subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Di corsa

    Telefonate, email, scartoffie, scadenze. Mi sono scelta io di fare un lavoro per il quale si è sempre di corsa, pieno di responsabilità e – attualmente – non pagato. In alcuni momenti vorrei sbattere la testa contro il muro. Spesso mi maledico; mai più, mi dico, mai più.
    Anche se poi la soddisfazione calda che provo quando riesco, pur tra mille casini, a far quadrare il cerchio… è immensa. Così immensa che per un poco mi fa abbandonare tutte le mie insicurezze, la mia bassa autostima, le mie sensazioni di inadeguatezza, e mi fa volare alto, dove sono finalmente una persona completa.

    Poi plano e torno a volare basso, come sempre, ma quei momenti d’aria pura mi rinvigoriscono, mi spronano; mi ricordano che lassù, oltre la nebbia, splende sempre un sole accecante ed il cielo è così blu che toglie il fiato.

  • Be the master of your own domain

    Il banner di WordPress, che appare sempre in testa alla bacheca, mi fa sorridere ogni volta. No, WordPress, non è nelle mie corde essere master, anche se capisco cosa intendi – e non è quello che intendo io
    Ma questo mi fa pensare una cosa.
    Io, dopotutto, come persona, appartengo innanzitutto a me stessa. Dovrei dunque avere maggiore rispetto di me, in quanto mia prima e imprescindibile Domina. Nel non onorare me stessa fallisco come slave, che è proprio ciò che non voglio.
    Questa riflessione illumina di una luce tutta diversa il mio burrascoso rapporto con me stessa, indicandomi una via nuova per uscire dai miei propri conflitti.
    Grazie, BDSM: hai una soluzione per tutto!

  • Danza

    C’è un momento, nel movimento della danza, che i tuoi piedi sanno cosa fare. Non devi più pensarci; il piede nudo si posa sul parquet, si solleva, vola. La coreografia non è più questione di concentrazione, di testa, per ricordare la sequenza dei passi. Il pavimento diventa elastico e ti fa rimbalzare in aria. La mente si svuota e ti lasci trasportare dal ritmo, dalla musica, o anche solo dal secco scandire il tempo della voce della regista, dal battere sul tamburo di legno.
    La sensazione del piede nudo che si sposta con saggezza sul terreno è ciò che conta, qui. Mette in contatto con la Terra, con la divinità. Danzare è un atto sacro – per questo è nato, in tutte le culture del mondo.
    Il piede si muove. Il corpo lo segue. La fatica è solo un accessorio, un braccialetto; non è che non ci si faccia caso, solo diviene parte stessa della danza. La fatica ti informa di ogni singola parte del tuo corpo che si sta muovendo ora; ti fa sentire la coscia, il calcagno, la pancia, il braccio, il dito. Non ci sono più parti di te che ignori; tutto il tuo essere è permeato dalla fatica e canta, libero di potersi esprimere.

    Così voglio sentirmi ogni giorno: viva, sudata, forte. Felice nella consapevolezza di me che mi dona la fatica di fare qualcosa che amo fare.

