subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Passiva

    Credevo che essere sottomessa significasse essere passiva, ma non è (necessariamente) così.

    Solo ora che ho acquisito maggiore consapevolezza capisco certi miei meccanismi – ed incidentalmente mi stupisco di quanto si possa sempre accrescere la propria consapevolezza! Ero sicura di essere una persona molto consapevole di sé: mi interrogo e mi esploro da sempre e mi sono messa in discussione innumerevoli volte, e in effetti ero e sono sempre stata una persona consapevole di me; eppure non c’è limite a questo tipo di crescita. Continuo a trovare nuovi lati, nuove sfaccettature, nuove verità, e quelle di prima non erano meno vere. E’ un costante ampliarsi dell’orizzonte: in ogni momento della mia vita ho la consapevolezza che riesco a gestire in quel momento.

    Ed ecco che ora vedo come il mio concetto di sottomissione rasentasse la totale passività: non avere desideri propri, non avere richieste, lasciarmi trascinare, accogliere mollemente qualunque richiesta, diventare l’immagine che l’Altro aveva di me. Salvo poi sentirmi inadeguata perché non riuscivo ad essere soddisfatta unicamente in quell’essere passiva.
    Penso che possa anche essere una modalità valida di sottomissione; purché se ne abbia (appunto) consapevolezza e corrisponda a ciò che entrambi desiderano. Per me, non era del tutto così: pensavo fosse ciò che “era giusto” fare.

    Nel tempo il mio spirito si è rivolto ad una sottomissione più… attiva, direi. Una in cui darmi voce, in cui desiderare; in cui non riversare tutta la mia realizzazione nelle braccia dell’Altro, ma prendendomene carico e responsabilità. Una sottomissione in cui esprimere attivamente, consapevolmente la mia passività, la mia ricettività.
    In questo modo sto scoprendo che i miei desideri si realizzano prima e meglio. Ma innanzitutto ho dovuto capire di averli, quei desideri, e poi permettermi di esternarli.

    Nessuno mai me lo ha impedito, se non me stessa.

  • Significati

    Quello che viviamo anche se apparentemente è simile o uguale a ciò che fanno altri, in realtà è unico, perché ognuna di noi dà alle pratiche, ai gesti, ai toni, alle parole significati differenti. Ne dà un significato che appartiene al proprio sentire, a ciò che abbiamo dentro, al modo in cui quella pratica risuona dentro di noi. Ed essendo diverse, risuonano in modo diverso, hanno ritorni differenti, ci riempiono in modi specifici.

    Quello che si vede è solo la superficie delle cose. Come posso sapere, io, cosa richiama in te quel gesto, quello sguardo, quello schiaffo? Cosa fa risalire dal tuo profondo? So cosa fa risalire dal mio, e a volte nemmeno questo: intuisco, o lo so solo una volta che è risalito e che è qui. Ma le mie profondità sono differenti dalle tue, e non c’è gerarchia di merito: sono luoghi differenti, con le proprie ombre, i propri riflessi sommersi.

    Il gioco allora è così profondamente diverso anche se così apparentemente uguale, e una volta di più si conferma non essere semplicemente “un gioco”. Credere di stare facendo le stesse cose è un’illusione; proiettare sull’altra i propri significati è umano ma è anche folle. Fossimo anche gemelle non saremmo la stessa persona – e non lo siamo.

    Così come lei è “l’altra” per me, io lo sono per lei.
    Ciò che per lei è un highlight, per me magari non lo è.
    Magari io scrivo dando risalto a un aspetto e tralasciandone un altro che invece per lei sarebbe stato molto più importante. Vuol dire che sbaglio? che sono antipatica? nulla di tutto ciò: è solo che ciò che accade mi parla in un modo diverso rispetto a come parla a lei. O a chiunque.

    Troviamo significative cose diverse, o alla stessa cosa diamo significati differenti. E’ fondamentale per me restare empatica soprattutto per comprendere queste sfumature, per non farmi accecare dal MIO significato: restare aperta a comprendere che vi sono infiniti significati, nelle pratiche bdsm: perché ognuno le riempie della propria storia, della propria sensibilità, dei propri desideri. Pensare che il mio modo di vedere le cose sia assoluto, sempre condiviso, accessibile a tutti, è illusorio. Sono felice se quando scrivo le mie riflessioni vengono condivise; ma so che il mio sentire non sarà mai sovrapponibile al 100% a quello di qualcun altro. Allo stesso modo anche io leggo nelle cose altrui un mio significato, e magari le cose mi sembrano diverse rispetto a come sono per chi le sta vivendo. Perché a me dicono cose diverse.

