subservientspace

for this is what I feel

Categoria: session

  • Il collare e la frusta

    Stavolta niente corde: apri invece la valigia e tiri fuori cose che non usiamo da un pezzo e io sono persino stupefatta, quasi non ci credo. Mi fai spogliare e mettere polsiere e cavigliere, e poi mi metti il collare da postura: alto, rigido, scomodo, mi obbliga a tenere la testa alta e mi cambia il respiro. Agganci le polsiere all’anello del collare e mi sospingi al muro.

    I colpi iniziano carezzevoli, quasi delicati. Mi portano nel mio mondo, in quel luogo altro dove il dolore si trasforma in piacere, la costrizione in libertà. Mi colpisci via via più forte con diversi strumenti e ognuno mi trasporta, lo ascolto e ascolto il modo in cui fa cantare la mia carne.

    Ed è la volta della Dragon.

    Sei in stato di grazia e la fai arrivare esattamente nel modo preciso e crudele in cui è più efficace: di punta, quasi solo mi sfiora ed ogni leggerissimo tocco è un morso feroce e bruciante che mi fa urlare.

    Ti sento dirmi “shhh” e mi sforzo di non urlare. Ma è un dolore così pungente, tagliente, che non riesco quasi a farmene trasportare. Lo sento, mi porta, la testa galleggia, desidero quel dolore: ma è troppo incalzante e invece di impattare mi punge, mi risveglia dal mio torpore invece di affondarmici.

    Sbatto i pugni al muro e apro la bocca per dire “giallo”, per dire che ho bisogno che sia meno, che ci sia più tempo, anche se non mi voglio fermare; ma ho bisogno di poterci respirare dentro, che questi tagli siano meno feroci. Non arrivo a dire nulla, però: prima che lo faccia capisci e ti fermi; mi vieni a prendere per i capelli e mi porti a stendermi per continuare in un modo diverso.

    Ti sono grata e torno a chiudere gli occhi per abbandonarmi al dolore.

  • Adesso, dopo

    Adesso
    Dopo che mi hai tenuta sulle tue ginocchia
    dopo che mi hai sculacciata a lungo
    dopo che mi hai messa a pancia in giù sul poggiapiedi
    dopo che mi hai battuta col frustino
    e frustata con la dragon
    e colpita con tutti gli strumenti che possiedi
    dopo che mi hai dato col cane anche sulle cosce
    dopo che mi hai fatta strillare e vergognare
    Adesso
    respiro
    riversa sul divano accanto a te
    con gli occhi semichiusi
    e un sorriso sulle labbra

  • Capovolta

    La legatura inizia come sempre, dal TK: mi prendi le braccia e me le porti dietro la schiena, fai scorrere la corda e mi immobilizzi. Hai le mani fredde e mi regali brividini. Mi appendi al bambù, senza sollevarmi, e inizi a stringere ancora più corde intorno al mio corpo. Mi blocchi le cosce, e poi i polpacci e i piedi; mi stringi una corda intorno al ventre.
    Sono totalmente costretta, in un equilibrio estremamente precario.

    Mi bendi gli occhi e mi abbandono del tutto alle tue corde. Mi fai girare su me stessa, appesa. Mi colpisci con le mani e col gatto a nove code, su tutto il corpo.

    Ansimo.

    In un momento preciso, sento il sesso che mi si contrae. Non l’avevo mai sentito così chiaramente. Ho sempre sentito l’eccitazione pervadermi come un calore diffuso e un bagnarmi fluido, continuo. Adesso invece sento la stretta dei muscoli che si contraggono, che desiderano: il sesso che si apre, che chiama. Apro gli occhi dietro la benda, per lo stupore e la sorpresa di quella contrazione improvvisa. E torno a chiuderli per restare immersa nelle sensazioni.

    Reclino la testa all’indietro per accogliere i colpi che mi doni sul seno. Perdo l’equilibrio e resto attaccata al bambù, giro, mi colpisci dovunque, non so dove sei. Mi metti una mano in bocca, la lecco.

    Dopo un tempo che non so definire mi sciogli e come tutte le volte mi dispiace: vorrei restare in quel luogo altro per sempre. Ma mi ritrovo stesa a terra, accompagnata dalle tue mani ora roventi, liberata, senza più la benda.

