quando arrivo in fondo alla scarpata e alla giornata, sono distrutta. Gli altri non sembrano soffrire la discesa come me, continuano a chiacchierare. Io non ce la faccio più. Non mi sono forse divertita, non sono forse persone simpatiche? Certo che sì. Ma le mie energie sociali sono limitate. 

    Mi astraggo, mi distraggo, cerco di stare attenta ma riesco solo a pensare che voglio andare a casa e stare sola. Fare una passeggiata, lenta, in piano, col mio passo, senza dover attivare tutte le mie energie per interagire, lasciando che si ricarichino attraverso il respiro, la lentezza, l’aria buona. Senza gettarmi nella scarpata ma seguendo il sentiero.

  • Covert contract

    In auto voglio stare io seduta dietro. E’ una cosa che mi piace, mi fa sentire “piccola”, inferiore, mi conferma e mi rassicura nel mio ruolo di sottomessa.

    Non me lo chiede nessuno: lei fila diritta al posto davanti, tu alla guida. Io mi siedo dietro con uno strano senso di straniamento: ho ottenuto quello che volevo, ma in qualche modo mi sento scontenta che non sia stato detto, che non mi sia stato chiesto. Mi sento a disagio soprattutto perché mi rendo conto che non ho nulla di cui lamentarmi.

    Il giorno dopo, ripensandoci, capisco: non c’è niente di negoziato, niente di esplicito. Quello che sto agendo è un covert contract. Ho deciso da sola che se A allora B, ma non è stato realmente negoziato ed esplicitato. In molti sensi, è ingiusto: proietto le mie aspettative, le mie fantasie, senza che l’altro ne sia al corrente, e mi risento persino se vengono disattese.

    Faccio la schiava, mi mortifico e mi sacrifico nel servizio, ma faccio tutto da sola: non me lo stai chiedendo, non ne abbiamo parlato. Faccio una cosa che spero abbia valore per te (la spesa, la lavatrice…) e me ne sei riconoscente, ma non ne ricevo il ritorno che vorrei; non solo: non ne ricavo il piacere che vorrei. Perché non è un tuo ordine, ma una mia iniziativa: l’intero presupposto del servizio crolla miseramente come il castello di carte che è.

    Tanto varrebbe masturbarmi. E’ un po’ così: il mio servizio è una masturbazione. Tu non hai nessuna richiesta, nessuna pretesa, niente ordini, niente protocolli, niente di niente. Il che non è sbagliato, di per sé, e sicuramente non mi hai mai illusa a riguardo. Ma se io mi aspetto il protocollo perché secondo me il rapporto D/s implica il protocollo, sto forzando su di te un covert contract. Sto inventando un patto che non c’è, perché non è negoziato, non è concordato. Per quanto labile, è una violazione del consenso.

    Tutto questo mi riporta alla mia incapacità di comunicare chiaramente desideri e necessità; mi aspetto ancora che il Padrone sia in grado di leggermi nella mente, che esista una regola condivisa per cui “le cose si fanno così”, che insomma io non sia costretta ad aprire la bocca e parlare, esprimermi, presentare me stessa e i miei bisogni.

    Mi pare di essere così egoista a chiedere, ma non sono forse più egoista a non chiedere ed aspettarmi comunque il risultato che voglio?

    Mi resta addosso la malinconia della consapevolezza che non è realistica la fantasia di un Padrone onnisciente, in grado di leggermi senza difficoltà, capace di colmare quei vuoti che io stessa non so comprendere e dedicato a realizzare ogni mio più recondito desiderio senza la vergogna di doverlo dire ad alta voce. E anche il dispiacere di avere proiettato tutto questo senza chiarezza.

  • Un’altra me

    Quante incarnazioni ho avuto finora? Innumerevoli.

    Eppure sono sempre me stessa e come tale mi riconosco. Ma non sono coerente con la me di tempo fa. Certo: nei valori, lo sono; ma nelle pratiche? nelle preferenze? nei gusti?

    Ricordo che da bambina mi faceva schifo la rucola. Che fino ai trent’anni non sopportavo una salsa tipica delle mie parti. Che ero decisamente ostile agli aghi. Che mai avrei accettato pratiche degradanti come il rimming.

    E invece.

    Quindi ora sono curiosa: chi sarò da oggi in poi? Quale altra incarnazione avrò? Cosa scoprirò che mi piace, cosa sperimenterò?

    Il mio timore di essere arrivata, di avere ormai capito o provato tutto, di non avere sorprese è stato sempre smentito. Non vedo l’ora che lo sia di nuovo.

  • Peer rope

    Andiamo al peer rope a Padova, tutti e tre: è la prima volta che io e lei ci vediamo, ed è la tua persona importante: sono emozionata, contenta, un po’ agitata. E anche lei. 