    Penso a quelle sottomesse che non sono masochiste, e subiscono ugualmente i colpi del proprio Dominante sadico perché il piacere che ne traggono non è nel dolore, ma nella sottomissione stessa. Se le vedo subire sorrido e mi si increspa la pelle al pensiero di quel piacevole dolore. Ma è il mio significato che vedo: per loro è diverso – ed altrettanto valido e piacevole, ma in modo differente.

    In questa danza dei significati, amo immergermi nel mio e osservare e conoscere quello altri, per arricchirmi e mantenermi ricettiva a nuove possibilità, nuovi mondi, e, cosa più importante, all’altro da me.

  • Service top

    In nessun modo e in nessun caso mi identifico neanche lontanamente come Dominante. Non è nelle mie corde, non lo sento, non lo erotizzo, non sono io.
    Ho scoperto però che c’è un caso in cui posso stare sopra e in effetti mi va.
    Nel tempo ho imparato a comprendere meglio le sfumature tra sub, Dom, bottom, Top, e come queste non si escludano per forza a vicenda le une con le altre, né che vadano in coppie obbligatorie. Il mio primo Padrone era masochista ed ammetto che era una cosa che mi lasciava stupefatta: pensavo che un masochista per forza di cose (ma quali?) dovesse essere sottomesso, perché nella mia ottica subiva. Da quella visione sono cresciuta, ma potrei dire di avere davvero capito adesso che l’ho provato in prima persona.

    Sapendo che Gram ama il trampling, e desiderosa di ringraziarlo per l’esperienza col fuoco, mi dico disponibile a farlo. A me non lo aveva chiesto, in realtà: lo ha chiesto ad Achatina e ad altre; a posteriori rifletto che probabilmente sono troppo leggera per i suoi gusti. In ogni caso accetta, e dopo il fire play ci spostiamo in fondo al parco del Certe Notti, vicino alle tende. Andando, parliamo di cosa andremo a fare: gli spiego che ho le ossa fragili e dice che allora non mi solleverà (e scopro che quello che fa è molto più acrobatico ed intenso di quanto pensassi); mi dice che posso camminargli addosso come mi pare, ma che se gli metterò un piede sulle labbra lo bacerà. Mi piace la franchezza e la tranquillità con cui negoziamo.

    Sono divertita e leggermente inquieta: lo faccio perché piace a lui, non perché ne tragga piacere io, e per questo in qualche modo mi sento una traditrice, una falsa, una usurpatrice del ruolo di Domme, perché faccio una cosa che dovrebbe darmi piacere e invece no. Mi sembra di rubare qualcosa, e di ingannarlo. E’ una sensazione che non capisco bene; così la esploro.

    Mi aggrappo al supporto dato dalla balaustra di uno dei bungalow mentre lui si stende a terra lì accanto e gli salgo sopra, a piedi nudi. Mi bilancio. Provo. Cammino lentamente avanti e indietro, partendo dalla pancia giù fino ai piedi e poi indietro fino sulle mani. Ho paura di fargli male ma mi incoraggia, così gli salgo sulla faccia. Lui è abbandonato a terra, le braccia dietro la testa, gli occhi chiusi e la bocca socchiusa. Lo guardo. Lo guardo per vedere dove metto i piedi e per non cadere, ma un poco alla volta inizio a guardarlo perché è bello vederlo così compreso. E’ nel suo. Forse sono leggera, ma quello che faccio gli piace, e lo sento anche sotto i piedi quando gli cammino sull’inguine. Sorrido e mi accorgo che quello che sto facendo mi piace, anche se non sono Dominante né niente del genere.

    Ed ecco che focalizzo la sensazione: non sto fingendo, non sto usurpando niente. Io resto sottomessa, e lui Dominante, anche se sono io sopra di lui a calpestarlo. In questo momento, sto facendo una delle cose che mi piacciono di più: servire. Sono perfettamente in ruolo, non sono disallineata come credevo. La sensazione di falsità svanisce. Sto servendo come top: una service top. Non traggo piacere dall’atto in sé, ma dal vedere che viene apprezzato.

    Mi godo la sensazione e l’esperienza; lo calpesto per un po’, non so bene per quanto tempo, poi scendo e ci abbracciamo e rientriamo. E’ rilassato e contento, e anche io. Ho compreso una sfaccettatura ulteriore di me e sono grata per questa scoperta.