    Apro gli occhi lentamente e resto di stucco. Giro la testa: non sono dove pensavo di essere. Credevo di essere rivolta in un senso, mi ritrovo stesa nell’altro. Nella tua legatura, nelle sensazioni, ho perso l’orientamento; sono rimasta realmente alla tua mercé.

    Tu sorridi compiaciuto, io sorrido felice.

  • Stuporosa

    Durante la giornata guido, lavoro, rispondo al telefono, faccio ciò che devo fare nella mia vita quotidiana. Ma non scendo. Mai.

    Resto in uno stato d’animo sospeso, etereo, rarefatto. Dico sciocchezze e rido per un nonnulla. Mi astraggo quando un pensiero, una sensazione mi attraversano; sorrido.

    Mi sento come se fossi brilla, ma senza esserlo. Non sono stordita, ma dolcemente imbambolata. Guardo il mondo con occhi pieni di gioia.

    Il corpo ora è libero, ma ricorda le legature in cui mi hai stretta ieri sera. La mente, quella è ancora là: legata, sospesa, ricettiva. Galleggio pigramente nei residui del viaggio in cui mi hai condotta, dentro di me, in una profondità placida e tranquilla, di sereno abbandono alle tue cure.

  • In salita

    Questa volta è diverso. Non vado giù. Salgo. Anzi: mi inerpico. Faccio tutta la strada è quella strada è in salita.

    Ho stranamente freddo, anche se in casa fa caldo. Mi bendi gli occhi e resto con tutti gli altri sensi all’erta. Mi leghi i polsi e me li appendi al bambù, in alto: non posso più trattenere le braccia davanti al corpo, a scaldarmi, a proteggermi. Resto in piedi, nuda, esposta. Sto tremando.

    Mi prendi per i capelli e parto.

    Mi frusti davanti e dietro, sul sedere, sui seni, sulle cosce; non so perché ma fa molto più male di quanto mi aspettassi: fa così male che sembra una punizione. Sei così silenzioso, sento solo il tuo respiro pesante. Soffro e mi pare che mi detesti. Quasi piango. Non so cosa sto sentendo, è tutto confuso e troppo intenso. Non capisco perché reagisco così, è diverso dal solito.

    Sono masochista e di solito il dolore mi fa andare in uno stato altro di coscienza, mi piace molto, godo addirittura. Ma questa volta vado in un posto diverso.

    (Ho così tanti luoghi nascosti dentro di me, è incredibile a pensarci)

    Vado in un posto diverso, non nelle profondità ma in cima: mi devo inerpicare, sento tutti i colpi e ogni colpo è un gradino. Non perdo coscienza, non come le altre volte; non vado in subspace, ma non sono nemmeno del tutto qui; sento tutto ed è doloroso. Eppure lo stesso ci voglio stare. Non voglio fermare niente, anche se ho freddo, ho i brividi, e fa male. Ad un certo punto smetto di urlare anche se fa ancora male. Mi accorgo dopo di avere smesso di strillare. Forse è solo un diverso subspace.
    Vorrei piangere. Sento le lacrime negli occhi, singhiozzo, ma non riesco a piangere. Di solito piangere è un segnale negativo per me, facendo BDSM: vado in safeword e poi non capisco più nulla, non so più come sto e non so come spiegare cos’è successo, sto solo male di un male brutto. Invece stavolta vorrei arrivare al punto di piangere e restarci, sentirlo, viverlo, capirlo, superarlo. E’ un dolore che ho bisogno di sentire.

    Tu mi afferri, mi stringi, mi tiri ancora i capelli, soprattutto mi frusti.
    Per la prima volta non capisco cosa stai usando per colpirmi: sento solo il dolore, la frusta che mi gira intorno e morde in punti inaspettati; mi mordo il braccio per soffocare un urlo quando mi colpisci in pieno un capezzolo e il dolore è lancinante.

    Eppure ci voglio stare. L’ho aspettato così tanto, mi è mancato così tanto. Forse non sono più abituata. Prima di salire in casa tua mi aveva attraversato il pensiero: e se mi frustasse e non riuscissi a tollerarlo? e mi ero spaventata. Forse è il residuo di quella paura che mi fa tremare e soffrire.

    Ti sento sadico, continui a colpirmi dappertutto, anche sulla pancia. E’ doloroso e faticoso e sto assaporando ogni momento, ogni attimo di questo dolore. Lo sto leccando come lecco la tua mano quando me la metti davanti al viso.

