subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Distanza

    Mi piace sentirmi potente; indipendente, sicura di me. Sbruffona, anche. Cammino a testa alta, nulla mi turba, non me ne frega di niente. Sto bene da sola, certo. Non ho bisogno di niente e di nessuno. Pfui.
    Appena sotto questa patina di unto, che mi spalmo addosso sperando di brillare, mi tormento il bordo dell’abito con le mani. Mi mordo le labbra e vorrei non comportarmi da riottosa. Vorrei essere più forte, sì, ma di quella forza vera che non richiede di essere messa in mostra, perché non è apparenza. Una forza che mi permettesse di far bene ciò che ci si aspetta di me, non di trovare scuse per non farlo.
    Il tempo a volte passa così lento, così vichioso.
    Adesso, mi impegno con tutte le mie forze per non prolungare una distanza che, di solito, faccio finta di non sentire, o di non considerare dopotutto così importante per me. Mi lascio cadere di dosso quella vuota dimostrazione di forza e cerco di caricarmi, invece, della mia debolezza, che è tanto più pesante. La porterò sulle spalle finché mi renderà veramente forte.
    Con la coda tra le gambe, ubbidisco.

  • Ombre

    Come un bambino che ha paura del buio e chiude gli occhi per non vedere il mostro che si nasconde e si svela tra le ombre, tengo le palpebre serrate. Sento con gli altri sensi, ascolto il tumulto del mio cuore e non voglio vedere niente; un’incomprensibile paura mi attanaglia. E con essa, fortissimo il desiderio di guardare.
    Prendo coraggio e dischiudo gli occhi.
    Sulla sua coscia vedo stagliarsi l’ombra del mio profilo, la bocca aperta, la lingua di fuori. Lo stomaco mi si contrae e rinserro le palpebre, solo per riaprirle ancora poco dopo, soverchiata dal desiderio di guardarlo.
    Alzo timidamente lo sguardo e spero di non incontrare il suo.
    Osservo briciole di realtà; rubo scampoli di visione. Gli occhi socchiusi, le pupille corrono a guardare vicino, vicino, lontano, vicino, sopra, vicino. Richiudo gli occhi e ascolto.
    Mi sale dentro la marea e smetto di combatterla, di ricacciarla giù al grido di “è sbagliato”. Ormai quella voce non è più che un vecchio guardiano del faro, che sbraita contro gli scogli; ma il mare non lo ascolta più: mugghia il suo richiamo e si abbatte sulle scogliere, inondando la riva, sommergendo i dubbi, i forse, i sensi di colpa. Tutto rimane coperto da una schiuma bianca e dall’agitarsi convulso dei pesci.
    Quando si placa la marea, rimango ansante e fradicia a contemplare la distesa infinita delle acque, le rocce lucide, spazzate dal vento. Allora sì, tengo gli occhi aperti e mi lascio riempire dal tramonto che filtra rosso tra le nubi.

  • Azzurro

    I suoi occhi sono azzurri ma bordati di nero.
    Non come quegli occhi di un turchese così chiaro, così labile, che si disperde nella sclera come una pozza d’acqua bassa, limpida e tranquilla, che non riserva sorprese.
    I suoi somigliano più a un lago di alta montagna: circondato da alte rupi che gli si riflettono dentro e lo scuriscono, dandogli una profondità cupa, fatta del riflesso di altitudini ostili. Quelle vette così ripide, così ardue da scalare, divengono abissi inconoscibili. Appena sotto la superficie piatta si nasconde il gorgo pronto a inghiottire.
    Così i suoi occhi mi divorano, conficcano in me i loro ghiacciai.

  • Preda

    Sono preda delle mie sensazioni.

    Quando accelera all’improvviso, facendo rombare il motore e schizzando lungo la strada sgombra; quando alza il volume di quei suoi pezzi dubstep, distorti e inascoltabili, fino a livelli da denuncia; quando si aggiusta in testa il cappello e inforca i suoi occhiali da sole fascianti…
    …i capezzoli mi si induriscono e la figa mi si contrae, al passo col torcersi delle budella. Lo stomaco mi si strizza in una morsa, schiacciato contro il sedile dell’auto dall’accelerazione, dai bassi nelle casse, e non vorrei reagire così, dio se non vorrei.
    Questi atteggiamenti che normalmente considero tamarri, nel sedile posteriore della sua auto mi soverchiano e non posso impedirmi di eccitarmi. Mi riduco ad uno stato animale, istintivo, in cui queste dimostrazioni moderne di forza hanno presa. E più mi dibatto cercando di oppormi, più la sua presenza alfa penetra in me, sfondando le mie difese, facendomi arrossire e abbassare il viso.

    Socchiudo le labbra, ansimo, e spero che non mi stia guardando nello specchietto.