  • Se non è assoluto non è abbastanza

    Ma quando è stato che sono stata convinta di questo? Come è successo, chi è stato, cosa è accaduto perché venissi convinta di questo? Da dove ho tratto questa profondissima, innestata convinzione che debba essere sempre o tutto o nulla, o bianco o nero, o perfetto o lo schifo? In ogni cosa, s’intende: dal bucato allo studio alla cucina al lavoro al BDSM.

    E com’è poi accaduto che, sulla base di questa convinzione e dell’assoluto terrore di sbagliare che mi incuteva, io non sia affatto divenuta una perfezionista nevrotica, ma un’evitante ansiosa? Come mi sono sviluppata con la fuga come primo istinto, tanto era il panico che mi saliva a dover sostenere una qualsivoglia performance, che fosse effettivamente tale o meno?

    Ho creduto di dover essere perfetta, ma ho anche fin da subito capito che era impossibile; così, ho spesso deciso di rinunciare in partenza, per evitare il dolore del fallimento. Oppure mi sono spesa oltre ciò che era sano per me, fuggendo e rientrando, dibattendomi tra l’angoscia di non fare abbastanza bene e la tensione a fare tutto perfetto.

    Ancora oggi se sento di non stare dando tutto mi sento cattiva, sbagliata, inadeguata, immeritevole. Poco conta che chi mi sta intorno mi rassicuri che non è affatto così, che ciò che dò non solo è abbastanza ma è molto e che soprattutto è apprezzato e accolto con gioia e gratitudine.

    Ma c’è anche un altro aspetto: quando mi lascio trascinare da questo senso di “fare tutto” e riesco in effetti a fare tanto, a volte volo in un senso di onnipotenza e invincibilità. Perché credere di stare riuscendo a dare tutto, a fare tutto, di essere perfetta, è una sensazione che dà alla testa e dà dipendenza. Per quanto abbia enormi bassi, i suoi alti mi drogano, mi esaltano e mi fanno ancora più convinta che sia giusto così, che sia come dovrebbe essere. La caduta è dietro l’angolo: non appena questa esaltazione e questa tirata di lavoro, impegno, tensione mentale diventano insostenibili – e lo diventano, perché non è uno stato sano né sostenibile sul lungo periodo. E in questa caduta mi sento ancora più sbagliata perché non riesco a sostenere questo fare tutto sempre.

    Ma poi: questo “tutto” che dovrei fare, chi decide cosa sia? Il mio giudice interiore non credo ne abbia un’idea oggettiva, in realtà. La sua definizione è: una spanna in più di quello che fai, a prescindere. Per questo non è mai abbastanza, e quel tutto rimane irraggiungibile.

    Una cosa importante che ho capito è che questo pensiero è ciò che più di ogni altra cosa mi rende difficoltoso impostare dei limiti, quei famosi boundaries che non sono solo cosa non voglio fare ma anche di cosa ho bisogno per stare bene. Perché se metto dei limiti vuol dire che non sono disposta in partenza a dare tutto: sto appunto dicendo che arrivo fino lì, che ho delle condizioni, delle necessità mie e che non sono disposta a calpestarle per le richieste altrui. Nella mia mente contorta, per quanto razionalmente sappia quanto sono importanti tali limiti, mi sento immediatamente inadeguata per il solo fatto di averli: colpevole, difettosa, pigra.

    Per questo è una lotta costante per proteggermi da me stessa e dalle mie stesse convinzioni interiorizzate, che mi rendono vulnerabile e insicura, ancora troppo pronta a cedere sul mio benessere pur di sentirmi brava, sentirmi accettata, sentirmi abbastanza.

  • Due anni

    Con te sono cresciuta, cambiata, evoluta. Ho messo in discussione dei miei punti fermi che ho scoperto essere preconcetti, pregiudizi. Abbiamo abbattuto pareti che si sono rivelate di cartongesso. Sto lasciando andare delle certezze che mi tenevano ancorata al suolo e sto iniziando a volare. 

    Credevo di avere già fatto questo percorso, di essere già cambiata; ed è così. Ma ho compreso (ancora una volta) che all’evoluzione non c’è mai fine; che si può ancora cambiare, trasformarsi, e che c’è sempre un sé ancora più autentico con il quale collegarsi. 