    Sto soffrendo ed è esattamente quello che voglio sentire, la sensazione in cui ho bisogno di abbandonarmi.

    Poi mi sciogli e il pensiero che mi attraversa è che ne vorrei ancora. Mi spingi a terra, a riposare. A leccarti i piedi. Mi sputi. Mi gira la testa, non riesco a tenere gli occhi aperti anche se mi hai tolto la benda. Mi tieni a terra, ai tuoi piedi, finché non mi fai salire sul divano e mi copri con la coperta, e lì, accanto a te, mi addormento.

  • Soddisfazione

    Quando mi dici che ti piace darmi le botte, e che per di più ho un bel culo e quindi è ancora più bello, sorrido e mi illumino. Mi sento d’improvviso bellissima e meritevole e brillo di soddisfazione: la tua, ma anche la mia.

    Ed è orgoglio quello che provo quando carichi foto di me su FetLife: orgoglio ed imbarazzo perché le foto sono, beh, piuttosto esplicite. Poi vedo scorrere le notifiche che tizio e caio, che conosciamo, hanno fatto mipiace a questa o quella foto e brucio di vergogna e di gioia.

    Sapere di essere vista in questo modo, attraverso il tuo sguardo, nelle foto che tu mi hai fatto mentre mi facevi quelle cose, ed in quel momento io sono così tanto io, una me stessa profonda e intima che non si vede spesso, che tu sai tirare in superficie ed esporre, nuda, spogliata, arrossata, tremante – essere vista così mi mette in imbarazzo ma l’imbarazzo (che erotizzo) amplifica tutte le altre emozioni: la gioia, l’orgoglio, la soddisfazione, il senso di identità ed appartenenza.

  • Piccole cose

    Il BDSM è nelle piccole cose.

    La profondità della relazione che si crea tra Dom e sub si mostra nei gesti minimi.

    Certo tutti vediamo la legatura complessa, la bunny appesa nell’intrico di corde avvolto con maestria, i colpi dati a mani nude o con il vorticare di uno strumento e la/il bottom che salta e si contorce. Ma stasera, in questa grande sala con i bambù appesi, al peer rope euganeo, quello che osservo sono i dettagli, le cose piccole o piccolissime, che mi parlano molto di più delle cose plateali.

    La bunny coi capelli color cenere legata a testa in giù, sospesa a pochi centimetri da terra, struscia piano il viso sulla gamba del Dom seduto sotto di lei a guardarla. Mi pare di sentire quel piccolissimo contatto, la gioia della vicinanza, per quanto minima: sentirlo mentre si è costrette nell’abbraccio doloroso delle corde.
    La masochista che ha ricevuto dure pacche sul sedere dal sadico che ha dieci anni in meno di lei ha un sorriso che le illumina il viso; gattona trascinata per i capelli corti e la sua espressione è la cosa più bella.
    Il piede appoggiato addosso quasi casualmente e il sub che chiude gli occhi e lo ascolta.
    Gli occhi strizzati per il dolore della sospensione durissima e la bocca che ride, stringendo i denti, ma sprizzando gioia.

    Ed io, che socchiudo gli occhi per guardarti mentre mi fai male.

  • Cacofonia

    La sala è ampia e altissima. Le capriate con le travi di legno sovrastano il pavimento in parquet e tutta la varia, rumorosa umanità che è qui convenuta, stasera, per ritrovarsi insieme a fare corde. Bello rivedere persone, volti conosciuti, e vederne di nuovi; si raggruppano in capannelli e chiacchierano, si ritrovano, ridono. Una socialità (kinky) che ci è mancata per un bel po’ e che è ripresa più intensa che mai.

    Ci ritagliamo uno spazio che occupiamo con la nostra coperta mentre ancora gli organizzatori appendono i bambù alle travi: numerosi punti di sospensione cui tutti o quasi tendono con desiderio.

    Quello più vicino a noi, anche se sembrava già occupato, è improvvisamente libero e decidi di approfittarne. Lentamente, inizi ad avvolgermi nelle corde, fai salire la linea di sospensione, mi privi dell’equilibrio.

    C’è tantissimo rumore. La sala altissima ha un’acustica terribile, tutto rimbomba: le voci, le risate, anche la musica che pure è stupenda.
    Il TK stringe, mi richiude le braccia intorno al corpo; mi leghi le gambe insieme e mi spingi, resto appesa, le corde mi mordono la carne.