  • Del poliamore ed altri demoni

    Non ricordo più dove avevo sentito parlare la prima volta del libro “The Ethical Slut”. Forse è stato dopo aver letto i primi libri sul BDSM (come “The bottoming book”, che è delle stesse autrici – Dossie Easton e Janet Hardy). Comunque l’ho comprato e letto avidamente, agli inizi del mio percorso di scoperta di me; ho appena preso la seconda edizione aggiornata e ampliata (ma devo ancora guardarla).
    Ricordo che il concetto di poliamore mi sembrò subito meraviglioso. “L’amore non si divide: si moltiplica”. Si possono amare con la stessa intensità più persone, ed avere più di una relazione allo stesso tempo, con il consenso e la consapevolezza di tutti. Un modello di relazione non-monogama aperto.
    Di certo una parte di me stava trovando giustificazione e autorizzazione ai miei desideri kinky e di esplorazione al di fuori della coppia.
    Ricordo benissimo quel paragrafo che diceva “siate pronti a concedere al vostro partner quello che richiedete per voi stessi, per correttezza”. Ero e sono d’accordissimo, anche se non credevo avrei dovuto applicare io quell’apertura mentale. Credevo di essere una persona immune alla gelosia.
    Tuttavia la mia personale insicurezza, sommata alla bassa autostima, funse da detonatore per una crisi emotiva e di gelosia notevole, alla prova dei fatti.
    Mi mancò, sicuramente, una community con cui confrontarmi. Altre persone con cui parlare di questo. Viverlo nascosti mi isolò nel mio dolore, avviluppandomi in una spirale discendente da cui non sapevo come uscire, né se ne sarei uscita.
    Infatti, ho iniziato a risalire la china quando ho iniziato a poterne parlare, con il mio primo vero Padrone.

    Quello di cui sono orgogliosa è di non aver mai rinunciato. Non aver mai detto “adesso basta”. Anche nel dolore peggiore, non ho mai ritenuto giusto chiudere, unilateralmente, senza rispetto per i sentimenti delle altre persone coinvolte.

    E’ mancata così tanta comunicazione; così tanta comprensione. Sono tuttora sicura di aver subito delle ingiustizie, e di averne comminate. In entrambi i casi, sarebbero potute venire risolte e gestite molto meglio, con meno sofferenza, meno confusione, meno silenzi soprattutto. Meno rancore. Con la consapevolezza che ho ora tante cose sarebbero andate diversamente. Ma si sa, del senno di poi son piene le fosse.

    Almeno, sono felice di starmi tuttora tirando fuori. Sto crescendo al di sopra del terreno, ora, o così mi sembra. Ho messo buone radici e sto prendendo nutrimento dal fango che prima mi sommergeva. Leggo, mi informo; scopro nuovi spunti. Prendo nuova consapevolezza di dinamiche possibili, vedo cose che avevo sotto gli occhi ma mi sfuggivano.
    Quello che è sempre stato vero è che più mi chiudo e pongo limiti (in primis a me stessa) più sto da schifo; per stare meglio non devo chiudermi di più (anche se ci casco sempre!), ma aprirmi; aprire il cuore, lasciar fluire i desideri, le voglie, le emozioni, i sentimenti. Darmi il permesso di desiderare, di essere me stessa; perdonarmi perché non sono quella che voleva mia madre, o la società, o chissà chi, ma sono io, sfaccettata e strana e incredibile.

    Ho ripreso a parlare. Con ancora la paura che la mia opinione non conti e che venga disprezzata, ma ora quella paura la affronto. Comincio a crederci, di avere le palle, e inizio a farle valere.