    Il tuo approccio iconoclasta (o come dici tu: cialtrone) alla vita, al BDSM, a tutto, mi toglie il terreno di sotto, a volte mi scandalizza, mi indispone, ma mi spinge in luoghi diversi: mi ritrovo in punta di piedi, senza quasi appoggi, legata in un predicament che mi fa sentire completa. Anzi: che mi fa anelare a una completezza che percepisco esserci ma che ancora non ho raggiunto, che forse non raggiungerò mai; perché questo mi insegni: che non conta la perfezione, ma il percorso che si vive. 

    Mi spingi e mi sospingi, ti prendi cura di me e insieme mi fai avanzare da sola; hai fiducia in me e di questa fiducia mi ammanto fino a farla mia. 

    Certo, qualche volta vorrei ancora essere irresponsabile: mollare tutto in mano al Padrone, vivere in una piccola gabbia in cui non far entrare le difficoltà, le decisioni, le scelte, la vita. Guardo la domanda del BDSM test che dice “Abbandoneresti tutto per la relazione D/s dei tuoi sogni?” e aggrotto la fronte: vorrei, vorrei, e insieme no, mai. Perché sarebbe una fuga dagli impegni e da me stessa, un abbandonarmi malsano, disfunzionale (che peraltro tu non accetteresti mai). Been there, done that, ora basta. 

    Anche in questo ritorna il mio istinto più forte: essere brava. Stavolta, per dimostrare di essere brava, invece di obbedire ciecamente divento autonoma. E’ molto più difficile, molto più faticoso. E quando faccio fatica, so che devo farne di più.

    Sarei la schiava perfetta. Sarei stata la schiava perfetta. Senza volontà, senza voce in capitolo, ubbidiente, sottomessa, deresponsabilizzata. E invece hai reso questa schiava meno “perfetta” e più vera. E’ più faticoso, ma più gratificante. E’ più difficile renderti fiero, perché mi devo impegnare: non basta dire sì e annuire, ci devo mettere del mio, e tanto; eppure così sono più intera, più insieme, e lo sono sempre. 

    Mi hai dato di più di quanto mi aspettassi. Pensavo alle botte e mi hai dato strumenti e capacità che posso usare in ogni momento della mia vita. Ecco: in questo senso sono la tua schiava 24/7. 

  • Più fatica

    Ho imparato tempo fa che quando ho paura è il momento di osare. E anche che quando faccio fatica la cosa migliore per superarla è fare più fatica.
    Ma continuo a impararlo. Ad applicarlo ad aspetti diversi.

    Quando sto male è uno star male che mi distrae da tutto il resto, mi è difficile lavorare, non sono concentrata, mi dà fastidio tutto, sono a disagio con me stessa.

    Il maggior star male però mi deriva dal non voler star male: dall’oppormi alle mie emozioni negative. In questa opposizione non accetto/ammetto/riconosco queste emozioni, vorrei non provarle – così immagino cose peggiori (forse per giustificarmi?) e finisco per stare peggissimo. Mi metto da sola in uno stato d’animo negativo.

    Per questo, per stare meglio, è fondamentale che io faccia fatica. Che affronti la fatica dello stare male, invece di cercare di evitarla.

    Ascoltare la fatica: tendere i muscoli, concentrarmi invece di distrarmi, immersa nel momento, nel predicament della vita, con il cuore che arranca sull’ostacolo e lo sguardo che si alza a guardare, se non la meta, l’orizzonte immenso che si spalanca a me come una promessa.

  • Appunti mentali

    E’ terribile a volte essere una che scrive. O una che pensa tanto. 

    Mentre sono nel predicament, mentre ricevo i colpi, mentre lecco i piedi al Padrone, la mia mente inizia a prendere appunti, a mettere in parole quello che sto sentendo, per poterlo poi scrivere, per raccontarlo, narrarlo, fissarlo. Per ricordarlo in descrizioni, oltre che in sensazioni. 

    Allora non sono più solo nel momento. Sono lì e contemporaneamente osservo. Come in un sogno in cui si è sia chi guarda sia chi vive quello che accade. 

    Non è una cosa che decido. E’ uno scollamento che accade da sé; un diverso modo – sovrapposto – di percepire quello che sto vivendo. 

    Le parole si mischiano alle sensazioni, la mente vigile si immerge nel corpo, non più in opposizione ma in comunione, per partecipare di questa totalità e poterla raccontare, poterla trattenere anche una volta riemersa dalle profondità. 

  • Il tutto e il nulla

    Io NON erotizzo la mancanza di valore. 

    La mia posizione sottomessa è una posizione di privilegio. 

    La mia cuccia è il mio trono; guardo dal basso verso l’alto con lo stesso animo con cui si guarda dall’alto in basso. 