    Chiudo gli occhi ed ecco: tutti i rumori, il casino, le urla, la musica, la caciara: tutto scompare e va in fondo al mio range percettivo mentre sono nelle tue corde. A tratti risale e mi stupisco che ci siano ancora dei suoni fuori da me, da noi, da questo spazio legato. Fischietti il motivo di Lullaby dei Cure e mi accorgo della musica, che ci accompagna.

    Mi lascio appendere e trasportare dal dolore e dalla costrizione, come sempre, sospinta dal tuo sguardo.

  • A volte

    A volte non tutto va come vorremmo.

    Succede così che mentre mi fai scorrere la corda sul petto, facendola passare sotto un passaggio precedente, le code coi nodi saltino d’improvviso in un un modo inaspettato e mi colpiscano in un occhio.

    “AH!”

    Sobbalzo, colpita in un modo che è evidente che non era previsto né voluto. Il mio corpo riconosce quando il dolore è un atto donato e quando invece è un incidente.

    Il dolore improvviso mi innervosisce, mi irrita. Mi porto le mani al viso e tu mi abbracci subito, dispiaciuto di questo dolore sbagliato; mi consoli e ti dai del maldestro. Io mugugno: adesso ho male, sono di traverso, non ho (ancora) lo spirito per consolarti e dirti che no, non lo sei, va tutto bene, ora mi passa. Adesso ho bisogno io di consolazione. Mi stai vicino e la tua premura mi scalda.

    Il dolore improvviso mi vibra dentro e attiva sensazioni a catena; così come quello donato mi riallinea con l’universo, quest’altro tipo di dolore risuona immediatamente come una punizione divina per qualcosa che ho fatto, o per qualcosa che sono. Mi salgono le lacrime agli occhi e un nodo alla gola, tanto sono potenti questi pensieri sopiti.

    Ma stasera sono qui, sono con te; sono stanca, è vero, ma stiamo facendo corde e io voglio sentire te e le corde. Mi oppongo ai miei pensieri intrusivi: non è questa la sera dello sfogo nervoso, e poi davvero, mi sta già passando. L’occhio brucia un poco ma non è successo niente di che.

    Mi chiedi se voglio fermarmi e dico no, continuiamo. Tu borbotti ancora un poco ma riprendi a fare scorrere le corde, a stringermele addosso, e tutti e due ci lasciamo portare da questo fluire di canapa e juta verso quel posto dove stiamo bene.

  • Respiro mozzato

    Sono molto rilassata, anzi, già mezza addormentata. Il divano è incredibilmente accogliente e sento che mi sta inglobando, quando tu decidi: facciamo corde. Io sono contenta e obbedisco, ma temo di essere troppo stanca.

    Mi fai una legatura fuori standard: invece di iniziare immobilizzandomi le braccia, inizi dalla pancia. Uno, due giri di corda e stringi; mi avvolgi il torace, poi le cosce, singolarmente. Sembra una tutina di corda. È molto bella, ma sono perplessa perché sono ancora perfettamente libera di muovermi, non mi hai bloccato né le braccia né le gambe. E’ strano. Eppure, le corde stringono e non mi sento “perfettamente libera di muovermi”, anzi. Tengo gli occhi chiusi, la stanchezza mi ottenebra; cerco di ascoltare le corde.

    Le afferri e mi tiri giù, stesa. Afferri il nodo centrale sulla mia pancia e stringi. Mi si mozza il respiro. Di colpo la costrizione diventa evidente, potente. Ansimo e mugolo, piano: sono in un posto tutto mio ma diverso dal solito. Non sono scesa per la solita via, addirittura non mi sembrava di stare scendendo, da come ero stanca, mi pareva che le corde non stessero facendo effetto. Invece.
    Ho le braccia semi contratte, sono tesa, sento il tuo corpo accanto al mio, la tua presenza sopra di me. Stringi le corde e mi sposti, mi controlli da questa gabbia che mi hai stretto addosso. Boccheggio.

    D’improvviso riesco a prendere fiato. Trovo il mio respiro nelle corde. Inspiro a fondo ed espirando mi abbandono. Le braccia scendono, ora rilassate, a stendersi sul pavimento. Sto benissimo in questa stretta dolorosa e scomoda.

    Mugolo come sempre di dispiacere quando sento che inizi a sciogliermi. Non vorrei mai venire liberata da questa libertà costretta che mi doni.