  • Finalmente non c’è nient’altro

    La mia fronte si corruga, il battito accelera, il respiro si fa più affannoso. Non riesco a pensare a niente; tremo.
    Una mano mi si posa sulla testa. Mi accarezza, piano ma con forza. Il tocco immediatamente mi tranquillizza. Respiro più profondamente. Mi accarezza e mi spiana la fronte: distende le rughe della mia preoccupazione e la cancella. Ancora non riesco a pensare a nulla, ma ora è un vuoto calmo; non più la “neve” come un vecchio televisore a tubo catodico: adesso è quasi zen. Sento l’attesa. Fremo, forse tremo ancora, ma non ho paura.
    E’ qui. Sono qui. Sono con me, io sono con loro. Siamo qui.
    La bacchetta saltella sulla mia coscia. L’interno coscia; dove la pelle è più delicata. Tap tap tap tap tap. Inspiro. Un sibilo e il dolore mi taglia in due, di traverso. Dal piede destro all’orecchio sinistro. Salto, strillo. Ma la mano che mi accarezza è ancora lì. Mi tiene giù la testa con ferma delicatezza. Mi tiene immobile al centro del vortice.
    Ancora. Tap tap tap tap tap. Una promessa, una minaccia, un desiderio. Un sibilo. Un taglio di dolore.
    Ancora.
    Ancora.
    Pausa: la mano si solleva dalla mia testa, da dietro gli occhi chiusi lo sento spostarsi. Inspiro, espiro; ansimo.
    Calore. Fuoco che si espande dentro di me lento, come lava. Mi inonda con lentezza ma inesorabile. Non ha fretta: mi riempie in ogni anfratto. Dalla coscia fino all’anima; dal dolore fino alla pace.
    La mano torna sul mio viso; le mani. Le cerco, le bacio. Eccolo: tap tap tap tap tap. Sull’altra coscia. A me, il sibilo e il taglio nell’altro senso: affettami.
    E ancora.
    E ancora.
    E ancora.
    Lui, lei. Io. Sono in un bozzolo caldo di ferocia, avvolta nella mia stessa carne che ora danza e grida e canta secondo uno spartito che non controllo.
    Ogni strumento mi suona con il suo suono peculiare; con ogni strumento mi suonano; risuono in armonica risposta. La cera calda a fiotti. Il flogger che mi blandisce, la paletta che mi sveglia. Strillo, grido e imploro e, in un singulto, finalmente, non c’è nient’altro.
    Solo il sentire. Mi lascio infine andare al galoppo, grata a chi mi tiene per le briglie e mi sprona con frusta e speroni.

  • Attesa

    Quando tengo molto a qualcosa, com’è naturale temo di perderlo.
    Così, attuo due diversi meccanismi di difesa: uno è non pensarci proprio. Vado in giro, lavoro, faccio, brigo: tengo la mente occupata da un’altra parte occupando il corpo in diverse attività. Se non c’è altro, navigo su internet leggendo roba qua e là (internet è piena di roba). L’altro è deprezzare dentro di me questa cosa cui tengo. Faccio finta che non m’interessi davvero poi così tanto. Vabbè, anche se poi non si fa chissenefrega, giusto? ho ben altre cose più importanti da seguire, io, nella mia vita; ehi, non posso mica stare a pensare a quello tutto il tempo! E poi è ancora acerba.

    La cosa importante, però, è come un impiegato coscienzioso nell’ufficio del mio cuore. Gli altri (quelli che mi tengono occupata altrove o disprezzano) passano, aprono la porta del suo ufficino e gli dicono: ma come, sei ancora qui? dai su, lascia perdere, esci, prendi permesso, vai al bar. Ma lui niente: sorride, abbozza, ma poi torna al suo importante lavoro. Che è quello di ricordarmi che c’è questa cosa importante, rinfocolandone il desiderio e, infine, scaldandomi.

    Questa settimana ha avuto un sacco da fare, questo omino. Colleghi e superiori sono passati a maltrattarlo un sacco di volte, a prenderlo in giro per la tenacia con cui manteneva caldo il pensiero della mia cosa importante. Hanno sovrapposto impegni, pensieri, cercato di sommergerlo in un mare di scartoffie. Hanno persino minacciato di licenziarlo, e cercato di spaventarlo dicendo che loro, sì, avevano fatto un buon lavoro, inducendomi a fare un danno e quasi -quasi!- ad annullare la cosa importante in programma. Ci sono un sacco di impiegati stronzi, nel mio cuore. L’omino si è spaventato ma non ha mollato: ha ricontrollato le scadenze e tutto era ancora in ballo, quindi si è dato da fare per ottimizzare le risorse e portarmi avanti.
    Ha fatto un lavoro eccellente, devo dire, e lo ringrazio.
    Siamo arrivati in fondo e, anche se in ufficio c’è confusione come sempre, con gente che urla di impegni futuri e cerca di fare cagnara per distrarmi, ecco: lui è lì in piedi, il fascicolo in mano, pronto. Orgoglioso di sé com’è giusto che sia.