    Svolgiamo il materassino, la coperta, tiri fuori le corde, parliamo di trattamenti con un altro amico, osserviamo un po’ gli altri, che sono così belli nelle loro sensazioni; sorrido al suono degli schiocchi dei flogger. 

    Ti guardo fare corde con lei, concentrarti sul suo disagio, per farla rilassare. Io sto due passi indietro, vi lascio spazio, le lascio spazio perché si tranquillizzi, che capisca che va tutto bene, che siamo tra amici. Sono sorridente, tranquilla e ostento tranquillità.

    Lei parla con te a bassa voce, ha bisogno del tuo contatto, della tua vicinanza, di sentirsi al sicuro in questo ambiente nuovo. 

    La leghi a partire dalle gambe, intanto chiacchieri un poco, sbagli legatura e rifai, lei ridacchia; inizia il processo che conosco così bene anche io: il progressivo abbandonarsi nelle corde, nelle sensazioni fisiche, lasciare andare le tensioni mentali per sentire quelle della costrizione del corpo. Ritrovare pace in quell’abbraccio. 

    E’ una lunga e bella legatura: la semi sospendi, la colpisci sul sedere. Io ti offro il gatto a nove code e glielo dai, leggero, sulla schiena; quando sei sotto il bambù con lei corro a portarti un’altra corda. Sono una service sub, dopotutto. Mi piace questa complicità. 

    Mentre sei con lei io chiacchiero (senza perdere attenzione casomai servisse qualcos’altro), vado a pagare le quote del peer rope, piego i vestiti tolti per facilitare la legatura.

    Dopo averla sciolta andate giù a fumare; quando torni mi fai cenno che tocca a me.

    Io ne ho un bisogno disumano ma faccio quella tranquilla: ho già iniziato la mia razionalizzazione che se non facciamo corde non c’è problema, sto bene lo stesso (falso). Forse ho un po’ paura che non sarà liberatorio come vorrei, perché si è fatto tardi e sono molto stanca, e un poco mi sento di troppo, anche se è solo una mia sensazione che cerco di nascondere per non guastare la serata a me stessa e a voi.

    Mi bendi gli occhi e mi chiudi dentro di me. 

    Tutte le sensazioni si amplificano, tutti i pensieri iniziano a vorticare furiosamente come uno stormo di corvi. Mentre mi leghi passo dal rilassamento dell’abbandono nelle corde alla confusione dello strepitare dei corvi che ho in testa, al variare delle tensioni e del dolore che ne deriva. Mi stringi e mi graffi e non riesco a godermelo come vorrei. Sento lei che chiacchiera, il casino di tutti gli altri che scherzano tra loro, la musica. Lo sento che mi senti e che senti che sono strana.

    E’ una legatura breve. Non riesco ad elaborare tutto. Non so nemmeno cosa sia, quel tutto da elaborare. Mi sento trattenuta. Vorrei abbandonarmi ma mi trattengo perché non voglio piangere e sento che potrei, ma di nuovo temo che sarebbe troppo; dopotutto siamo ad un peer rope, in mezzo a gente che ride e si diverte ed è serena. Non è il momento. Non sento che sia il momento.

    Quando mi sleghi mi chiedi come sto e rispondo “non lo so”, ed è la verità. Aspetto che passi la serata e il tempo per ripensarci; intanto mi accarezzo i segni delle corde e sospiro. Il giorno dopo, con mia grande sorpresa, mi troverò dei piccoli segni rossi sulle braccia, dove hai fatto passare il TK, e ne sarò felice.

  • Non si torna indietro

    Una volta provato il BDSM, se è la tua cosa, non si torna indietro. 

    Non si torna più al caro vecchio sesso vanilla, quello semplice, quello “normale”. O meglio: si può ancora fare, ovviamente; si fa. Ma non è più la stessa cosa. Per quanto bello, non si può più fare solo quello. Almeno, per me è così. 

    Dice Janet nel Rocky Horror Picture Show: “I’ve tasted blood and I want more”. Ed è proprio così. 

    Quando ho letto che si poteva fare, che non era solo una mia fantasia, è stata una rivelazione. Quando l’ho provato, è stato un riconoscimento: era una cosa che conoscevo già, che la mia carne sapeva, che mi apparteneva come io vi appartenevo. 

    La prima volta che ho fatto sessione ho sentito che tutti i pezzi andavano a posto, che avevo trovato La Risposta. Ero completa, finalmente. Mi sono sentita brillare. 

    Poi non è stato così semplice, neanche un po’. Ma non sono tornata indietro. Anche nei momenti più bui in cui le cose non andavano bene e stavo male, non ho pensato di non volerlo più fare. Sapevo che lì c’era una parte importante di me, una voce che dovevo ascoltare, un desiderio che volevo soddisfare; serviva solo farlo bene, con le persone giuste per me, nel modo migliore per me. 

    Non è una cosa che faccio giusto per divertimento, di cui potrei fare a meno. 

    Non è nemmeno una cosa che faccio. E’ una cosa che vivo.