  • Bandierine

    A volte diventa un gioco a fissare bandierine. Come in quei grandi tabelloni nei film di guerra, quelle specie di risiko. Territori da conquistare.
    Mi spingo un poco oltre. Ci provo. Attendo, e la passo liscia. Fisso una bandierina.
    Avanzo lateralmente, provo ad aggirare. Non accade nulla. Una bandierina.
    Fisso bandierine sul Padrone; conquisto pezzi di lui, domino la sua volontà. Riesco a fargli fare quello che voglio, o a non fargli fare quello che non voglio. E’ un gioco di abilità, di ingenuità, di astuzia, di provarci e trattenere il fiato e riuscirci. Mi pare di vederlo con le bandierine addosso. Posso arrivare fino lì, posso spingermi fino là: fino alla bandierina. E le bandierine sono sempre un po’ più distanti.
    E poi.
    E poi in una mossa sola si gira e le mie bandierine volano via. Quando tocca a lui muovere, tira le fila di una strategia che rimane invisibile ai miei occhi e le mie bandierine vengono scalzate via, una alla volta, fino all’ultima.
    Le guardo cadere a terra a bocca aperta, senza capire cos’è successo. So solo che ora torreggia su di me e tutti i miei sorrisini sotto i baffi, il mio credere di essermelo rigirato, non significano più niente.
    Il tempo della conquista diventa il tempo della punizione, che mi pesa sulle spalle e mi fa chinare dolorosamente il capo; ora tutto è in salita.

    Tiro un sospiro di sollievo.

  • Distrazione

    Quando per caso o per scelta capito su un sito di hentai, difficilmente riesco a staccarmene subito. In preda a una specie di droga, di frenesia, clicco sulle immagini, procedo nelle tavole e guardo, guardo questi disegni così dettagliati, così porno, spesso così pervertiti e così pieni di umori che colano e schizzano. Prima che me ne renda conto è già passata almeno mezz’ora, un’ora, e le mie mutande sono nelle stesse condizioni di quelle delle protagoniste di quelle storie. Mi sento scivolare e realizzo in che stato sono ridotta ben prima di andare a controllare; faccio passare una mano nei pantaloni e trovo un bagnato vischioso che mi incolla gli slip al sesso, e che spesso mi ha infradiciato al punto che cola attraverso il tessuto spesso dei jeans.
    Allora chino la testa arrossendo e scuoto il capo, incredula di potermi bagnare fino a questo punto. Eppure.
    Potrei venire in un attimo; basterebbe far scivolare un dito in circolo due volte, veloce, guardando quelle immagini, lasciandomene travolgere, e potrei venire subito.
    Quasi mordo il tavolo per impedirmelo. Mi sfioro e mi obbligo a spostare la mano. A fatica.
    Non ho il permesso di farlo.
    E mi assale la consapevolezza allora di quanto spesso lo facessi, prima; di quanto il porno mi distragga da qualsiasi altra cosa e mi porti via, in un mondo umido, torbido e ansimante; e quanto mi piaccia immergermi in quel mondo, lasciarmi lambire dalla sua corrente vischiosa, lasciarmi trasportare dalla sua marea.

  • Limes

    Che rumore fa un limite che si infrange?
    È il suono della depressurizzazione della camera stagna del cuore, che perde quota e precipita nello stomaco.

    Ci sono limiti come matasse di filo spinato, che al solo tentare di passare ti straziano le carni.
    Ci sono poi limiti come fitti cespugli di rovi, attraverso i quali puoi riuscire a trovare, con fatica, un sentiero per passare; graffiandoti e scorticandoti, certo, ma spesso anche trovando succose more da gustare.
    E ci sono limiti come teche di vetro. Attraverso la superficie trasparente puoi vedere quale tesoro vi sia conservato, che anela ad essere recuperato, che ti tenta e ti implora da dentro la sua lucida soffocante prigione. Si può allora sicuramente trovare la chiave o il meccanismo per aprire la teca, con tempo e pazienza; ma si può anche talvolta dare retta al cartello che dice che in caso di emergenza – ovvero nell’occasione giusta – si può rompere il vetro. E quando l’occasione è giusta, è criminale e folle non coglierla per spezzare quel limite. Ecco, allora può essere che ti taglierai col vetro rotto, e che magari parta un allarme; ma avrai tra le mani ciò che era conservato nascosto in piena vista, dietro una barriera tanto dura quanto fragile.
    Potrai allora scoprire che era proprio quella la cosa che volevi, e che era stata messa sotto vetro solo per paura che si rovinasse, o per una falsa superstizione che potesse far male – e lì restava a prendere polvere: un desiderio inespresso, una voglia negata, un bisogno sedato.