    Andiamo. Oggi c’è un treno da prendere, un’emozione da vivere.

  • White lies

    Sto diventando bugiarda. O lo sono sempre stata?
    Non sono bugie grosse; non sono nemmeno bugie importanti. Sono scuse, più che altro. Per piccoli errori, piccole mancanze. Invento delle storie per giustificarmi, per rannicchiarmi lontano dalla luce e scansare i rimproveri.
    In realtà, non riesco mai ad ingannarmi del tutto. Né ad ingannare gli altri. Mi sento uno schifo e mi vergogno, sia per l’errore che per la bugia. Però non faccio che rintanarmi ulteriormente, invece che uscire, affrontare il problema e combatterlo. Divento sempre più miserabile, mi vergogno di me stessa e mi nascondo ancora di più; per forza mi sento costretta a inventare nuove bugie per nascondere agli altri il mio essere (sentirmi) così indegna. Così inadeguata alle aspettative del mondo, e anche alle mie.

    Non ho fatto quel cd che avevo promesso. Guarda, mi dispiace, mi si è piantato il masterizzatore.
    Non ho preparato il pranzo. Guarda, scusami, sono stata presa dal lavoro.
    Non ho mandato una mail importante. Come, non ti è arrivata?! stupida posta elettronica, guarda, sono costernata, te la rimando subito.
    Questo dire piccole (inutili) bugie sta diventando un’abitudine; lo faccio senza pensarci. La mia prima scelta è sempre, d’istinto, inventare una scusa. Anche se la verità non è poi così ignominiosa; anche se sarebbe più maturo – e farei anche più bella figura – dichiarare che sì, ho sbagliato, mi sono dimenticata: ora vi pongo rimedio.

    Non sto facendo del mio meglio; faccio il minimo necessario. Mi urta moltissimo che mi si chieda di darmi da fare, di prendermi responsabilità. Ho paura di impegnarmi: è difficile. E se poi sbaglio? Troppa paura. Preferisco non provarci nemmeno. E inventare una scusa.
    Non ho né la forza di ammettere che ho sbagliato (perché la conseguenza diretta, nella mia testa, è che allora IO sono sbagliata), né la voglia di far fatica per porvi rimedio (perché mi riporta alla paura di darmi da fare).
    Ogni errore, ogni svista, anche ogni sfiga (sì, persino il mal di schiena) non è che una conferma inappellabile che sono e sarò sempre un disastro incapace.

    Ma dal fondo di questo pozzo vedo la luna, e voglio uscire. Ce l’ho già fatta una volta: risalire dalle segrete di me stessa, dove mi rinchiudo per crimini immaginari, perdonarmi e volermi bene.

  • Fallo e basta 2

    La seggiovia sale. E’ lunghissima, tipo un chilometro e mezzo. Dondola piano, placida, nel silenzio della montagna.
    Sì: l’ho già salita ieri. Abbiamo rifatto la stessa pista, ergo c’è la stessa seggiovia per risalire. Ti ho persino proposto di scendere anche la pista successiva, mai fatta prima, e arrivare a valle, in paese, ma mi hai bocciato l’idea. Pazienza. Ci ho provato, da brava vigliaccona (piuttosto che affrontare una cosa che temo, affronto l’ignoto; strana vigliaccheria).
    Insomma saliamo. Mi prende la paura dei primi dieci metri, poi guardo un po’ il paesaggio, poi subentra la paura della discesa. E’ sempre stata lì, ma all’approssimarsi dell’arrivo si fa più pressante.
    Penso: dai. Ce la posso fare. Su. Niente paura. Non ho paura, davvero. Ok, ho paura, ma posso affrontarla. Basta che mi impegni. So come si fa. Come si dovrebbe fare. Devo sforzarmi. Dai. Tanto ormai ci sono, mica posso restare a bordo.