    A mi disse che una schiava, per il Padrone, è “il suo tutto e il suo nulla”. La completa feccia dell’universo e per questo la più importante, perché sua. Preziosa spazzatura. 

    Mi ritrovo in questo: sapere di essere sottomessa, di stare sotto, è un riconoscimento di grande valore, per me. Anche nell’umiliazione o nella degradazione, quello che ho bisogno di percepire è che ho valore per ciò che subisco, in ciò che subisco. 

    Se percepisco una reale svalutazione, il senso effettivo di essere inferiore, sostituibile, indifferente per la mia controparte, allora tutto si rompe, per me. Io stessa mi rompo: non erotizzo più nulla di tutto questo, mi rabbuio e mi chiudo e desidero solo fuggire a nascondermi. 

    Questo gioco emotivo è un delicato e complesso equilibrio. Abbattimento che è anche esaltazione, uno schiaffo che è una carezza, un insulto che è un complimento. Sentirmi inferiore e importante, degradata e valorizzata, per terra ma in cielo.

  • Fare bene

    Non solo mi sento di dover fare tutto, ma di farlo bene. E, ovviamente, al primo colpo. Meno della perfezione c’è solo lo schifo, no? (Spoiler: no). 

    Per questo fatico molto ad accettare le critiche: ci ho dovuto e ci devo lavorare per ricevere la notifica di un errore senza precipitare in un abisso di disperazione in cui mi sento una incapace totale e irrecuperabile. E’ una fatica accettare di avere sbagliato e mettermi a risolvere – anche cose banali. Il mio primo istinto è la fuga, è andare a nascondermi per la vergogna. Ma è uno di quei primi istinti che non va seguito, è uno di quelli di cui diffidare. 

    E’ una delle cose in cui sono cambiata, nell’ultimo anno. Ho iniziato ad affrontare la paura, l’ansia, a smettere di fuggire e basta. E’ dura ammettere di essere scappata così tanto; da fuori, non credo di avere fatto una buona impressione. Ma ho sempre avuto vicino persone che mi hanno capita e hanno creduto in me. Ora, credo in me anche io, un pochino di più.

    La cosa fondamentale credo sia la compassione.

    Per quanto ci provi o lo desideri, infatti, non posso impedirmi di provare un’emozione, nemmeno una brutta o complicata, né di farmi prendere dall’ansia, che altro non è che attivazione emotiva. La parte peggiore non è nemmeno l’attivazione in sé: è sentirmi male per il fatto che mi sento male. Credere di essere sbagliata per il fatto stesso di provare quell’emozione negativa. Il punto però non è non provarla, anzi: è ammettere di provarla, ascoltarla, capire cosa mi sta dicendo e lavorarci, riflettere, in modo compassionevole e accogliente nei confronti di me stessa, senza giudizio. Più facile a dirsi che a farsi: quando sto male l’unica cosa che desidero è non stare male, figuriamoci star lì ad ascoltare proprio quella emozione che mi fa stare male! 

    Eppure ascoltarla è l’unico modo di placarla.

    Per questo combatto: cinque minuti di disperazione, poi respiro: mi perdono di non essere perfetta e mi rimetto al lavoro.

  • Fare tutto

    Non è possibile fare tutto sempre. 

    Ognuno ha una quantità di tempo e di risorse cognitive limitata. 

    Il carico mentale è già un lavoro di per sé: anche solo pensare a tutto è impossibile. Tenere a mente ogni cosa, avere una traccia mentale di tutto, sapere cosa va dove, cosa va fatto prima di cos’altro, eccetera. 

    Qualcosa si perde. Qualcosa resta indietro. 

    Allora, meglio scegliere cosa lasciare indietro: almeno, le forze disponibili vengono concentrate ed utilizzate in modo più efficiente, e non si rischia (o si rischia meno) di dimenticare qualcosa di importante, avendo deciso in partenza cosa accantonare, cosa togliere dalla pila delle cose di cui occuparsi. 

    Il punto allora diventa cosa lasciare indietro. 

    Quali sono i miei valori? E quali comportamenti derivano direttamente da quelli? Cosa è fondamentale per me? Quali sono i miei desideri? Cosa è meno fondamentale? Cosa posso mettere da parte? Cosa posso sospendere? Cosa posso abbandonare? 

    La parte più difficile è sempre tacitare il senso di colpa. Darmi il permesso di scegliere, di decidere, di lasciare andare; permettermi di non dover fare tutto per forza, smettere di credere che nulla sia accettabile se non la perfetta perfezione.