  • Provocare

    Sempre ripensando al mio considerarmi una persona remissiva, mi sono tornati alla memoria ricordi delle scuole medie.
    All’epoca, adoravo provocare due mie compagne di classe. Non proprio un comportamento sottomesso, ripensandoci…
    Una delle due era mora e riccia, con un carattere molto forte; quando eravamo in banco insieme, non vista le pungevo il sedere col compasso. Ovviamente mi sfamava subito e mi saltava su, insultandomi e picchiandomi (in modo scherzoso, s’intende; era una specie di gioco). Penso che a lei piacesse maltrattarmi tanto quanto a me piaceva essere maltrattata.
    L’altra era rossa con gli occhi verdi, e ne ero davvero innamorata. Lei odiava gli omosessuali, li considerava malati; io ci provavo esplicitamente e la toccavo, e lei mi saltava su. Infine però smisi, perché il suo respingermi mi faceva male più che divertirmi.
    Anche la prima mi piaceva tanto, ma avevamo un rapporto più… Dom/sub. E la provocavo il più possibile.
    Adesso, invece, non mi salta in mente di provocare per farmi malmenare. Strano; sarò cambiata, o lo faccio ma in modo più sottile? Forse, mi pare ormai un modo troppo grezzo, grossolano, di ottenere ciò che desidero. Ora, so che posso concordare queste cose, senza usare trucchetti per far fare agli altri quello che voglio che mi facciano.

  • Stasi

    Guardo le lancette dell’orologio; fuori, le campane della chiesa vicina iniziano a suonare. In qualunque posto, in Italia, c’è una chiesa vicina. Guardo le lancette ma non le vedo, persa nei miei pensieri. Sento lo scampanio.
    Sono le sette. È presto. Ma in realtà ho poco tempo per prepararmi e uscire.
    Nei momenti di fretta, di ansia, di tensione, anche di intensa emozione, faccio così: mi fermo.
    La mia mente si congela, come attivando un campo di stasi, e resto sospesa tra sensazioni e pensieri mentre il tempo prosegue la sua lenta e costante corsa come un qualcosa di esterno a me, di estraneo.
    Mi ripeto che dovrei muovermi, sbrigarmi. Una voce preoccupata, nella mia testa, mi fa la lista delle cose che mi servono e mi incalza: hai preso questo? e questo? stiamo dimenticando qualcosa, lo so! La ascolto con un orecchio solo, come immersa nella gelatina.
    Metto a fuoco. Sono le sette e dieci. Quando sono passati dieci minuti? Dove sono andati? I muscoli mi tremano, smaniosi di correre, di andare; ma sono ancora ferma.
    Forse questa tensione immobile è simile a ciò che sente uno scattista ai blocchi di partenza. Sa che tra poco, anzi tra pochissimo, dovrà andare e dare il meglio di sé. Si è preparato e inspira per lo scatto. Ormai è lì, quello che poteva fare l’ha fatto, forse non tutto, forse non bene come avrebbe potuto; ci starà pensando o, come per me ora, ha in testa solo interferenze, come una vecchia tv sintonizzata male? Comunque ormai è lì: è il momento, anzi lo sarà tra poco.
    Le sette e venti. Mi alzo, e che questa corsa abbia inizio. Mi lascerò sferzare dal vento che creerò io stessa col mio movimento: siano tre giorni 24/7, si svuoti la mia mente di ogni altra cosa.

  • Fuori sincrono

    A volte ho l’impressione di essere fuori sincrono.
    Quando ho voglia di una cosa, è il momento di un’altra. Quando vorrei una sculacciata, mi arrivano le coccole; quando sono presa dal gioco di ruolo, devo lavorare; quando vorrei fare una passeggiata in montagna, c’è il live.
    Non mi capisco; come sia possibile che ogni dannata volta io sia in ritardo o in anticipo sui tempi, è un fenomeno che non mi spiego. Per forza poi mi sento sempre insoddisfatta.
    Per fortuna, so anche lasciarmi trasportare dagli eventi e cavalcare l’onda del momento; ma troppo spesso succede che arrivo impreparata, inciampo, zoppico, mi incazzo (con me stessa, anche se poi mi sfogo su chi ho più vicino) prima di riuscire a prendere l’abbrivio.
    Arrivata in fondo mi riprometto: mai più. La prossima volta saprò essere precisa, prepararmi per tempo, gestire gli impegni in modo da arrivare coordinata, eccetera eccetera. E regolarmente disattendo questi buoni propositi.
    L’unica cosa in cui sono perfettamente in sincrono è l’essere fuori sincrono.
    Ed è una cosa che mi manda in bestia, come quando vedo un film doppiato male, con l’attore che muove le labbra e la voce arriva in ritardo. Sono sempre pochi secondi, ma sufficienti a rovinare tutto.