    Nella cacofonia di tutti questi incoraggiamenti (che non sortiscono effetto), entra una lama di luce. La Sua voce.
    “Non impegnarti per farlo. Fallo e basta.”

    Metto a fuoco le montagne, gli alberi, il cavo d’acciaio che scorre sopra la mia testa. Non più in confusione ma decisa.
    Di nuovo dal profilo dei seggiolini precedenti sorge l’arrivo della seggiovia. Mi calco il caschetto in testa, mi aggiusto i guanti. Sono pronta. Testa vuota, il corpo sa come fare. Testa vuota, basta tenere salda quella frase. Testa vuota, non ci sono io, non ci sono le mie paure, non c’è niente di inutile. C’è la parola del Padrone. Come una lampadina in una stanza buia.
    Sollevo il blocco di sicurezza e mi alzo, mi spingo via. Scivolo, barcollo, prendo velocità, paurapaura, mi fermo cinque metri più avanti, inciampando nella neve: sono mezza caduta lo stesso ma sono a posto.
    Sorrido.

  • Fallo e basta 1

    La seggiovia sale. E’ lunghissima, tipo un chilometro e mezzo. Dondola piano, placida, nel silenzio della montagna. Superata la paura dei primi dieci metri mi godo il paesaggio: le Dolomiti, altissime, coperte di neve, Dominatrici inarrivabili; ai loro piedi, stesi in devozione, i boschi accarezzano le loro pendici.
    Abeti e larici innevati; in basso, tra i tronchi, osservo i percorsi di impronte lasciati da varie bestiole e provo a indovinarne i proprietari: quella una lepre, questo forse un capriolo? Chissà. Comunque vicino agli impianti il massimo che si vede sono le tracce; gli animali se ne stanno rintanati al sicuro, lontani da questi strani umani che scivolano e ruzzolano sulla neve fresca.
    Guardo gli sciatori che passano, più o meno abili, quando il percorso della seggiovia incrocia quello della pista; prima, ero lì giù a scansare i piloni.
    Finalmente, sorge l’arrivo della seggiovia. Sollevo il blocco di sicurezza, mi dispondo a scendere con lo snowboard, scivolando lungo il breve pendio, un piede agganciato alla tavola, l’altro libero.
    Ed ecco che la mia paura mi colpisce allo stomaco come un maglio. Il pendio è ripido, più di quello di altre seggiovie che ho già fatto. Scivolo, mi sento cadere, non sono capace, cadrò, mi farò male! Istintivamente faccio una cosa stupida: mi aggrappo al seggiolino. La macchina, implacabile, ruota e mi trascina prevedibilmente per terra. Strillo e batto la testa; il caschetto fa CLONC sulla neve battuta.
    Un attimo di stordimento; mi alzo a sedere: vedo arrivare il seggiolino successivo. Reazione istantanea, mi stendo di nuovo e quello passa oltre. Mi rialzo velocissima, mi tiro su sulla tavola e scivolo via fuori pericolo.
    L’operatore della seggiovia esce dal suo casottino e mi insulta.
    Passo i successivi cinque minuti a cercare di calmarmi. Mi viene il panico che la botta in testa mi farà morire entro pochissimo, ma mi calmo ringraziando il mio caschetto (probabilmente non morivo nemmeno senza, ma è più facile gestire l’ipocondria); tremo un po’; mi sento anche un po’ umiliata, sia per gli insulti del tizio (ma lo so che è stronzo lui: se vedi che uno cade, ferma la cazzo di seggiovia, sei lì apposta) sia per la caduta. Tu mi guardi e mi dici: “Ci fermiamo? Andiamo in baita? Vado a spaccargli la faccia? Lo butto giù dalla rupe?”
    No: andiamo ancora in pista. Col cazzo che mi faccio abbattere da questo. Andiamo a sciare. Forza!

    Faccio la discesa più bella di questi quattro giorni di neve.

  • Tu

    Finalmente prendo il coraggio di fare un lungo discorso. Colgo l’occasione che siamo soli per un po’, ad esempio in auto andando da un posto ad un altro, abbastanza distante.
    Non è facile per me fare un discorso; ho sempre il terrore di esprimermi nel modo sbagliato, o di dire le cose male, e che tu ti indisponga, o che t’incazzi proprio. Dio se odio poi dover affrontare un litigio, non ne sono capace; finisco per dire solo “sì” e “va bene” anche se non è vero, purché finisca, e poi non faccio che rimestarmi in testa risposte sagaci o taglienti che non avrò mai il coraggio di dire.
    Mi preparo il discorso per giorni finché non mi sento abbastanza serena da riuscire a dire le cose senza astio, senza acredine, nel modo più tranquillo possibile; perché dopotutto so bene che l’acrimonia o il rancore non portano molto lontano: meglio ragionare serenamente, insieme.
    Facciamo il discorso e tutto va nel migliore dei modi. Dico quello che penso, quello che sento. Riesco a spiegarmi e anche tu mi spieghi il tuo punto di vista, i tuoi sentimenti; ti comprendo meglio e, spero, tu comprendi meglio me. Ti espongo le mie difficoltà sull’argomento, il modo in cui cerco di affrontarle, ti chiedo il tuo parere, come affronti tu le cose, ti ascolto.
    Infine abbiamo detto più o meno tutto quanto c’è da dire finora a riguardo; non che il discorso sia concluso, ma per il momento abbiamo fatto il punto, abbiamo nuovi spunti di riflessione (io almeno), sappiamo quali carte sono in tavola eccetera. Restiamo un po’ in silenzio, nessun problema.
    E poi. Mi dimentico sempre di quanto sei bravo in questo. Quando siamo ormai arrivati, aggiungi una frase. Come una firma, un piccolo aforisma, un fiocco a suggellare il discorso. Un commento perfetto, che coglie una sfumatura di me che non avevo visto, e lo so, lo so che lo dici con le migliori intenzioni, e perché mi vuoi bene, e hai ragione, cazzo se hai sempre ragione. Comunque. Queste tue parole si infilano agevolmente nelle maglie dell’armatura che indosso sempre, che ora ho allentato nel parlare, nell’aprirmi con te. Questa tua freccia mi si conficca nel costato, tra i visceri, dove mi fa più male; in un istante, sono sull’orlo delle lacrime. Ma siamo arrivati, l’auto è parcheggiata, dobbiamo magari incontrare qualcuno; e così devo stringere forte il tappo di quello che sento e fare la faccia bella, o almeno la faccia normale. Rinserro l’armatura e un nuovo fiotto di pensieri mi affonda il cervello in elucubrazioni che dovrò riordinare prima di poter fare di nuovo un discorso con te.
    Per un attimo, un solo attimo, brevissimo ma assoluto, questo dolore intercostale mi convince che avevo ragione: sono sbagliata. Ti ho deluso. Ancora.

    “Certo che sarà difficile che trovi qualcuno che ti voglia bene se non pensi che cose brutte di te stessa.”

    Due ore dopo.
    Incredibilmente, ne riparliamo a brevissimo giro di tempo.
    E’ come curvare in snowboard, forse: se sto a pensarci prendo paura della velocità, della pendenza, della caduta, e non giro più: mi pianto a bordo pista. Se vado, sentendo la tavola, fendo la neve e giro.
    Se elucubro, mi incastro nei miei loop mentali. Se ascolto ciò che sento e gli dò voce…
    Decidi: giriamo la frase. Perché è la negatività che ferisce e la fa sembrare una sentenza. Invece: “Sii più positiva e consapevole delle tue qualità e sarà più facile trovare persone che ti vogliano bene”. Mi illumino.

    Sempre, ti amo; per questo mi conosci così bene da riuscire a colpire con precisione millimetrica; e dove attivi un punto di pressione, anche se doloroso, guarisco (anche se magari mi ci vuole tempo).